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La  Polemica  Grande  Fra  Christ  e  Satan


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Introduzione

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 Introduzione

     Prima del peccato, Adamo godeva della diretta comunione con il suo Creatore; ma dopo che l'uomo in seguito alla trasgressione si fu separato da Dio, il genere umano venne privato di questo grande privilegio. Per il piano della redenzione, però, fu aperta una via che consente agli abitanti della terra di avere contatto coi cielo. Dio, mediante il suo Spirito, ha parlato agli uomini, e così la luce divina è stata data al mondo attraverso le rivelazioni da lui fatte ai servitori che si è scelti. « I santi uomini di Dio hanno parlato, essendo sospinti dallo Spirito Santo » 2 Pietro 1: 21 (D).
     Durante i primi venticinque secoli della storia umana, non ci fu rivelazione scritta. Coloro che venivano istruiti da Dio comunicavano ad altri la conoscenza ricevuta, che così era trasmessa di padre in figlio, di generazione in generazione. La stesura della Parola scritta ebbe inizio al tempo di Mosè. Fu allora che le rivelazioni ispirate vennero raccolte in un libro. L'opera proseguì nel corso di sedici secoli: da Mosè, lo storico della creazione e della legge, a Giovanni, il custode delle più sublimi verità del Vangelo.
     La Bibbia indica Dio come suo autore, nondimeno è stata scritta da mani umane. Nella differenza di stile dei suoi vari libri, essa presenta le caratteristiche dei suoi scrittori. Le verità rivelate sono state date per ispirazione di Dio (2 Timoteo 3: 16), però sono espresse con le parole degli uomini. L'Essere infinito, mediante il suo Spirito, ha fatto risplendere la sua luce nelle menti e nei cuori dei suoi servitori. Egli ha dato sogni e visioni, simboli e figure; e coloro ai quali la verità fu così rivelata la concretizzarono con un linguaggio umano.
     I dieci comandamenti furono enunciati da Dio stesso e scritti dalla sua stessa mano. Essi, perciò, sono redazione divina e non umana. La Bibbia, invece, con le sue verità divine espresse col linguaggio degli uomini, presenta l'unione del divino con l'umano. Questa unione esisteva nella natura di Cristo che era allo stesso tempo il Figliuolo di Dio e il Figliuolo dell'uomo. Della Bibbia si può dire quello che fu detto di Gesù: « La Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra noi » Giovanni 1: 14.
     Scritti in epoche diverse, da uomini che differivano notevolmente sia per ceto sociale che per occupazione e doti mentali e spirituali, i libri della Bibbia presentano un notevole contrasto nello stile e una grande varietà nella natura degli argomenti trattati. I vari scrittori ricorrono a diverse forme di espressione, e così accade spesso che la stessa verità venga presentata con maggiore vigore da uno scrittore piuttosto che da un altro. Inoltre, dato che uno stesso argomento è trattato da vari scrittori con diversità di aspetti e di connessioni, il lettore superficiale o animato da pregiudizi può vedere discordanze e contraddizioni là dove invece lo studioso riflessivo e riverente, dotato di percezioni più chiare, scopre un'ammirevole armonia.
     Presentata da dífferenti scrittori, la verità viene esposta nei suoi vari aspetti. Uno scrittore è più colpito da un aspetto dell'argomento e si sofferma su quei punti che meglio si armonizzano con la sua esperienza e con la sua maniera di concepire le cose e di valutarle; un altro si sofferma su un altro aspetto e cosi ognuno, sotto la guida dello Spirito Santo, espone quanto lo ha maggiormente colpito. Si ha in tal modo in ciascuno dei relatori un differente aspetto della verità e una perfetta armonia dell'insieme. Le verità così rivelate si uniscono e formano un tutto perfetto, adatto alle necessità degli uomini in tutte le circostanze e le esperienze, della vita.
     Dio si è compiaciuto di rivelare la sua verità al mondo per mezzo di agenti umani, ed Egli stesso col suo Spirito Santo li ha qualificati e resi idonei per compiere quest'opera. Egli ha guidato la mente nella scelta di quello che doveva essere detto e scritto. Il tesoro è stato affidato a vasi di terra, sì, ma procede dal cielo. La testimonianza, anche se trasmessa mediante l'imperfetto linguaggio degli uomini, é pur sempre la testimonianza di Dio; e il figlio di Dio che ubbidisce e crede, vede- in essa la gloria della potenza divina piena di grazia e di verità.
     Nella sua Parola, Dio ha comunicato agli uomini la conoscenza necessaria alla salvezza. Le Sacre Scritture debbono essere accettate come rivelazione autorevole e infallibile della sua volontà. Esse sono il modello del carattere, le rivelatrici della dottrina e il banco di prova dell'esperienza. « Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile ad insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, affinché l'uomo di Dio sia compiuto, appieno fornito per ogni opera buona » 2 Timoteo 3: 16, 17.
     Il fatto che Dio abbia rivelato la sua volontà agli uomini per mezzo della sua Parola, non ha reso inutile la costante presenza e la guida dello Spirito Santo. Al contrario, lo Spirito fu promesso dal nostro Salvatore per schiudere la Parola ai suoi servitori e illuminarli perché ne applicassero gli insegnamenti. Ora, poiché è lo Spirito di Dio che ha ispirato la Bibbia, è impossibile che quanto esso insegna sia in contrasto con l'inségnamento della Scrittura.
     Lo Spirito non fu dato -né mai potrà essere accordato- perché sostituisse la Bibbia, in quanto le Scritture stabiliscono in modo esplicito che la Parola di Dio è la regola in base alla quale vanno provati tanto l'insegnamento quanto l'esperienza. Dice l'apostolo Giovanni: « Diletti, non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere se son da Dio; perché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo » 1 Giovanni 4: l. Isaia dichiara: « Alla legge e alla Testimonianza; se alcuno non parla secondo questa parola, certo non vi è in lui alcuna aurora » Isaia 8: 20 (D).
     Un grave danno è stato recato all'opera dello Spirito Santo in seguito agli errori di una certa categoria di persone che pretendevano di avere ricevuto una luce particolare e perciò di non avere bisogno della guida della Parola di Dio. Tali persone sono governate da impressioni che considerano come la voce di Dio nell'anima; invece lo spirito che le anima non è quello di Dio. Attenersi a impressioni, trascurando le Scritture, può condurre solo alla confusione, all'inganno e alla rovina, perché equivale a incrementare l'opera del Maligno. Poiché il ministero dello Spirito Santo è di vitale importanza per la chiesa di Cristo, uno degli espedienti di Satana consiste proprio -grazie agli sbagli degli estremisti e dei fanatici - nel gettare il discredito sull'opera dello Spirito Santo e nell'indurre il popolo di Dio a trascurare la fonte di potenza che il Signore ha provveduto per noi.
     In armonia con la Parola di Dio, lo Spirito Santo doveva continuare l'opera nella dispensazione evangelica. Nel corso dei secoli durante i quali venivano date le Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento, lo Spirito Santo non cessò di infondere la luce nelle menti dei singoli, e cio a parte le rivelazioni da incorporare nel sacro canone. La stessa Bibbia, d'altro canto, ricorda che mediante lo Spirito Santo gli uomini ricevevano avvertimenti, rimproveri, consigli e direttive su cose che non avevano un rapporto diretto con la comunicazione delle Scritture. Si parla, per esempio, di profeti. dei quali nulla ci è stato tramandato. Allo stesso modo, dopo che fu chiuso il canone delle Scritture, lo Spirito Santo avrebbe proseguito la sua opera per illuminare, avvertire e consolare i figli di Dio.
     Gesù promise ai suoi discepoli: « Il Consolatore, lo Spirito Santo, che il. Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa I e vi rammenterà tutto quello che v'ho detto » Giovanni 14: 26. « Ma quando sia venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità... e vi annunzierà le cose a venire » Giovanni 16: 13. La Scrittura insegna in modo esplicito che queste promesse, lungi dal limitarsi al periodo apostolico, si estendono alla chiesa di Cristo di tutti i tempi. Il Salvatore rassicurò i suoi seguaci dicendo: « Ecco, io son con voi in ogni tempo, infino alla fine del mondo » Matteo 28: 20 (D). Paolo,. a sua volta, dichiarò che i doni e le manifestazioni dello Spirito dovevano essere posti nella chiesa « per il perfezionamento dei santi, per l'opera dei ministero, per l'edificazione del corpo di Cristo, finché tutti siamo arrivati all'unità della fede e della piena conoscenza del Figliuol di Dio, allo stato d'uominí fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo » Efesini 4: 12, 13.
     Per í credentí di Efeso, l'apostolo Paolo pregava: « L'Iddio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia lo Spirito di sapienza, e di rivelazione, nella riconoscenza d'esso; e gli occhi della mente vostra siano illuminati, acciocché sappiate quale è la speranza della sua vocazione, e quali son le ricchezze della gloria della sua eredità, ne' luoghi santi; e quale è, inverso noi che crediamo, l'eccellente grandezza della sua potenza » Efesini 1: 17-19 (D). Il ministero dello Spirito divino, nell'illuminare l'intelletto e nell'aprire la mente alle cose profonde della Parola di Dio, era la benedizione che Paolo invocava sulla chiesa di Efeso.
     Dopo la meravigliosa manifestazione dello Spirito Santo alla Pentecoste, Pietro esortò i suoi uditori al pentimento e al battesimo nel nome di Cristo per la remissione dei peccati, quindi aggiunse: « Voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perciocché a voi è fatta la promessa, ed a' vostri figliuoli, ed a coloro che verranno per molto tempo appresso; a quanti il Signore Iddio nostro ne chiamerà » Atti 2: 38, 39 (D).
     In stretto rapporto con le scene relative al gran giorno di Dio, il Signore tramite il profeta Gioele promise una speciale effusione dello Spirito Santo (Gioele 2: 38). Tale promessa ebbe un parziale adempimento nell'effusione dello Spirito Santo il giorno della Pentecoste, e raggiungerà il suo pieno adempimento nella manifestazione della grazia divina che accompagnerà l'opera conclusiva del Vangelo.
     La grande lotta fra il bene e il male andrà aumentando d'intensità sino alla fine dei tempi. In ogni epoca l'tra di Satana si è scatenata contro la chiesa di Cristo, ma Dio ha riversato la sua grazia e il suo Spirito sul suo popolo per dargli la forza di resistere alla potenza del Maligno. Gli apostoli di Cristo, quando dovevano recare il Vangelo al mondo e ricordarlo per le generazioni future, furono dotati di una particolare illuminazione dello Spirito. A mano a mano poi che la chiesa si avvicinerà alla sua liberazione finale, Satana agirà con crescente vigore perché « è disceso a voi con gran furore, sapendo di non aver che breve tempo » Apocalisse 12: 12. Egli opererà « con ogni potenza e prodigi e miracoli di menzogna » 2 Tessalonicesi 12: 12 (D). Per seímila anni questo essere dotato di una grande intelligenza -un tempo era il più eccelso fra gli angeli di Dio- si è completamente dedicato all'opera dell'inganno e della rovina. Tutte le risorse della sua abilità e della sua sottigliezza satanica; tutta la crudeltà che egli è andato gradatamente sviluppando nel corso di questa millenaria lotta, saranno messe in atto contro il popolo di Dio nella fase finale di questo conflitto. In questo tempo di pericolo i seguaci di Cristo debbono dare al mondo l'avvertimento del secondo avvento e preparare un popolo « immacolato e irreprensibile » 2 Pietro 3: 14. La grazia e la potenza di Dio non saranno meno necessarie allora di quanto lo erano ai' tempi apostolici.
     Mediante la luce impartita dallo Spirito Santo, le scene del lungo conflitto fra il bene e il male sono state presentate a chi ha scritto queste pagine. Di quando in quando mi è stato consentito di con-templare gli sviluppi, attraverso i secoli della grande lotta fra Cristo, il principe della vita, autore della nostra salvezza, e Satana, principe del male, autore del peccato e primo trasgressore della santa legge di Dio. L'inimicizia di Satana per Cristo si è manifestata anche contro i suoi seguaci. Lo stesso odio nei confronti della legge divina, lo stesso metodo di inganno per il quale l'errore è fatto passare per verità, e che è valso a sostituire le leggi umane alla legge di Dio, come pure a indurre gli uomini ad adorare la creatura al posto del Creatore, si pos-sono ritrovare in tutta la storia passata-Gli sforzi di Satana per mettere in cattiva luce il carattere dell'Onnipotente e spingere gli uomini a farsi un falso concetto di lui, come anche a considerarlo con un senso di ti-more misto a odio, anziché con amore; i suoi reiterati tentativi per mettere da parte la legge divina, di modo che gli uomini si ritengano sciolti dalle sue esigenze; le sue persecuzioni contro chi ardisce opporsi ai suoi inganni: tutto ciò si è verificato nei secoli e lo si può ritrovare anche nella storia dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri e dei riformatori.
     Nel grande conflitto finale, Satana ricorrerà agli stessi espedienti, manifesterà lo stesso spirito e agirà - come del resto ha semp re fatto nel -- passato - per il conseguimento del medesimo fine. Quello che è stato, sarà ancora, a parte il fatto che la battaglia futura sarà caratteriz-zata da una violenza senza precedenti. Gli inganni di Satana risulteranno più sottili, i suoi attacchi più determinati e tali « per sedurre, se fosse possibile, anche gli eletti » Marco 13: 22.
     Mentre lo Spirito di Dio schiudeva davanti alla mia mente le grandi verità della sua Parola e faceva passare dinanzi a me le scene .del passato e del futuro, ho ricevuto l'incarico di far conoscere agli altri quello che mi era stato così rivelato, per modo che fosse possibile rifare la storia della lotta attraverso i secoli e presentarla in maniera tale da gettare luce sulla lotta che si sta avvicinando rapidamente. A questo scopo ho cercato di selezionare e di raggruppare le varie vicende della storia della chiesa, sì da poter scorgere le grandi verità basilari che nelle diverse -epoche sono state date al mondo, suscitando così l'ira di Satana e l'inimicizia di una chiesa attaccata al mondo; verità che sono state conservate per la testimonianza di coloro che « non hanno amato la propria vita, anzi l'hanno esposta alla morte ».
     In questa rievocazione si può scorgere un presagio del conflitto che va profilandosi dinanzi a voi. Considerandola alla luce della Parola di Dio e con l'ausilio dello Spirito Santo, si possono smascherare le astuzie di Satana e i pericoli che dovranno essere evitati da chi vuole essere trovato « immacolato » all'avvento del Signore.
     I grandi avvenimenti che nei secoli passati hanno contrassegnato il progresso della riforma appartengono alla storia e sono molto noti, oltre che universalmente riconosciuti dal mondo protestante: si tratta di fatti incontestabili. Questa storia l'ho presentata brevemente, in armonia con l'intento di questo libro. Tale brevità andava necessariamente osservata, e così i fatti sono stati condensati in poco spazio e secondo un criterio di coerenza in vista di un'adeguata comprensione della loro applicazione. In alcuni casi, quando uno storico aveva raggruppato gli eventi sì da fornire in sintesi una visione abbastanza vasta dell'argomento e aveva riassunto i particolari in maniera adatta, sono state riportate testualmente le sue parole. In altri casi, invece, non si è seguito questo principio in quanto le citazioni vengono fatte non perché lo scrittore costituisce un'autorità in materia, ma perché le sue affermazioni forniscono una precisa ed efficace presentazione del soggetto. Uso analogo è stato fatto degli scritti che si riferiscono all'opera della riforma nella nostra epoca.
     Lo scopo del presente volume non è tanto di presentare nuove verità intorno alla lotta dei tempi passati, quanto di esporre fatti e princìpi che hanno a che fare con gli eventi futuri. Nondimeno, considerati come- parte non trascurabile della lotta tra le forze della luce e quelle delle tenebre, tutti questi resoconti del passato acquistano un significato nuovo: per mezzo di essi la luce si riflette sull'avvenire, illuminando il sentiero di quanti, come i riformatori di un tempo, saranno chiamati - e forse anche a rischio del loro stesso benessere terreno- a testimoniare per « la Parola di Dio e la testimonianza di Gesù ».
     Illustrare le scene della grande lotta fra la verità e l'errore; svelare le astuzie di Satana e indicare i mezzi per resistergli; presentare una soluzione soddisfacente del grande problema del male, gettando luce sull'origine del peccato e sulla sua eliminazione finale, perché siano così affermate la giustizia e la benevolenza di Dio in tutto il suo modo di procedere nei confronti delle sue creature; mettere in risalto la natura santa e immutabile della sua legge: questo è lo scopo del presente volume.
     La fervida preghiera dell'autore è che per mezzo di esso molte anime siano liberate dalla potenza delle tenebre e rese « partecipi dell'eredità dei santi nella luce », per lodare Colui che ci ha amati e ha dato se stesso per noi.
E.G. White


 
Capitolo 1

Previsione del Destino del Mondo


« Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace! Ma ora è nascosto agli occhi tuoi. Poiché verranno su te de' giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, e ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; e atterreranno te e i tuoi figliuoli dentro di te, e non lasceranno in te pietra sopra pietra, perché tu non hai conosciuto il tempo nel quale sei stata visitata » Luca 19: 42-44.
Dall'alto del monte degli Ulivi, Gesù contemplava Gerusalemme. Bella e soffusa di pace era la scena che si apriva dinanzi al suo sguardo. Era il tempo della Pasqua, e da ogni parte i figli d'Israele erano convenuti per la celebrazione della grande festività nazionale. I maestosi palazzi e i massicci bastioni della città si ergevano in mezzo ai giardini, ai vigneti, ai pendii verdeggianti tinteggiati dalle tende dei pellegrini, sullo sfondo delle colline degradanti a terrazze. La figlia di Sion sembrava dire, con orgoglio: « Io seggo regina e non conoscerò mai il lutto », tanto appariva bella allora e tanto era sicura del favore del cielo, come lo era stata secoli prima quando il Salmista cantava: « Bello si erge, gioia di tutta la terra, il monte di Sion, dalle parti del settentrione, bella è la città del gran re » Salmo 48: 2. Di fronte si ergevano, dominatori, i magnifici edifici del tempio. I raggi del sole morente facevano scintillare i suoi muri di marmo, rifulgere l'oro delle sue porte, della sua torre e dei suoi pinnacoli. « La perfetta bellezza » era il vanto della nazione giudaica. Quale israelita poteva contemplare una simile visione senza provare un brivido di gioia e di ammirazione? Eppure i sentimenti di Gesù erano ben diversi. San Luca scrive: « E come si fu avvicinato, vedendo la città, pianse su lei » Luca 19: 41. In mezzo al tripudio generale per la sua entrata trionfale, mentre rami di palma venivano agitati, grida di « Osanna! » risvegliavano l'eco delle colline e migliaia di voci lo proclamavano Re, il Redentore del mondo fu sopraffatto da un profondo senso di tristezza. Egli, il Figlìuolo di Dio, il Promesso d'Israele, la cui potenza aveva vinto la morte e tratto dalla tomba i suoi prigionieri, piangeva. Non si trattava di un dolore passeggero, bensì di una profonda e irrefrenabile angoscia.
Gesù, pur sapendo dove lo avrebbero condotto i suoi passi e vedesse schiudersi dinanzi a sé la scena del Getsemani, non piangeva per sé. Vedeva, a poca distanza, la porta delle pecore dalla quale per secoli erano passate le vittime destinate al sacrificio, e sapeva che essa si sarebbe aperta anche per lui, quando sarebbe stato condotto all'uccisione come un agnello (Isaia 53: 7). Poco lontano c'era il Calvario, luogo della crocifissione. Sul cammino che Cristo fra breve avrebbe percorso, si sarebbe abbattuto l'orrore delle più fitte tenebre allorché Egli avrebbe dato l'anima sua come offerta per il peccato. Eppure non era la visione di quelle scene che, in quell'ora di gioia generale, gettava un'ombra su di lui. Non era neppure il presagio della sua angoscia sovrumana ad adombrare il suo spirito altruistico. Gesu pliangeva sulle migliaia di abitanti di Gerusalemme votati alla morte per la cecità e per l'impenitenza di quanti Egli era venuto a beneficare e a salvare.
Davanti agli occhi di Gesù, ripassavano mille anni di storia contrassegnati dal particolare favore di Dio e dalla sua patema cura per il popolo eletto. Là, sul monte Moria, il figlio della promessa (Isacco) si era lasciato legare sull'altare senza opporre resistenza: emblema dell'offerta del Figliuolo di Dio. Là era stato confermato al padre dei credenti (Abrahamo) il patto di benedizione, la gloriosa promessa messianica (Genesi 22: 9, 16-18). Poco oltre, le fiamme del sacrificio che erano salite al cielo dall'aia di Ornam avevano distolto la spada dell'angelo sterminatore (1 Cronache 21), simbolo appropriato del sacrificio e della mediazione del Salvatore in favore degli uomini colpevoli. Gerusalemme era stata onorata da Dio al di sopra di qualunque altro luogo della terra. Il Signore aveva scelto Sion e l'aveva desiderata come sua dimora (Salmo 132: 13). In essa, per secoli, i profeti avevano dato i loro messaggi di avvertimento. In essa i sacerdoti avevano agitato i loro turiboli, mentre nubi d'incenso, con le preghiere degli adoratori, erano salite al cielo fino a Dio. In essa, ogni giorno, il sangue degli agnelli immolati era stato offerto quale preannuncio dell'Agnello di Dio. In essa Iddio aveva rivelato la sua presenza nella nuvola di gloria sopra il propiziatorio. In essa si era eretta la mistica scala che univa il cielo e la terra (Genesi 28: 12; Giovanni 1: 51), scala sulla quale salivano e scendevano gli angeli di Dio e che schiudeva al mondo la via al santissimo per eccellenza. Se Israele, come nazione, fosse rimasto fedele al Signore, Gerusalemme sarebbe sussistita in eterno, eletta di Dio (Geremia 17: 21-25). Purtroppo, però, la storia di quel popolo favorito era piena di cadute e di ribellioni. Gli israeliti avevano resistito alla grazia del cielo, fatto un cattivo uso dei privilegi ricevuti e disprezzato le opportunità loro offerte.
Quantunque Israele si fosse beffato dei messaggeri di Dio, avesse disprezzato le sue parole e schernito i profeti (2 Cronache 36: 16), l'Eterno aveva continuato a essere « pietoso e misericordioso, lento all'ira e grande in benignità e verità » Esodo 34: 6 (D). Nonostante il reiterato rigetto da parte del popolo, la grazia divina aveva continuato a manifestarsi attraverso rinnovate esortazioni. Con un amore più -grande di quello di un padre per il figlio prediletto, Dio « mandò loro a più riprese degli ammonimenti, per mezzo dei suoi messaggeri, poiché voleva risparmiare il suo popolo e la sua propria dimora » 2 Cronache 36: 15. Quando le rimostranze, le esortazioni e i rimproveri risultarono vani, Egli non esitò a dare il miglior dono del cielo; anzi in quel dono Dio dava tutto il cielo.
Il Figliuolo di Dio in persona era venuto a esortare la città impenitente. Era stato Cristo a trarre fuori dall'Egitto Israele, simile a vite pregiata (Salmo 80: 8). Era stata la sua mano a scacciare le nazioni pagane davanti al suo popolo. Era stato Cristo a piantare la « vigna d'Israele » su una fertile collina. Era stata la sua vigile cura a ergere intorno ad essa una barriera di protezione. Erano stati i suoi servitori ad averne cura. « Che più si sarebbe potuto fare alla mia vigna », Egli esclamò, « di quello che io ho fatto per essa? » Isaia 5: 1-4. Mentre Egli si aspettava che facesse dell'uva, essa aveva fatto delle lambrusche; nondimeno, Dio nella ferma speranza di vederla portare frutto, era venuto nella sua vigna e aveva cercato di sottrarla alla distruzione. Dopo avere dissodato la terra che la circondava, la potò e, con sforzi incessanti, fece il possibile per conservare in vita la vigna da lui piantata.
Per tre anni il Signore della luce e della gloria visse in mezzo al suo popolo. Egli andò « attorno facendo del bene, e guarendo tutti coloro che erano sotto il dominio del diavolo » Atti 10: 38. Guarii i contriti di cuore, proclamò la libertà ai prigionieri, rese la vista ai ciechi, l'uso delle membra ai paralitici, l'udito ai sordi; purificò i lebbrosi, risuscitò i morti e predicò l'Evangelo ai poveri (Luca 4: 18; Matteo 11: 5). A ogni categoria di persone, senza nessuna distinzione, fu rivolto l'invito: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo » Matteo 11: 28.
Pur essendo ricambiato con l'odio e l'ingratitudine (Salmo 109: 5), Egli, sorretto dall'amore, proseguì imperterrito nella sua missione di misericordia. Mai respinse chi cercava la sua grazia. Pellegrino senza tetto, avendo come retaggio la povertà e il disprezzo, Gesù visse per sopperire alle altrui necessità e per alleviare l'umana distretta, esortando gli uomini ad accettare il dono della vita. Le ondate di misericordia respinte dai cuori induriti, ritornavano con accresciuto vigore recando l'offerta di un amore ineffabile e sublime. Ma Israele si era allontanato dal suo migliore Amico, dal suo unico Aiuto. Gli appelli del suo amore furono disprezzati, i suoi consigli respinti, i suoi avvertimenti volti in ridicolo.
L'ora della speranza e del perdono scorreva rapidamente, mentre si andava colmando il calice dell'ira di Dio a lungo repressa. La nube che si era progressivamente addensata durante il lungo periodo di apostasia e di ribellione, era sul punto di esplodere su un popolo colpevole.
Colui che, solo, avrebbe potuto salvare Israele dal fato incombente, era stato schernito e stava per essere crocifisso. Quando Cristo sarebbe stato inchiodato sulla croce del Calvario, sarebbero finiti i giorni d'Israele come nazione favorita e benedetta da Dio. La perdita di una sola anima è una calamità che supera di gran lunga i guadagni e i tesori del mondo; ed ecco che mentre Gesù contemplava Gerusalemme, il fato di una intera città, di tutta una nazione si profilava dinanzi a lui: fato di una città e di una nazione che un tempo erano state il tesoro particolare di Dio.
I profeti avevano pianto sull'apostasia d'Israele e sulle terribili devastazioni che il suo peccato avrebbe provocato. Geremia desiderava che i suoi occhi fossero una sorgente di lacrime per poter piangere giorno e notte l'uccisione della figliuola del suo popolo, per la greggia del Signore che stava per essere condotta in cattività (Geremia 9: 1; 13: 17). Perciò è facile intuire la tristezza di Colui che col suo sguardo profetico passava in rassegna non anni, ma secoli. Egli vedeva l'angelo sterminatore, con la sua spada snudata contro la città che era stata per tanto tempo la dimora dell'Altissimo. Dall'alto del monte degli Ulivi, luogo che più tardi fu occupato da Tito e dal suo esercito, Egli contemplava la valle; il suo sguardo si posava sui sacri recinti e sui portici e vedeva, con gli occhi pieni di lacrime, in una paurosa prospettiva, le mura circondate dagli eserciti nemici; udiva il passo cadenzato delle legioni in marcia verso la linea del combattimento, e le grida dei figli che, nella città assediata, chiedevano il pane alle proprie madri. Si raffigurava la sua santa e bella casa, con i suoi palazzi e le sue torri, in preda alle fiamme che avrebbero lasciato solo un cumulo di macerie fumanti.
Guardando attraverso i secoli, Cristo vedeva il popolo del patto disperso per ogni dove, simile ai relitti di un naufragio su una spiaggia deserta. Nella retribuzione temporale che stava per abbattersi sui suoi figli, Egli scorgeva solo il primo sorso di quell'amaro calice che nel giudìzio ultimo esso avrebbe dovuto bere fino all'ultima stilla. Con divina pietà, con intenso amore, Egli pronunciò le accorate parole: « Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! » Matteo 23: 37. Oh, se tu, nazione favorita sopra ogni altra, avessi conosciuto il tempo della tua visitazione e le cose che appartengono alla tua pace! lo ho trattenuto l'angelo giustiziere, ti ho invitata al pentimento, ma invano. Tu non ti sei limitata a respingere i miei servitori, i miei delegati, i miei profeti, Hai addirittura rigettato il Signore d'Israele, il tuo Redentore. Tu sola sei responsabile della tua distruzione. « Eppure non volete venire a me per aver la vita! » Giovanni 5: 40
Cristo vedeva in Gerusalemme un simbolo del mondo indurito nell'incredulità e nella ribellione; un mondo che si avviava verso il giudizio retributivo di Dio. Egli sentiva gravare sulla propria anima tutto il peso del dolore di un'umanità caduta, e questo gli strappava un grido di profonda amarezza. Vedeva le vicende del peccato messe in risalto dalle umane miserie, dalle lacrime e dal sangue. Il suo cuore si riempiva di. una infinita pietà verso gli afflitti e i sofferenti, e desiderava ardentemente risollevarli. Purtroppo, la sua potente mano non poteva respingere l'ondata dell'umano dolore, in quanto pochi cercavano l'unica Fonte di aiuto. Egli era pronto a esporre la sua anima alla morte per rendere possibile la loro salvezza, ma pochi sembravano disposti ad andare a lui per avere vita.
La Maestà del cielo in lacrime! Il Figlio dell'Iddio infinito era turbato nello spirito, oppresso dall'angoscia. La scena suscitava in cielo un vivo stupore in quanto rivelava l'immensa iniquità del peccato e dimostrava quanto fosse arduo, anche per una potenza infinita, salvare il colpevole dalle conseguenze della trasgressione della legge di Dio. Gesù, spingendo il suo sguardo verso l'ultima generazione umana, vide il mondo coinvolto in un I inganno simile a quello che aveva provocato la distruzione di Gerusalemme. Il grande peccato dei giudei era stato il loro rigetto del Cristo; il grande peccato del mondo cristiano sarebbe stato il rigetto della legge di Dio, base del suo governo sia in cielo che sulla terra. I precetti di Dio sarebbero stati disprezzati e annullati. Milioni di esseri, servi del peccato, schiavi di Satana, condannati a soffrire la morte seconda, avrebbero rifiutato di prestare ascolto alle parole di verità. Terribile cecità! Strana infatuazione!
Due giorni prima della Pasqua, dopo essersi allontanato per l'ultima volta dal tempio e avere denunciato l'ipocrisia dei capi giudei, Cristo si recò di nuovo con i suoi discepoli sul monte degli Ulivi e si sedette con loro sul pendio erboso che dominava la città. Ancora una volta Egli contemplò le mura di Gerusalemme, le sue torri, i suoi palazzi. Ancora una volta il suo sguardo si posò sul tempio che, nel suo smagliante splendore, simile a un diadema, coronava il sacro colle.
Mille anni prima, il Salmista aveva magnificato il favore di Dio verso Israele, nel fare del tempio la sua dimora. « E il suo tabernacolo in Salem, e la sua stanza in Sion ». « Egli elesse la tribù di Giuda; il monte di Sion, il quale egli ama. Ed edificò il suo santuario, a guisa di palazzi eccelsi » Salmo 76: 2; 78: 68, 69 (D). Il primo tempio era stato edificato durante il periodo della maggiore prosperità ísraelitica. Grandí quantità di materiali pregiati erano state raccolte da re Davide, mentre il progetto della costruzione era stato fatto su ispirazione divina. Salomone, il più saggio dei monarchi d'Israele, aveva completato il lavoro, e il tempio era risultato la costruzione più splendida che mai il mondo avesse visto. Eppure, tramite il profeta Aggeo, il Signore Iddio aveva dichiarato circa il secondo tempio: « La gloria di quest'ultima casa sarà più grande di quella della prima ». « Farò tremare tutte le nazioni, le cose più preziose di tutte le nazioni affluiranno, ed io empirò di gloria questa casa, dice l'Eterno degli eserciti » Aggeo 2: 9, 7.
Dopo la distruzione per opera di Nebucadnetsar, il tempio fu riedificato circa cinquecento anni prima della nascita di Cristo, da un popolo che, dopo una lunga cattività, ritornava in un paese praticamente deserto e devastato. Vi erano, in seno al popolo, uomini anziani i quali, avendo conosciuto la gloria del tempio di Salomone, piansero quando furono gettate le fondamenta del nuovo edificio, tanto esso risultava inferiore al precedente. Il sentimento di tristezza di quei giorni è ben descritto dal profeta: « Chi è rimasto fra voi che abbia veduto questa casa nella sua prima gloria? E come la vedete adesso? Così com'è, non è essa come nulla agli occhi vostri? » Aggeo 2: 3; Esdra 3: 12. Fu f atta, allora, la promessa che la gloria della nuova casa sarebbe stata più grande di quella della prima. I
Il secondo tempio, pero, non uguagliava il primo quanto a magnificenza, né era stato oggetto dei segni della presenza divina tipici del primo tempio. La sua consacrazione non fu contrassegnata da nessuna manifestazione di potenza sovrannaturale, e nessuna nube di gloria venne a posarsi sul santuario appena eretto. Nessun fuoco scese dal cielo per consumare l'olocausto posto sull'altare. Lo « scechinà » non era più, nel luogo santissimo, in mezzo ai cherubini; non c'erano più né l'arca, né il propiziatorio, né le tavole della legge. Nessuna voce echeggiò dal cielo per far conoscere la volontà di Dio al sacerdote in attesa.
Per secoli, i giudei avevano cercato inutilmente di rendere: conto in che modo si sarebbe adempiuta la promessa fatta da Dio per mezzo del profeta Aggeo. L'orgoglio e l'incredulità avevano annebbiato le loro menti in modo tale che essi non riuscivano a comprendere il significato delle parole profetiche. Il secondo tempio non fu onorato dalla nube della gloria di Dio, bensì dalla presenza vivente di Colui nel quale abitava corporalmente tutta la pienezza della deità: Dio manifestato in carne. Il « Desiderio di tutte le nazioni » era venuto effettivamente nel suo tempio quando l'Uomo di Nazaret insegnava e guariva nei sacri recinti. Per la presenza di Cristo, e in questa sola, il secondo tempio superò in gloria il primo. Ma Israele aveva respinto il dono del cielo. Con l'umile Maestro che quel giorno uscì dalle sue porte dorate, la gloria si era per sempre allontanata dal tempio. Si adempivano già le parole del Salvatore: « Ecco, la vostra casa vi è lasciata deserta » Matteo 23: 38 (D).
I discepoli erano rimasti stupiti e sgomenti nell'udire la predizione di Cristo circa la distruzione del tempio, e vollero conoscere più a fondo il senso delle sue parole. Ricchezze, lavoro, abilità architettonica: tutto era stato profuso per oltre quarant'anni per assicurare tanto splendore. Erode il Grande aveva letteralmente dilapidato la ricchezza romana e il tesoro giudaico, senza contare i doni dell'imperatore del mondo che l'avevano arricchito ancora di più. Massicci blocchi di marmo bianco di dimensioni quasi favolose, mandati appositamente da Roma, formavano una parte della sua maestosa struttura. Su di essi i discepoli richiamarono l'attenzione del Maestro, dicendo: « Maestro, guarda che pietre e che edifizi! » Marco 13: l.
A queste parole Gesù solennemente rispose: « Io vi dico in verità:
Non sarà lasciata qui pietra sopra pietra che non sia diroccata » Matteo 24: 2.
I discepoli, allora, associarono il sovvertimento di Gerusalemme con gli eventi relativi alla venuta personale di Cristo, ammantatò di gloria temporale, per prendere possesso del trono dell'impero universale, punire gli ebrei impenitenti e infrangere il giogo dell'oppressore romano Poiché il Signore aveva loro detto che Egli sarebbe venuto di nuovo, essi collegarono la menzione del castigo di Gerusalemme con tale venuta. Raccolti intorno al Salvatore, sul monte degli Ulivi, chiesero: « Dicci, quando avverranno queste cose? e qual sarà il segno della tua venuta, e della fine del mondo? » Matteo 24: 3.
Il futuro fu misericordiosamente velato ai discepoli. Se essi, allora, avessero compreso perfettamente i due spaventosì fatti - le sofferenze e la morte del Redentore e la distruzione della città e del tempio sarebbero stati sopraffatti dall'orrore. Il Cristo, perciò, presentò loro un quadro degli eventi più sintomatici che si sarebbero verificati prima della fine dei tempi. Le sue parole, però, non furono del tutto capite; nondimeno il loro significato sarebbe stato svelato al suo popolo, quando questo avrebbe avuto bisogno delle direttive da lui impartite. La profezia di Gesù aveva due significati: mentre da un lato prediceva la distruzione di Gerusalemme, dall'altro preannunciava gli orrori dell'ultimo grande giorno.
Gesù indicò ai discepoli, che lo ascoltavano attenti, i castighi che si sarebbero abbattuti su Israele apostata, e la giustizia retributiva che sarebbe derivata dal rigetto del Messia e dalla sua crocifissione. Segni inconfondibili avrebbero preceduto quello spaventoso fato; ore tremende sarebbero sopraggiunte rapide e inattese. Il Salvatore così disse ai discepoli: « Quando dunque avrete veduta l'abominazione della desolazione, della quale ha parlato il profeta Daniele, posta in luogo santo (chi legge pongavi mente), allora quelli che saranno nella Giudea, fuggane ai monti » Matteo 24: 15, 16; Luca 21: 20, 2 l. Quando i labari romani sarebbero stati posti sul terreno sacro che si estendeva fuori le mura di Gerusalemme, i seguaci di Cristo avrebbero dovuto trovare salvezza nella fuga. Allorché sarebbero apparsi i segni premonitori, chi voleva fuggire non avrebbe dovuto indugiare. Per tutta la Giudea, come pure nella stessa città, il segnale della fuga doveva essere raccolto immediatamente. Chi si fosse trovato sul tetto della casa non doveva entrare in essa, neppure per mettere in salvo i suoi tesori più preziosi; chi era a lavorare nei campi o nelle vigne, non avrebbe dovuto perder tempo per raccogliere i propri indumenti deposti a motivo della calura del giorno. Non si dovevano attardare per nessun motivo, perché in tal caso sarebbero stati coinvolti nella distruzione generale.
Sotto il regno di Erode il Grande, Gerusalemme era stata non solo molto abbellita, ma l'erezione di torri, mura e fortezze aveva aggiunto nuova forza alla sua già salda posizione strategica, rendendola apparentemente inespugnabile. Chi, allora, avesse predetto pubblicamente la sua distruzione, sarebbe stato -come Noè ai suoi tempi ' tacciato di folle allarmista. Cristo, però, aveva detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno » Matteo 24: 35. A causa dei suoi peccati, l'ira si era andata accumulando contro Gerusalemme; la sua ostinata incredulità rendeva ormai sicuro il suo fato.
Per mezzo del profeta Michea, il Signore aveva dichiarato: « Deh! ascoltate, vi prego, o capi della casa di Giacobbe, e voi magistrati della casa d'Israele, che aborrite ciò ch'è giusto e pervertite tutto ciò ch'è retto, che edificate Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità! I suoi capi giudicano per dei presenti, i suoi sacerdoti insegnano per un salario, i suoi profeti fanno predizioni per danaro, e nondimeno s'appoggiano all'Eterno, e dicono: "L'Eterno, non è egli in mezzo a noi? non ci verrà addosso male alcuno!" » Michea 3: 9-11.
Queste parole descrivevano fedelmente i corrotti ed egoisti abitanti di Gerusalemme i quali, pur asserendo di osservare rigidamente i precetti della legge di Dio, ne trasgredivano tutti i princìpi. Essi odiavano Cristo, la cui purezza e santità mettevano a nudo la loro iniquità; anzi lo accusavano addirittura di essere lui la causa di tutte le calamità che si erano abbattute su di loro a motivo dei loro peccati. Sebbene sapessero che Egli era senza peccato, essi avevano. dichiarato che la sua morte era necessaria alla loro salvezza come nazione. I capi giudei dicevano: « Se lo lasciamo fare, tutti crederanno in lui; e i romani verranno e ci distruggeranno e città e nazione » Giovanni 11: 48. Essi pensavano che se Gesù fosse stato sacrificato, sarebbero potuti diventare ancora una 'volta una nazione forte e compatta. Fu così che contribuirono alla decisione del sommo sacerdote, secondo la quale era meglio che un uomo morisse, anziché far perire l'intera nazione.
Così i capi giudei avevano edificato « Sion col sangue e Gerusalemme con l'iniquità » Michea 3: 10. Eppure, mentre uccidevano il loro Salvatore perché disapprovava i loro peccati, essi si stimavano tanto giusti da considerarsi il popolo eletto di Dio e da aspettare da parte del Signore la liberazione dai nemici. « Perciò, per cagion vostra, Sion sarà arata come un campo, Gerusalemme diventerà un mucchio di rovine, e il monte del tempio un'altura boscosa » Michea 3: 12.
Per circa quarant'anni, a partire dal momento in cui Gesù pronunciò il suo vaticinio su Gerusalemme, il Signore ritardò il suo castigo sopra la città e sopra la nazione. Meravigliosa fu la pazienza di Dio nei confronti di quanti avevano respinto il suo Vangelo e messo a morte il suo Figliuolo. La parabola del fico sterile rappresentava il comportamento dell'Altissimo verso il popolo giudeo. L'ordine' era stato dato: « Taglialo; perché sta lì a rendere improduttivo anche il terreno? » Luca 13: 7. Eppure la misericordia divina aveva atteso a lungo. Molti fra i giudei ignoravano ancora il carattere e l'opera di Cristo. I figli non avevano avuto l'opportunità di ricevere la luce che era stata disprezzata dai genitori. Dio voleva che la luce risplendesse su di essi per mezzo della predicazione degli apostoli e dei loro collaboratori. In tal modo essi avrebbero avuto l'occasione di costatare l'adempimento della profezia non solo nella nascita e nella vita di Cristo, ma anche nella sua morte e nella sua risurrezione. I figli non erano condannati per le colpe dei padri; ma una volta che avevano conosciuto la luce, se l'avessero respinta, sarebbero diventati anch'essi partecipi dei peccati dei genitori e, così, avrebbero fatto traboccare il calice della loro iniquità.
La grande sopportazione di Dio verso Gerusalemme valse solo a confermare i giudei nella loro ostinata impenitenza. Pieni di odio e di crudeltà nei riguardi dei discepoli di Gesù, essi respinsero l'ultima offerta della misericordia. Dio allora non li protesse più e rimosse da Satana e dai suoi angeli la sua potenza di controllo, sì che la nazione venne a trovarsi sotto il pieno controllo dei capi che si era scelti. Avendo schernito le profferte della grazia di Cristo che dava loro modo di poter resistere agli impulsi malefici, questi finirono con l'avere il sopravvento. Satana, allora, eccitò le più fiere e vili passioni dell'animo. Gli uomini non ragionavano più: agivano mossi dall'impulso e da un'ira cieca e violenta. Divennero addirittura satanici quanto a crudeltà. In seno alla famiglia e alla società, sia nelle classi elevate che in quelle basse, v'erano il sospetto, l'invidia, l'odio, la contesa, la ribellione e il delitto. Non c'era sicurezza in nessun posto: amici e parenti si tradivano a vicenda; i figli uccidevano ì genitori e i genitori i figli. I capi del popolo non riuscivano più ad autocontrollarsí, e le passioni, non più arginate, li rendevano tirannici. I giudei avevano accettato la falsa testimonianza per condannare l'innocente Figliuolo di Dio, e ora le false accuse mettevano in pericolo la loro stessa vita. Con il loro comportamento avevano ripetutamente detto: « Toglieteci d'innanzi agli occhi il Santo d'Israele! » Isaia 30: 11, e il loro desiderio veniva ora appagato. Il timore di Dio non li disturbava più. Satana stava alla testa della nazione, e le supreme autorità civili e religiose erano sotto il suo dominio.
I capi delle opposte fazioni talvolta si alleavano per depredare e torturare le loro povere vittime; quindi si scagliavano gli uni contro gli altri e si uccidevano senza pietà. Perfino la santità del tempio non riusciva a frenare la loro ferocia. Gli adoratori venivano trucidati dinanzi all'altare, e il santuario era contaminato dai cadaveri degli uccisi. Eppure, nella loro cieca e blasfema presunzione, gli istigatori di simili efferatezze dichiaravano pubblicamente di non temere che Gerusalemme sarebbe stata distrutta, in quanto essa era la città di Dio. Per stabilire con maggiore saldezza la loro autorità, essi pagarono dei falsi profeti perché proclamassero, perfino quando le legioni romane assediavano il tempio, che il popolo doveva aspettarsi la liberazione da parte di Dio. Alla fine, intere moltitudini finirono col credere che l'Altissimo sarebbe intervenuto per distruggere i loro avversari. Ma Israele, purtroppo, aveva sprezzato la protezione divina e ora si trovava senza difesa. Infelice Gerusalemme! Straziata dalle lotte intestine, vedeva il sangue dei suoi figli, che si uccidevano a vicenda, arrossare le strade, mentre gli eserciti nemici battevano le sue fortificazioni e facevano strage dei suoi uomini di guerra.
Tutte le predizioni di Gesù relative alla distruzione di Gerusalemme si avveravano alla lettera, e i giudei vedevano l'esattezza delle parole di avvertimento: « Con la misura onde misurate, sarà misurato a voi » Matteo 7: 2.
Segni e prodigi apparvero quale preannuncio di disastri e di desolazione. In piena notte una luce irreale risplendé sul tempio e sull'altare. Sulle nubi del tramonto si videro i carri e i soldati schierati in battaglia. I sacerdoti che di notte ministravano nel tempio rimasero terrorizzati da rumori misteriosi: la terra tremava e una grande quantità di voci gridavano: « Andiamo via di qui! ». La grande porta orientale, così pesante che a fatica poteva essere chiusa da una ventina di uomini e che era assicurata da pesanti sbarre di ferro infisse nella pietra del pavimento, si aprì a mezzanotte senza opera di mani (Milman, The History of the Jews, libro 13).
Per sette anni un uomo percorse le strade di Gerusalemme annunciando i mali che stavano per abbattersi sulla città. Giorno e notte egli ripeteva: « Una voce dall'oriente! Una voce dall'occidente! Una voce dai quattro venti! Una voce contro Gerusalemme e contro il tempio! Una voce contro gli sposi e contro le spose! Una voce contro il popolo! » Ibidem. Arrestato e fustigato, non emise un solo lamento. Agli insulti e alle percosse, rispose: « Guai, guai a Gerusalemme! Guai ai suoi abitanti! ». Il suo grido di avvertimento finì solo quando egli morì nel corso dell'assedio da lui predetto.
Nella distruzione di Gerusalemme non perì neppure un cristiano. Gesù aveva avvertito i suoi discepoli, e così tutti coloro che credettero nelle sue parole tennero conto del segno da lui predetto: « Quando vedrete Gerusalemme circondata d'eserciti », aveva detto Gesù, « sappiate allora che la sua desolazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano ai monti; e quelli che sono nella città, se ne partano » Luca 21: 20, 2 l. Dopo che i romani, al comando di Cestio, avevano circondato la città, inaspettatamente interruppero l'assedio, proprio quando tutto sembrava favorevole a un attacco a fondo. Gli assediati che cominciavano a disperare di poter resistere oltre, erano sul punto di arrendersi quando il generale romano fece ritirare le sue forze, senza nessun apparente motivo. Era la misericordia di Dio che dirigeva le cose per il bene dei suoi figli. Il segno preannunciato era stato così offerto ai cristiani in attesa, ed essi ebbero l'opportunità di seguire l'avvertimento dato dal Salvatore. Le cose andarono in modo tale che ne i giudei, né i romani ostacolarono minimamente la fuga dei cristiani. I giudei si lanciarono all'inseguimento delle forze romane in ritirata e così, mentre gli opposti eserciti erano impegnati in una furibonda mischia, i cristiani poterono abbandonare la città. In quel momento l'intera contrada era priva di nemici ì quali, altrimenti, avrebbero cercato di intervenire e di ostacolarli. Inoltre, durante l'assedio i giudei erano riuniti a Gerusalemme per la celebrazione della festa dei Tabernacolí, e questo permise ai cristiani dell'intera zona di andarsene indisturbati. Essi fuggirono verso un luogo sicuro: la cittadina di Pella, nella Perea, oltre il Giordano.
Le forze giudaiche lanciate all'inseguimento di Cestio e del suo esercito, piombarono sui romani con tanto impeto da minacciarne la distruzione totale. Fu con grande difficoltà che i romani riuscirono a sottrarvisi con la ritirata. I giudei non ebbero quasi nessuna perdita e rientrarono a Gerusalemme da trionfatori, portando i trofei della loro vittoria. Questo apparente successo, però, fu dannoso perché ispirò loro un tale spirito di ostinata resistenza ai romani che rapidamente determinò un male indicibile sulla città votata alla distruzione.
Terribili furono le calamità che si abbatterono su Gerusalemme, quando l'assedio fu ripreso da Tito. La città fu investita al tempo della Pasqua, quando milioni di giudei erano convenuti dentro le sue mura. Le scorte di viveri che, se accuratamente amministrate, sarebbero potute bastare agli abitanti per anni, erano andate distrutte in seguito alle gelosie e alle rappresaglie degli opposti partiti. Si finì, così, col conoscere tutto l'orrore della fame. Una misura di frumento si vendeva per un talento. Gli stimoli della fame erano così forti che gli uomini rosicchiavano il cuoio delle cinture, dei sandali e perfino degli scudi. Di notte, molti uscivano dalla città per andare a cogliere le erbe selvatiche che crescevano fuori delle mura. In tal modo non pochi giudei furono fatti prigionieri e uccisi dopo atroci torture. Spesso accadeva che quanti ritornavano da queste spedizioni notturne venivano aggrediti dai propri concittadini e depredati del frutto della rischiosa impresa. Le torture più inumane furono inflitte'da chi stava al potere per costringere a consegnare quelle modeste riserve di viveri che qualcuno era riuscito a occultare. Non di rado queste crudeltà erano perpetrate da uomini ben pasciuti i quali volevano unicamente accumulare una buona riserva per l'avvenire.
I morti per fame o in seguito a epidemie furono migliaia. L'affetto naturale sembrava scomparso: i mariti derubavano le mogli e le mogli i mariti; i figli, a loro volta, giungevano financo a strappare il cibo dalla bocca dei genitori anziani. La domanda del profeta: « Una donna dimentica ella il bimbo che allatta? », trovava una risposta all'ombra delle mura della città. « Delle donne... hanno con le lor mani fatto cuocere i loro bambini, che han servito loro di cibo, nella ruina della figliuola del mio popolo » Isaia 49: 15; Lamentazioni 4: 10. Si adempieva di nuovo il vaticinio profetico dato quattordici secoli prima: « La donna più delicata e più molle tra voi, che per mollezza e delicatezza non si sarebbe attentata a posare la pianta del piede in terra, guarderà di mal occhio il marito che le riposa sul seno, il suo figliuolo e la sua figliuola, per non dar loro nulla... de' figliuoli che metterà al mondo, perché, mancando di tutto, se ne ciberà di nascosto, in mezzo all'assedio e alla penuria alla quale i nemici t'avranno ridotto in tutte le tue città » Deuteronomio 28: 56, 57.
I capi romani cercarono di terrorizzare i giudei per costringerli allaresa. I prigionieri che resistevano venivano percossi, torturati e crocifissi sotto le mura della città. Ogni giorno, tali esecuzioni si contavano a centinaia. La cosa continuò fino a che, lungo la valle di Giosafat e sul Calvario ci furono tante croci che non c'era quasi più spazio per passarvi in mezzo. Si effettuava così, e in modo spaventoso, l'imprecazione pronunciata dal popolo dinanzi a Pilato: « Il suo sangue sia sopra noi e sopra i nostri figliuoli » Matteo 27: 25.
Tito, sconvolto alla vista di tutti questi mucchi di cadaveri che giacevano nella vallata intorno a Gerusalemme, avrebbe messo fine volentieri a tali orrori e risparmiato alla città una sorte crudele. Dall'alto del monte degli Ulivi egli contemplò estatico il meravigli-oso tempio, e diede ordine ai suoi uomini che non ne fosse toccata neppure una pietra. Prima di dare inizio all'attacco di quella fortezza, Tito rivolse un ultimo invito ai capi giudei, perché essi non lo costringessero a contaminare col sangue quel sacro luogo. Se essi fossero usciti di là, per combattere altrove, nessun romano avrebbe violato la santità del tempio. Giuseppe (Flavio) stesso, con un eloquente appello esortò i giudei alla resa e li invitò a salvarsi e a salvare la città e il sacro luogo di culto. In risposta, ebbe imprecazioni e frecce che cercavano di colpire quell'ultimo mediatore umano. I giudei avevano respinto le esortazioni del Figliuolo di Dio, e ora ogni altro invito non faceva che accrescere in loro la determinazione a resistere fino all'ultimo. Vani furono, pertanto, gli sforzi di Tito per salvare il tempio. Qualcuno più grande di lui aveva dichiarato che non sarebbe rimasta pietra sopra pietra.
La cieca ostinazione dei capi giudei e i tremendi crimini perpetrati nella città assediata, suscitarono l'orrore e l'indignazione dei romani. Tito alla fine, decise di prendere d'assalto il tempio, intenzionato, possibilmente, a salvaguardarlo dalla distruzione. I suoi ordini, però, non furono rispettati. Dopo che, calata la notte, egli si era ritirato sotto la sua tenda, i giudei fecero una sortita dal tempio contro i soldati romani. Nella foga della lotta, un soldato gettò una torcia accesa attraverso un'apertura del portico, e immediatamente le stanze adiacenti il tempio, rivestite di legno. di cedro, furono preda delle fiamme. Tito si precipitò sul posto, seguito dai suoi generali e dai legionari, e diede ordine ai soldati di spegnere l'incendio. Le sue parole non furono ascoltate. Nel loro furore i soldati si precipitarono nell'interno del recinto sacro e passarono a fil di spada quanti si erano rifugiati nelle stanze attigue al sacro luogo. Il sangue scorreva a fiotti, scendendo dai gradini. I giudei morivano a migliaia. Al di sopra del fragore della battaglia si udirono delle voci gridare: « Icabod! » - la gloria se n'è andata!
« Tito non riuscì a frenare l'ira dei suoi uomini. Penetrato nel tempio in compagnia degli ufficiali, osservò l'interno del sacro edificio e rimase colpito dal suo splendore. Siccome le fiamme non avevano ancora raggiunto il luogo santo, Tito fece un ultimo tentativo per salvarlo, invitando i soldati ad arrestare il progredire dell'incendio. Il centurione Liberale cercò di imporre l'ubbidienza, in questo assecondato dagli altri ufficiali, ma tutto fu vano: il senso dì rispetto verso l'imperatore fu sopraffatto dalla furibonda animosità contro i giudei, oltre che dall'eccitazione della battaglia e dalla sete di saccheggio. I soldati vedevano ovunque il luccichio dell'oro, reso ancor più rutilante dalla v ampa delle fiamme, e pensavano che nel santuario fossero accumulate incalcolabili ricchezze. Un soldato, senza essere visto da nessuno, gettò una torcia accesa attraverso una porta scardinata, e in un baleno l'intera costruzione divenne preda del fuoco. Il fumo accecante e denso costrinse gli ufficiali a ripiegare, e così il maestoso tempio fu abbandonato alla sua sorte.
« Se per i romani simile spettacolo era spaventoso, si immagini che cosa esso dovesse rappresentare per i giudei! La cima del colle che dominava la città fiammeggiava come il cratere di un vulcano. Gli edifici crollavano l'uno dopo l'altro con un fragore pauroso, ed erano inghiottiti dalla voragine ardente. I tetti di cedro sembravano altrettante lingue di fuoco; i pinnacoli scintillavano, simili a fasci di luce rossa; le torri emettevano lunghe volute di fumo e di fiamme. Le colline circostanti la città erano illuminate a giorno, mentre gruppi di persone, somiglianti a macchie scure, contemplavano sgomente i progressi della devastazione. Le mura e le parti più elevate della città brulicavano di volti, alcuni pallidi per l'angoscia della disperazione, altri animati da impotente sete di vendetta. Le grida dei soldati romani che si muovevano qua e là, e il lamento di chi periva preda delle fiamme, si univano al fragore della conflagrazione e al rombo tonante delle grosse travi che crollavano. Gli echi dei monti rimandavano e ripetevano gli urli della popolazione. Ovunque, le mura risuonavano di gemiti e di lamenti: uomini che morivano di fame, raccoglievano le loro ultime forze per emettere un estremo grido di angoscia e di desolazione.
« La strage che avveniva all'interno era più spaventosa dello spettacolo esterno. Uomini e donne, vecchi e giovani, insorti e sacerdoti, chi combatteva e chi implorava pietà, venivano trucidati in una indiscríminata carneficina. Siccome, poi, il numero degli uccisi era superiore a quello degli uccisori, i legionari romani per portare a termine la loro opera di sterminio erano costretti a calpestare mucchi di cadaveri >> Milman, The History of the Jews, libro 16.
Dopo la distruzione del tempio, l'intera città cadde nelle mani dei romani. I capi giudei avevano abbandonato le torri inespugnabili e Tito, nel trovarle deserte, le contemplò con meraviglia e dichiarò che era stato Dio a dargliele nelle mani, poiché nessun congegno bellico, per potente che fosse, avrebbe potuto determinare la conquista di quelle superbe fortificazioni. Città e tempio furono rasi al suolo, e la terra sulla quale sorgeva la casa sacra fu « arata come un campo » Geremia 26: 18. Nell'assedio e nella strage che ne seguì. perirono oltre un milione di persone. I sopravvissuti furono fatti prigionieri, venduti come schiavi, condotti a Roma per ornare il corteo trionfale del conquistatore, dati in pasto alle belve negli anfiteatri, dispersi come miseri pellegrini senza casa e senza tetto per tutta la terra.
I giudei erano gli artefici dei propri ceppi: avevano, cioè, colmato il calice dell'ira. Nella totale distruzione che si abbatté su loro come nazione, come anche in tutte le calamità che seguirono la loro dispersione, essi non fecero che raccogliere la messe di quanto avevano seminato con le proprie mani. Dice il profeta: « t la tua perdizione, o I sraele... tu sei caduto per la tua iniquità » Osca 13: 9; 14: l. Le sofferenze d'Israele sono spesso presentate come un castigo abbattutosi sulla nazione in seguito a un decreto divino. t in questo modo che il grande seduttore cerca di nascondere la sua opera., Le cose, in realtà, non stanno così: con l'ostinato rigetto dell'amore e della misericordia di Dio, i giudei avevano provocato il ritiro da loro della protezione divina. Satana ebbe la possibilità di dominarli secondo la sua volontà. Le paurose crudeltà avvenute nella distruzione di Gerusalemme sono la dimostrazione del potere vendicativo di Satana su quanti si mettono sotto il suo controllo.
Noi, forse, non ci rendiamo conto di quanto dobbiamo essere grati a Cristo per la pace e la protezione di cui godiamo. t la potenza limitatrice di Dio che impedisce all'umanità di passare completamente sotto il giogo di Satana. I disubbidienti e gli ingrati debbono essere anch'essi riconoscenti all'Eterno per la misericordia e lo spirito di sopportazione di cui Egli dà prova, mettendo un freno al potere malefico del grande nemico delle anime. Però, quando gli uomini oltrepassano i limiti della divina sopportazione, questo freno viene rimosso. Dio non si erge dinanzi al peccatore come esecutore della sentenza emessa contro i trasgréssori: Egli abbandona a se stessi coloro che respingono la sua grazia, e cosi essi finiscono col raccogliere quanto hanno seminato. Ogni raggio di luce respinto, ogni avvertimento sprezzato o non preso in considerazione, ogni passione soddisfatta, ogni trasgressione della legge di Dio rappresentano altrettanto seme sparso, seme che darà inevitabilmente il suo frutto. Lo Spirito di Dio osteggiato costantemente, alla fine viene ritirato dal peccatore che, in tal modo, si trova sotto il pieno dominio delle passioni dell'anima e senza protezione contro le astuzie e l'inimicizia di Satana. La distruzione di Gerusalemme è un avvertimento tragico e solenne per tutti coloro che scherzano con i richiami della grazia divina e resistono agli inviti della misericordia di Dio. Mai era stata data una più chiara dimostrazione dell'odio di Dio per il peccato e dell'inevitabile punizione che si abbatterà sul colpevole.
La profezia del Salvatore relativa al castigo di Gerusalemme avrà un secondo adempimento, di cui quella terribile devastazione è solo una pallida immagine. Nella sorte della città eletta, noi possiamo vedere la condanna di un mondo che ha rigettato la misericordia di Dio e che ha calpestato la sua legge. Quanto sono tragici i resoconti della miseria umana della quale è stata testimone la terra nel corso di lunghi secoli di criminalità. Il -cuore freme e la mente viene meno dinanzi a siffatta costatazione. Terribili sono le conseguenze del rigetto dell'Autorità celeste. Eppure, le rivelazioni sul futuro offrono un quadro ancora più oscuro. La storia del passato -lunga teoria di sommosse, di conflitti, di sconvolgimenti, di guerre in cui « ... ogni calzatura... ogni mantello avvoltolato nel sangue, saran dati alle fiamme » Isaia 9: 4 - che cosa è in fondo se messa in confronto con i terrori di quel gran giorno in cui lo Spirito di Dio sarà rimosso e non terrà più a freno la manifestazione delle umane passioni e della rabbia di Satana? Allora il mondo vedrà, come mai prima, i risultati del suo governo.
In quel giorno, come accadde al tempo della distruzione di Gerusalemme, il popolo di Dio sarà salvato; salvato « chiunque... sarà iscritto tra i vivi » Isaia 4: 3. Cristo dichiarò che Egli verrà la seconda volta per raccogliere a sé gli eletti: « Manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti dai quattro venti, dall'un capo all'altro de' cieli » Matteo 24: 31. Coloro che, invece, non avranno ubbidito all'Evangelo, saranno consumati dallo spirito della sua bocca e distrutti dal fulgore della sua apparizione (2 Tessalonicesi 2: 8). Come nell'antico Israele, gli empi si autodistruggono e cadono a cagione della loro inquítà. In seguito a una vita di peccato, essi si sono messi in disaccordo con Dio, e la loro natura è stata talmente degradata dal male che la manifestazione della gloria divina è per essi come un fuoco divorante.
Che gli uomini facciano attenzione e non trascurino la lezione insegnata dalle parole di Gesù. Allo stesso modo, come Egli avvertì i suoi discepoli della distruzione di Gerusalemme, dando loro un segno dell'avvicinarsi della rovina affinché potessero mettersi in salvo, così Egli ha avvertito il mondo della distruzione finale e ha fornito i segni premonitori del suo avvicinarsi, affinché chiunque vuole possa sottrarsí all'ira avvenire. Gesù ha detto: « E vi saranno de' segni nel sole, nella luna e nelle stelle; e sulla terra, angoscia delle nazioni » Luca 21: 25; Matteo 24: 29; Marco 13: 24-26; Apocalisse 6: 12-17. Quanti osservano questi segni della sua venuta sanno che Egli « è vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. « Vegliate dunque », sono le sue parole di ammonimento, « perché non sapete quando viene il padron di casa... » Marco 13: 35. Chi ascolta l'avvertimento non sara lasciato nelle tenebre, e quel giorno non lo troverà impreparato. Chi, invece, non veglia, si accorgerà che quel giorno verra per lui « come viene un ladro nella notte » 1 Tessalonicesi 5: 2-5.
Il mondo, oggi, non è più pronto a dar credito al messaggio per l'ora presente di quanto lo fossero i giudei a ricevere l'avvertimento del Salvatore relativo a Gerusalemme. Ad ogni modo, venga quando venga, il giorno di Dio sopraggiungerà inatteso per gli empi. Mentre la vita prosegue il suo corso abituale; mentre gli uomini sono assorbiti dal piacere, dagli affari, dal traffico, dalla sete di guadagno; mentre i capi religiosi esaltano i progressi e la luce del mondo; mentre la gente si culla in una fallace sicurezza, allora, come un ladro che in piena notte ruba nelle case incustodite, una inattesa e repentina distruzione si abbatterà sugli empi e sui noncuranti e « non scamperanno affatto » 1 Tessalonicesi 5: 3.


 
Capitolo 2

Primi Cristiani


Quando Gesù rivelò ai suoi discepoli quale sarebbe stata la sorte di Gerusalemme, parlò loro anche delle scene relative al suo secondo avvento, e predisse l'esperienza del suo popolo dal momento in cui Egli sarebbe stato accolto in cielo a quello del suo ritorno con potenza e gloria per la loro liberazione. Dall'alto del monte degli Ulivi, il Salvatore vide l'uragano che stava per abbattersi sulla chiesa apostolica; e, addentrandosi ancor più nel futuro, i suoi occhi scorsero le furiose e devastatrici tempeste che avrebbero colpito i suoi seguaci nel corso dei secoli dì tenebre e di persecuzione. Con pochi e brevi cenni di tremenda portata, Egli predisse quello che i capi di questo mondo avrebbero escogitato contro la chiesa di Dio (Matteo 24: 9, 21, 22). I seguaci di Cristo avrebbero dovuto percorrere lo stesso sentiero di umiliazioni, di scherni e di sofferenze calcato dal Maestro. L'inimicizia che si era manifestata contro il Redentore del mondo si sarebbe manifestata anche contro tutti coloro che avrebbero creduto nel suo nome.
La storia della chiesa primitiva testimonia del pieno adempimento delle parole del Salvatore. Le potenze terrene e quelle infernali si allearono contro Cristo nella persona dei suoi seguaci. Il paganesimo, prevedendo che, se il Vangelo avesse trionfato, i suoi templi e i suoi altari sarebbero stati spazzati via, riunì le sue forze per annientare il Cristianesimo e accese ì fuochi della persecuzione. I cristiani furono privati di quanto possedevano, strappati alle loro case e sottoposti - a tremende afflizioni (Ebrei 10: 32). Essi subirono: « scherni e flagelli; ed anche legami e prigione » Ebrei 11: 36 (D). Innumerevoli furono coloro che suggellarono col sangue la loro testimonianza. Nobili e schiavi, ricchi e poveri, colti e incolti, tutti furono trucidati senza pietà.
Queste persecuzioni, cominciate con Nerone pressappoco al tempo del martirio dell'apostolo Paolo, proseguirono - con maggiore o minore violenza-attraverso i secoli. I cristiani venivano falsamente accusati dei più abietti crimini e considerati la causa di ogni calamità: carestie, pestilenze, terremoti. Diventati, così, oggetto dell'odio e del sospetto popolare, erano ingiustamente accusati da informatori assetati di guadagno. Venivano condannati come ribelli all'impero, nemici della religione e « peste » sociale. Numerosíssimi furono quelli che vennero gettati in pasto alle belve o arsi vivi negli anfiteatri. Alcuni furono crocifissi; altri, coperti con pelli di animali selvatici, vennero gettati nell'arena per essere dilaniati dai cani. Il loro martirio, spesso, costituiva la parte centrale delle feste pubbliche. Grandi moltitudini di persone si riunivano per godersi quello spettacolo, e salutavano l'agonia di chi moriva con risa e applausi.
Ovunque cercassero rifugio, i cristiani erano braccati come animali da preda, ed erano perciò costretti a nascondersi in luoghi solitari e desolati: « bisognosi, afflitti, maltrattati (di loro il mondo non era degno), vaganti per deserti e monti e spelonche e per le grotte della terra » Ebrei 11: 37, 38. Le catacombe offrirono un riparo a migliaia di essi. Sotto le colline circostanti Roma, lunghe gallerie erano state scavate nella terra e nella roccia; questa buia e intricata rete di corridoi si estendeva per chilometri e chilometri oltre le mura della città. In tali rifugi sotterranei, i seguaci di Cristo seppellivano i loro morti. Quando, poi, erano sospettati e proscritti, vi trovavano una casa. Allorché il Datore della vita sveglierà tutti coloro che hanno combattuto il buon combattimento, molti martiri di Cristo usciranno da queste sinistre caverne.
Sotto la più violenta persecuzione, questi testimoni di Gesù serbarono incontaminata la loro fede. Sebbene privi di ogni comodità, separati dalla luce del sole, perché costretti ad abitare nel buio ma amico rifugio sotterraneo, non si lamentavano. Con parole di fede, di pazienza e di speranza si incoraggiavano a vicenda a sopportare le privazioni e la distretta. La perdita di ogni vantaggio terreno non poteva costringerli a rinunciare alla loro fede in Cristo. Prove e persecuzioni erano solo altrettanti passi che li avvicinavano al loro riposo e alla loro rimunerazione.
Come i servitori di Dio dell'antichità, molti furono « martirizzati non avendo accettata la loro liberazione affin di ottenere una risurrezione migliore » Ebrei 11: 35. Essi ricordavano le parole del Maestro: perseguitati per amore di Cristo, dovevano stimarsi felici perché grande sarebbe stata la loro ricompensa in cielo, in quanto prima di loro anche i profeti erano stati ugualmente perseguitati. Essi si rallegravano di essere stati considerati degni di soffrire per la verità, e canti di trionfo salivano di mezzo alle fiamme crepitanti. Guardando in alto con fede, vedevano Gesù e gli angeli chinarsi oltre i bastioni celesti e osservarli con profondo interesse, approvando la loro fermezza. Una voce, procedente dal trono di Dio, annunciava: « Sii fedele fino alla morte, e io ti darò la corona della vita » Apocalisse 2: 10.
Vani furono gli sforzi di Satana per distruggere la chiesa di Cristo con la violenza. Il grande conflitto nel quale i discepoli di Cristo Perdettero la vita non finì quando questi fedeli vessilliferi caddero al loro posto di combattimento. Sconfitti, furono vincitori. Gli operai di Dio furono trucidati, è vero, però l'opera andò avanti speditamente; il Vangelo continuò a essere predicato, e il numero dei suoi aderenti aumentò sempre di più. Esso penetrò anche nelle regioni che fino ad allora erano state inaccessibili perfino alle aquile romane. Un cristiano, nel corso di una discussione con governanti pagani che propugnavano la continuazione delle persecuzioni, affermò: « Voi potete ucciderci, torturarci, condannarci... La vostra ingiustizia è la dimostrazione della nostra innocenza... A nulla serve la vostra crudeltà ». Essa, infatti, non era altro che un efficace invito a spingere altri alla persuasione cristiana. « Più noi siamo da voi falciati, più il nostro numero aumenta: il sangue dei martiri è una semenza! » Tertulliano, Apologia, par. 50.
Migliaia furono imprigionati e uccisi; ma altri vennero a colmare i vuoti da essi lasciati. Quelli che venivano martirizzati per la loro fede erano assicurati a Cristo e da lui considerati vincitori. Essi avevano combattuto il buon combattimento e avrebbero ricevuto la corona della gloria all'avvento di Cristo. Le sofferenze sopportate valsero a spingere i cristiani ancora più vicini gli uni agli altri e al loro Rendenrore. L'esempio dato con la loro vita e la loro testimonianza in punto di morte era una costante conferma della verità. Accadde - cosa del tutto inattesa- che dei sudditi di Satana si sottrassero al giogo del peccato e si schierarono sotto la bandiera di Cristo.
Satana, allora, cercò di elaborare dei piani che gli consentissero di lottare con maggior successo contro il governo di Diol piantando la sua bandiera addirittura nella chiesa cristiana. Se i seguaci di Cristo Potevano essere ingannati e sedotti, e così indotti a dispiacere a Dio, la loro forza e la loro compattezza sarebbero venute meno, ed essi sarebbero diventati una facile preda.
Il grande avversario fece in modo di vincere con l'astuzia là dove non era riuscito Con la forza. La persecuzione finì, e al suo posto subentrò la pericolosa attrattiva della prosperità temporale e dell'onore del mondo. Gli idolatri furono indotti ad accettare una parte della fede cristiana pur rigettando altre verità essenziali. Essi dicevano di accettare Cristo come Figliuolo di Dio e di credere nella sua morte e nella sua risurrezione; però non avevano la convinzione del proprio peccato e perciò non sentivano alcun, bisogno di pentimento e di cambiamento del cuore. Con alcune concessioni da parte loro, proposero che i cristiani, a loro volta, ne facessero altre per modo che tutti potessero unirsi sulla comune base della credenza in Cristo.
La chiesa venne a trovarsi in un serio pericolo. La prigione, la tortura, il fuoco, la spada erano delle benedizioni in confronto con la nuova situazione che si era andata determinando. Alcuni rimasero fedeli, dichiarando di non poter addivenire a compromessi di sorta. Altri, però, furono del parere che si poteva fare qualche concessione e modificare alcuni elementi della loro fede per unirsi a coloro che avevano accettato una parte del Cristianesimo, insistendo sul fatto che ciò poteva significare il mezzo più idoneo per la conversione dei pagani. Fu quello un tempo di profonda angoscia per i fedeli seguaci di Cristo perché, sotto il manto di un preteso Cristianesimo, Satana si insinuò nella chiesa per corrompere l'integrità della fede dei credenti e distogliere la loro mente dalla verità.
Alla fine, la maggior parte dei cristiani acconsentirono a fare delle concessioni e si addivenne, così, all'unione del Cristianesimo col paganesimo. Quantunque gli adoratori degli idoli asserissero di essersi convertiti e di essersi uniti alla chiesa, in realtà erano tuttora attaccati all'idolatria: si erano unicamente limitati a cambiare gli oggetti del loro culto ricorrendo alle immagini di Gesù, di Maria e dei santi. Il lievito dell'idolatria fu messo nella chiesa e continuò la sua opera nefasta. Dottrine false, riti superstiziosi, cerimonie idolatriche furono incorporati nella dottrina e nel culto. Essendosi i seguaci di Cristo congiunti con gli idolatri, la religione cristiana si corruppe e la chiesa finì col perdere la sua purezza e il suo vigore. Non mancarono, è vero, quelli che non si lasciarono fuorviare da questi inganni, che rimasero fedeli all'Autore della verità e che adorarono solo Iddio.
Fra quanti si professano seguaci di Gesù, ci sono sempre state due classi: mentre una studia la vita del Salvatore e cerca sinceramente di correggere i propri difetti e di conformarsi al Modello divino, l'altra sembra evitare di proposito le chiare e precise verità che mettono a nudo l'errore. Anche quando la chiesa si trovava nelle sue migliori condizioni, non è mai stata composta unicamente di elementi fedeli, puri e sinceri. Il nostro Salvatore insegnò che quanti volontariamente indulgono nel peccato, non debbono essere accolti nella chiesa; nondimeno Egli accolse degli uomini dal carattere difettoso e accordò loro il beneficio del suo insegnamento e del suo esempio perché avessero l'opportunità di riconoscere i propri sbagli e di correggersi. Fra i dodici apostoli c'era un traditore. Giuda fu accettato non per i suoi difetti di carattere, ma nonostante i difetti stessi. Egli fu aggiunto agli altri discepoli perché, tramite l'insegnamento di Cristo e il suo esempio, egli potesse sapere in che cosa consiste un carattere cristiano ed essere indotto a riconoscere i suoi sbagli e a pentirsi, e con l'aiuto di Dio giungere alla purezza dell'anima, mediante l'ubbidienza alla verità. Ma Gíuda non camminò nella luce che risplendeva su di lui, e cedendo al peccato lasciò il campo libero alle tentazioni di Satana. I lati negativi del suo carattere ebbero il sopravvento, ed egli abbandonò la propria mente al controllo. delle forze delle tenebre. Ogni volta che i suoi errori venivano rimproverati, egli si adirava e così, a poco a poco, di caduta in caduta, giunse al crimine supremo: il tradimento di Gesù. Altrettanto accade a chi accarezza il male, pur indossando il mantello della devozione. Tali persone odiano chi turba la loro pace, condannando il peccato che stanno commettendo. Quando poi, come fu il caso di Giuda, si presenta l'opportunità favorevole, finiscono col tradire chi li aveva richiamati al dovere unicamente per il loro bene.
Gli apostoli, nella chiesa,. ebbero a che fare con gente che si dicevia pia, pia che segretamente coltivava il peccato. Anania e Saffira, ad esempio, recitarono la parte degli ingannatori, asserendo di fare un grande sacrificio per il Signore, mentre in realtà avevano fraudolentemente trattenuto una parte del denaro per se stessi. Lo Spirito di verità rivelò agli apostoli qual era il vero carattere di questi impostori, e il castigo si abbatté immediato e severo, liberando la chiesa da una macchia che ne avrebbe offuscato la purezza. Quest'azione evidente dello Spirito di Cristo in seno alla comunità cristiana terrorizzò gli ipocriti e coloro che agivano male. Essi non potevano rimanere uniti con quanti, per abitudini e disposizioni, erano fedeli testimoni di Cristo. Quando sopraggiunsero le prove e le persecuzioni, desiderarono diventare discepoli di Cristo unicamente coloro che erano disposti ad abbandonare tutto per amore della verità. Così, finché ci furono persecuzioni, la chiesa si mantenne relativamente pura; però, quando le persecuzioni cessarono, si aggiunsero alla comunità cristiana delle persone parzialmente sincere e devote, e fu così che Satana riuscì a mettere il piede nella chiesa.
Non c'è unione fra il Principe della luce e il principe delle tenebre, come non puo esservene fra i loro seguaci. Quando i cristiani acconsentirono a unirsi con chi, provenendo dal paganesimo, era solo a metà convertito, cominciarono a calcare un sentiero che li avrebbe condotti sempre più lungi dalla verità. Satana esultava nel vedere la riuscita dei suoi piani nel sedurre un così gran numero di seguaci di Cristo, e si adoperò per indurli a perseguitare coloro che rimanevano fedeli a Dio. Nessuno sapeva meglio combattere la verità di coloro che un tempo ne erano stati i difensori. Questi cristiani apostati, unendosi ai compagni tuttora a metà pagani, si accanirono contro gli aspetti fondamentali della dottrina di Cristo.
Questo richiese una lotta asperrima da parte di coloro che intendevano rimanere fedeli, nonostante gli inganni e le abominazionì che sotto i paramenti sacerdotali venivano introdotti nella chiesa. La Bibbia non era più considerata come regola di fede. La dottrina della libertà religiosa era definita eresia, e i suoi sostenitori erano odiati e proscritti.
Dopo una lotta dura e prolungata, i pochi rimasti fedeli decisero di separarsi dalla chiesa apostata se questa avesse continuato ad aderire alla falsità e all'idolatria. Essi videro che tale separazione si imponeva se volevano ubbidire alla Parola di Dio: non ardivano tollerare oltre gli errori fatali alle- loro anime e dare un esempio che avrebbe messo in pericolo la fede dei loro figli e dei loro discendenti. Per garantire la pace e l'unità essi erano disposti, sì, a fare delle concessioni, purché esse fossero coerenti con la fedeltà a Dio. Non potevano, pero, assolutamente addivenire a compromessi che significassero il sacrificio delle proprie convinzioni religiose. Se l'unità poteva essere raggiunta solo compromettendo la verità e la giustizia, allora erano pronti a tutto, anche a lottare.
Sarebbe bene per la chiesa e per il mondo che i princìpi che sostennero queste anime generose, rivivessero nel cuore di quanti si dicono figliuoli di Dio. C'è un'allarmante indifferenza per quel che riguarda le dottrine fondamentali della fede cristiana, e si va rafforzando l'idea che dopo tutto esse non sono di importanza vitale. Questa degenerazione fortifica le mani degli agenti di Satana, sì che tali false teorie e inganni fatali, che i cristiani dei tempi andati affrontarono con grave rischio della propria vita, sono oggi considerati favorevolmente da migliaia di persone che si dicono seguaci di Cristo.
I primi cristiani formavano davvero un popolo particolare. Il loro comportamento irreprensibile e la loro fede incrollabile, costituivano un costante rimprovero per i peccatori ostinati. Quantunque essi fossero numericamente pochi, privi di ricchezze, di posizioni, di titoli onorifici, erano un motivo di terrore per chi agiva male, e ovunque il loro carattere e la loro dottrina erano conosciuti. Perciò erano odiati dagli empi, come Abele era odiato dal malvagio Caino. Per la stessa ragione che spinse Caino a uccidere il fratello, coloro che cercavano di sottrarsi ai richiami dello Spirito Santo misero a morte il popolo di Dio. In fondo, era la stessa ragione che aveva indotto i giudei a rigettare il Salvatore e a crocifiggerlo: la purezza e la santità del suo carattere erano un costante rimprovero al loro egoismo e alla loro corruzione. Dai giorni di Cristo in poi, i suoi discepoli fedeli hanno provocato l'odio e l'opposizione di chi ama e segue le vie del peccato.
Ci si potrebbe chiedere, allora, ín che modo il Vangelo può essere definito un messaggio di pace. Quando il profeta Isaia predisse la nascita del Messia, gli attribuì il titolo di « Principe della pace ». Quando gli angeli annunciarono ai pastori la nascita di Cristo, cantarono nelle pianure di Betlemme: « Gloria a Dio ne' luoghi altissimi, pace in terra fra gli uomini ch'Egli gradisce! » Luca 2: 14. C'è un'apparente contraddizione fra queste affermazioni e quella di Gesù: « Non son venuto a metter pace, ma spada » Matteo 10: 34. Se giustamente comprese, queste parole si armonizzano fra loro. Il Vangelo è un messaggio di pace; il Cristianesimo è un sistema che, se accettato e messo in pratica, dà pace, armonia e felicità a tutta la terra. La religione di Cristo unisce con vincoli di fratellanza tutti coloro che ne accettano gli insegnamenti. La missione di Gesù, quale fu se non quella di riconciliare gli uomini con Dio e gli uni con gli altri? Purtroppo, però, il mondo si trova sotto il dominio di Satana che è il più acerrimo nemico di Cristo. Il- Vangelo presenta princìpi di vita che sono in netto contrasto con le abitùdini e i desideri del mondo. Ne deriva, perciò, la ribellione di quanti odiano la purezza che mette a nudo e condanna i loro peccati. Essa porta alla persecuzione e alla distruzione di quanti esortano ad attenersi alla giu
stizia e alla santità del messaggio di Cristo. t in questo senso che il Vangelo è definito una spada: l'esaltazione della verità provoca, per reazione, l'odio e la contesa. Il Vangelo, così, è chiamato una spada.
La misteriosa provvidenza che perTnette che il giusto soffra la persecuzione per mano degli empi, è stata motivo di grande perplessità per molti che erano deboli nella fede. Alcuni finiscono addirittura col perdere la loro fiducia in Dio perché Egli lascia che i malvagi prosperino, mentre i buoni e i puri sono spesso afflitti e tormentati dal crudele potere dei primi. Come è possibile -si chiedono- che un Dio giusto e misericordioso, infinito in potenza, possa tollerare tanta ingiustizia e tanta oppressione? Questa è una domanda con la quale'noi non abbiamo nulla a che fare. Poiché Dio ci ha dato prove sufficienti del suo amore, noi non dobbiamo affatto dubitare della sua bontà, anche se non sempre riusciamo a comprendere le vie della sua provvidenza. Il Salvatore, prevedendo i dubbi che si sarebbero insinuati nella mente dei suoi discepoli nell'ora della prova e delle tenebre, disse loro: « Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi » Giovanni 15: 20. Gesù ha sofferto per noi più di quanto possa mai avere sofferto uno qualsiasi dei suoi seguaci. Quanti sono chiamati a soffrire torture e martirio non fanno che calcare le orme del diletto Figliuolo di Dio.
« Il Signore non ritarda l'adempimento della sua promessa » 2 Pietro 3: 9. Egli non dimentica e non trascura i suoi figli: permette solo che gli empi rivelino il loro vero carattere affinché chiunque voglia fare la sua volontà non sia tratto in inganno da loro. Inoltre, i giusti sono posti nella fornace dell'afflizione per essere purificati e perché il loro esempio possa convincere altri sulla realtà della fede e della pietà, e infine perché il loro comportamento coerente suoni condanna per gli empi e per gli increduli.
Dio permette all'empio di prosperare e di rivelare la sua inimicizia contro il cielo, affinché quando egli avrà colmato la misura della sua iniquità, tutti possano riconoscere la giustizia divina e la divina misericordia nella totale distruzione dei malvagi. Il giorno della sua vendetta si avvicina; in esso tutti coloro che avranno trasgredito la sua legge e oppresso il suo popolo riceveranno la giusta retribuzione per le loro opere. Allora ogni atto di crudeltà e di ingiustizia verso i figliuoli di Dio sarà punito come se fosse stato fatto a Cristo stesso.
C'è, però, un'altra domanda, ancora più importante, che dovrebbe richiamare l'attenzione delle chiese di oggi. Paolo dichiara: « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » 2 Timoteo 3: 12. Perché, allora, la persecuzione sembra sonnecchiare? La sola ragione è che la chiesa si è conformata al mondo e così non provoca opposizioni. La religione corrente dei nostri giorni non riveste il carattere di purezza e di santità che contraddistinse la fede cristiana ai tempi di Cristo e degli apostoli. t solo perché esiste uno spirito di compromesso col peccato; perché le grandi verità della Parola di Dio sono considerate con indìfferenza; perché vi è nella chiesa tanta poca pietà vitale, che il Cristianesimo è popolare nel mondo. Lasciate che ci sia un risveglio della fede e della potenza della chiesa primitiva, e allora lo spirito di persecuzione rivivrà e saranno di nuovo accesi i fuochi del-la persecuzione.


 
Capitolo 3

Un'èra di Tenebre Spirituali


L'apostolo Paolo, nella sua seconda lettera ai Tessalonicesi, predisse la grande apostasia che sarebbe derivata dall'instaurarsi del potere papale. Egli affermò che il giorno del Signore « non verrà se prima non sia venuta l'apostasia e non sia stato manifestato l'uomo del peccato il figliuolo della perdizione, l'avversario, colui che s'innalza sopra tutto quello che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e dicendo ch'egli è Dio ». L'apostolo, inoltre, avvertì i fratelli: « Il mistero dell'empietà è già all'opra » 2 Tessalonicesi 2: 3, 4, 7. Egli vedeva, fin d'allora, insinuarsi nella chiesa degli errori che avrebbero preparato la via allo sviluppo del papato.
A poco a poco, prima in modo furtivo e silenzioso, poi sempre più apertamente a mano a mano che acquistava vigore, « il mistero dell'empietà » finì col dominare le menti degli uomini, con la sua opera empia e blasfema. In maniera quasi impercettibile, le usanze pagane penetrarono nella chiesa cristiana. Lo spirito di compromesso e di conformismo era stato tenuto a freno quando la chiesa subiva le più violente persecuzioni a opera del paganesimo. Però, quando queste cessarono e il Cristianesimo penetrò nelle corti e nei palazzi reali, si abbandonò gradatamente l'umile semplicità di Cristo e degli apostoli, per accettare la pompa e l'orgoglio dei sacerdoti e dei governatori pagani. Alle richieste di Dio si sostituirono le teorie e le predizioni umane. La conversione nominale di Costantino, all'inizio del quarto secolo, provocò un grande giubilo, e il mondo, sotto l'apparenza della giustizia, entrò nella chiesa. Fu così che l'opera della corruzione andò progredendo rapidamente. Il paganesimo, che . sembrava sconfitto, divenne conquistatore. Il suo spirito dominava ormai la chiesa. Le sue dottrine, le sue cerimonie e le sue superstizioni vennero incorporate nella fede e nel culto di coloro che si dicevano seguaci. di Cristo.
Questo compromesso fra paganesimo e Cristianesimo favorì lo sviluppo dell'uomo del peccato, predetto dalla profezia come oppositore e soppiantatore di Dio. Questo gigantesco sistema di falsa religione è il capolavoro della potenza di Satana: monumento degli sforzi da lui compiuti per salire sul trono e dominare la terra secondo la sua volontà.
Una volta Satana cercò di giungere a un compromesso con Gesù. Si avvicinò al Figliuolo di Dio e mostrandogli tutti i regni del mondo e la loro gloria, glieli offrì in cambio del riconoscimento, da parte di Gesù, della supremazia del principe delle tenebre. Cristo respinse il tentatore presuntuoso e lo costrinse a ritirarsi. Satana, però, riesce a conseguire migliori risultati quando rivolge le stesse tentazioni agli uomini. Per assicurarsi vantaggi e onori terreni, la chiesa fu indotta a ricercare il favore e il sostegno dei grandi uomini della terra; e avendo così rigettato Cristo, scelse di tributare omaggio al rappresentante di Satana, il vescovo di Roma.
Una delle dottrine base del Romanesimo consiste nel riconoscere nel papa il capo visibile della chiesa universale di Cristo, investito di una suprema autorità sui vescovi e sui pastori di ogni parte del mondo. Inoltre, sono attribuiti al papa i titoli della Deità. Egli è stato definito « Signore Dio il papa » (1) ed è stato dichiarato infallibile.(2) Egli esige l'omaggio di tutti gli uomini, e così la pretesa di Satana nei confronti di Cristo è portata avanti per mezzo della chiesa di Roma, sì che molti sono quelli che gli rendono omaggio.
Coloro, però, che temono Dio e lo riveriscono affronteranno questa audace sollecitazione, come Gesù affrontò l'invito del subdolo nemico: « Adora il Signore Iddio tuo, e servi a lui solo » Luca 4: 8 (D). Dio non ha mai minimamente accennato nella sua Parola al fatto che Egli abbia designato un uomo come capo della chiesa. La dottrina della supremazia papale è in diretta opposizione con l'insegnamento delle Sacre Scritture. Il papa non può avere nessun potere sulla chiesa di Cristo, se non mediante l'usurpazione.
I sostenitori della chiesa di Roma persistono nell'accusare i protestanti di eresia e di volontaria separazione dalla vera chiesa. In realtà, quest'accusa si applica proprio a loro, perché sono essi che hanno ammain ato la bandiera di Cristo e si sono allontanati dalla « fede, che è stata una volta per sempre tramandata ai santi » Giuda 3.
Satana sa benissimo che le Sacre Scritture aiutano gli uomini a smascherare le sue insidie e a resistere al suo potere. Lo stesso Salvatore del mondo, infatti, -resistette ai suoi attacchi mediante la Parola. Ogni volta Egli oppose lo scudo della verità eterna: « Sta scritto ». A ogni insinuazione dell'avversario, Egli presentò la sapienza e la potenza della Parola. Satana, per riuscire a dominare gli uomini e a stabilire l'autorità dell'usurpatore papale, deve mantenerli nell'ignoranza delle Scritture, in quanto esse esaltano Dio e lasciano l'uomo nella posizione che gli compete. Perciò egli vorrebbe che le Sacre Scrítture rimanessero nascoste e fossero addirittura soppresse. Questa logica fu adottata dalla chiesa di Roma. Per secoli la diffusione della Bibbia fu vietata; era proibito leggerla o averla in casa. Questo, nell'intento di permettere che sacerdoti e prelati, privi di scrupoli, ne interpretassero gli insegnamenti in modo da poter sostenere le loro pretese. Fu così che il papa venne quasi universalmente riconosciuto come vice gerente di Dio sulla terra, dotato di autorità sia sulla chiesa che sullo stato.
Eliminate le Sacre Scritture che potevano smascherare l'errore, Sa tana potè agire a proprio arbitrio. La profezia aveva annunciato che il papato avrebbe pensato di « mutare i tempi e la legge » Daniele 7: 25, e la cosa non tardò a compiersi. Per offrire ai pagani convertiti un so stituto all'adorazione degli idoli e così promuovere la loro accettazione nominale del Cristianesimo, piano piano penetrò nel culto cristiano l'a dorazione delle immagini e delle reliquie. Il decreto di un concilio generale(3) venne poi a sanzionare questo sistema idolatrico. Per completare la sua opera sacrilega, Roma ebbe l'ardire di togliere dalla legge di Dio il secondo comandamento, che vieta il culto delle immagini, e di dividere il decimo in due, per conservare invariato il numero dei comandamenti.
Lo spirito di concessione al paganesimo schiuse la porta a un crescente dispregio dell'autorità celeste. Satana, operando attraverso i dirigenti inconvertiti della chiesa; calpestò anche il quarto comandamento e si sforzò di eliminare l'antico sabato, giorno benedetto e santificato da Dio (Genesi 2: 2, 3), per esaltare al suo posto la festività celebrata dai pagani come « venerabile giorno del sole ». Il cambiamento, all'inizio, non avvenne apertamente. Nei primi secoli il sabato era stato osservato da tutti i cristiani; essi erano gelosi dell'onore di Dio, stimavano immutabile la sua legge e custodivano con zelo la santità dei suoi precetti. Satana, però, operando con la massima sottigliezza tramite i suoi agenti, riuscì ad attuare il suo proponimento. Affinché l'attenzione della gente fosse richiamata sulla domenica, essa fu dichiarata giorno festivo in onore della risurrezione di Gesù. Quel giorno si celebravano delle funzioni religiose, però si trattava di un giorno di svago, mentre il sabato conservava il suo carattere di santità.
Per preparare la via all'opera che intendeva compiere, Satana aveva spinto i giudei, prima della venuta di Cristo, ad appesantire il sabato con le più rigorose esigenze, tanto da renderne l'osservanza un peso. Ora, traendo profitto dalla falsa luce che lo circondava, egli riuscì a farlo considerare come una istituzione prettamente giudaica. Mentre i cristiani in generale continuavano a osservare la domenica come un gaio giorno di festa, egli li spinse -nell'intento di dimostrare il loro odio verso il Giudaesimo- a fare del sabato un giorno di digiuno, pieno di malinconia e di tristezza.
All'inizio dei quarto -secolo, l'imperatore Costantino emanò un decreto che dichiarava la domenica giorno di festa per tutto l'impero romano(4) Il « giorno del sole » era rispettato da tutti i sudditi pagani e onorato anche dai cristiani. La politica imperiale, perciò, mirò a unire gli interessi contrastanti del paganesimo e del Cristianesimo. L'imperatore fu sollecitato a questo dai vescovi della chiesa che, spinti dall'ambizione e dalla sete di potere, si rendevano conto che se uno stesso giorno veniva osservato tanto dai cristiani che dai pagani, ne sarebbe derivata l'accettazione nominale del Cristianesimo da parte di questi ultimi, e così la chiesa ne avrebbe tratto potenza e gloria. Molti cristiani timorati di Dio furono gradualmente indotti a considerare la domenica come dotata di un certo grado di santità, pur continuando a osservare il sabato come giorno del Signore, in ottemperanza al quarto comandamento.
Il grande seduttore, però, non aveva completato la sua opera: era deciso a riunire tutto il mondo cristiano sotto la sua bandiera e ad esercitare la sua autorità attraverso il suo vice gerente, l'orgoglioso pontefice, il quale pretendeva di essere il rappresentante di Cristo. Per mezzo di pagani solo a metà convertiti, di prelati ambiziosi e di membri di chiesa amanti del mondo, egli riuscì ad attuare il suo proponimento. Di quando in quando venivano convocati grandi concili nei quali convenivano i dignitari delle chiese del mondo intero. Quasi in ogni concilio il sabato stabilito da Dio veniva spinto sempre più giù, mentre, allo stesso tempo, la domenica era costantemente innalzata. Fu così che tale festività pagana finì con l'essere onorata come un'istituzione divina, mentre il sabato biblico venne definito « reminiscenza del Giudaesimo », e la sua osservanza dichiarata decaduta.
Il grande apostata era riuscito a esaltare se stesso « sopra chiunque è chiamato dio, o divinità » 2 Tessalonicesi 2: 4 (D), aveva osato cambiare l'unico precetto della legge divina che addita in modo inconfondibile all'umanità l'Iddio vivente e vero. Nel quarto comandamento Dio è rivelato come Creatore dei cieli e della terra, e quindi è distinto da tutti i falsi dèi. Quale memoriale della creazione, il settimo giorno fu santificato come giorno di riposo per l'uomo. Esso era destinato a conservare sempre vivo dinanzi alle menti umane il fatto che Dio è sorgente di tutto e oggetto del culto e dell'adorazione. Satana, che cerca sempre di distogliere gli uomini dalla loro fedeltà all'Eterno e dall'ubbidienza alla sua legge, concentra tutte le sue energie specialmente contro il comandamento che indica in Dio il Creatore.
Oggi i protestanti sostengono che la risurrezione di Cristo, avvenuta di domenica, ha fatto di quel giorno il sabato cristiano. Manca loro, però, l'appoggio delle Sacre Scritture, perché è evidente che tale onore non fu conferito a quel giorno né da Gesù, né dagli apostoli. L'osservanza della domenica come istituzione cristiana ebbe origine dal « mistero dell'empietà » 2 Tessalonicesi 2: 7, che era già all'opera al tempo di Paolo. Del resto, dove e quando il Signore avrebbe adottato. questa figlia del papato? Quale valida ragione potrebbe essere fornita per u n cambiamento che le Scritture non sanzionano?
Nel sesto secolo il papato si era saldamente stabilito fissando la sua sede nella città imperiale. Il vescovo di Roma fu dichiarato capo di tutta la chiesa: il paganesimo aveva ceduto il passo al papato e il dragone aveva dato alla bestia « la propria potenza e il proprio trono e grande potestà » Apocalisse 13: 2.(5) Ebbero allora inizio i milleduecentosessant'anni di oppressione papale predetti nelle profezie di Daniele e dell'Apocalisse (Daniele 7: 25; Apocalisse 13: 5-7). I cristiani furono costretti a scegliere: o rinunciare alla propria integrità e accettare le cerimonie e il culto papali, oppure affrontare il carcere, il rogo, il patibolo, la mannaia del carnefice. Si adempirono le parole di Gesù: « Voi sarete traditi perfino da genitori, da fratelli, da parenti e da amici; faranno morire parecchi di voi; e sarete odiati da tutti a cagion del mio nome » Luca 21: 16, 17. La persecuzione si abbatté sui fedeli con inaudita veemenza, e il mondo diventò un immane campo di battaglia. Per centinaia di anni la chiesa di Cristo trovò rifugio nei luoghi deserti e nell'oscurità. « E la donna fuggì nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio, affinché vi sia nutrita per milleduecentosessanta giorni » Apocalisse 12: 6.
L'ascesa al potere della chiesa romana segnò l'inizio del Medioevo. A mano a mano che la sua potenza cresceva, le tenebre si facevano più fitte. La fede, che una volta si accentrava su Cristo, il vero fondamento, si trasferì sul papa di Roma. La gente, anziché confidare nel Figliuolo di Dio per la remissione dei peccati e per la salvezza eterna, guardava al papa, ai sacerdoti e ai prelati, ai quali il pontefice delegava la propria autorità. Si insegnava che il papa era il mediatore terreno e che nessuno poteva avvicinarsi a Dio se non per mezzo di lui. Si insegnava che per gli uomini egli occupava il posto di Dio, e che perciò doveva essere ubbidito. Una deviazione dalle direttive da lui impartite era motivo sufficiente perché i più severi castighi si abbattessero sui corpi e sulle anime dei colpevoli. Così la mente degli uomini fu distolta da Dio e rivolta su esseri fallibili, soggetti all'errore, crudeli; anzi, si può addirittura affermare che essa si rivolse sullo stesso principe delle tenebre, il quale esercitava la propria autorità per mezzo di loro. Il peccato si celava dietro un manto di santità. Quando le Scritture vengono soppresse e l'uomo si considera un essere superiore, non ci si può aspettare che frode, inganno, iniquità. Con l'esaltazione di leggi e tradizioni umane, si manifestò in pieno la corruzione che sempre deriva dall'abbandono della legge di Dio.
Per la chiesa di Cristo furono giorni pericolosi. Pochi erano coloro che tenevano alta la bandiera della verità. Sebbene la verità non fosse rimasta priva di testimoni, talvolta pareva che l'errore e la superstizione dovessero trionfare e che la vera religione dovesse essere bandita dalla terra. Il Vangelo era stato perduto di vista, mentre si moltiplicavano le forme della religione e la gente veniva oppressa da rigorose imposizioni.
Gli uomini erano non solo esortati a guardare al papa come loro mediatore terreno, ma a confidare nelle proprie opere per la remissione dei peccati. Lunghi pellegrinaggi, atti di penitenza, adorazione delle relíquie, erezione di chiese, cappelle e altari, versamento di forti somme di denaro alla chiesa: queste e altre cose simili erano imposte per placare l'ira di Dio e assicurarsi il suo favore, quasi che Egli fosse come gli uomini e che, irritandosi per delle futilità, potesse essere placato con doni o atti di penitenza.
Nonostante il vizio dilagasse anche fra i dirigenti della chiesa romana, l'influsso di questa cresceva continuamente. Verso la fine dell'ottavo secolo i sostenitori del papato affermarono che fin dai primi secoli i vescovi di Roma avevano avuto lo stesso potere che ora avevano assunto. Per dimostrarlo occorrevano delle prove che stabilissero l'esattezza di quest'affermazione: tali prove furono suggerite dal padre della menzogna. I monaci produssero degli scritti « antichi »: decreti inediti di concili i quali stabilivano la supremazia universale del papa fin dai tempi più remoti. Ne seguì che una chiesa che aveva respinto la verità accettò avidamente questi inganni.(6)
I pochi rimasti fedeli e che ancora edificavano sul vero fondamento (1 Corinzi 3: 10, 11) erano perplessi, perché ostacolati dalle scorie delle false dottrine che impedivano la loro opera. Come gli antichi costruttori delle mura di Gerusalemme al tempo di Nehemia, alcuni ripetevano: « Le forze de' portatori di pesi vengon meno, e le macerie sono molte; noi non potremo costruir le mura! » Nehemia 4: 10. Stanchi per la costante lotta contro la persecuzione, l'inganno, l'iniquità e ogni altro impedimento che Satana escogitava per ostacolare la loro opera, alcuni, che pure erano stati fedeli edificatori, si persero di animo. Per amore del quieto vivere e per salvaguardare sia quello che possedevano, sia la propria vita, abbandonarono il vero fondamento. Altri, invece, per nulla intimiditi dall'opposizione dei nemici, dichiararono impavidi: « Non li temete! Ricordatevi del Signore, grande e tremendo; e combattete » Nehemia 4: 14, e proseguirono la loro attività con al fianco la spada (Efesini 6: 17).
In ogni epoca lo stesso spirito di odio e di opposizione alla verità ha ispirato i nemici di Dio. La stessa vigilanza e la stessa fedeltà sono state sempre richieste dai suoi servitori. Le parole pronunciate da Cristo ai primi discepoli sono rivolte anche ai suoi seguaci della fine dei tempi: « Ora, quel che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate » Marco 13: 37.
Le tenebre si fecero sempre più fitte. Il culto delle immagini si andò generalizzando; si accendevano ceri dinanzi ad esse, ed erano loro offerte le preghiere. Si manifestò, allora, la più assurda e superstiziosa forma di culto. Le menti degli uomini erano dominate dalla superstizione a tal segno che la ragione parve del tutto capitolare. Sacerdoti e vescovi erano amanti del piacere, sensuali e corrotti; e il popolo, che guardava ad essi per essere guidato, precipitava sempre più nell'ignoranza e nel vizio.
Un altro passo in avanti nell'ambito delle pretese papali fu compiuto nell'undicesimo secolo. Papa Gregorio VII proclamò la perfezione della chiesa romana e affermò, tra l'altro, che secondo le Scritture essa non aveva mai sbagliato, né mai avrebbe potuto sbagliare. Le Scritture, però, non convalidavano questa sua dichiarazione. L'orgoglioso pontefice, inoltre, pretendeva di avere l'autorità di deporre gli imperatori, e affermò che nulla di quanto egli andava asserendo poteva essere revocato, in quanto egli solo aveva il potere di annullare qualsiasi altrui decisione.(7)
Un'impressionante illustrazione del carattere tirannico di questo sostenitore dell'infallibilità è fornita dal trattamento che egli riservò all'imperatore di Germania Enrico IV, il quale, poiché ardì negare l'autorità papale, venne scomunicato e detronizzato. Terrificato dall'abbandono da parte dei principi e dalle loro minacce, in quanto essi si sentivano incoraggiati alla ribellione dal decreto papale, Enrico IV volle rappacificarsi con Roma. Accompagnato dalla moglie e da un fido servitore, egli attraversò le Alpi in pieno inverno per andare a umiliarsi dinanzi al pontefice. Giunto al castello (di Canossa. N. d. T.) dove Gregorio si era ritirato, fu introdotto, privo della sua guardia, in un cortile interno dove, in quel- gelido inverno, a capo scoperto, a piedi nudi e vestito di sacco, attese che il papa lo ammettesse alla sua presenza. Fu solo dopo tre giorni di digiuno, seguito dalla confessione, che Enrico ottenne il perdono papale. Fu perdonato, ma a condizione che aspettasse il beneplacito del papa prima di poter ricevere nuovamente le insegne del suo potere, ossia esercitare l'autorità regale. Gregorio, lieto del suo trionfo, si vantò che era suo dovere fiaccare l'orgoglio dei re.
Quale stridente contrasto fra lo smisurato orgoglio di questo altezzoso pontefice e l'umiltà, la mansuetudine di Cristo, il quale raffigura se stesso nell'atto di bussare alla porta del cuore per esservi ammesso e recarvi il perdono e la pace! Quale contrasto con Colui che insegnò ai discepoli: « Chiunque fra voi vorrà essere primo, sarà vostro servitore » Matteo 20: 27.
Il trascorrere dei secoli mise in luce il costante aumento degli errori dottrinali di Roma. Già prima dello stabilirsi del papato, l'insegnamento dei filosofi pagani aveva goduto dell'attenzione della chiesa ed esercitato su di essa un non indifferente influsso. Molti, pur dicendosi convertiti, continuavano ad attenersi alle direttive della filosofia pagana, e non solo ne proseguivano lo studio, ma cercavano di imporlo anche agli altri. In tal modo, gravi errori si insinuarono nella fede cristiana. Uno dei più evidenti fu la credenza nell'immortalità naturale dell'anima e nello stato. cosciente dei morti. Questa dottrina costituì la base dell'insegnamento di Roma relativo all'invocazione dei santi e all'adorazione della Vergine Maria. Da essa nacque pure l'eresia delle pene eterne che finì con l'essere incorporata nella fede papale.
Si I preparò così la via a un'altra invenzione del paganesimo, che Roma chiamò purgatorio e che le servì per intimorire le folle credule e superstiziose. Con questa eresia si affermava l'esistenza di un luogo di tormento, dove le anime di coloro che non meritavano la dannazione eterna avrebbero subìto il castigo dei peccati commessi per poi passare in cielo, una volta che fossero stati liberati dalla loro impurità.(8)
Un'altra invenzione era necessaria a Roma per aiutarla ad approfittare del timore e dei vizi dei suoi aderenti: la dottrina delle ìndulgenze. La totale remissione dei peccati passati, presenti e futuri e la liberazione da ogni pena nella quale si era incorsi fu promessa a quanti si fossero arruolati nelle guerre del pontefice, intese a estendere i suoi possedimenti, a punire i nemici e a sterminare chi avesse osato negare la sua supremazia spirituale. Si insegnava al popolo che il versamento di denaro alla chiesa permetteva di liberarsi dal peccato e di liberare le anime di amici defunti gettate nelle fiamme del tormento. Con simili mezzi, Roma riempì i propri forzieri e conservò la magnificenza, il lusso e il vizio dei pretesi rappresentanti di Colui che non aveva nep pure dove posare il capo.(9)
L'ordinanza evangelica della cena del Signore fu sostituita dal sacrificio idolatrico della messa. I sacerdoti pretendevano di convertire il pane e il vino « nel corpo, nel sangue, nell'anima e nella divinità di Cristo >> Cardinale Wiseman, The Real Presence of the Body and Blood of Our Lord Jesus Christ in the Blessed Eucharist, Proved from Scripture, confer. 8, sez. 3, par. 26. Con blasfema presunzione, pretendevano di avere il potere di creare Dio, il Creatore di tutte le cose. I cristiani erano invitati, pena la morte, a confessare la loro fede in questa empia eresia. Intere moltitudini che ricusarono di credervi furono gettate nelle fiamme.(10)
Nel tredícesimo secolo fu istituita la più terribile di tutte le macchinazioni del papato: l'Inquisizione. Il principe delle tenebre operò con i capi della gerarchia papale. Nei loro segreti consigli, Satana e i suoi angeli controllavano le menti degli uomini empi, mentre un angelo di Dio, presente seppure invisibile, prendeva nota dei loro iniqui decreti e scriveva la storia di cose troppo orrende da poter essere esposte agli occhi umani. « Babilonia la grande » era « ebbra del sangue dei santi ». Milioni di corpi straziati sembravano invocare Iddio perché li vendicasse contro questa potenza apostata.
Il papato era diventato il despota del mondo: re e imperatori si piegavano ai decreti del pontefice romano. Il destino degli uomini, per il tempo e per l'eternità, sembrava sotto il suo controllo. Per centinaia di anni le dottrine di Roma erano state implicitamente e totalmente accettate, le sue cerimonie celebrate e le sue feste generalmente osservate. Il suo clero veniva onorato e generosamente finanziato. Mai la chiesa era pervenuta a tanta dignità, a tanta magníficenza, a tale potere.
Ma « il mezzogiorno del papato fu la mezzanotte del mondo » I. A. Wylie, The History of Protestantism, vol. 1, cap. 4. Le Sacre Scrit
ture erano quasi sconosciute non soltanto al popolo, ma anche ai sa cerdoti. Simili agli antichi farisei, i dirigenti romani odiavano la luce che avrebbe messo a nudo i loro peccati. Rimossa la legge di Dio, regola di giustizia, essi esercitavano un'autorità illimitata e praticavano il vizio senza ritegno. Predominavano la frode, l'avarizia e la corruzione. Gli uomini non esitavano dinanzi a nessun crimine che avesse potuto assicurare loro la ricchezza e la posizione. I palazzi dei papi e degli alti prelati erano teatro della più abietta deboscia. Alcuni pontefici si resero colpevoli di delitti così ripugnanti, che dei sovrani, giudicandoli mostri tanto abietti da non poter essere tollerati, ne chiesero la deposizione. Per secoli l'Europa non aveva fatto progressi nel campo del sapere, delle arti o della civiltà. Pareva che una paralisi morale e intellettuale fosse piombata sulla cristianità.
Le condizioni del mondo sotto il dominio di Roma fornivano un letterale e pauroso adempimento delle parole del profeta Osea: « Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza. Poiché tu hai sdegnata la conoscenza, anch'io sdegnerò d'averti per sacerdote; giacché tu hai dimenticata- la legge del tuo Dio, anch'io dimenticherò i tuoi figliuoli ». « Non v'è né verità, né misericordia, né conoscenza di Dio nel paese. Si spergiura, si mentisce, si uccide, si ruba, si commette adulterio; si rompe ogni limite, sangue tocca sangue » Osea 4: 6, 1, 2. Ecco quali furono i risultati dell'abbandono della Parola di Dio.


 
Capitolo 4

Fedeli Portatori di Fiaccole


In mezzo all'oscurità che sembrava essersi abbattuta sulla terra durante il lungo periodo della supremazia papale, la luce della verità non poteva estinguersi del tutto. In ogni tempo, infatti, ci sono stati dei testimoni di Dio, uomini che credevano in Cristo come unico mediatore fra Dio e l'uomo, che consideravano la Bibbia l'unica regola di vita e santificavano il vero sabato. Mai il mondo potrà sapere quanto sia debitore a questi uomini. Essi erano considerati eretici; i motivi che li animavano erano criticati; il loro carattere era diffamato e i loro scritti venivano o soppressi o fraintesi o mutilati. Nondimeno, essi rimasero saldi; e di secolo in secolo conservarono pura la fede, quale sacra eredità per le generazioni future.
La storia del popolo di Dio durante il periodo dell'oscurità che seguì lo stabilirsi della supremazia di Roma è scritta in cielo, mentre pochi accenni ad essa si trovano nei documenti umani. Poche tracce della loro esistenza possono essere rinvenute al di fuori delle accuse mosse loro dai persecutori. La politica di Roma consisteva nel cancellare ogni traccia di dissenso con le sue dottrine e con i suoi decreti. Tutto ciò che avesse sapore di eresia, si trattasse di persone o di scritti, Roma cercava di eliminarlo. Espressioni di dubbio od obiezioni circa l'autorità più o meno legittima dei dogmi papali, erano motivo sufficiente per mettere in pericolo la vita di ricchi e poveri, di gente altolocata o di umile condizione. Roma cercava anche di distruggere qualsiasi notizia relativa alla sua crudeltà nei confronti dei dissidenti. I concili papali decretarono che libri e scritti contenenti tali ricordi fossero dati alle fiamme. Poiché prima dell'invenzione della stampa i libri scarseggiavano ed era difficile conservarli, divenne facile per le autorità di Roma attuare il loro proponimento.
Nessuna chiesa esistente nella sfera della giurisdizione romana fu lasciata a lungo indisturbata, nel godimento della sua libertà di coscienza. Non appena il papato ebbe pieni poteri, si affrettò a stendere il suo braccio per opprimere chiunque avesse rifiutato di riconoscere -la sua autorità. Così, una dopo l'altra, le chiqse si sottomisero alla sua dominazione.
In Gran Bretagna il Cristianesimo primitivo aveva messo salde radici molto presto, e l'Evangelo, accettato dai bretoni nei primi secoli, serbava tuttora intatta la sua purezza. L'unico dono che le chiese britanniche ebbero da Roma furono le persecuzioni da parte degli imperatori pagani, persecuzioni che si estesero fino a quelle remote sponde. Molti cristiani lasciarono l'Inghilterra e ripararono in Scozia per poi passare in Irlanda. La verità da essi proclamata fu ovunque accolta con gioia.
Quando i sassoni invasero la Britannia, il paganesimo si impose. I conquistatori disdegnavano di essere istruiti dai loro schiavi, e così i cristiani furono costretti a rifugiarsi sui monti e nelle paludi selvagge. Nondimeno la luce, nascosta per un po' di tempo, continuava a brillare. In Scozia, un secolo più tardi, essa rifulse con tale chiarore da estendersi fino nelle terre più lontane. Dall'Irlanda giunse il pio Colombano che, con i suoi collaboratori, raccolse intorno a sé i credenti dispersi e stabilì nell'isola di Iona il centro della sua opera missionaria. Fra questi evangelisti vi era un osservatore del sabato, e così questa verità penetrò in seno alle popolazioni. A Iona venne organizzata una scuola dalla quale uscirono dei missionari non solo per la Scozia e per l'Inghilterra, ma anche per la Germania, per la Svizzera e per l'Italia.
Roma, però, aveva puntato il suo sguardo sulla Britannia e decise di imporle la propria autorità. Nel sesto secolo i suoi missionari intrapresero la conversione dei sassoni pagani. Accolti favorevolmente dai fieri barbari, i missionari riuscirono a indurne migliaia a professare la fede di Roma. A mano a mano che l'opera si estendeva, i dirigenti romani e i loro convertiti venivano in contatto con i primitivi cristiani. Ne risultò un contrasto stridente. Questi erano semplici, umili, aderenti per carattere, dottrina e costumi, all'insegnamento della Sacra Scrittura, mentre i primi rivelavano la superstizione, la pompa e l'arroganza di Roma. Gli emissari papali invitarono queste chiese cristiane a riconoscere la supremazia del sommo pontefice; ma i bretoni con mansuetudine risposero che desideravano amare tutti gli uomini e che il papa non aveva nessun diritto di arrogarsi la supremazia sulla chiesa. Essi, quindi, potevano solo manifestargli la sottomissione dovuta a ogni seguace di Cristo. Reiteratì tentativi furono fatti per indurli alla sottomissione totale e incondizionata; ma questi umili cristiani, stupiti dall'orgoglio di cui davano prova i rappresentanti di Roma, risposero con fermezza che non riconoscevano altro maestro se non Cristo. Allora si manifestò in pieno lo spirito del papato. Il rappresentante di Roma disse: « Se voi non accogliete i fratelli che vi recano la pace, riceverete i nemici che vi porteranno la guerra. Se non vi unite a noi per additare ai sassoni la via della vita, riceverete da loro il colpo mortale » I. H. Merle D'Aubigne, History of the Reformation of the Sixteenth Century, vol. 17, cap. 2. Non si trattava di vane minacce: la guerra, l'intrigo, l'inganno furono attuati contro i testimoni della fede biblica, a tal punto che le chiese della Britannia o furono distrutte o costrette a sottomettersi all'autorità papale sacro. In mezzo ai crescenti errori e alle superstizioni, molti, perfino in seno al popolo di Dio, rimasero, talmente.,. confusi, che, pur continuando a osservare il sabato, la domenica si astenevano dal lavoro. Questo, però, non soddisfaceva i dirigenti di Roma: essi volevano non solo che la domenica fosse santificata, ma che il sabato venisse profanato. Denunciavano con forte linguaggio coloro che ardivano onorarlo. Era solo sottraendosi al potere di Roma che si poteva ubbidire alla legge di Dio.
I valdesi furono tra i primi popoli europei ad avere una traduzione delle Sacre Scritture.(11) Centinaia di anni prima della Riforma, essi possedevano la Bibbia in manoscritto, nella loro lingua natia. Avevano la verità non adulterata, e ciò li rendeva particolarmente oggetto dell'odio e della persecuzione. Essi affermavano che la chiesa romana era la Babilonia apostata dell'Apocalisse e che, anche a costo della loro vita, dovevano resistere alla sua corruzione. Mentre sotto la pressione di prolungate e incessanti persecuzioni alcuni vennero a un compromesso con la propria fede, abbandonando a poco a poco i loro princìpi distintivi, altri rimasero saldamente ancorati alla verità. Nel corso dei secoli di tenebre e di apostasia ci furono dei valdesi che non vollero riconoscere la supremazia romana, respinsero il culto delle immagini stimandolo idolatrico e osservarono il vero sabato.(12) In mezzo alle più violente tempeste di opposizione, essi serbarono la fede. Seppure trafitti dalle lance delle truppe savoiarde, arsi dal fuoco dei roghi romani, essi rimasero incrollabili dalla parte della Parola e dell'onore di Dio.
Dietro il baluardo di quelle maestose montagne -che in ogni tempo erano state un rifugio per i perseguitati e per gli oppressi- i valdesi trovarono un asilo. Qui la luce della verità continuò a brillare in mezzo alle tenebre del Medioevo, e per mille anni i suoi testimoni serbarono intatta la fede degli avi.
Dio aveva provveduto per il suo popolo un santuario la cui grandezza ben si addiceva alle sublimi verità che Israele aveva ricevuto in deposito. Per quegli esuli fedeli, le montagne erano un emblema dell'immutabile giustizia di Dio. Essi additavano ai figli le cime torreggianti che si stagliavano maestose contro il cielo e parlavano loro di Colui presso il quale non c'è né variazione né ombra di mutamento, e le cui parole durano quanto le colline eterne. Dio aveva stabilito le montagne -dicevano - dotandole di una potenza tale che nessun braccio all'infuori di quello dell'Onnipotente avrebbe potuto smuoverle dal loro posto. Allo stesso modo Egli aveva stabilito la sua legge, che è la base del suo governo in cielo e sulla terra. Il braccio dell'uomo, è vero, poteva raggiungere i propri simili e distruggere la loro vita; però, mutare fosse pure un solo precetto della legge divina o annullare una delle celesti promesse sarebbe stato per lui come tentare di sradicare i monti e farli precipitare nel mare. Nella loro fedeltà alla sua legge, i servitori di Dio debbono essere incrollabili come le colline immutabili.
I monti che cingevano le loro vallate erano una' costante testimonianza della potenza creativa di Dio, oltre che dell'infallibile certezza della sua cura protettrice. Quei pellegrini impararono ad amare i simboli silenziosi della presenza di Dio. Non si lamentavano dell'asprezza della loro sorte; mai si sentivano abbandonati, neppure in mezzo alle grandi solitudini montane. Ringraziavano Iddio che aveva loro provveduto un riparo contro l'ira e la crudeltà degli uomini, e si rallegravano della possibilità loro offerta di adorare nel suo cospetto. Spesso, quando erano perseguitati dai nemici, trovavano sui monti un sicuro ricetto. Dalle alte cime essi cantavano le lodi dell'Eterno, e le schiere mandate da Roma erano impotenti a far tacere quegli inni di ringraziamento.
La pietà di questi seguaci di Cristo era pura, semplice e fervente Essi stimavano i princìpi della verità di gran lunga superiori a case, terreni, amici, parenti, e perfino alla stessa vita. Fin dalla loro più tenera infanzia, i fanciulli venivano istruiti nelle Sacre. Scritture e abituati a considerare con un sacro rispetto le esigenze della legge di Dio. Allora. le copie della Bibbia erano rare, e perciò le sue preziose parole venivano imparate a mente. Molti di loro sapevano ripetere lunghi brani del Vecchio e del -Nuovo Testamento. Il pensiero di Dio era collegato col sublime scenario della natura e con le benedizioni della vita di tutti i giorni. I bambini imparavano a guardare con gratitudine a Dio, come il datore di ogni bene e di ogni conforto.
Da genitori teneri e affettuosi quali essi erano, amavano i figli con troppa saggezza per abituarli ad appagare ogni loro desiderio egoistico. Dinanzi a loro si apriva la via della prova e delle privazioni, forse anche del martirio e della morte. Così, fin dall'infanzia, questi fanciulli erano educati in modo da poter sopportare le privazioni, esercitare l'autocontrollo, pensare e agire di propria iniziativa. Si-insegnava loro molto presto a portare delle responsabilità, a essere cauti nel parlare e a capire il valore del silenzio. Una parola indiscreta raccolta da un orecchio nemico poteva significare un pericolo di morte non solo per chi l'aveva detta, ma anche per centinaia di fratelli, perché - simili a lupi in cerca di preda - i nemici della verità non davano tregua a quanti osavano pretendere la libertà religiosa.
I valdesi avevano sacrificato la propria prosperità terrena per amore della verità, e con lodevole perseveranza lavoravano per il loro pane quotidiano. Ogni palmo di terreno coltivabile dei monti veniva accuratamente sfruttato: le valli, i fianchi dei monti, anche se poco fertili, erano coltivati con la massima cura. L'economia e la severa rinuncia costituivano una parte dell'educazione che i bambini ricevevano come unica eredità. Veniva loro insegnato che Dio vuole che la vita sia disciplinata e che è possibile sopperire alle proprie necessità solo mediante il lavoro personale, l'assiduo impegno, la previdenza e la fede. Il procedimento, è vero, appariva duro e faticoso, però era sano e corrispondeva a ciò di cui l'uomo ha bisogno a motivo del suo stato di decadenza, ed era la scuola istituita da Dio per la loro formazione e il loro sviluppo. I giovani venivano addestrati al lavoro e alle privazioni, però non si trascurava la cura del loro intelletto. Essi imparavano che tutte le loro facoltà appartenevano a Dio e che dovevano essere sviluppate e adoperate al suo servizio.
La chiesa valdese quanto a semplicità e purezza somigliava alla chie sa dei tempi apostolici. Rigettando la supremazia del papa e dei prelati romani, considerava la Bibbia come unica, suprema e infallibile autorità in materia di fede. I suoi pastori, a differenza dei signorili sacerdoti di Roma, seguivano l'esempio del Maestro, che venne sulla terra « non per essere servito, ma per servire ». Essi pascevano la greggia di Dio guidandola verso i verdeggianti pascoli e le fonti vive della sua Parola. Lungi dall'esteriorità della pompa e dell'orgoglio degli uomini, la gente si riuniva non in magnifiche chiese o in grandiose cattedrali, ma all'ombra delle montagne, nelle vallate alpine o, in tempo di pericolo, in rifugi scavati nella roccia, per udire la parola di verità annunciata dai servitori di Cristo. I pastori non solo predicavano l'Evangelo, ma visitavano gli ammalati, istruivano i fanciulli, ammonivano gli sviati e si adoperavano per comporre le divergenze, stabilire l'armonia e l'amore fraterno. In tempo di pace erano sostentati dalle offerte spontanee dei fedeli; ma, come l'apostolo Paolo che fabbricava le tende, ognuno di loro imparava un mestiere o una professione per poter provvedere, all'occorrenza, al proprio sostentamento.
I giovani erano istruiti dai pastori. Pur dando la dovuta attenzione alla cultura generale, la Bibbia rimaneva lo studio fondamentale. I vangeli di Matteo e di Giovanni venivano imparati a mente, e altrettanto si faceva con molte epistole. I giovani erano occupati anche nella copia delle Sacre Scritture. Alcuni manoscritti contenevano l'intera Bibbia, mentre altri presentavano solo porzioni di essa. Il tutto era accompagnato da alcune semplici spiegazioni del testo a uso di quanti erano incapaci di esporre le Scritture. Si dìffondevano, così, i tesori della ve.rità rimasta per tanto tempo nascosta per volere di coloro che cercavano di esaltare se stessi al di sopra di Dio.
Con un lavoro paziente e perseverante, talvolta svolto nelle profonde e oscure caverne della terra, alla luce delle torce, le Scritture venivano ricopiate versetto per versetto, capitolo per capitolo. In questa maniera, l'opera fu portata a termine e la volontà rivelata di Dio risplendette come oro purissimo. Solo quanti erano impegnati in quest'opera sapevano a quale prezzo e in mezzo a quali dure prove essa era riuscita a brillare ancor più chiara e potente. Gli angeli del cielo circondavano questi fedeli servitori.
Satana aveva sollecitato i sacerdoti e gli alti prelati romani a seppellire la Parola della verità sotto il ciarpame dell'errore, dell'eresia e della superstizione. Essa, però, era rimasta meravigliosamente incorrotta attraverso tutti i secoli di oscurità, in quanto recava non il marchio dell'uomo, ma l'impronta di Dio. Gli uomini sono stati instancabili nei loro tentativi intesi a offuscare il senso evidente delle Scritture, e si sono adoperati in mille modi per far pensare a inesistenti contraddizioni; ma simile all'arca 'che galleggiava sui flutti agitati, la Parola di Dio è riuscita a sfidare e a vincere le tempeste che ne minacciavano la distruzione. Come le miniere celano nelle loro viscere ricche vene di oro e di argento, per cui è necessario scavare a fondo per mettere in luce questi tesori, così la Sacra Scrittura racchiude tesori di verità che vengono rivelati solo a chi li cerca con ardore, con umiltà e con preghiera. Dio vuole che la Bibbia sia il libro di testo dell'intera umanità: nell'infanzia, nella gioventù e nella virilità, e che venga studiata in ogni tempo. Egli ha dato la sua Parola agli uomini quale rivelazione di se stesso, e ogni nuova verità riscontrata è una nuova espressione del carattere del suo Autore. Lo studio della Scrittura è il mezzo ordinato da Dio per mettere gli uomini in più intima comunione col loro Creatore, e per dar loro una più chiara conoscenza della sua volontà. Essa è il mezzo di comunicazione fra Dio e l'uomo.
I valdesi, pur considerando il timore dell'Eterno come il principio -della saggezza, non erano ciechi quanto all'importanza del contatto col mondo, alla conoscenza in generale e alla vita attiva: tutte cose intese ad allargare la mente e a sviluppare le facoltà dell'essere. Dalle loro scuole di montagna, i giovani venivano mandati in istituti culturali della Francia e dell'Italia, dove si schiudeva dinanzi a loro un campo di studi e di pensiero ben più vasto di quello offerto nelle loro Alpi natie. I giovani, è vero, si trovavano esposti alla tentazione, scorgevano tutta la bruttura del vizio e si imbattevano negli agenti di Satana, i quali li attaccavano con le più sottili eresie e le più pericolose seduzioni. Però, l'educazione ricevuta fin da piccoli era di tale natura da renderli idonei ad affrontare tutto ciò.
Nelle scuole dove si recavano non potevano confidarsi con- nessuno. I loro abiti erano confezionati in modo da permettere di celarvi il loro più prezioso tesoro: i manoscritti della Bibbia. Essi portavano così su di sé il frutto di mesi, se non addirittura di anni, di arduo lavoro; e ogni volta che potevano farlo senza suscitare sospetti, cautamente lo offrivano a coloro che sembravano avere il cuore aperto all'accettazione della verità. I giovani valdesi erano stati preparati a questo compito fin dal seno materno, comprendevano quale fosse il loro dovere e lo assolvevano fedelmente. Nei centri culturali dove si recavano, si -verificavano delle conversioni; e non di rado il seme della verità finiva col germogliare e portare il suo frutto nell'intera scuola. I dirigenti romani, nonostante le più severe indagini, non riuscivano a scoprire la causa di quella che essi definivano eresia.
Lo spirito di Cristo è uno spirito missionario. Il primo impulso di un cuore rigenerato è quello di condurre altri al Salvatore. Questo era lo spirito dei cristiani valdesi. Essi sentivano che Dio esigeva da loro molto di più che la semplice conservazione della verità in tutta la sua purezza nell'ambito della chiesa. Sentivano che su loro gravava la solenne responsabilità di far brillare la loro luce su quanti ancora giacevano nelle tenebre. Essi sapevano che per la potenza della Parola di Dio dovevano cercare di infrangere il giogo imposto da Roma. I minìstri valdesi erano preparati per essere missionari; e chiunque intendeva entrare nel ministero doveva acquisire, anzitutto, un'esperienza come evangelista. Ogni candidato doveva servire per tre anni in un campo missionario, prima di poter ricevere l'incarico di una chiesa locale. Questo servizio esigeva un grande spirito di rinuncia e di sacrificio, e rappresentava un'adeguata introduzione alla vita pastorale in quel tempo che metteva alla prova le anime degli uomini. I giovani che venivano consacrati al sacro ministero vedevano dinanzi a sé non già la prospettiva di Vantaggi o di gloria terreni, ma una vita di disagi e di pericoli che poteva concludersi anche col martirio. I missìonari andavano a due a due, come Gesù aveva mandato i suoi discepoli. In generale, un giovane era accoppiato con un uomo di età matura, dotato di esperienza, che gli era di guida e di consiglio e che, allo stesso tempo, era responsabile della sua preparazione. Il giovane doveva attenersi alle direttive impartite dall'anziano. Questi collaboratori non stavano sempre insieme, però si incontravano spesso per pregare, consigliarsi e fortificarsi a vicenda nella fede.
Rivelare lo scopo della loro missione poteva significare disfatta sicura. Per questo motivo essi celavano con cura il loro vero essere. Ogni ministro conosceva un mestiere o esercitava una professione. Così i missionari potevano proseguire la loro opera sotto il manto di un'attività di carattere secolare. Generalmente essi sceglievano quella di mercante o di mercìaio ambulante. « Portavano con sé seta, bigiotteria e altri articoli non facilmente procurabili a quell'epoca, se non mediante lunghi viaggi. Come mercanti, essi erano bene accolti là dove, come missionari, sarebbero stati rudemente respinti » Wylie, vol. 1, cap. 7. I loro cuori si levavano a Dio per chiedergli saggezza nel presentare un tesoro più prezioso dell'oro e delle gemme. Essi portavano segretamente su di sé delle copie della Bibbia, completa o in porzioni, e ogni volta che se ne presentava loro l'opportunità, richiamavano l'attenzione dei clienti su quei manoscritti. Spesso nasceva un vivo interesse dì leggere la Parola di Dio, e in tal caso essi lasciavano porzioni della Bibbia a quanti desideravano possederla.
L'opera di questi missionari ebbe inizio nelle pianure e nelle valli ai piedi delle loro stesse montagne. Poi si estese ben oltre questi limiti. A piedi nudi, vestiti di abiti rozzi segnati dal viaggio come lo erano quelli del loro Maestro, essi attraversavano le grandi città e penetravano in regioni lontane. Ovunque spargevano il prezioso seme, e sul loro passaggio sorgevano delle chiese, mentre non di rado il sangue dei martiri rendeva testimonianza della verità. Il gran giorno di Dio metterà in luce una ricca messe di anime che sono state raccolte grazie all'opera di questi uomini fedeli. Velata e silenziosa, la Parola di Dio compieva la sua opera attraverso la cristianità ed era accolta con gioia nelle case e nei cuori degli uomini.
Per i valdesi, le Sacre Scritture non erano semplicemente una storia dei rapporti di Dio con gli uomini nei tempi passati, o una rivelazione delle responsabilità e dei doveri del tempo presente, ma anche un'esposizione dei pericoli e delle glorie future. Essi credevano che la fine di ogni cosa non fosse lontana e, studiando la Bibbia con preghiera e con lacrime, rimanevano sempre più colpiti e impressionati dalle sue affermazioni, oltre che dal dovere che sentivano di far conoscere agli altri le verità apportatricí della salvezza; e attingevano conforto, speranza e pace dalla loro fede in Cristo. A mano a mano che la luce rischiarava il loro intelletto e rallegrava i loro cuori, essi desideravano ardentemente farla risplendere anche su quanti si trovavano ancora nelle tenebre dell'errore papale.
Essi si rendevano conto che sotto la guida del papa e dei sacerdoti, intere moltitudini invano cercavano di ricevere il perdono mediante la mortificazione del corpo per espiare i peccati dell'anima. Abituati a confidare nelle proprie buone opere in vista della salvezza, gli uomini guardavano sempre a se stessi, e la loro mente si chinava sopra il proprio stato di colpevolezza. Si vedevano esposti all'ira di Dio e inutilmente, per trovare sollievo, affliggevano l'anima e il corpo. In tal modo, molte anime coscienziose rimanevano legate alle dottrine di Roma. Migliaia di persone abbandonavano amici, parenti e si chiudevano nelle celle dei conventi per tutta la vita. Con ripetuti digiuni, dure afflizioni, prolungate veglie notturne, estenuanti prostrazíoni per ore e ore sulle fredde e umide pietre del suolo, lunghi pellegrinaggi, umilianti penitenze e spaventose torture, cercavano -ma inutilmente- la pace dell'anima. Oppressi dal senso del peccato, ossessionati dal timore dell'ira vendicativa di Dio, molti soffrivano a lungo, fino a che l'organismo non veniva meno e, senza un raggio di speranza, scendevano nella tomba.
I valdesi desideravano porgere a queste anime affamate il pane della vita, offrire loro i messaggi di pace racchiusi nelle promesse di Dio e additare ad esse Cristo, come unica speranza di salvezza. Sapevano che la dottrina delle buone opere, quale mezzo per cancellare la trasgressione della legge di Dio, era falsa. Credere nel valore dei Meriti umani significa offuscare la visione dell'infinito amore di Cristo. Gesù morì per l'uomo, perché l'umanità caduta non può fare nulla che la raccomandi a Dio. I meriti di un Salvatore crocifisso e risorto costituiscono la base della fede cristiana. La dipendenza dell'anima da Cristo è altrettanto reale e intima quanto quella di un membro dal corpo e del tralcio dalla vite.
Gli insegnamenti del papa e dei sacerdoti avevano indotto gli uomini a considerare il carattere di Dio e di Cristo rigido, inflessibile, inesorabile. Il Salvatore veniva descritto privo di simpatia verso l'uomo caduto e, per conseguenza, si stimava necessario invocare la mediazione dei sacerdoti e dei santi. Coloro la cui mente era stata illuminata dalla Parola di Dio, bramavano additare Cristo a queste anime smarrite, perché esse trovassero in lui un Salvatore pieno di compassione e di amore che, a braccia tese, invitava tutti ad andare a lui col loro fardello di peccato, con i loro crucci, con la loro stanchezza. Essi desideravano ardentemente rimuovere quelle ostruzioni che Satana aveva accumulato per impedire agli uomini di vedere le promesse di Dio e di andare direttamente a lui, confessare i peccati e ottenere il perdono e la pace.
Il missionario valdese, con slancio schiudeva davanti alle menti anelanti di conoscenza le preziose verità del Vangelo. Cautamente, presentava le porzioni della Sacra Scrittura ricopiate con la massima cura, e pieno di intensa gioia si adoperava per infondere la speranza nelle anime consapevoli del proprio stato di peccato e che vedevano solo un Dio di vendetta, sempre pronto a punire. Con le labbra tremanti e con le lacrime agli occhi, egli spiegava ai fratelli le sublimi promesse che indicano al peccatore l'unica sua speranza. Così la luce della verità penetrava in molte menti ottenebrate, rimuovendo da esse la precedente nube di oscurità e permettendo ai raggi del Sole di giustizia di risplendere nel cuore, apportandovi la guarigione. Accadeva, talvolta, che certi brani della Scrittura fossero letti e riletti perché l'ascoltatore voleva essere certo di avere capito bene. In modo particolare si amava la ripetizione di parole come: « Il sangue di Gesù, suo Figliuolo, ci purifica da ogni peccato » 1 Giovanni 1: 7. « E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figliuol dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna » Giovanni 3: 14,15.
Molti giunsero a capire gli errori di Roma e si accorsero di quanto fosse vana l'intercessione degli uomini o degli angeli a favore del peccatore. Via via che la luce penetrava nelle loro menti, essi esclamavano con giubilo: « Cristo è il mio sacerdote; il suo sangue è il mio sacrificio; il suo altare è il mio confessionale ». Abbandonandosi fidenti ai meriti di Gesù, ripetevano: « Or senza fede è impossibile piacergli » Ebrei 11: 6. « Non v'è sotto il cielo alcun altro nome che sia stato dato agli uomini, per il quale noi abbiamo ad esser salvati » Atti 4: 12.
La certezza dell'amore del Salvatore pareva troppo bella ad alcune di queste anime squassate dalla tempesta. Il sollievo che essa recava era così grande, e il fascio di luce che risplendeva su di esse così potente, che pareva loro di essere trasportate in cielo. Le loro mani afferravano fiduciose la mano di Cristo, i loro piedi poggiavano sicuri sulla Roccia dei secoli. Ogni timore di morte era fugato, e ora esse potevano affrontare impavide anche la prigione e il rogo se in tal modo potevano onorare il nome del Redentore.
La Parola di Dio era recata di luogo in luogo e letta ora a una sola anima, ora a un gruppo di persone desiderose di luce e di verità. Spesso l'intera notte era trascorsa in tale lettura. La meraviglia e l'ammirazione degli uditori erano talmente grandi, che non di rado il messaggero si vedeva costretto a interrompere la lettura per dar modo agli ascoltatori di afferrare bene la buona novella della salvezza. Spesso si sentiva esclamare: « Dio accetterà davvero la mia offerta? Mi sorriderà Egli? Mi perdonerà? ». La risposta veniva letta in Matteo 11: 28: « Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, e io vi darò riposo ».
La fede accettava le promesse, e si udivano affermazioni piene di giubilo: « Non più lunghi pellegrinaggi; non più estenuanti viaggi verso luoghi santi dove si conservano le reliquie. lo posso andare a Gesù così come sono, pieno'di peccato: Egli non disprezzerà la preghiera del cuore pentito. "I tuoi peccati ti sono rimessi". I miei, anche i miei peccati possono essere perdonati! ».
Un'onda di sacra gioia riempiva il cuore, mentre il nome di Gesù veniva magnificato dalla lode e dal ringraziamento. Queste anime felici ritornavano a casa per diffondere la luce e ripetere ad altri, meglio che potevano, la loro nuova esperienza. Avevano trovato la Via vivente e vera; c'era una strana e grande potenza nelle parole della Scrittura che parlavano direttamente al cuore di coloro che bramavano la verità. Era la voce di Dio, che recava la convinzione in quanti ascoltavano.
Il messaggero della verità proseguiva il suo cammino; però la sua umiltà, la sua sincerità, la sua serietà e il suo zelo erano oggetto di frequenti riflessioni. In molti casi í suoi uditori non gli chiedevano né donde venisse né dove andasse. Erano rimasti talmente sopraffatti prima dalla sorpresa, poi dalla gratitudine e dalla gioia, che non avevano pensato a fargli domande. Quando lo avevano pregato di accompagnarli a casa, egli aveva risposto che doveva visitare le pecore perdute del gregge. Essi si chiedevano se per caso egli non fosse un angelo mandato dal cielo.
In molti casi il messaggero della verità non si vedeva più. Forse si era recato in altri paesi, forse era stato rinchiuso in qualche oscuro carcere, oppure le sue ossa giacevano là dove aveva testimoniato della verità. Però le parole da lui lasciate dietro di sé non potevano andare distrutte e compievano la loro opera nel cuore degli uomini. I benefici risultati di esse saranno resi noti nel gran giorno del giudizio.
I missionari valdesi invadevano il regno di Satana, e le podestà delle tenebre vigilavano con la massima cura. Ogni sforzo compiuto per la propagazione della verità era sorvegliato dal principe del male, ed egli suscitava timore nei suoi accoliti. I capi del papato vedevano nell'opera di questi umili itineranti un serio pericolo per la loro causa. La luce della verità, se lasciata risplendere senza ostacoli, sarebbe riuscita a spazzare via le pesanti nubi di errore che avviluppavano la gente, e avrebbe rivolto la mente degli uomini verso Dio; forse essa sarebbe perfino riuscita a distruggere la supremazia di Roma.
L'esistenza di questo popolo che si atteneva alla fede dell'antica chiesa, era una costante testimonianza contro l'apostasia di Roma, e per conseguenza provocava l'odio e la persecuzione. Il rifiuto di abbandonare le Sacre Scritture suonava offesa per Roma, che non poteva tollerarlo. Essa, allora, decise di eliminare questi « oppositori ». Ebbero inizio, così, le più terribili crociate contro il popolo di Dio nei suoi rifugi montani. Degli inquisitori furono lanciati sulle sue tracce, e la scena dell'innocente Abele che cade sotto i colpi di Caino si rinnovò frequentemente.
Le fertili terre vennero devastate, e furono rase al suolo case e cappelle. Là dove un tempo si vedevano i campi ubertosi e le abitazioni di un popolo innocente e attivo, non rimase che un deserto. Simile all'animale da preda reso ancora più furente dall'odore del sangue, l'ira dei persecutori fu portata al parossismo dalle sofferenze delle loro vittime. Molti di questi testimoni della vera fede furono inseguiti su per i monti, lungo le vallate, e costretti a rifugiarsi in mezzo al boschi o sulle cime delle montagne.
Nessuna accusa poteva essere mossa contro il carattere morale di queste persone. Perfino i loro nemici dichiaravano che si trattava di gente pacifica, quieta e pia. La loro grande colpa consisteva nel non volere adorare Iddio secondo la volontà del papa. Per questo « crimine », si abbattevano su di loro tutte le umiliazioni, gli insulti e le torture che uomini e demoni potevano inventare.
Roma, decisa a farla finita con « l'odiata setta », lanciò contro di essa una bolla che la dichiarava eretica e la consegnava nelle mani del carnefice.(13) I valdesi non erano accusati di ozio, di disonestà o di vita disordinata; di loro era detto che avevano una tale apparenza di pietà e di santità da sedurre « le pecore della vera greggia ». Per questo motivo il papa decretò che questa « setta maligna e abominevole », se ricusava di abiurare, « venisse schiacciata come serpi velenose » Wylie, vol. 16, cap. l. Questo orgoglioso personaggio pensava che un giorno avrebbe ritrovato le sue parole? Sapeva che esse venivano registrate nei libri del cielo e che al giudizio le avrebbe di nuovo incontrate? « In verità vi dico », affermò Gesù, « che in quanto l'avete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me » Matteo 25: 40.
Questa bolla invitava i membri della chiesa romana a unirsi nella crociata contro gli eretici. Come incentivo a impegnarsi in quest'opera crudele, essa. « assolveva da ogni pena ecclesiastica, generale e particolare; scioglieva da qualsiasi giuramento fatto chiunque si fosse unito a questa crociata; legittimava il diritto a qualunque cosa fosse stata illegalmente presa; prometteva la remissione di tutti i peccati a chi avesse ucciso gli eretici; annullava ogni contratto stipulato con i valdesi e dava ordine ai domestici di abbandonarli; proibiva a ogni persona di dar loro qualsiasi aiuto, e autorizzava a impossessarsi delle loro proprietà » Wylie, vol. 16, cap. l. Questo documento rivela chiaramente quale fosse lo spirito che agiva dietro le quinte. Non si trattava della voce di Cristo, ma del ruggito del dragone.
I dirigenti della chiesa di Roma non conformavano il loro carattere al grande ideale stabilito dalla legge di Dio, al posto della quale si ergeva un ideale che si potesse adattare loro, fermamente decisi come erano a costringere tutti ad attenervisi, perché così voleva Roma. Si ebbero, per conseguenza, le più spaventose tragedie. Sacerdoti e papi corrotti e blasfemi compievano l'opera che Satana additava loro. Nella loro natura non vi era posto per la misericordia. Lo stesso spirito che portò alla crocifissione di Cristo e all'uccisione degli apostoli; lo stesso spirito che animava il sanguinario Nerone contro i fedeli del suo tempo, era all'opera per liberare la terra dalla presenza dei diletti figliuoli di Dio.
La persecuzione imperversò per molti secoli contro il popolo di Dio, il quale la sopportò con una pazienza e una costanza che onoravano il suo Redentore. Nonostante le crociate e l'inumana strage cui erano esposti, i valdesi continuarono a mandare i loro missionari per diffondere la verità. Minacciati di morte, uccisi, il loro sangue fecondava il seme sparso e ne determinava il frutto. Così i valdesi testimoniarono per Dio secoli prima della nascita di Lutero. Dispersi dappertutto, diffusero il seme della Riforma che ebbe inizio al tempo di Wycliff, crebbe e si estese al tempo di Lutero, e proseguirà sino alla fine dei tempi per mezzo di coloro che sono disposti a soffrire ogni cosa « a motivo della parola di Dio e della testimonianza - di Gesù » Apocalisse 1: 9.


 
Capitolo 5

La Luce Irrompe in Inghilterra


Prima della Riforma vi furono momenti in cui il numero delle copie della Bibbia era molto limitato; Dio, però, non permise la scomparsa della sua Parola. Le sue verità non dovevano rimanere nascoste per sempre. Egli avrebbe potuto sciogliere le catene che legavano la Parola con la stessa facilità con cui avrebbe potuto schiudere le porte delle prigioni e i cancelli di ferro per mandarne liberi i suoi servitori. In vari paesi d'Europa, molti uomini, animati dallo Spirito di Dio, andavano alla ricerca della verità quasi si trattasse di tesori nascosti. Provvidenzialmente guidati verso le Sacre Scritture, essi studiavano le sacre pagine con vivo interesse, decisi ad accettare la luce a ogni costo. Pur non scorgendo chiaramente tutto quello che le Scritture insegnavano, riuscirono a distinguere molte verità tenute a lungo nascoste. In qualità di messaggeri del cielo, essi andavano attorno infrangendo le catene dell'errore e della superstizione, e invitando quanti erano stati a lungo schiavi a levarsi e ad affermare la propria libertà.
Salvo che fra i valdesi, la Parola di Dio era rimasta chiusa per secoli, in linguaggi noti solo agli studiosi. Era giunto però il momento che la Scrittura venisse tradotta e data agli uomini di vari paesi nella loro lingua natia. Il mondo aveva superato la mezzanotte, e si dileguavano le ore dell'oscurità. In molti luoghi già si notavano i chiari segni dell'imminente aurora.
Nel quattordicesimo secolo, sorse in Inghilterra la « stella del mattino » della Riforma. John Wycliff fu l'araldo della Riforma non solo per la Gran Bretagna, ma per l'intero mondo cristiano. La grande protesta contro Roma da lui formulata non doveva più tacere. Essa diede inizio alla lotta che ebbe per risultato l'emancipazione, degli individui, delle chiese e delle nazioni.
Wycliff aveva ricevuto un'ottima istruzione. Per lui il timore dell'Eterno era il principio della saggezza. In collegio era noto per la sua fervente pietà come anche per i suoi notevoli talenti e la sua profonda cultura. Assetato di sapere, cercò di addentrarsi in ogni ramo di studio. Si applicò alla filosofia scolastica, ai canoni della chiesa, alla legge civile, specialmente a quella del suo paese. Nella sua ulteriore attività si notò il valore di questa sua preparazione. Una piena conoscenza della filosofia speculativa del suo tempo gli permise di metterne In risalto gli errori. Grazie ai suoi studi della legge nazionale ed ecclesiastica, era preparato alla grande battaglia per la libertà civile e religiosa. Oltre a saper ben maneggiare le armi della Parola di Dio, egli possedeva una disciplina intellettuale che lo qualificava per ben capire le tattiche dei dotti. La forza del suo genio, unita alla vastità e alla completezza del suo sapere, imponeva il rispetto sia degli amici che degli oppositori. I suoi sostenitori videro con soddisfazione che il loro campione si ergeva da dominatore in mezzo alle menti più eccelse della nazione; i suoi nemici non potevano biasimare la riforma non potendo accusare di ignoranza e di debolezza i suoi sostenitori.
Mentre Wycliff era ancora in collegio, si diede allo studio della Sacra Scrittura. In quei tempi in cui la Bibbia esisteva solo nelle lingue antiche, soltanto gli studiosi potevano accedere alla fonte della verità, che invece risultava preclusa alla gente priva di cultura. Si preparava, così, la via alla futura opera di Wycliff come riformatore. Uomini di talento avevano studiato la Parola di Dio e vi avevano trovato la grande verità della sua grazia gratuita. Nel loro insegnamento avevano diffuso la conoscenza di questa verità e indotto altri a rivolgersi verso gli oracoli divini.
Quando la sua attenzione fu attratta verso la Sacra Scrittura, Wycliff si diede a esaminarla con lo stesso impegno che gli aveva permesso di acquisire una solida preparazione scolastica. Fino ad allora egli aveva sentito una grande mancanza che né i suoi studi, né l'insegnamento della chiesa potevano soddisfare. Nella Parola di Dio egli trovò quello che invano aveva cercato fino allora. Vide chiaramente rivelato il piano della salvezza, e capì che Cristo è l'unico avvocato dell'uomo. Si consacrò al servizio del Signore, deciso a proclamare le verità scoperte.
Come i riformatori che gli succedettero, Wycliff all'inizio della sua opera non si rese conto dove questa lo avrebbe condotto. Egli non si mise deliberatamente contro Roma; però era chiaro che la sua devozione per la verità lo avrebbe messo in conflitto con la falsità. Più chiaramente egli discerneva gli errori del papato, più ardentemente presentava l'insegnamento biblico. Egli vedeva che Roma aveva abbandonato la Parola di Dio per attenersi alle tradizioni umane. Impavido, accusò il clero di aver messo da un lato le Sacre Scritture; chiese che la Bibbia fosse restituita al popolo e che la sua autorità venisse nuovamente stabilita nella chiesa. Egli era un maestro abile e sincero, oltre che un eloquente predicatore. La sua vita quotidiana era una dimostrazione delle verità che egli andava predicando. La sua conoscenza delle Scritture, la potenza del suo ragionamento, la purezza della sua vita, il suo indomito coraggio e la sua integrità, gli conquistarono la stima e la fiducia generali. Molti erano insoddisfatti della fede' fin lì professata, perché notavano nella chiesa romana il prevalere dell'iniquità; per conseguenza salutarono con indicibile gioia le verità messe in luce da Wycliff. I papisti, per contro, divennero furibondi nel vedere come questo riformatore andasse acquistando un ascendente maggiore del loro. Wycliff era un acuto rivelatore degli errori e, senza timore alcuno, si batté contro gli abusi che erano stati sanzionati dall'autorità romana. Quando era cappellano del re, si oppose al pagamento del tributo chiesto dal papa al monarca britannico, e dimostrò come le pretese dì autorità papale sui governanti secolari fossero contrarie alla ragione e alla rivelazione. Le, richieste avanzate dal papa avevano suscitato una viva indignazione, e quindi gli insegnamenti di Wycliff ebbero un'efficace portata sugli esponenti della nazione inglese. Re e nobili, compatti, negarono l'ingerenza pontificia nel campo delle cose temporali e rifiutarono di pagare il tributo. In tal modo la supremazia papale in Inghilterra subì un fiero colpo.
Un altro male che il riformatore, dopo lunga meditazione, combatté decisamente, fu l'istituzione dell'ordine dei- frati mendicanti. Questi frati dilagavano in Inghilterra recando un serio danno alla grandezza e alla prosperità della nazione. Industria, cultura, morale, tutto, in una parola, risentiva del loro pernicioso influsso. La vita di ozio e di mendicità dei monaci non rappresentava solo un peso per le risorse economiche del popolo, ma contribuiva a mettere in discussione l'utilità del lavoro. I giovani finivano con l'essere demoralizzati e corrotti. A causa dell'esempio dei frati, molti sceglievano la vita monastica, e ciò non soltanto senza il consenso dei genitori, ma addirittura in opposizione ai loro ordini. Uno dei primi padri della chiesa di Roma, sottolineando la preminenza dei voti monastici sugli obblighi del dovere e dell'amore filiale, dichiarò: « Se tuo padre giacesse davanti alla tua porta, piangendo e gemendo; se tua madre ti mostrasse il corpo che ti portò e il seno che ti nutrì, passa sui loro corpi e vai avanti, a Cristo ». Con questa « mostruosa mancanza di umanità », come più tardi fu definita da Lutero, che sapeva più del lupo e del tiranno che dell'uomo e del cristiano, i cuori dei figli si irrigidirono contro i genitori (Barnas Sears, The life of Luther, pp. 69, 70). In tal modo i capi romani, simili agli antichi farisei, con la loro tradizione annullavano il comandamento di Dio. I focolari rimanevano deserti, e i genitori venivano privati della compagnia dei figli e delle figlie.
Perfino gli studenti delle università si lasciavano sedurre dalle false affermazioni dei monaci e convincere a entrare nei loro ordini. Molti, in un secondo tempo, se ne pentivano, rendendosi conto di avere danneggiato la propria vita e di avere dato un dispiacere alla famiglia. Purtroppo, pero, una volta che si erano messi nei lacci si accorgevano che era quasi impossibile riconquistare la libertà. Numerose famiglie, temendo l'influsso esercitato dai frati, si astenevano dal mandare i propri figli all'universià. Questo determinò la diminuzione del numero dei goliardi nei grandi centri di istruzione, e le scuole cominciarono a languire, mentre l'ignoranza prendeva gradatamente il sopravvento.
Il papa aveva accordato a questi monaci la facoltà di ascoltare le confessioni e di impartire l'assoluzione. La cosa provocò non pochi mali perché i frati, desiderosi di accrescere i propri cespiti, erano propensi a concedere la remissione dei peccati perfino a criminali di ogni genere. Ne derivò, come logica conseguenza, il dilagare dei peggiori vizi. I malati e i poveri erano trascurati, mentre i doni che sarebbero potuti servire per alleviare tante necessità passavano ai monaci che, con minacce, esigevano l'elemosina del popolo e non esitavano ad accusare di empietà quanti osavano astenersi dal recare i loro oboli. Nonostante la loro professione di povertà, essi si arricchivano sempre più, e i loro magnifici edifici, le loro sontuose tavole imbandite mettevano in evidenza la crescente povertà della nazione. Mentre essi- trascorrevano il tempo nel lusso e nel piacere, mandavano in giro -come loro rappresentanti- uomini privi di cultura i quali sapevano solo narrare favole fantasiose, leggende curiose e divertire la gente rendendola, così, più facilmente succube dei monaci. In questo modo i frati continuavano a esercitare la loro presa sulle moltitudini superstiziose, e le inducevano a credere che in fondo tutto il dovere religioso consisteva nel riconoscere la supremazia del pontefice, nell'adorare i santi, nell'offrire doni ai monacil e che tutto ciò era sufficiente per assicurarsi un posto in paradiso.
Uomini dotti e pii si adoperarono con tutte le forze per provocare una riforma in questi ordini monastici. Fu Wycliff a colpire il male alla sua radice. Lo fece, dimostrando che il sistema stesso era falso e che doveva essere abolito. Nacquero, allora, la discussione e l'indagine. La gente, vedendo i frati andare in giro a offrire in vendita il perdono del papa, cominciò a dubitare circa la possibilità di procurarsi il perdono a pagamento e a chiedersi se invece non fosse il caso di chiederlo a Dio anziché al pontefice romano (11). Il popolo era allarmato a motivo della rapacità dei frati, la cui ingordigia sembrava insaziabile. « Monaci e preti di Roma », diceva, « ci divorano come un cancro. Se Dio non ce ne libera, finiremo col morire tutti » D'Aubigne, vol. 17, cap. 7. Per mascherare la loro avarizia, questi monaci mendicanti pretendevano di calcare le orme del Salvatore e di imitarne l'esempio. Affermavano che Gesù e i suoi discepoli erano sostentati dalla carità del popolo. Questa pretesa però si ritorse a loro danno, perché indusse molta gente a cercare direttamente la verità nella Bibbia. La cosa, naturalmente, non piaceva a Roma. La mente degli uomini ricorreva alla Sorgente della verità, che Roma invece intendeva tener nascosta.
Wycliff cominciò a scrivere e a pubblicare dei trattati contro i frati, non tanto per polemizzare quanto per richiamare l'attenzione degli uomini sulla Bibbia e sul suo Autore. Dichiarò che il papa ha facoltà di perdono e di scomunica nella stessa misura in cui l'hanno i comuni sacerdoti, e che nessun uomo può essere scomunicato a meno che non abbia prima richiamato su di sé la condanna di Dio. Wycliff non poteva agire con maggiore efficacia per demolire la gigantesca struttura del potere temporale e spirituale eretta dal papa, che imprigionava le anime e i corpi di milioni di persone.
In seguito, Wycliff fu invitato a difendere i diritti della corona britannìca contro le ingerenze romane. Nominato ambasciatore del re, trascorse due anni in Olanda, in conferenze con i legati pontifici. Questo gli consentì di venire in contatto con ecclesiastici di Francia, d'Italia e di Spagna, e di sapere molte cose che se fosse rimasto in Inghilterra non avrebbe mai conosciuto. Apprese, infatti, cose che gli furono della massima utilità nel corso dei suoi lavori successivi. Nei rappresentanti della curia romana, Wycliff lesse il vero carattere e gli scopì della gerarchia romana. Ritornato in Gran Bretagna, rinnovò ancora più apertamente e con nuovo zelo i suoi precedenti insegnamenti, affermando che la concupiscenza, l'orgoglio e l'inganno erano gli dèi dì Roma.
In uno dei suoi trattati, parlando del papa e dei suoi collaboratori, scrisse: « Essi attingono dal nostro paese il fabbisogno dei poveri, e dal tesoro reale migliaia di monete d'oro. Tutto ciò col pretesto di sacramenti e di cose spirituali; il che altro non è se non deprecabile eresia simoniaca e tacita adesione - da parte del mondo cristiano - all'eresia stessa. Certo, anche se il nostro impero disponesse di un'immensa massa di oro e nessuno - a parte il collettore ecclesiastico - vi attingesse, col passare del tempo questo mucchio d'oro si esaurirebbe in quanto il collettore porta via dalla nostra terra tutto il denaro e in cambio vi lascia la maledizione divina a causa della sua simonia » John Lewis, History of the Life and Sufferings of I. Wycliff, p. 37, ediz. 1820.
Poco dopo il suo ritorno in Inghilterra, per decreto reale, Wycliff fu nominato rettore di Lutterworth. Questo dimostrava che il sovrano non era stato affatto disturbato dal suo inequivocabile linguaggio. Pertanto, l'influsso di Wyclíff si faceva sentire sia nel determinare l'azione della corte, che nell'orientare la fede della nazione.
I fulmini papali, però, non tardarono a scatenarsi. Tre bolle furono mandate in Inghilterra: una all'università, una al re e una ai prelati. Esse ingiungevano che misure ìmmediate e decise fossero prese nei confronti di colui che insegnava l'eresia, per ridurlo al silenzio. August Neander, General History of the Christian Religion and Church, per. 6, sez. 2, parte I, par. 8.(14) Prima ancora che le bolle arrivassero, i vescovi nel loro zelo avevano invitato Wycliff a presentarsi dinanzi a loro per essere giudicato. Wycliff andò, accompagnato da due dei più potenti principi del regno. La folla, a sua volta, circondò l'edificio del tribunale e vi penetrò all'interno, intimidendo i giudici a tal segno che questi, per tema di complicazioni, sospesero l'udienza e la rinviarono. Wycliff poté andarsene in pace. Poco dopo, Edoardo III, ormai in età avanzata, continuamente assillato dalle sollecitazioni dei prelati che lo invitavano ad agire contro il riformatore, morì. In seguito a, questo. decesso, il protettore di Wycliff venne nominato reggente del regno.
L'arrivo in Inghilterra delle bolle papali, esigeva dalla nazione l'arresto e la carcerazione dell'eretico. Tali misure, ovviamente, erano il preludio del patibolo. Appariva evidente che Wycliff sarebbe presto finito preda della vendetta. Però Colui che aveva detto: « Non temere,... io sono il tuo scudo » Genesi 15: 1, stese di nuovo il suo braccio potente a protezione del suo servitore. La morte, infatti, non si abbatté sul riformatore, ma sul pontefice Gregorio XI. Gli ecclesiastici, che si erano riuniti per giudicare Wycliff, si dispersero.
La provvidenza divina diresse il corso degli eventi in modo da dare alla Riforma l'opportunità di svilupparsi. La morte di Gregorio fu seguita dalla nomina di due papi rivali; due poteri contrastanti, ognuno dei quali si dichiarava infallibile, esigevano l'ubbidienza.(15) Ognuno di essi invitava i fedeli ad assisterlo, combattendo contro l'altro; e aggiungeva all'invito terribili anatemi contro gli avversari e promesse di celeste rimunerazione a quanti, invece, si sarebbero schierati dalla sua parte. Tale situazione indebolì sensibilmente il potere papale. Le due fazioni rivali si adoperarono al massimo l'una contro l'altra, e così Wycliff fu lasciato tranquillo. Anatemi e recriminazioni passavano da un papa all'altro, mentre fiumi di sangue scorrevano per il sostegno delle opposte pretese. Delitti e scandali erano all'ordine del giorno, e così il riformatore, nel quieto riparo della sua parrocchia di Lutterworth, poté lavorare diligentemente additando agli uomini Gesù, il principe della pace.
Lo scisma, con la lotta e la corruzione che provocò, preparò la via della Riforma in quanto permise alla gente di rendersi conto di quello che il papato fosse realmente. In un opuscolo da lui pubblicato: On the schism of the Popes (« Sullo scisma dei papi »), Wycliff invitava i suoi lettori a considerare se i due papi non dicessero il vero quando si accusavano reciprocamente di essere l'anticristo. « Dio », scriveva, « non poteva permettere che il nemico regnasse tramite uno di questi sacerdoti... e ha permesso questa divisione affinché gli uomini, nel nome di Cristo, possano più facilmente vincerli entrambi » R. Vaughan, Life and Opinions of John de Wycliff, vol. 2, p. 6, ed. 183 1.
Wycliff, come il suo Maestro, predicava l'Evangelo ai poveri. Non contento di diffondere la luce della verità nelle umili case della sua parrocchia di Lutterworth, volle che essa raggiungesse ogni parte dell'Inghilterra. Per attuare questo programma, Wycliff organizzò un gruppo di predicatori, uomini semplici e devoti, che amavano la verità e che altro non chiedevano se non di diffonderla. Questi uomini andavano dappertutto, insegnando sulle piazze dei mercati, nelle vie delle grandi città, lungo i sentieri di campagna. Visitavano i vecchi, gli ammalati, i poveri, e annunciavano loro la lieta novella della grazia di Dio.
Nella sua qualità di professore, di teologia a Oxford, Wycliff predicava la Parola di Dio nelle aule universitarie.. Esponeva la verità al suoi studenti con tanta fedeltà da meritare l'attributo di « dottore evangelico ». Nondimeno, l'opera somma della sua vita fu la traduzione della Sacra Scrittura in lingua inglese. In un'opera intitolata: On the Truth and Meaning of Scripture (« Della verità e del significato delle. Sacre Scritture »), egli manifestò la sua intenzione di tradurre la Bibbia affinché chiunque, in Inghilterra, potesse leggere nella propria lingua le meravigliose opere di Dio.
Improvvisamente, pero, la sua attività venne interrotta. Sebbene non avesse ancora sessant'anní, l'incessante lavoro, lo studio, gli attacchi da parte degli avversari, avevano influito non poco sul suo organismo, tanto che invecchiò prima del tempo e si ammalò gravemente. La notizia. rallegrò i frati i quali pensarono che Wycliff si sarebbe amaramente pentito del male fatto alla chiesa romana. Si precipitarono a casa sua per raccogliere la sua confessione. Rappresentanti dei quattro ordini religiosi, accompagnati da quattro ufficiali civili, si raccolsero intorno al capezzale dell'uomo ritenuto moribondo. « Hai la morte sulle labbra », gli dissero. « Pentìti dei tuoi errori e ritratta, in nostra presenza, tutto quello che hai detto contro di noi ». Il riformatore ascoltò in silenzio, quindi chiese a chi lo assisteva di aiutarlo a mettersi a sedere sul letto; infine, fissando quanti lo circondavanol in attesa di una sua abiura, disse con la sua voce ferma e forte che tanto spesso li aveva f atti tremare: « Io non morrò: vivrò e dichiarerò ancora le male opere dei frati! » D'Aubigné, vol. 17, cap. 7. Stupiti e confusi, i monaci si affrettarono ad abbandonare la stanza.
Le parole di Wycliff si avverarono. Egli sopravvisse e poté mettere nelle mani dei suoi connazionali il più potente strumento contro Roma: la Bibbia, l'agente celeste che libera, illumina ed evangelizza la gente. Nel compimento di quest'opera dovettero essere superati non pochi e grandi ostacoli ma egli, incoraggiato dalle promesse della Parola di Dio, proseguì impavido nonostante fosse afflitto dalla malattia, sapesse che gli rimanevano solo pochi anni di vita e si rendesse conto della forte opposizione da affrontare. Tuttora dotato del pieno vigore delle sue f acoltà intellettuali, ricco di esperienza, Wycliff era stato protetto e preparato dalla provvidenza di Dio per quello che sarebbe stato il suo lavoro supremo. Mentre il mondo cristiano era in pieno tumulto, il riformatore, nella quiete della sua parrocchia di Lutterworth, incurante della tempesta che imperversava intorno, si applicò al compito da lui prescelto.
Ultimata l'opera, si ebbe la prima traduzione della Bibbia in lingua inglese. In tal modo la Parola di Dio fu dischiusa all'Inghilterra. Ora Wycliff non temeva più né il carcere né il patibolo, perché aveva messo nelle mani del popolo britannico una luce che non si sarebbe più spenta. Nel dare la Bibbia ai propri connazionali, egli aveva fatto più che infrangere i ceppi dell'ignoranza e del vizio, più che liberare e innalzare il paese. La sua opera doveva risultare più importante delle brillanti vittorie riportate sui campi di battaglia.
L'arte della stampa era ancora ignota e le copie della Bibbia potevano essere prodotte solo mediante un lavoro lento e faticoso. L'interesse per quel libro, però, era così grande che molti si misero volenterosamente all'opera per copiarlo. Con tutto ciò, era solo a prezzo di grandi difficoltà che i copisti riuscivano a soddisfare le varie richieste. Alcuni degli acquirenti più facoltosi desideravano l'intera Bibbia; altri, invece, ne comperavano solo delle porzioni. Non era infrequente il caso che varie famiglie si unissero per procurarsene una copia. Fu così che la Bibbia di Wycliff riuscì a trovare la via dei focolari.
L'appello alla ragione umana risvegliò le coscienze, strappandole alla loro passiva sottomissione ai dogmi papali. Wycliff insegnava le tipiche dottrine del Protestantesimo: la salvezza per grazia mediante la fede in Cristo e l'infallibilità della sola Scrittura. I predicatori da lui mandati .facevano circolare la Bibbia, insieme con gli scritti del riformatore. Tutto ciò ebbe un successo tale che la nuova fede fu accettata da circa la metà del popolo inglese.
L'apparizione della Sacra Scrittura-mise in orgasmo le autorità ecclesiastiche. Esse, ora, dovevano affrontare un agente ben più temibile di Wycliff; un agente contro il quale le loro armi si sarebbero spuntate. A quell'epoca, in Inghilterra, non c'era nessuna legge che proibisse la Bibbia, poiché prima di allora la Sacra Scrittura non era mai stata pubblicata nella lingua del popolo. Tali leggi furono proclamate in un secondo tempo e imposte con rigore. Al tempo di Wycliff, perciò, nonostante tutto quello che fece il clero, -la Bibbia aveva libera circolazione.
I capi della gerarchia ecclesiastica cospirarono nuovamente per far tacere la voce del riformatore, e lo convocarono successivamente dinanzi a tre tribunali. Dapprima fu un sinodo di vescovi che dichiarò eretici i suoi scritti e che, accaparrandosi il favore del giovane monarca Riccardo Il, ottenne da questi un decreto che condannava al carcere chiunque avesse seguito le dottrine riprovate.
Wycliff si appellò al Parlamento e qui egli attaccò la gerarchia romana, invitandola a presentarsi davanti al consiglio della nazione e chiedendo una riforma degli enormi abusi sanzionati dalla chiesa. La sua eloquenza nel dipingere le usurpazioni e la corruzione della sede papale confuse i suoi nemici. Gli amici e i sostenitori di Wycliff, i quali erano stati costretti a cedere dinanzi all'autorità ecclesiastica, pensavano che il riformatore, ormai vecchio, solo e senza amici, si sarebbe piegato dinanzi all'autorità congiunta della corona e della mitria. Essi furono testimoni della completa sconfitta dei suoi avversari. Il Parlamento, scosso dagli appelli di Wycliff, respinse il decreto di persecuzione, e il riformatore fu nuovamente libero.
Una terza volta egli fu citato dinanzi al supremo tribunale ecclesiastico del regno. Qui l'eresia non avrebbe goduto di nessun favore; Roma, finalmente, avrebbe trionfato e l'opera del riformatore sarebbe stata arrestata. Questa era almeno l'idea del clero. Se tale progetto si fosse attuato, Wycliff sarebbe stato costretto all'abiura, oppure avrebbe lasciato quella corte giudiziaria per salire sul patibolo.
Wycliff, però, non si ritrattò. Ripeté con fermezza i suoi insegna~ menti e respinse le accuse dei suoi persecutori. Dimenticando la propria persona. e la propria posizione, chiamò i suoi uditori in giudizio dinanzi al tribunale divino, e pesò i loro sofismi e i loro inganni sulla bilancia della verità eterna. In quell'aula di giustizia si sentì la potenza dello Spirito Santo. I presenti, quasi paralizzati dalla potenza di Dio, sembravano inchiodati ai loro posti. Simili a dardi scoccati dall'Onnipotente, le parole del riformatore colpirono i loro cuori. L'accusa di eresia, formulata contro di lui, si ritorse contro gli stessi accusatori. Perché - egli chiedeva - osavano diffondere i loro errori? Per amore del guadagno, per fare commercio della grazia di Dio?
« Contro chi pensate di lottare? », concluse. « Contro un vecchio ormai sull'orlo della fossa? No! Voi lottate contro la verità! Verità che è più forte di voi e che trionferà su voi » Wylie, vol. 2, cap. 13. Così dicendo, lasciò l'assemblea senza che nessuno dei suoi avversari cercasse di impedirglielo.
L'opera di Wycliff era ormai quasi compiuta, ed egli stava per deporre il vessillo della verità così a lungo portato; nondimeno egli doveva ancora una volta rendere testimonianza all'Evangelo. La verità doveva essere proclamata dalla stessa roccaforte del regno dell'errore. Wycliff fu invitato a presentarsi davanti al tribunale papale di Roma, che tanto spesso aveva sparso il sangue dei santi. Egli non si faceva illusioni circa i pericoli che lo minacciavano, ma era deciso a rispondere all'invito. Ne fu però impedito da un attacco di paralisi che rese impossibile il viaggio. Però, se non poteva far udire la sua voce a Roma, poteva esprimersi per lettera; e così fece. Dal suo rettorato dí Lutterworth inviò al papa una lettera, rispettosa e cristiana quanto al suo spirito, ma nella quale egli condannava la pompa e l'orgoglio della curia romana.
« In verità io mi rallegro », diceva, « di poter esporre e dichiarare a ogni uomo la fede che professo, e specialmente di farlo al vescovo di Roma. Poiché io la ritengo sana e giusta, stimo che egli sarà lieto di sanzionarla o, qualora essa risultasse errata, di correggerla.
« lo credo che l'Evangelo di Cristo è l'intero corpo della rivelazione di Dio... Credo che il vescovo di Roma, in quanto vicario di Cristo sulla terra, sia costretto più di qualunque altro uomo a sottomettersi alla legge del Vangelo, tanto più che fra i discepoli di Gesù la grandezza non consiste nella dignità e negli onori del mondo, bensì nella fedele imitazione della vita e dei modi di Cristo... Egli, durante il suo pellegrinaggio terreno, fu il più povero fra gli uomini, e respinse ogni onore e ogni dominio mondani...
« Nessun uomo fedele dovrebbe seguire il papa o uno dei santi uomini, se non in quanto essi, a loro volta, calcano le orme del Signore Gesù Cristo. Pietro e i figli di Zebedeo, desiderosi degli onori di questa terra, si dimostrarono in ciò ben lungi dallo spirito del Maestro, e per conseguenza non possono ne debbono essere imitati in questi errori...
« Il papa dovrebbe lasciare alle potenze secolari ogni autorità di carattere temporale, e in tal senso esortare e dirigere il clero. Così fece Gesù e così fecero i suoi apostoli. Nondimeno, se io ho sbagliato in uno di questi punti, molto umilmente mi sottometterò alla correzione, e se occorre anche alla morte. Se potessi agire secondo la mia volontà e seguire il mio desiderio, vorrei presentarmi personalmente davanti al vescovo di Roma;» ma purtroppo il Signore ha disposto altrimenti e mi ha insegnato che conviene ubbidire a lui anziché agli uomini ».
Concludendo, disse: « Preghiamo Iddio che agisca col nostro pontefice Urbano VI, come ha già cominciato a fare, affinché egli col suo clero possa seguire il Signore Gesù Cristo, sia nella vita che nell'insegnamento, per modo che il popolo venga santamente ammaestrato e che tutti possano camminare fedelmente sulle orme del divino Maestro » John Foxe, Acts and Monuments, vol. 3, pp. 49, 50.
. In tal modo Wycliff presentò al papa e ai suoi cardinali la mansuetudine e l'umiltà di Cristo, mostrando non solo a loro, ma a tutto il mondo cristiano, il contrasto esistente fra essi e il Maestro, del quale si dicevano i rappresentanti.
Wycliff era convinto che la sua vita sarebbe stata il premio della sua fedeltà. Il re, il papa e i vescovi, invece, erano unanimi nell'idea di condannarlo: secondo le previsioni, solo pochi mesi lo separavano dal rogo. Ma il suo coraggio era incrollabile. « Perché parlate di cercare lontano la corona del martirio? », diceva. « Predicate l'Evangelo di Cristo agli alti prelati e il martirio non vi mancherà. Che cosa? Dovrei vivere e tacere?... Mai! Che la spada colpisca: io aspetto! » D'Aubigné, vol. 17, cap. 8.
La provvidenza divina, però, proteggeva ancora il riformatore. L'uomo che per tutta la vita era stato uno strenuo difensore della verità; che era stato esposto quotidianamente al pericolo di morte, non doveva rimanere vittima dell'odio dei suoi nemici. Wycliff non aveva mai cercato di proteggersi; ma il Signore era sempre stato il -suo scudo. Ma mentre i suoi avversari si ritenevano certi di potersi impadronire di lui, la mano di Dio lo sottrasse alle loro insidie. Nella sua chiesa di Lutterworth, mentre stava per celebrare la comunione, Wycliff cadde colpito da un attacco di paralisi, e di lì a poco morì.
Dio aveva assegnato a Wycliff un incarico particolare: aveva messo la Parola della verità sulla sua bocca e innalzato una barriera di protezione intorno a lui, affinché la Parola ispirata giungesse al popolo. La vita del riformatore fu salvaguardata e la sua attività prolungata per dargli modo di gettare i fondamenti della grande opera della Riforma.
Wycliff usciva dalle tenebre del Medioevo. Non vi era stato, prima di lui, nessuno per indicargli i sistemi della Riforma. Suscitato come Giovanni Battista, per una speciale missione, egli fu l'araldo di una nuova èra. Nei sistemi di verità da lui proclamata, si notavano una unità e una compiutezza che non furono superate neppure cento anni più tardi. Il fondamento gettato era così vasto e profondo, la struttura talmente salda e verace, che i successori non ebbero bisogno di ricominciare.
Il grande movimento inaugurato da Wycliff e che consisteva nel liberare la coscienza e l'intelletto, come anche nello sciogliere le nazioni così a lungo legate al carro trionfale di Roma, ebbe origine dalla Bibbia. Essa fu la sorgente di quel fiume di benedizioni che, simile ad acqua della vita, fluì attraverso i tempi a partire dal quattordicesimo secolo. Wycliff accettò le Sacre Scritture con fede implicita, stimandole rivelazione della volontà di Dio e sufficiente regola di fede e di condotta. Egli era stato abituato a considerare la chiesa di Roma come autorità divina e infallibile, e ad accettarne con assoluto rispetto gli insegnamenti e le usanze stabiliti da migliaia di anni. Eppure ebbe la forza di distaccarsene per ascoltare e seguire la santa Parola di Dio, che costituiva l’autorità che egli raccomandò di riconoscere. Egli dichiarò che l'unica e vera autorità non è quella della chiesa che parla mediante il papa, ma la voce di Dio che si fa sentire per mezzo della sua Parola. Egli insegnava non solo che la Bibbia è una perfetta rivelazione della volontà dell'Eterno, ma che lo Spirito Santo ne è l'unico interprete. Inoltre affermava che ogni uomo deve conoscere quale sia il proprio dovere, con un attento e personale studio della Sacra Scrittura. Così distolse le menti degli uomini dal papa e dalla chiesa di Roma per rivolgerle alla Parola di Dio.
Wycliff fu uno dei più grandi riformatori. Per vastità di intelletto, per chiarezza di pensiero, per fermezza nel sostenere -la verità, per franchezza nel difenderla, ben pochi furono pari a lui. Purezza di vita, inalterata applicazione allo studio e al lavoro, incorruttibile integrità, bontà cristiana, fedeltà nel ministero: queste furono le caratteristiche del primo riformatore. Tutto ciò, nonostante le tenebre intellettuali e la corruzione morale del suo tempo.
Il carattere di Wycliff è una testimonianza resa alla potenza educatrice e trasformatrice delle Sacre Scritture. Fu la Bibbia a fare di lui quello che egli fu. Lo sforzo compiuto per comprendere le grandi verità della rivelazione infonde una vigorosa freschezza alle facoltà umane; contribuisce ad allargare la mente, ad affinare le percezioni psichiche e a far maturare il discernimento. Lo studio della Bibbia nobilita il pensiero, i sentimenti e le aspirazioni come nessun altro campo di studi può fare. Esso infonde saldezza di propositi, pazienza e coraggio; affina il carattere e santifica l'anima. Un sincero, riverente studio delle Scritture, mettendo la mente dello studioso in contatto con la mente infinita, darebbe al mondo uomini dotati di un intelletto più vivo e acuto, e di princìpi più nobili, più di quanto non possa derivare dalla migliore educazione impartita dalla filosofia umana. « La dichiarazione delle tue parole illumina; dà intelletto ai semplici » Salmo 119: 130.
Le dottrine insegnate da Wycliff continuarono a propagarsi per un certo tempo. I suoi seguaci, conosciuti come wicliffiani e lollardi, non solo attraversarono l'Inghilterra, ma raggiunsero anche altre terre, diffondendo ovunque la conoscenza del Vangelo. Ora che il loro capo era scomparso, i predicatori si adoperavano con più zelo di prima, e vaste moltitudini si radunavano per ascoltare il loro insegnamento. Fra i-convertiti si notavano persone della nobiltà e perfino la moglie del re. In molti luoghi ci fu una profonda riforma nei costumi del popolo, e vennero rimossi dalle chiese i simboli idolatrici del Romanesimo. Ben presto, però, la spietata tempesta della persecuzione si abbatté su chi aveva ardito accettare la Bibbia come guida. I monarchi britannici, bramosi di rafforzare il loro potere assicurandosi l'appoggio di Roma, non esitarono a sacrificare i riformatori. Per la prima volta nella storia dell'Inghilterra venne decretato il rogo contro i discepoli del Vangelo. Martirio si succedette a martirio. I difensori della verità, proscritti e torturati, potevano solo innalzare il loro grido verso il Signore degli eserciti. Braccati come nemici della chiesa e traditori del regno, continuarono a predicare nei luoghi segreti, trovando asilo nelle umili dimore dei poveri, e spesso nascondendosi nelle caverne e nelle spelonche.
Nonostante l'ínfuriare della persecuzione, continuò a farsi sentire nei secoli una protesta calma, pia, sincera e paziente contro la dilagante corruzione della fede religiosa. I cristiani di quel tempo lontano avevano solo una conoscenza parziale della verità, però avevano imparato ad amare Iddio e a ubbidire alla sua Parola. Per amore di essa soffrivano pazientemente. Come i discepoli dei tempi apostolici, molti di loro sacrificarono i propri beni terreni per la causa di Cristo. Quanti ancora potevano vivere nelle loro case, erano lieti di ospitare i fratelli perseguitati. Quando, poi, venivano costretti a loro volta a fuggire, accettavano volentieri il retaggio dei fuorilegge. Purtroppo, migliaia di essi, terrorizzati dall'imperversare delle persecuzioni, comperavanó la propria libertà rinunciando alla loro fede, e lasciavano il carcere indossando l'abito del penitente, perché così fosse resa pubblica la loro abiura. Ma molti furono coloro che seppero testimoniare impavidi della verità, in oscure celle, nelle « Torri dei lollardi », in mezzo alle torture e alle fiamme, lieti di essere stimati degni di partecipare alle sofferenze di Cristo. Fra loro c'erano uomini di nobili natali, come anche di umili origini.
I papisti non erano riusciti ad attuare la propria volontà durante la vita di Wycliff, e il loro odio non poteva essere placato fintantoché il corpo del riformatore giaceva quieto nella tomba. Perciò, con decreto del concilio di Costanza, oltre quarant'anni dopo la sua morte, le ossa di Wycliff furono esumate e date pubblicamente alle fiamme. Le ceneri vennero gettate nel vicino ruscello. « Quel ruscello », dice un antico scrittore, « trasportò le ceneri nell'Avon; l'Avon, a sua volta, le depose nel Severn; il Severn le portò al mare, e il male le consegnò all'oceano sconfinato. Così le ceneri di Wycliff sono l'emblema della sua dottrina ora sparsa in tutto il mondo » T. Fuller, Church Hístory of Britain, vol. 4, sez. 2, par. 54. I suoi nemici non si resero conto del significato del loro malvagio gesto.
Grazie agli scritti di Wycliff, Giovanni Huss di Boemia fu condotto a rinunciare ai molti errori del Romanesìmo e a schierarsi dalla parte della Riforma. Così in questi due paesi, tanto distanti fra loro, fu sparso il seme della verità. Dalla Boemia l'opera si estese ad altri paesi. Le menti umane venivano dirette verso la Parola di Dio, tanto a lungo negletta. Una mano divina stava preparando la via alla grande Riforma.


 
Capitolo 6

Due Eroi di Fronte Alla Morte


Il seme del Vangelo era stato gettato in Boemia nel nono secolo. La Bibbia era stata tradotta e il culto veniva celebrato" nella lingua del popolo. Però, via via che l'autorità papale cresceva, la Parola di Dio era offuscata. Gregorio VII, che si era proposto di umiliare l'orgoglio dei re e di rendere schiavo il popolo, promulgò una bolla che vietava il culto pubblico in lingua boema. Affermava che « era piaciuto all'Onnipotente decretare che il culto gli fosse reso in lingua sconosciuta, perché non pochi mali e non poche eresie erano derivati dall'avere ne.gletto tale regola » Wylie, vol. 3, cap. l. Roma, così, decretò che la luce della Parola di Dio fosse spenta e che il popolo rimanesse immerso nelle tenebre. Il cielo, comunque, aveva provveduto alla salvaguardia della chiesa. Molti valdesi e albigesi, strappati dalla persecuzione dalle loro case della Francia e dell'Italia, ripararono in Boemia. Sebbene non ardissero insegnare apertamente, operavano in segreto, con molto zelo. Fu così che la vera fede venne tramandata di secolo in secolo.
Prima di Huss, vi erano stati in Boemia uomini che avevano apertamente condannato la corruzione della chiesa e del popolo. La loro attività aveva suscitato un vasto e profondo interesse. Il clero, allarmato, scatenò una persecuzione contro quanti si professavano discepoli del Vangelo. Costretti a riunirsi nelle foreste e sui monti, braccati dai soldati, molti furono messi a morte. Fu, poi, decretato che chiunque si fosse distaccato dal culto romano fosse condannato al rogo. I cristiani, morendo, guardavano fiduciosi al trionfo ultimo della loro causa. Uno di coloro che insegnavano la salvezza solo mediante la fede nel Salvatore crocifisso, ebbe a dire in punto di morte: « L'ira dei nemici della verità ora ha il sopravvento; ma non sarà sempre così. Sorgerà fra il popolo uno, senza spada e senza autorità, contro il quale tutte le armi si spunteranno » Ibidem. Ormai non era lontano il tempo di Lutero. Stava per apparire qualcuno la cui testimonianza contro Roma avrebbe scosso le nazioni.
Giovanni Huss era di umili natali, e rimase orfano di padre molto presto. Sua madre, donna pia che considerava l'educazione e il timore di Dio più importanti dei beni terreni, si sforzò di inculcare tali princìpi nel figlio. Huss studiò prima nella scuola provinciale, quindi fu ammesso per pura carità all'università di Praga. La madre lo accompagno fino alla sua nuova residenza. Giunta vicino alla grande città, non potendo dare altra eredità al figlio, si inginocchiò davanti a lui e invocò sull'orfanello la benedizione del Padre celeste. Ella era ben lungi dall'immaginare in che modo la sua preghiera sarebbe stata esaudita.
All'università, Huss si distinse per la sua instancabile applicazione e per i suoi rapidi progressi; e tutto questo, accoppiato alla sua vita integra e alla sua gentilezza, gli valse la stima generale. Egli era un fedele discepolo della chiesa romana e un sincero ricercatore delle benedizioni spirituali che essa elargiva. Durante un giubileo, Huss andò a confessarsi, e dopo aver regalato gli ultimi spiccioli delle sue magre risorse, si unì alla processione per ottenere l'assoluzione promessa. Ultimati gli studi, entrò nel sacerdozio e non tardò ad affermarsi, tanto che fu ammesso alla corte del re. Diventato professore, fu successivamente nominato rettore di quella stessa università in cui si era laureato. Il povero studente di un tempo finì col diventare il vanto della nazione, mentre il suo nome correva per tutta l'Europa.
Huss cominciò l'opera della Riforma in un altro campo. Alcuni anni dopo aver ricevuto gli ordini religiosi, fu designato predicatore della cappella di Betlemme. Il suo fondatore sosteneva - considerandola della massima importanza - la necessità di predicare la Sacra Scrittura nella lingua del popolo. Nonostante l'opposizione di Roma, tale consuetudine non era stata del tutto abbandonata in Boemia. Va detto però che, purtroppo, vi era una grande ignoranza della Bibbia, e che fra la gente di ogni ceto imperavano i peggiori vizi. Huss denunciò senza esitazione questi mali e fece appello alla Parola di Dio per inculcare i princìpi della verità e della purezza da lui propugnati.
Un cittadino di Praga, Gerolamo, che più tardi diventò intimo collaboratore di Huss, reduce dall'I nghi I terra, aveva portato seco gli scritti di Wycliff. La regina d'Inghilterra, convertitasi agli insegnamenti del riformatore britannico, era una principessa boema. Fu anche grazie al suo appoggio che le opere di Wycliff trovarono vasta diffusione nella sua terra natia. Huss esaminò quelle opere con vivo interesse, e si convinse che il suo autore era un cristiano sincero. Finì col considerare favorevolmente la riforma che Wycliff sosteneva. Senza rendersene conto, Huss già stava calcando un sentiero che lo avrebbe condotto molto lontano da Roma.
Intorno a quell'epoca giunsero a Praga, provenienti dall'Inghilterra, due stranieri. Uomini colti, avevano ricevuto la luce della verità ed erano venuti a diffonderla in quella terra lontana. Cominciarono con un aperto attacco alla supremazia papale, ma le autorità li costrinsero a tacere. Siccome, però, non erano disposti a recedere dal loro proposito, ricorsero a un altro espediente. Oltre che predicatori erano pittori, perciò sfruttarono questa loro capacità artistica. In un luogo aperto al pubblico, dipinsero due quadri. Uno rappresentava l'entrata di Gesù in Gerusalemme: « mansueto, e montato sopra un, asino » Matteo 21: 5 (D), seguito dai discepoli scalzi, in abiti dimessi. L'altro, invece, raffigurava una processione pontificia: il papa indossava ricche vesti, cingeva il triregno e cavalcava un cavallo magnificamente bardato. Lo precedevano dei trombettieri ed era seguito da alti prelati in abiti sontuosi.
Era, quello, un sermone che attirava l'attenzione di tutti. La folla si accalcava per contemplare quei quadri, e nessuno poteva fare a meno di capire l'insegnamento che ne scaturiva. Non pochi rimasero colpiti dal contrasto fra la mansuetudine e l'umiltà di Cristo, il maestro, e l'orgoglio, l'arroganza del papa che si diceva suo servo. Ci fu a Praga -una profonda emozione, e i due stranieri, dopo poco tempo, ritennero opportuno andarsene per salvaguardare la loro vita. Nondimeno, la lezione che avevano impartita non fu dimenticata. I quadri provocarono una' profonda impressione nella mente di Huss e lo spinsero a uno studio più approfondito della Bibbia e degli scritti di Wycliff. Sebbene egli non fosse ancora preparato ad accettare tutte le riforme sostenute da Wycliff, si rendeva sempre più chiaramente conto del carattere del papato e, con grande zelo, cominciò a denunciare l'orgoglio, l'ambizione e la corruzione della gerarchia romana.
Dalla Boemia la luce si estese alla Germania in seguito a contrasti sorti nell'università di Praga, che indussero alcune centinaia di studenti tedeschi ad andarsene. Molti di loro avevano ricevuto da Huss la conoscenza della Bibbia e così, rientrati in patria, vi diffusero l'Evangelo.
Roma venne a conoscenza di quello che stava accadendo, e Huss fu invitato a presentarsi al papa. Ubbidire significava esporsi a sicura morte. Il re e la regina di Boemia, l'università, i membri della nobiltà, le personalità del governo si unirono per mandare al pontefice una petizione con la quale chiedevano che Huss fosse autorizzato a rimanere a Praga e a farsi rappresentare a Roma da un delegato. Il papa, lungi dall'aderire alla richiesta, procedette al giudizio e alla condanna di Huss, quindi lanciò l'interdetto sulla città di Praga.
In quei tempi, simile sentenza creava ovunque un vivo allarme. Le cerimonie che l'accompagnavano erano di natura tale da terrorizzare la gente, che considerava il pontefice come il rappresentante di Dio, possessore delle chiavi del cielo e dell'inferno, dotato della facoltà di invocare castighi temporali e spirituali. Si pensava che le porte del cielo sarebbero rimaste chiuse per le zone colpite dall'interdetto e che, finché non fosse piaciuto al papa revocarlo, i morti sarebbero stati esclusi dalla dimora dei beati. Per dimostrare quanto grave fosse siffatta calamità, tutte le funzioni religiose erano sospese, le chiese chiuse, i matrimoni celebrati nel cortile antistante la chiesa, i morti -essendo vietato seppellirli in terra consacrata- venivano sepolti, senza alcun rito funebre, nei campi o nei fossati. Così, ricorrendo a misure che colpivano l'immaginazione popolare, Roma si sforzava di esercitare il proprio dominio sulle coscienze degli uomini.
Praga era sconvolta. Una parte della popolazione accusava Huss di essere la -causa di tutte quelle disgrazie, e chiedeva che fosse consegnato a Roma. Per placare la tempesta, il riformatore si ritirò per un po' di tempo nel suo villaggio natio. Scrivendo agli amici rimasti nella capitale, diceva: « Se mi sono ritirato da voi, è stato per attenermi al precetto e all'esempio di Gesù Cristo per non dare motivo ai malvagi di attirare su di sé l'eterna condanna e per non essere, nei confronti delle persone pie, fonte di afflizione e dì persecuzione. Mi sono ritirato anche per tema che dei sacerdoti empi continuassero a lungo a impedire in mezzo a voi la predicazione della Parola di Dio. Non vi ho lasciati per rinnegare la divina verità, per la quale io sono pronto, con l'aiuto di Dio, a dare la vita » Bonnechose, The Reformers Before the Reformation, vol. 1, p. 87. Huss non interruppe la sua attività, anzi percorse il paese circostante, continuando a predicare a masse assetate di conoscenza. Accadde così che le misure cui era ricorso il papa per sopprimere l'Evangelo, finirono col contribuire a una più vasta diffusione di esso. « Perché noi non possiamo nulla contro la verità; quel che possiamo è per la verità » 2 Corinzi 13: 8.
« La mente di Huss, in quel periodo della sua vita, era in preda a un doloro so conflitto. Quantunque la chiesa cercasse di sopraffarlo con i suoi fulmini, egli non ne aveva rigettata l'autorità. Per lui, la chiesa di Roma continuava a essere la chiesa di Cristo e il papa il rappresentante e il vicario di Dio. Huss lottava contro l'abuso di autorità e non contro il principio stesso. Fu questo a determinare una tremenda lotta fra le convinzioni del suo intelletto e i richiami della sua coscienza. Se l'autorità era giusta e infallibile, come egli riteneva, come mai si sentiva spinto a disubbidirle? D'altro canto, si rendeva conto che ubbidire significava peccare. Perché, si chiedeva, l'ubbidienza a una chiesa infallibile doveva condurre a tale conclusione? Era questo il dilemma che Huss non riusciva a sciogliere; era questo il dubbio che lo torturava continuamente. La soluzione più approssimativa cui egli poteva gíungere era -come del resto era già accaduto ai tempi del Salvatoreche i sacerdoti della chiesa erano diventati empi e si servivano della propria autorità legale per fini illegali. Ciò lo indusse ad adottare come guida, e a predicarla agli altri, la massima secondo la quale i precetti della Scrittura, convogliati attraverso l'intelletto, sono regola di coscienza. In altri termini, Dio che parla nella Bibbia, e non la chiesa che parla per mezzo del sacerdote, è l'unica guida infallibile » Wylie, vol. 3, cap. 2.
Quando, dopo un po' di tempo, a Praga la calma si fu ristabilita, Huss ritornò alla sua cappella di Betlemme per riprendere con maggior zelo e coraggio la predicazione della Parola di Dio. I suoi nemici erano potenti e attivi, ma la regina e molti nobili erano suoi amici, e buona parte della popolazione era con lui. Confrontando i suoi insegnamenti puri ed elevati e la sua vita santa coi dogmi degradanti predicati dai discepoli di Roma, come anche con la loro avarizia e depravazione, molta gente finì con lo stimare un vero onore schierarsi dalla sua parte.
Fino ad allora Huss era stato solo nei suoi lavori, ma ora Gerolamo -che mentre era in Inghilterra aveva accettato gli insegnamenti di Wycliff - si unì a lui nell'opera della Riforma. I due, uniti nella vita, non furono separati nella morte. Genio brillante, eloquenza, cultura - doti queste che attiravano il favore popolare - erano le qualità che Gerolamo possedeva in misura eminente; mentre per quel che riguardava la forza del carattere, Huss gli era superiore. Il suo sobrio discernimento era di freno allo spirito impulsivo di Gerolamo che, però, con sincera umiltà, si rendeva conto del valore di Huss e ben volentieri si sottometteva ai suoi consigli. Per l'attività congiunta di questi due uomini, la Riforma si estese rapidamente.
Dio fece brillare una grande luce nella mente di questi uomini eletti, rivelando loro non pochi errori di Roma. Essi, però, non ricevettero tutta la luce che doveva essere data al mondo. Dio si serviva di loro per strappare le anime alle tenebre di Roma. Molti erano gli ostacoli che essi dovevano affrontare; e il Signore li guidò passo passo, nella misura in cui procedevano, poiché non potevano ricevere, così all'improvviso, tutta la luce. Pari allo splendore del sole in pieno mezzodì per chi è rimasto a lungo immerso nel buio, se essa fosse stata loro presentata in tutta la sua pienezza, li avrebbe fatti indietreggiare Per questo Dio la rivelò a poco a poco, per modo che essa potesse essere assimilata dalle anime. Di secolo in secolo, poi, altri fedeli operai si sarebbero susseguiti per guidare gli uomini sempre più avanti lungo il cammino della Riforma.
Perdurava intanto lo scisma nella chiesa: tre papi si contendevano il primato, e la lotta provocava tumulto e sangue. Non contenti di scagliarsi reciprocamente degli anatemi, ricorsero alle armi. Ognuno di essi riteneva fosse proprio dovere procurarsi armamenti e soldati. Naturalmente, tutto ciò comportava spese non indifferenti, per cui nell'intento di raccogliere il denaro occorrente, furono posti in vendita incarichi, benefici e benedizioni da parte delle chiese.(9) Anche i sacerdoti - imitando i superiori - si diedero alla simonia per umiliare i rivali e per rafforzare il proprio potere. Con un ardire che andava aumentando di giorno in giorno, Huss tuonò contro le abominazioni che venivano commesse e tollerate in nome della religione, e la gente, a sua volta, accusò apertamente i capi della chiesa, come causa delle miserie che opprimevano il mondo cristiano.
Praga si vide di nuovo minacciata da un sanguinoso conflitto. Come negli antichi tempi d'Israele, il servitore di Dio fu accusato: « Sei tu colui che mette sossopra Israele » 1 Re 18: 17. La città fu interdetta, e Huss dovette ancora una volta ritirarsi nel suo villaggio natio. La testimonianza da lui fedelmente data nella cappella di Betlemme era finita; ma prima di deporre la propria vita quale testimone della verità, egli sarebbe stato chiamato a predicare al mondo intero da un pulpito più elevato.
Per risanare i mali che travagliavano l'Europa, l'imperatore Sigismondo chiese a uno dei tre papi rivali, Giovanni XXIII, di convocare un concilio generale a Costanza. Questo papa non vedeva di buon occhio la convocazione del concilio, Poiché la sua vita intima e la sua politica non erano tali da poter reggere a un'inchiesta, anche se condotta da prelati la cui moralità - come spesso era il caso a quei tempi - lasciava parecchio a desiderare. Comunque, egli non ardiva opporsi alla volontà di Sigismondo.(16)
I principali obiettivi che il concilio sì prefiggeva erano: risanare lo scisma nella chiesa ed estirpare l'eresia. I due antipapì furono invitati a presentarsi davanti al concilio, e analogo invito fu rivolto a Giovanni Huss nella sua qualità di principale propagatore delle nuove opinioni. I primi, per salvaguardare la propria incolumità, non intervennero e si fecero rappresentare dai loro delegati. Papa Giovanni, pur risultando apparentemente come convocatore del concilio, vi intervenne con molta apprensione, timoroso che l'imPeratore accarezzasse il segreto proposito di deporlo, e di chiedergli conto dei vizi che avevano disonorato la tiara, e dei crimini che gliel'avevano assicurata. Ad ogni modo, egli fece il suo ingresso a Costanza con gran pompa, seguito da una schiera di cortigiani e accompagnato da ecclesiastici di alto rango. Tutto il clero e tutti i dignitari della città, seguiti da una folla immensa, gli andarono incontro a porgergli il benvenuto. Sul suo capo c'era un baldacchino dorato, portato da quattro fra i principali magistrati. Lo precedeva l'ostia. I sontuosi abiti dei cardinali e dei nobili aggiungevano particolare lustro al corteo.
Frattanto un altro viaggiatore si avvicinava a Costanza. Huss, consapevole dei pericoli che lo minacciavano, si congedò dagli amici come se non dovesse più rivederli. Si mise in cammino, presago di andare al rogo. Nonostante avesse ottenuto il salvacondotto dal re di Boemia e ne avesse ricevuto un secondo, durante il viaggio, dall'imperatore Sigismondo, egli prese le necessarie disposizioni in vista di una sua probabile morte.
In una lettera indirizzata ai suoi amici di Praga, diceva: « Fratelli miei... io parto con un salvacondotto del re per affrontare i miei numerosi e mortali nemici... Pure confido nell'Iddio onnipotente e nel mio Salvatore, fiducioso che Egli ascolterà le vostre fervide preghiere e metterà nella mia bocca la sua prudenza e la sua saggezza per modo che io possa resistere loro. Egli mi accorderà il suo Spirito Santo per fortificarmi nella sua verità affinché io sappia affrontare coraggiosamente le tentazioni, il carcere e, se necessario, una morte crudele. Gesù Cristo soffrì per i suoi diletti; perciò, perché dovremmo stupirci che Egli ci abbia lasciato il suo esempio per sopportare con pazienza ogni cosa per la nostra salvezza? Egli è Dio e noi siamo le sue creature; Egli è il Signore e noi siamo i suoi servitori; Egli è il Sovrano del mondo e noi siamo poveri mortali. Eppure, Egli ha sofferto. Per conseguenza, perché non dovremmo soffrire anche noi, soprattutto quando la sofferenza è per noi una purificazione? Diletti, se la mia morte deve contribuire alla sua gloria, pregate che essa venga presto e che Dio mi aiuti a sopportare con pazienza le mie calamità. Se invece è meglio che io ritorni fra voi, preghiamo Dio che io riparta da questo concilio senza macchia, cioè che io non sopprima neppure un iota della verità del Vangelo e dia, in tal modo, un buon esempio. Però, se è volontà dell'Onnipotente che io sia restituito a voi, sappiamo andare avanti con cuore ancora più intrepido nella conoscenza e nell'amore della sua legge » Bonnechose, vol. 1, pp. 147, 148.
In un'altra lettera indirizzata a un ex sacerdote cattolico, diventato discepolo dell'Evangelo, Huss parlava con profonda umiltà dei propri errori e si scusava di avere « trovato diletto nell'indossare ricchi paludamenti e nell'aver sprecato ore preziose in occupazioni frivole ». Quindi aggiungeva: « Che la tua mente sia occupata dalla gloria di Dio e non dal desiderio di prebende e di possedimenti. Guardati dall'adornare.la tua casa più dell'anima tua, e abbi la massima cura dell'edificio spirituale. Sii pio e umile col povero; non sprecare le tue sostanze in festini. Se tu non correggi la tua vita e non ti astieni dalle cose superflue, io temo che sarai severamente punito come lo sono io... Tu conosci la mia dottrina, perché hai ricevuto i miei ammaestramenti fin dalla tua fanciullezza; perciò è inutile che io te ne scriva di nuovo. Ad ogni modo io ti scongiuro, per la grazia del nostro Signore, di non imitarmi in nessuna delle vanità in cui tu puoi avermi visto cadere ». Sull'involucro che racchiudeva la lettera, egli aggiunse: « Amico mio, ti scongiuro di non infrangere questo sigillo fino a che tu non abbia la certezza della mia morte » Idem, vol. 1, pp. 148, 149.
Durante il viaggio, Huss vide ovunque i segni della diffusione delle sue dottrine e del f avore di cui godeva la sua causa. La gente si accalcava per vederlo, e in alcune città i magistrati lo scortarono lungo la via.
Giunto a Costanza, Huss godette di una piena libertà perché al salvacondotto dell'imperatore si era aggiunta una personale garanzia di protezione da parte del papa. Però, in un secondo tempo, in aperta violazione di queste solenni e reiterate dichiarazioni, il riformatore fu arrestato per ordine del papa e dei cardinali e messo in un disgustoso carcere. In seguito, fu poi trasferito in una fortezza sul Reno e ivi tenuto prigioniero. Il papa, però, non godette a lungo della propria perfidia perché finì egli stesso nel medesimo carcere (Idem, vol. 1, p. 247).
Giudicato dal concilio, Giovanni XXIII fu dichiarato colpevol e dei più abbietti crimini quali: omicidio, simonia, adulterio -e « peccati innominabili ». In ultimo fu privato della tiara e imprigionato. Deposti anche gli antipapi, fu eletto un nuovo pontefice.
Sebbene lo stesso papa si fosse macchiato di crimini maggiori di quelli che Huss aveva rinfacciato ai sacerdoti, a motivo dei quali aveva chiesto una riforma, il concilio che destituì il pontefice infierì contro il riformatore. La carcerazione di Huss suscitò viva indignazione in tutta la Boemia, e potenti nobili rivolsero al concilio una vibrata protesta contro simile oltraggio. L'imperatore, al quale ripugnava la violazione di un salvacondotto, cercò di impedire che si procedesse contro il riformatore; pero i nemici di Huss erano influenti e decisi. Essi fecero appello ai pregiudizi dell'imperatore, ai suoi timori e al suo zelo per la chiesa. Ricorsero, inoltre, a elaborate argomentazioni per dimostrare che « non si è tenuti a mantenere le promesse fatte agli eretici o a persone sospette di eresia, anche se munite di salvacondotto dell'imperatore e dei re » Jacques Lenfant, History of the Council of Constance, vol. 1, p. 516. In tal modo essi raggiunsero il loro intento.
Indebolito dalla malattia e dal carcere -Pumidità della cella e l'aria mefitica di essa gli provocarono una febbre che poco mancò non lo conducesse -alla tomba- Huss venne finalmente condotto alla presenza del concilio. Carico di catene, egli si trovò di fronte all'imperatore il cui onore e la cui buona fede si erano impegnati di proteggerlo. Nel corso del lungo processo, Huss difese la verità con fermezza; e al cospetto dei dignitari della chiesa e dello stato pronunciò una solenne e vibrata protesta contro la corruzione della curia romana. Invitato a scegliere fra l'abiura e la morte, non esitò a scegliere il martirio.
La grazia di Dio lo sostenne, e durante le lunghe settimane che trascorsero prima del verdetto finale, la pace del cìelo inondò la sua anima. « Io scrivo questa lettera », diceva a un amico, « nel mio carcere, con le mani serrate nei ceppi, in attesa della sentenza di morte che sarà pronunciata domani ... Quando, con l'aiuto di Cristo Gesù, noi ci incontreremo dì nuovo nella pace beata della vita futura, saprai quanta misericordia Dio ha avuto per me e quanto Egli mi ha efficacemente aiutato e sostenuto in mezzo alle tentazioni e alle prove » Bonnechose, vol. 2, p. 67.
Nell'oscurità del suo carcere, egli previde il trionfo della vera fede. In sogno gli apparve la cappella di Praga, dove aveva predicato l'Evangelo, e vide il papa e i vescovi cancellare le immagini di Cristo che egli aveva dipinto sulle pareti. « Tale visione lo turbò. L'indomani vide, sempre in sogno, dei pittori restaurare quelle immagini a accrescerne il numero. Dopo aver fatto ciò, i pittori rivolti alla folla che li circondava, esclamarono: "Ora ì papi e i vescovi vengano pure: essi non riusciranno più a cancellare queste immagini". Nel raccontare il sogno, il riformatore disse: "Sono certo che l'immagine di Cristo non sarà mai cancellata. Essi volevano distruggerla; ma per opera di predicatori migliori di me, essa sarà nuovamente riprodotta nei cuori" » D'Aubigné, vol. 1, cap. 6.
Per l'ultima volta Huss fu condotto dinanzi al concilio. Era un'assemblea numerosa e brillante: l'imperatore, i principi dell'impero, i deputati reali, i cardinali, i vescovi, i sacerdoti, e una immensa folla che si era radunata per essere spettatrice degli eventi di quel giorno. Da ogni parte del mondo cristiano erano convenuti i testimoni di questo primo grande sacrificio della lunga lotta, mediante la quale sarebbe stata assicurata la libertà di coscienza.
Invitato a comunicare la sua decisione finale, Huss dichiarò che rifiutava di abiurare. Indi, fissando i suoi sguardi penetranti sul monarca vergognosamente infedele alla sua parola d'onore, disse: « Ho deciso di mia spontanea volontà di presentarmi dinanzi a questo concilio, sotto la pubblica protezione e la parola dell'imperatore qui presente » Bonnechose, vol. 2, p. 84. Un vivo rossore si diffuse sul volto di Sigismondo, mentre gli occhi di tutti si volgevano verso di lui.
Pronunciata la sentenza, ebbe inizio il rito della degradazione. I vescovi fecero indossare al prigioniero gli abiti sacerdotali. Egli, nel toccarli, disse: « Nostro Signore Gesù Cristo fu coperto dì una veste bianca in segno di scherno, quando Erode lo fece condurre davanti a Pilato » Idem, vol. 2, p. 86. Esortato ancora una volta a ritrattare, egli si rivolse verso il popolo e dichiarò: « Come potrei levare la fronte verso il cielo? Come potrei guardare questa folla di persone alle quali ho predicato il puro Vangelo? No. lo stimo la loro salvezza più importante di questo misero corpo condannato a morte » Ibidem. I paramenti furono rimossi l'uno dopo l'altro e ogni vescovo, nel compiere la propria parte del rito, pronunciava una maledizione. Alla fine « gli posero in testa una specie di mitria di carta in forma di piramide, sulla quale erano dipinte orribili figure di demoni ». Sulla parte anteriore di essa si leggeva: « Eresiarca ». Huss disse: « Molto lietamente porterò questa corona infamante per amor tuo, Gesù, che cingesti per me una corona di spine » Ibidem. '
Dopo che Huss fu così acconciato, « i prelati dissero: "Ora noi consegniamo la tua anima al diavolo". Giovanni Huss, levando gli occhi al cielo, replicò: 'T io rimetto il mio spirito nelle tue mani, Signor Gesù, perché tu mi hai redento" » Wylie, vol. 3, cap. 7.
Consegnato alle autorità secolari, venne condotto sul luogo del supplizio. Una immensa processione lo seguiva: centinaia di uomini armati, sacerdoti, vescovi in ricche vesti e gli abitanti di Costanza. Dopo che egli fu legato al palo e che tutto fu pronto per l'accensione del rogo, il martire fu invitato ancora una volta a salvarsi, rinunciando ai propri errori. « Quali errori », egli chiese, « dovrei abbandonare? lo non mi riconosco colpevole di nessuno. Chiamo, Dio a testimone che tutto quello che ho scritto e predicato è, stato per strappare le anime al peccato e alla perdizione. Perciò molto lietamente confermerò col mio sangue la verità che ho scritta e predicata » Ibídem. Quando le fiamme sprizzarono crepitando intorno a lui, egli cominciò a cantare: « Gesù, figliuol di Davide, abbi pietà di me! », e continuò il suo canto fino a che la sua voce non fu soffocata per sempre.
Gli stessi nemici furono colpiti dal suo eroico comportamento. Un papista zelante, descrivendo il martirio di. Huss e di Gerolamo, che mon poco dopo, dichiarò: « Entrambi si comportarono con fermezza, quando si avvicinò la loro ultima ora. Essi si prepararono per il fuoco come se fossero dovuti andare a un banchetto di nozze. Non emisero un lamento. Quando le fiamme salirono, essi si misero a cantare degli inni, e la veemenza del fuoco a stento riuscì a sopraffare quel canto e a farlo tacere » Ibidem.
Dopo che il corpo dì Huss fu totalmente consumato, le sue ceneri, con la terra sulla quale posavano, furono raccolte e gettate nel Reno che, a sua volta, le trasportò nel mare. I persecutori si illudevano di avere, così, sradicato la verità da lui predicata, mentre non sapevano che quelle ceneri sarebbero state un seme che si sarebbe propagato nel mondo, e che in regioni fino ad allora sconosciute avrebbe portato frutti copiosi in testimonianza della verità. La voce che aveva parlato al concilio di Costanza aveva risvegliato echi che si sarebbero fatti udire anche nei secoli avvenire. Huss non era più; però le verità per le quali egli aveva dato la vita non potevano più perire. Il suo esempio di fede e la costanza di cui aveva dato prova sarebbero stati di incoraggiamento a moltitudìni di persone per aiutarle a rimanere salde anche dinanzi alla tortura e alla morte. La sua esecuzione aveva mostrato al mondo intero la perfida crudeltà di Roma. I nemici della verità, anche se non se ne rendevano conto, avevano rafforzato la causa che desideravano distruggere.
Intanto un altro rogo stava per accendersi a Costanza. Il sangue di un altro testimone doveva esaltare la verità. Gerolamo, nel salutare Huss allorché questi partiva per recarsi al concilio, lo aveva esortato a essere forte e coraggioso, dichiarando che qualora gli fosse capitato qualche contrattempo, egli non avrebbe esitato a correre in suo aiuto. Udendo della carcerazione dell'amico, il fedele discepolo si preparò immediatamente a mantenere la promessa fatta. Senza salvacondotto, partì alla volta di Costanza, accompagnato da un solo amico. Giunto sul posto, si rese conto di essersi esposto a un serio pericolo, senza alcuna possibilità di poter liberare Huss. Egli, allora, lasciò la città, ma venne arrestato lungo la via del ritorno a ricondotto a Costanza incatenato, sotto la sorveglianza di un drappello di soldati. Quando egli apparve dinanzi al concilio, i suoi tentativi di rispondere alle accuse che gli venivano mosse furono soffocati dal grido: « Alle fiamme con lui! Alle fiamme! » Bonnechose, vol. 1, p. 234. Chiuso in carcere, fu incatenato in una posizione che gli causava acute sofferenze, e venne nutrito con pane e acqua. Dopo alcuni mesi, la durezza di questo trattamento gli provocò una grave malattia. I suoi nemici, allora, per tema che egli potesse sfuggir loro, lo trattarono con meno rigore, pur tenendolo ancora in carcere per un anno.
La morte di Huss non aveva sortito gli effetti desiderati dai papisti. La violazione del salvacondotto aveva provocato un'ondata di indignazione e il concilio, per ovviare alle difficoltà sorte, anziché dare Gerolamo alle fiamme, decise di costringerlo, se possibile, all'abiura. Egli fu condotto dinanzi all'assemblea e invitato a scegliere fra l'abiura e il rogo. All'inizio della prigionia, la morte sarebbe stata per lui una liberazione in confronto alle orribili sofferenze che avrebbe dovuto affrontare; ora, invece, indebolito dalla malattia, dalla durezza del carcere e dalla tortura morale dovuta alla forte tensione nervosa, separato dagli amici, addolorato per la morte di Huss, egli venne meno e accondiscese a sottomettersi alla volontà del concilio. Gerolamo affermò di accettare la fede cattolica e di ripudiare le dottrine di Wycliff e di Huss, eccetto le « sante verità » da essi insegnate. (Idem, vol. 2, p. 14 1).
Con questo espediente, Gerolamo cercava di far tacere la voce della propria coscienza e di sottrarsi alla sorte che lo minacciava. Però, nella solitudine del carcere, egli si rese chiaramente conto di quello che aveva fatto. Pensò al coraggio e alla fedeltà di Huss e, Per contrasto, vide tutta la bassezza della propria abiura. Pensò al divin Maestro che egli aveva giurato di servire, e che per amor suo aveva sofferto la morte della croce. Prima dell'abiura, egli aveva trovato in mezzo alle sofferenze conforto nella certezza del favore divino; ora, invece, il rimorso gli torturava l'anima. Sapeva che gli sarebbero state chieste altre ritrattazioni prima di Poter essere in pace con Roma, e capiva che il sentiero nel quale si era incamminato poteva condurre solo all'apostasia totale. Allora decise: non avrebbe rinnegato il Signore per sottrarsi a un breve periodo di sofferenza.
Non passò molto tempo che Gerolamo fu nuovamente chiamato dinanzi al concilio. La sua sottomissione non- aveva soddisfatto i giudici. La loro sete di sangue, alimentata dalla morte di Huss, chiedeva nuove vittime. Egli avrebbe potuto salvare la propria vita a prezzo di un totale rinnegamento della verità, ma aveva deciso di confessare la sua fede e di seguire nelle fiamme il suo fratello martire.
Gerolamo ritirò la sua precedente abiura e, come un morente, chiese di potersi difendere. Temendo gli effetti delle sue parole, i prelati volevano che egli si limitasse ad affermare o a rinnegare la verità delle accuse che gli erano state mosse. Gerolamo protestò contro tali crudeltà e ingiustizie. « Mi avete tenuto chiuso in un orribile carcere per trecentoquaranta giorni », disse, « in mezzo alla sporcizia, all'umidità, al fetore, privo di tutto; poi mi avete chiamato dinanzi a voi; e mentre prestate ascolto alle accuse dei miei mortali nemici, rifiutate di ascoltarmi... Se voi siete realmente uomini saggi e luci del mondo, guardatevi dal peccare contro la giustizia. Quanto a me, io sono solo un debole mortale; la mia vita ha ben poca importanza, e se vi esorto a non pronunciare un'ingiusta sentenza, parlo meno per me che per voi » Idem, vol. 2, pp. 146, 147.
Alla fine la richiesta venne accolta e, in presenza dei suoi giudici, Gerolamo si inginocchiò e pregò perché lo Spirito divino dirigesse i suoi pensieri e le sue parole, aiutandolo a non dire nulla contro la verità, nulla che non fosse degno del Maestro. Quel giorno si adempié per lui la promessa di Gesù al primi discepoli: « Sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia... Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell'ora stessa vi sarà dato ciò che avrete a dire. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi » Matteo 10: 18-20.
Le parole di Gerolamo suscitarono stupore e ammirazione nei suoi stessi nemici. Per un anno intero egli era rimasto chiuso in carcere, impossibilitato a leggere e a vedere, in preda a grandi sofferenze fisiche e ad ansietà mentali. Eppure i suoi argomenti erano da lui esposti con tale chiarezza e con tanta potenza che si sarebbe detto avesse avuto modo di studiare indisturbato. Egli additò agli uditori la lunga schiera di santi uomini che erano stati condannati da giudici ingiusti. Quasi in ogni generazione vi erano stati uomini che pur sforzandosi di elevare i loro contemporanei, erano stati rimproverati e scacciati. Più tardi, però, si era riconosciuto che essi erano meritevoli di rispetto e di onori. Cristo stesso fu condannato come malfattore da un ingiusto tribunale.
Precedentemente, all'atto dell'abiura, Gerolamo aveva riconosciuto la giustizia della sentenza di condanna di Huss. Ora, invece, si dichiarava pentito e testimoniava dell'innocenza e della santità del martire. « Lo conoscevo fin dalla sua fanciullezza », disse. « Era un uomo eccellente, giusto e santo. Fu condannato, nonostante la sua innocenza. Anch'io sono pronto a morire e non mi ritrarrò davanti ai tormenti che i miei nemici e i falsi testimoni preparano per me. Essi un giorno saranno chiamati a rendere conto delle loro imposture davanti al grande Iddio, che nessuno può ingannare » Bonnechose, vol. 2, p. 151.
Rimproverandosi di avere rinnegato la verità, Gerolamo proseguì: « Di tutti i peccati commessi fin dalla fanciullezza, nessuno è più deprimente per il mio spirito e mi procura un così acuto rimorso di quello commesso in questo luogo, quando approvai l'iniqua sentenza contro Wycliff e contro il santo martire Giovanni Huss, mio maestro e amico. Sì! Lo confesso con tutto il cuore e lo dichiaro con profondo orrore: ho sbagliato, ho grandemente sbagliato quando, per paura della morte, condannai le loro dottrine. Perciò io ti supplico... onnipotente Iddio, di perdonare i miei peccati e particolarmente questo, che è il più odioso di tutti! ». Rivolgendosi poi ai giudici, egli disse con fermezza: « Voi condannaste Wycliff e Giovanni Huss, non perché avevano scosso la dottrina della chiesa, ma semplicemente perché ardivano protestare contro gli scandali del clero, contro la pompa, l'orgoglio e i vizi dei sacerdoti e dei Prelati. Quello che essi affermarono e che è irrefutabile, lo penso anch'io e lo confermo! ».
Le sue parole furono interrotte. I prelati frementi d'ira gridarono: « Che bisogno c'è di altre prove? Noi vediamo coi nostri occhi il più ostinato degli eretici! ».
Intrepido, nonostante la tempesta, Gerolamo proseguì: « Che cosa?! Pensate forse che io abbia paura di morire? Mi avete tenuto per un anno in un orribile carcere, più orribile della morte stessa. Mi avete trattato più crudelmente di un turco, di un ebreo o di un pagano, e la mia carne si è letteralmente imputridita sulle mie ossa. Eppure io non mi lamento, perché i lamenti fanno ammalare lo spirito e il cuore. Però io non posso fare a meno di esprimere il mio stupore dinanzi a tanta barbarie nei confronti di un cristiano » Idem, voi. 2 pp. 151-153.
La tempesta d'ira esplose di nuovo, e Gerolamo fu ricondotto in carcere. Vi erano, però, nell'assemblea, degli uomini sui quali le parole da lui dette avevano prodotto una profonda impressione e che desideravano salvargli la vita. In prigione, Gerolamo ebbe la visita di dignitari della chiesa, che lo esortarono a sottomettersi al concilio e che gli fecero considerare i vantaggi e le brillanti prospettive che si sarebbero schiusi dinanzi a lui come ricompensa della sua rinuncia a opporsi a Roma. Egli, però, come il Maestro quando gli venne offerta la gloria del mondo, rimase saldo.
« Provatemi con le Sacre Scritture », egli disse, « che io sono nell'errore, e io abiurerò ».
« Le Sacre Scritture! », esclamò uno dei tentatori. « Ma come è possibile giudicare ogni cosa per mezzo di esse? Chi può capirle, finché la chiesa non le ha interpretate? ».
« Le tradizioni degli uomini », replicò Gerolamo, « sono più degne di fede del Vangelo del nostro Salvatore? Paolo non esortava coloro ai quali scriveva a prestare ascolto alle tradizioni degli uomini, ma diceva invece di investigare le Scritture ».
« Eretico! », fu la risposta. « lo mi pento di avere così a lungo discusso con te e mi rendo conto che sei guidato dal diavolo » Wylìe, vol. 3, cap. 10.
Dopo che la sentenza di condanna fu pronunciata, Gerolamo venne condotto sul luogo stesso dove Huss era stato giustiziato. Vi si recò cantando e col volto illuminato di pace e di gioia. Il suo sguardo era fisso su Gesù e per lui la morte perdeva ogni orrore. Quando il carnefice, per accendere il rogo, scivolò alle sue spalle, il martire gli disse: « Accendi pure davanti a me. Se io avessi avuto paura di morire non sarei qui! ».
Le sue ultime parole, pronunciate mentre le fiamme divampavano, furono una preghiera: « Signore, Padre onnipotente », gridò, « abbi pietà di me e perdona i miei peccati, perché tu sai che io ho sempre amato la tua verità » Bonnechose, vol. 2, p. 168. La sua voce venne meno, ma le sue labbra continuarono a muoversi in preghìera. Quando il fuoco ebbe compiuta la sua opera, le ceneri del martire, con la terra sulla quale giacevano, furono raccolte e, come quelle di Huss, gettate nel Reno.
Così morirono i fedeli testimoni di Dio; ma la luce della verità da essi proclamata, unita a quella del loro fulgido esempio di eroismo, non poteva spegnersi. Come agli uomini non è dato impedire al sole di seguire il proprio corso e di risplendere sul mondo, così essi non sarebbero riusciti a impedire il sorgere di un nuovo giorno che stava per levarsi.
L'esecuzione di Huss aveva acceso in Boemia una fiamma di indignazione e di orrore. Tutta la nazione sentiva che egli era rimasto vittima dell'astuzia dei sacerdoti e del tradimento dell'imperatore. Huss fu riconosciuto un fedele predicatore della verità; il concilio che aveva decretato la sua morte venne accusato dì assassinio, e le dottrine del riformatore finirono col richiamare un'attenzione senza precedenti. Gli scritti di Wycliff, per decreto papale, erano stati condannati alle fiamme; però una parte di essi poté essere sottratta alla distruzione. Tratti dai nascondigli dove erano stati messi, divennero oggetto di studio, insieme con la Bibbia o porzioni di essa. Così molta gente aderì alla fede riformata.
Gli uccisori di Huss non se ne stettero a contemplare il trionfo della sua causa: il papa e l'imperatore si unirono per schiacciare il movimento, e gli eserciti di Sigismondo invasero la Boemia.
Ma sorse un liberatore. Ziska, condottiero dei boemi, che poco dopo l'inizio delle ostilità diventò totalmente cieco, fu uno dei più abili generali della storia. Fidando nell'aiuto di Dio e nella giustizia della sua causa, quel popolo resistette ai più agguerriti eserciti che lo fronteggiavano. Reiteratamente l'imperatore reclutò nuove leve e invase la Boemia: ogni volta, però, egli'fu ignominiosamente respinto. Gli hussiti non temevano la morte, e così nessuno poteva resistere loro. Alcuni anni dopo, il bravo Ziska morì, ma il suo posto fu preso da Procopio, un generale altrettanto valoroso e abile e, sotto certi aspetti, migliore condottiero del predecessore.
I nemici dei boemi, sapendo che il guerriero cieco era morto, ritennero propizia l'occasione per riconquistare quello che avevano perduto. Il papa proclamò una crociata contro gli hussiti, e un poderoso esercito invase la Boemia, ma solo per andare incontro a una terribile disfatta. Fu bandita un'altra crociata, e in tutti i paesi d'Europa furono raccolti uomini, denaro e munizioni per la guerra. Innumerevoli schiere di soldati si arruolarono sotto la bandiera del papa, nella certezza che alla fine gli eretici hussiti sarebbero stati sterminati. Fiducioso nella vittoria, l'esercito penetrò in Boemia. Il popolo si riunì per respingerlo. I due eserciti opposti si avvicinarono l'uno all'altro fino a che solo un fiume li separo. « I crociati erano numericamente superiori, ma anziché attraversare il corso d'acqua e impegnare battaglia contro le forze hussite, rimasero fermi a osservare quei guerrieri » Wylie, vol. 3, cap. 17. D'improvviso un misterioso terrore si impossessò di loro e, senza colpo ferire, quella poderosa schiera di armati si disperse e si dissolse come polverizzata da un potere invisibile. L'esercito hussita, lanciatosi all'inseguímento del nemico in fuga, raccolse un immenso bottino di guerra. Così quella crociata, anziché impoverire la Boemia, l'arricchì.
Alcuni anni dopo, sotto un nuovo papa, si organizzò un'altra crociata. Come prima, uomini e mezzi furono raccolti in tutta Europa. Grandi erano gli allettamenti posti dinanzi a chi si fosse unito a questa impresa. A ogni crociato venne garantito il perdono assoluto dei più odiosi crimini commessi. Tutti coloro che sarebbero morti in battaglia avrebbero ricevuto una ricca rimunerazione celeste. Quelli che, invece, sarebbero sopravvissuti, avrebbero mietuto onori e ricchezze sul campo di battaglia. Fu messo insieme un poderoso esercito che attraversò la frontiera e invase la Boemia. Le forze hussite ripiegarono attirando gli invasori sempre più lontano dalle loro basi di partenza, e sempre più nel cuore del paese. Questa ritirata strategica degli hussiti fece credere ai crociati di avere ormai partita vinta. Ma non era così: gli eserciti di Procopio si fermarono e affrontarono gli invasori. I crociati, accortisi troppo tardi dello sbaglio commesso, ne commisero un altro: rimasero nei loro accampamenti in attesa degli sviluppi della situazione. Quando udirono il rumore delle forze nemiche che si avvicinavano, ancor prima che gli hussiti fossero in vista, furono colti da uno strano panico. Principi, generali, semplici soldati gettarono le armi e fuggirono in. ogni direzione. Invano il legato pontificio cercò di riunire quelle forze terrorizzate e disorganizzate: egli stesso fu trascinato Via dall'onda dei fuggitivi. La rotta fu totale, e di nuovo un immenso bottino cadde nelle mani dei vincitori.
Anche questa volta un potente esercito nemicol mandato dalle più forti nazioni europee e formato da uomini agguerriti, valorosi, bene addestrati e bene equipaggiati, era fuggito, senza difendersi, dinanzi ai difensori di una piccola e debole nazione. Gli invasori erano stati colpiti da un terrore soprannaturale: Colui che aveva rovesciato le schiere di Faraone al Mar Rosso, che aveva messo in fuga gli eserciti di Madian dinanzi a Gedeone e ai suoi trecento uomini, che in una sola notte aveva schiantato le forze dell'orgogliosa Assiria, aveva ancora una volta steso la sua mano per annichilire gli eserciti dell'oppressore. « Ecco là, son presi da grande spavento, ove prima non c'era spavento; poiché Dio ha disperse le ossa di quelli che ti assediavano; tu li hai coperti di confusione, perché Iddio li disdegna » Salmo 53: S.
I capi della chiesa romana, disperando di poter vincere con la forza, ricorsero alla diplomazia. Si addivenne a un compromesso che, mentre ufficialmente accordava ai boemi la libertà di coscienza, in realtà li metteva in potere di Roma. I boemi avevano precisato quattro condizioni per il trattato di pace con Roma: libera predicazione della Bibbia; diritto dell'intera chiesa a partecipare, nella comunione, al pane e al vino, e uso della lingua materna per il culto; esclusione del clero da ogni ufficio o posizione di carattere secolare; in caso di crimini, sia per i laici che per gli ecclesiastici, valeva la giurisdizione dei tribunali civili. Le autorità della chiesa romana accettarono « i quattro articoli degli hussiti, riservandosi però il diritto che essi venissero spiegati, cioè che ne fosse determinata la portata dal concilio. In altri termini, tale facoltà era concessa al papa e all'imperatore » Wylie, vol. 3, cap. 18. Su questa base l'accordo fu raggiunto; e Roma, con la dissimulazione e con la frode, riuscì a ottenere quello che non era riuscita a conseguire con la guerra. Infatti, mettendo la propria interpretazione sugli articoli proposti dagli hussiti, come anche sulla Bibbia, essa poteva pervertire il loro significato, sì da farli servire ai suoi scopi.
In Boemia molti non acconsentirono al trattato, visto che esso tradiva la loro libertà. Ne seguirono dissensi, divisioni e spargimento di sangue. In questa lotta perse la vita il prode Procopio, e con lui Praticamente ebbe fine la libertà boema.
Sigismondo, il traditore di Huss e di Gerolamo, divenne re di Boemia e dimentico del giuramento fatto di sostenere i diritti dei boemi, aprì le porte al papato. Però egli trasse ben poco profitto dal suo servilismo per Roma. Infatti, per circa vent'anni la sua esistenza era stata piena di fatiche e di pericoli, i suoi eserciti erano stati sistematicamente sconfitti e le finanze ridotte a zero dalla lunga e infruttuosa guerra. Dopo un anno di regno egli morì, lasciando la sua nazione in una situazione vicina alla guerra civile e tramandando ai posteri un nome macchiato dall'infamia.
Tumulti, risse e sangue continuarono. Il paese venne nuovamente invaso dagli eserciti stranieri, mentre i dissidi interni straziavano la nazione. Quanti rimasero fedeli al Vangelo furono oggetto di sanguinose persecuzioni.
Gli aderenti all'antica fede fondarono una chiesa che prese il nome di « Fratelli uniti ». Questo fatto attirò su loro maledizioni da ogni parte; ma la fermezza dei credenti non venne meno. Sebbene costretti a rifugiarsi nei boschi e nelle caverne, essi continuarono a riunirsi per leggere la Parola di Dio e per celebrare il loro culto.
Mediante dei messaggeri segretamente inviati in vari paesi, essi appresero che qua e là vi erano « altri confessori della verità, alcuni in una città, altri in un'altra e, come loro, oggetto di persecuzioni. In mezzo alle montagne delle Alpi esisteva un'antica chiesa rimasta fedele ai princìpi della Sacra Scrittura e che protestava contro l'idolatrica corruzione di Roma » Wylie, libro 3, cap. 19. Questa notizia fu accolta con immensa gioia e diede origine a una corrispondenza con i cristiani valdesì.
Attaccati all'Evangelo, i Boemi aspettarono, nella buia notte della persecuzione, nell'ora più oscura, volgendo lo sguardo verso l'orizzonte il sorgere del mattino. « Erano giorni tristi, ma... essi ricordavano le parole di Huss e di Gerolamo secondo cui sarebbe passato un secolo prima che spuntasse il giorno fatidico. Per i taboriti (hussiti) esse furono come le parole di Giuseppe alle tribù d'Israele: lo muoio, ma Dio per certo vi visiterà e vi farà uscire" » Ibidem. « Il periodo finale del quindicesimo secolo vide il lento ma sicuro progresso delle chiese dei fratelli, che anche se non esenti da molestie, godettero di un relativo riposo. All'inizio del sedicesimo secolo, in Boemia e in Moravia se ne contavano duecento » Ezra Hall Gillett, Life and Times of John Huss, vol. 2, p. 570. « Così risultò abbastanza numeroso il residuo che, sfuggendo alla furia devastatrice del fuoco e della spada, salutò l'alba del giorno preannunciato da Huss » Wylie, vol. 3, cap. 19.


 
Capitolo 7

Lutero: un Uomo per il Suo Tempo


Martin Lutero può essere considerato un personaggio di primo piano fra coloro che furono chiamati per trarre la chiesa fuori dalle tenebre papali e guidarla alla luce di una fede più pura. Zelante, pieno di fervore, devoto, privo di ogni timore che non fosse il timore di Dio, riconoscendo le Sacre Scritture come unico fondamento religioso, egli era l'uomo adatto per quel tempo. Per mezzo di lui, Dio compì la grande opera della riforma della chiesa, opera che illuminò il mondo.
Come i primi araldi dell'Evangelo, Lutero ebbe anch'egli umili natali. Trascorse i primi anni della sua vita in una modesta casetta tedesca di campagna. Suo padre, un minatore, lo aiutò con le sue magre risorse a formarsi una cultura. Voleva fame un avvocato, ma il Signore aveva in vistaun altro progetto: fare di lui l'edificatore di quel grandioso tempio che andava a poco a poco sorgendo col passare dei secoli. Vita dura, privazioni, disciplina severa: ecco la scuola alla quale l'infinita Saggezza preparò Lutero per l'importante missione della sua vita.
Il padre di Lutero era un uomo dalla mente equilibrata e attiva. Dotato di un carattere forte, era onesto, energico e retto. Il suo principio, era di fare, in ogni cosa, il proprio dovere, indipendentemente dalle conseguenze che sarebbero potute derivare. Un innato buon senso lo induceva a considerare con disapprovazione la vocazione monastica. Ben comprensibile, perciò, fu la sua delusione quando il figlio, senza il suo consenso, entrò in un convento. Trascorsero ben due anni prima che egli, pur non avendo cambiato opinione, acconsentisse a riconciliarsi con lui.
I genitori di Lutero si adoperarono molto per l'educazione dei propri figli. Cercavano di inculcare in loro la conoscenza di Dio e la pratica delle virtù cristiane. Spesso il padre pregava ad alta voce affinché il figlio udisse e potesse ricordare il nome del Signore per poi, un giorno, collaborare all'avanzamento della sua verità. Essi cercavano di profittare di ogni opportunità di sviluppo morale e intellettuale che la loro vita fatta di incessante lavoro poteva-offrire. Con lodevole perseveranza si sforzavano di preparare i figli aúna vita devota e utile. Data la fermezza del loro carattere, non di rado accadeva che si lasciassero andare a una severità eccessiva. Però lo stesso riformatore, pur riconoscendo che talvolta eccedevano, trovava nella loro disciplina più da approvare che da condannare.
A scuola, dove si recò prestissimo, Lutero fu trattato con durezza e perfino con violenza. La povertà della sua famiglia era tale che egli, per recarsi dalla casa alla scuola situata in una città vicina, era costretto a guadagnarsi il pane cantando di porta in porta. Non di rado conobbe la fame. Il suo cuore era oppresso dalle idee religiose di quell'epoca, idee ricche di superstizione. Talvolta si coricava pieno di tristezza, pensando con preoccupazione 'all'avvenire oscuro e minaccioso, e si sentiva preda del terrore all'idea di un Dio che, anziché pietoso Padre celeste, egli stimava rigido, inflessibile e tiranno.
Eppure, nonostante tutti questi scoraggiamenti, Lutero proseguiva -verso un ideale elevato di eccellenza morale e intellettuale che attirava l'anima sua. La sete di conoscenza e il carattere pratico e aperto della sua mente lo inducevano a desiderare tutto ciò che è concreto e utile, anziché quello che è vano e superficiale.
Quando, all'età di diciotto anni, egli entrò all'università di Erfurt, la sua situazione era diventata più favorevole, e le sue prospettive apparivano più luminose di quanto non lo fossero state prima. I suoi genitori, grazie alla loro attività e alla frugalità della loro vita, potevano ora assicurargli un'assistenza migliore. D'altra parte, la compagnia di amici giudiziosi valse ad alleggerire gli effetti deprimenti dell'educazione da lui precedentemente ricevuta. Lutero si applicò allo studio dei migliori autori, facendo tesoro dei loro importanti insegnamenti e assimilando il frutto della loro saggezza. Anche prima, sotto la dura disciplina dei suoi precedenti insegnanti, egli aveva dato prova di capacità non comune. Ora, per le migliorate condizioni ambientali, la sua mente poteva svilupparsi rapidamente. La sua memoria. recettiva, la sua vivida immaginazione, le sue solide capacità di ragionam ento e la sua incessante applicazione gli permisero di distinguersi fra i suoi condiscepoli. La disciplina intellettuale maturò il suo discernimento e risvegliò in lui un'intelligenza e un'acutezza di percezione che dovevano renderlo idoneo alle future lotte della vita.
Il timore di Dio, che riempiva il suo cuore, lo rendeva saldo nei suoi propositi e umile dinanzi all'Altissimo. Egli aveva un vivo senso della propria dipendenza dall'aiuto divino, e non trascurava di cominciare ogni giornata con la preghiera. Il suo cuore cercava incessantemente guida e sostegno. « Pregare bene », diceva spesso, « vale metà dello studio >> D'Aubigné, History of The Reformation of the XVI century, vol. 2, cap. 2.
Un giorno, esaminando i libri della biblioteca universitaria, Lutero scoprì la Bibbia latina. Mai prima di allora egli l'aveva vista; ne ignorava addirittura l'esistenza. Aveva letto, sì, delle porzioni dei Vangeli e delle Epistole che venivano esposte al popolo nel culto pubblico, e pensava che esse fossero tutta la Sacra Scrittura. Ora, per la prima volta, egli aveva dinanzi a sé l'intera Parola di Dio. Con un misto di timore e di stupore, egli sfogliò quelle sacre pagine e febbrilmente, col cuore palpitante, lesse le parole di vita soffermandosi qua e là per esclamare: « Oh, se Dio mi desse di possedere questo libro! » Ibidem. Gli angeli del cielo erano al suo fianco, e raggi di luce procedenti dal trono di Dio rivelavano al suo intelletto i tesori della verità. Egli aveva sempre temuto di offendere Iddio, ma ora la profonda convinzione del proprio stato di peccato si faceva ancora più viva in lui.
Un grande desiderio di essere liberato dal peccato e di trovare la pace con Dio lo indusse a consacrarsi alla vita monastica. Entrò in un convento, e qui gli furono assegnati i lavori più umili oltre al compito di mendicare di casa in casa. Egli aveva raggiunto l'età in cui maggiormente si desiderano il rispetto e l'apprezzamento, e quei compiti così bassi mortificavano non poco i suoi sentimenti naturali. Però egli sopportava pazientemente, credendo che ciò fosse reso necessario dal suo stato di colpa.
Ogni momento che egli poteva sottrarre ai suoi incarichi quotidiani era da lui dedicato allo studio. Per questo si privava del riposo e rimpiangeva perfino il tempo necessario alla consumazione di pasti frugali. Sopra ogni altra cosa, gli procurava sommo diletto lo studio della Parola di Dio. Egli aveva trovato una Bibbia incatenata al muro del convento, e ad essa spesso ricorreva. A mano a mano che cresceva in lui la convinzione del proprio peccato, Lutero si sforzava di ottenere il perdono e la pace mediante le proprie opere. Conduceva una vita molto austera, sforzandosi con digiuni, veglie e maltrattamenti inflitti al proprio corpo, di soggiogare la debolezza della sua natura. Egli non rifuggiva dinanzi a nessun sacrificio che potesse permettergli di ricevere l'approvazione di Dio. « lo fui un monaco pio », disse più tardi, « e mi attenni alle regole del mio ordine nel modo più stretto. Se mai un monaco poteva raggiungere il cielo per le sue opere monastiche, certo io ne avrei avuto tutti i diritti... Se avessi continuato, credo che avrei spinto le mie mortificazioni fino alla morte » Idem, vol. 2, cap. 3. Come conseguenza di questa dura disciplina, egli si indebolì e fu soggetto a deliqui accompagnati da spasmi. Gli effetti di questo suo stato fisico lo accompagnarono per tutta la vita. Eppure, nonostante tutti gli sforzi fatti, la sua anima oppressa non riusciva a trovare sollievo. Finì col giungere sull'orlo della disperazione.
Quando a Lutero pareva che ormai tutto fosse perduto, Dio gli fece incontrare un amico che gli fu di grande aiuto. Il pio Staupitz dischiuse alla mente di Lutero la Parola di Dio e lo indusse a guardare non a se stesso, non alle immense punizioni derivanti dalla violazione della legge di Dio, ma a Gesù, il Salvatore che perdona. « Invece dì torturarti a motivo dei tuoi peccati », gli diceva, « gettati nelle braccia del Redentore. Abbi fiducia in lui, abbi fiducia nella giustizia della sua vita, nell'espiazione assicurata dalla sua morte... Ascolta il Figliuolo di Dio. Egli si fece uomo per darti la certezza del favore divino. Ama chi per primo ti amò » Idem, vol. 2, cap. 4. Così parlò questo messaggero di misericordia, e le sue parole produssero una profonda impressione sulla mente di Lutero che, dopo tante lotte, poté finalmente conoscere la verità e avere la pace dell'anima.
Lutero fu consacrato prete e chiamato all'insegnamento nell'università di Wittenberg. Qui egli si applicò allo studio delle Sacre Scritture nelle loro lingue originali; cominciò a tenere conferenze sulla Bibbia, e da quel momento il libro dei Salmi, gli Evangeli e le Epistole furono spiegati a folle di ascoltatori entusiastici. Staupitz, suo amico e superiore, lo spinse a salire sul pulpito e a predicare la Parola di Dio. Lutero esitava, non ritenendosi degno di parlare alla gente nel nome di Cristo, e fu solo dopo una lunga lotta che cedette alle sollecitazioni dei suoi amici. Egli era già potente nelle Scritture, e la grazia di Dio riposava su di lui. La sua eloquenza conquistava gli uditori, e la chiarezza e la potenza con le quali egli presentava la verità convincevano le menti, mentre il suo fervore toccava i cuori.
Lutero era ancora un sincero figlio della chiesa papale, e mai avrebbe immaginato di poter essere altrimenti. Nella provvidenza di Diol fu chiamato a visitare Roma. Fece il viaggio a piedi, soffermandosi nel monasteri che trovava lungo la via. In un convento italiano rimase stupito della ricchezza, della magnificenza e del lusso che vi regnavano. Godendo di rendite principesche, i frati vivevano in splendidi alloggi, indossavano abiti costosi e sedevano dinanzi a una mensa sontuosa. Con vivo dolore, Lutero stabilì il contrasto fra quella scena e quella rappresentata dalla rinuncia e dall'austerità della propria vita. Cominciava a essere perplesso.
Finalmente egli scorse in distanza la città dai sette colli. Con profonda emozione si prostrò per terra ed esclamò: « Santa Roma, ti saluto! » Idem, vol. 2, cap. 6. Entrò nella città, visitò le chiese, ascoltò i favolosi racconti ripetuti da preti e da monaci ed eseguì tutti i riti prescritti. Ovunque, egli contemplava scene che lo riempivano di sorpresa e di orrore. Vide che l'iniquità si annidava in ogni classe del clero; udì barzellette indecenti da parte di prelati, e fu dolorosamente scosso quando si accorse che perfino nella messa non veniva risparmiata la profanazione. Nei suoi contatti con i monaci e con la gente del comune popolo, notò che la dissolutezza e la deboscia imperavano dappertutto. Da ogni parte egli incontrava la profanazione, anche là dove avrebbe dovuto regnare la santità. « Nessuno può immaginare », egli scrisse, « quali peccati e quali azioni infamanti si commettono a Roma. Bisogna vedere e udire per credere. Si suol dire: se c'è un inferno, Roma vi è edificata sopra. Roma è un abisso dal quale scaturiscono ogní sorta di peccati » Ibidem.
Con recente decreto, il pontefice aveva promesso un'indulgenza a tutti coloro che avrebbero salito in ginocchio la « scala di Pilato », scala dalla quale si diceva fosse disceso Gesù quando uscì dalla sala del giudizio del procuratore romano, e che era stata miracolosamente trasportata da Gerusalemme a Roma. Un giorno, Lutero saliva devotamente queì gradini quando d'improvviso gli parve di udire una voce che, simile a tuono, diceva: « Il giusto vivrà per fede! » Romani 1: 17. Egli balzò in piedi e se ne andò, pieno di vergogna e di orrore. Quel testo biblico lasciò una traccia indelebile nella sua anima. Da allora egli scorse ancora più chiaramente di prima tutta la fallacità delle opere umane intese a ottenere la salvezza, e capì l'assoluta necessità di una costante fede nei meriti di Cristo. I suoi occhi erano stati aperti e non si sarebbero più chiusi dinanzi agli inganni del papato. Quando distolse il suo volto da Roma, lo distolse anche nell'intimo del proprio cuore; e da quel giorno la separazione andò sempre aumentando per poi sfociare nella piena rottura di ogni rapporto con la chiesa romana.
Dopo il ritorno da Roma, Lutero conseguì, all'università di Wittenberg, la laurea in teologia. Ora egli poteva consacrarsi in pieno alle Sacre Scritture che tanto amava. Aveva fatto voto di studiare accuratamente e di predicare fedelmente la Parola di Dio, anziché i detti e le dottrine di Roma, tutti i giorni della sua vita. Egli ora non era più semplicemente un monaco o un professore, ma l'araldo autorizzato della Bibbia: si sentiva chiamato a essere pastore della greggia di Dio e a pascerla. Quella greggia aveva fame e sete di verità. Lutero dichiarò con fermezza che i cristiani non dovevano accettare altra dottrina se non quella che si basa sull'autorità delle Sacre Scritture. Tale affermazione minava alla base la pretesa supremazia papale e conteneva il principio vitale della Riforma.
Lutero scorgeva il pericolo che si annídava nell'abitudine di esaltare le teorie umane al di sopra della Parola di Dio e, impavido, attaccò I’lncredulità speculativa degli ecclesiastici e lottò sia contro la filosofia, sia contro la teologia, colpevoli entrambe di avere esercitato tanto a lungo la loro presa sul popolo. Egli denunciò tali studi non solo perché ìnutili, ma perché nocivi; e cercò di distogliere la mente dei suoi ascoltatori dai sofismi dei filosofi per rivolgerla alle verità eterne esposte dai profeti e dagli apostoli.
Il messaggio da lui rivolto alle moltitudini che pendevano ansiose dalle sue labbra, fu prezioso. Mai prima di allora simili insegnamenti erano giunti alle loro orecchie. La lieta notizia dell'amore del Cristo Salvatore, la certezza del perdono e della pace mediante il sangue sparso per la remissione dei peccati, rallegravano i cuori e infondevano in loro una speranza immortale. A Wittenberg si accese una luce i cui raggi si sarebbero estesi fino agli estremi limiti della terra, luce che col passare del tempo si sarebbe fatta sempre più risplendente.
Però, luce e tenebre non possono coesistere: fra verità ed errore esiste un irriducibile conflitto. Sostenere e difendere la prima significa attaccare e abbattere il secondo. Il nostro Salvatore stesso lo ha dichiarato: « Io non son venuto a metter pace, ma spada » Matteo 10: 34. Alcuni anni dopo l'inizio della Riforma, Lutero disse: « Dio non mi guida: mi spinge avanti, anzi mi trascina addirittura! lo non sono padrone di me stesso. Vorrei vivere tranquillo e invece mi sento gettato in mezzo ai tumulti e alle rivoluzioni » D'Aubigne, vol. 5, cap. 2. Ora egli stava per essere gettato proprio nel vivo della lotta.
La chiesa romana aveva fatto mercato della grazia di Dio. Le tavole dei cambiavalute (Matteo 21: 12) erano state installate accanto agli altari, e l'aria risuonava delle grida dei venditori e dei compratori. Col pretesto di raccogliere il denaro occorrente all'erezione della basilica di San Pietro a Roma, vennero messe pubblicamente in vendita le indulgenze per il peccato, con l'autorizzazione del pontefice. Col prezzo del delitto si voleva erigere un tempio per l'adorazione di Dio, tempio la cui pietra angolare avrebbe avuto come sostegno un salario di iniquità. Però i mezzi escogitati per l'accrescimento di Roma provocarono un colpo mortale che si abbatté sulla sua potenza e sulla sua grandezza. Fu così che sorse il più deciso e vittorioso oppositore del papato, e che ebbe origine la lotta che avrebbe scosso il trono pontificio e messo in pericolo il triregno che cingeva la fronte del Papa.
Tetzel -l'ufficiale incaricato della vendita delle indulgenze in Germania- si era macchiato di volgari offese contro la società e contro la legge. Riuscito a sottrarsi al castigo che i suoi crimini meritavano, era stato invitato a propagandare i progetti mercenari e privi di scrupoli di Roma. Con grande sfrontatezza, Tetzel ripeteva le più audaci falsità e narrava favole meravigliose per ingannare la gente ignorante, credula e superstiziosa. Se questa avesse posseduto la Parola di -Dio, non si sarebbe lasciata ingannare. Purtroppo, però, la Bibbia era stata tolta al popolo per tenerlo sotto il dominio papale e accrescere, allo stesso tempo, la potenza e la ricchezza degli ambiziosi dignitari ecclesiastici - (Vedi John C. L. Gieseler, A Compendium of Ecclesiastical History, per. 4, sez. 1, par. 5).
Quando Tetzel entrava in una città, era preceduto da un messaggero che annunciava: « La grazia di Dio e del "Santo Padre" è alle vostre porte » D'Aubigné, vol. 3, cap. I. La gente accoglieva il blasfemo presuntuoso come se fosse stato Dio stesso sceso dal cielo in terra. L'odioso traffico si installò nella chiesa e Tetzel, salito sul pulpito, presentò le indulgenze come il più prezioso dono di Dio. Egli dichiarava che in virtù dei -certificati di perdono, tutti i peccati che l'acquirente avrebbe avuto l'intenzione di commettere gli sarebbero stati perdonati e che « non era necessario alcun pentimento » Ibidem. Oltre a ciò, egli assicurava gli uditori che le indulgenze avevano il potere di salvare non solo i vivi, ma anche i morti. Aggiungeva che non appena la moneta toccava il fondo della cassa, l'anima, per la quale l'indulgenza era stata comperata, lasciava il purgatorio per salire in paradiso (Vedi K. R. Hagenbach, History of the Reformation, vol. 1, p. 96).
Quando Simon Mago volle acquistare il potere di fare dei miracoli, Pietro gli rispose: « Vada il tuo danaro teco in perdizione, poiché hai stimato che il dono di Dio si acquisti con danaro » Atti 8: 20. Ma l'offerta di Tetzel venne accolta con entusiasmo da migliaia di persone, e così oro e argento affluirono nelle casse. Una salvezza che si poteva comperare con denaro era per molti preferibile a quella che esigeva pentimento, fede e diligente sforzo per resistere al peccato e vincerlo (9).
Nella chiesa romana, la dottrina delle indulgenze era stata combattuta da uomini dotti e pii, e non pochi erano coloro che non crede
vano a una pretesa cosi contraria alla ragione e alla rivelazione. Nessun prelato ardiva levare la propria voce contro questo empio traffico; però le menti degli uomini erano turbate e si sentivano a disagio. Molti si chiedevano, ansiosi, se Dio non sì sarebbe servito di qualche strumento per purificare la sua chiesa.
Lutero, pur essendo ancora uno stretto papista, provava orrore dinanzi alla sfrontatezza blasfema dei mercanti di indulgenze. Molti della sua congregazione, che avevano comperato il certificato di perdono, andarono da lui confessando vari falli e chiedendo l'assoluzione sulla base dell'indulgenza. Lutero ricusò di assolverli e li avvertì che se non si fossero pentiti e non avessero riformato la loro vita sarebbero periti nei loro peccati. Perplessi, essi ritornarono da Tetzel lamentandosi che il loro confessore aveva respinto il certificato di indulgenza, e alcuni, addirittura, chiesero il rimborso del denaro pagato. Il frate, furibondo, si lasciò andare alle più terribili maledizioni, dichìarando di avere ricevuto dal papa « l'ordine di bruciare tutti gli eretici che avessero osato opporsi alle sue santissime indulgenze » D'Aubigné, vol. 3, cap. 4.
Lutero allora entrò in lizza come campione della verità. La sua voce risuonò dall'alto del pulpito per dare i solenni avvertimenti. Egli mise dinanzi al popolo il carattere odioso del peccato e affermò che era impossibile all'uomo riuscire, con le sue opere, a sminuire la propria colpa o a sottrarsi al castigo. Solo il pentimento e la fede in Cristo possono salvare il peccatore. Egli suggeriva ai fedeli di astenersi dall'acquisto delle indulgenze e li esortava a guardare con fede al Salvatore crocifisso. Narrò la sua dolorosa esperienza personale e la sua vana ricerca della salvezza mediante l'umiliazione e la penitenza, e assicurò gli uditori di avere trovato la pace e la gioia solo rivolgendosi a Gesù e confidando in lui.
Poiché Tetzel continuava il suo traffico e insisteva nelle sue empie pretese, Lutero decise di ricorrere a una protesta più efficace contro simili abusi. Di lì a poco gli si presentò un'occasione opportuna. La chiesa del castello di Wittenberg possedeva molte reliquie, che in determinati giorni di festa venivano esposte al pubblico. A tutti coloro che visitavano la chiesa e si confessavano, era accordata la piena remissione dei peccati. In quelle ricorrenze la gente affluiva numerosa. Il giorno precedente la festa di Ognissanti (31 ottobre 1517. N.d.T.), Lutero affisse sulla porta della chiesa un foglio contenente novantacinque tesi contro la dottrina delle indulgenze, e si dichiarò pronto a difenderle l'indomani, all'università, contro chiunque avesse voluto attaccarle.
Le tesi attrassero l'attenzione di tutti. Furono lette e rilette, ripetute in ogni direzione. In città e all'università venne a crearsi un'atmosfera di grande eccitazione. Con le tesi si dimostrava che la facoltà di accordare il perdono dei peccati e la remissione della pena non era stata mai data né al papa, né a qualsiasi altro uomo. L'intero sistema delle indulgenze non era che una farsa, un artificio inteso a estorcere denaro facendo leva sulla superstizione della gente; un'astuzia di Satana per distruggere le anime di coloro che confidavano in quelle bugiarde pretese. Era anche chiaramente dimostrato che l'Evangelo di Cristo è il più ricco tesoro della chiesa e che la grazia di Dio, in esso rivelata, viene gratuitamente accordata a chiunque la cerchi col pentimento e con la fede.
Le tesi di Lutero invitavano alla discussione, ma nessuno raccolse la sfida. Le domande che egli proponeva furono conosciute, nel giro di p ochi giorni, in tutta la Germania, e in poche settimane si diffusero per tutto il mondo cristiano. Molti devoti cattolici che avevano visto l’iniquità dominare nella chiesa e se ne erano lagnati, pur non sapendo che cosa fare per frenarne il progresso, lessero le tesi con viva gioia, riconoscendo in esse la voce di Dio. Si rendevano conto che il Signore aveva steso la sua mano per arrestare l'ondata di corruzione che minacciava di travolgere la chiesa. Principi e magistrati si rallegravano segretamente che fosse stato posto un argine all'arrogante potere che negava il diritto di appello alle sue decisioni.
Nondimeno, moltissimi erano quelli che, amando il peccato ed essendo vittime della superstizione, rimasero sgomenti quando furono spazzati via i sofismi che avevano placato i loro timori. Astuti ecclesiastici, ostacolati nella loro opera intesa a sanzionare il crimine, vedendo che i loro guadagni erano in pericolo, si irritarono e si sforzarono di difendere le loro pretese. Così il riformatore dovette affrontare accaniti oppositori. Alcuni lo accusavano di agire precipitosamente, mosso dall'impulso; altri lo accusavano di presunzione, affermando che egli non era guidato da Dio, ma dall’orgoglio e dalla sete di supremazia. « Chi non sa », egli replicava, « che un uomo raramente si fa propugnatore di una nuova idea, senza che ciò gli attiri l'accusa di orgoglio e di voler suscitare delle polemiche?... Perché Cristo e i martiri furono messi a morte? Perché ritenuti presuntuosi, osteggiatori della saggezza del loro tempo e perché sostenevano idee nuove, senza prendere consiglio dagli oracoli delle antiche opinioni » Idem, vol. 3, cap. 6.
Aggiungeva: « Qualunque cosa io faccio, la farò non secondo la prudenza degli uomini, ma secondo il consiglio di Dio. Se l'opera è da Dio, chi potrà impedirla? Se non lo è, chi potrà farla progredire? Non la mia, non la loro, non la nostra; ma la tua volontà, Padre santo che sei nel cieli » Ibidem.
Sebbene Lutero fosse stato mosso dallo Spirito di Dio a cominciare la sua opera, non doveva proseguirla senza affrontare dure lotte. L'opposizione dei nemici, le loro calunnie sul suo operato e sui motivi che lo spingevano, si abbatterono su di lui come un travolgente diluvio, e non mancarono di far sentire i loro effetti. Lutero pensava che i capi del popolo, nella chiesa e nelle scuole, si sarebbero uniti a lui nei suoi tentativi di riforma. Parole di incoraggiamento, da parte di quanti occupavano posizioni importanti, gli avevano dato gioia e speranza. Egli aveva previsto per la chiesa l'alba di un giorno più luminoso. Purtroppo, l'incoraggiamento si mutò in rimprovero e in condanna. Molti dignitari della chiesa e dello stato erano convinti della giustezza delle sue tesi, però non tardarono a rendersi conto che accettarle significava virtualmente la diminuzione dell'autorità di Roma e di conseguenza l'inaridimento di -quei rivoli che alimentavano il suo tesoro. Ne sarebbe così derivata una sensibile diminuzione dei benefici che rendevano possibili la stravaganza e il lusso dei capi della chiesa. Inoltre, insegnare alla gente a pensare e ad agire come esseri responsabili, guardando solo a Cristo per la salvezza, voleva dire rovesciare il trono papale e forse distruggere anche la propria autorità. Per questi motivi, essi respinsero la conoscenza che veniva loro offerta da Dio e si schierarono contro Cristo e contro la verità, opponendosi all'uomo che Egli aveva mandato per illuminarli.
Lutero, nel pensare a se stesso tremava: un uomo che si opponeva alle maggiori potenze della terra! Talvolta lo assaliva il dubbio: era stato davvero guidato da Dio nella sua opposizione all'autorità della chiesa? « Chi ero io », scriveva, « per oppormi alla maestà del papa, dinanzi al quale... i re della terra e il mondo intero tremavano?... Nessuno può sapere quanto il mio cuore soffrì durante quei primi due anni e in quale desolazione - quasi oserei dire disperazione - ero piombato » Ibidem. Lutero, pertanto, non si perdette di animo perché, quando gli venne meno l'appoggio umano, guardò a Dio e seppe di potersi appoggiare fiducioso sul suo braccio onnipotente.
A un amico della Riforma, Lutero scrisse:' « Noi non possiamo pervenire alla comprensione della Scrittura col semplice studio o con la sola intelligenza. Tuo primo dovere è di cominciare con la preghiera. Chiedi a Dio di accordarti, nella sua grande misericordia, la facoltà di capire la sua Parola. Non c'è altro interprete di essa all'infuori del suo Autore. Egli stesso lo ha dichiarato: "Essi saranno tutti ammaestrati da Dio". Non aspettarti nulla dai tuoi sforzi, dal tuo raziocinio, ma fida in pieno e unicamente in Dio e nell'azione del suo Spirito. Credi questo sulla parola di un uomo che ne ha fatta l'esperienza » Idem, vol. 3, cap. 7. C'è qui una lezione di vitale importanza per chi si sente chiamato a presentare agli altri le solenni verità dell'ora presente. Queste verità provocheranno l'inimicizia di Satana e degli uomini che preferiscono le favole da lui architettate. Nella lotta contro le potenze del male, è necessario qualcosa di più che il vigore dell'intelletto e della sapienza umana.
Quando i nemici facevano appello alle usanze, alla tradizione, oppure alle affermazioni e all'autorità del papa, Lutero li affrontava con la Bibbia. In essa vi erano argomenti ai quali essi non potevano replicare. Per conseguenza, gli schiavi del formalismo e delle superstizioni chiedevano il suo sangue, come i giudei avevano chiesto il sangue di Cristo. « t un eretico! », gridavano gli zeloti romani. « t, un alto tradimento verso la chiesa lasciare che simile eretico viva un'ora di più. Che si innalzi subito il natibolo per lui! » Idem, vol. 3, cap. 9. Lutero, però, non fu preda della loro ira: Dio aveva in programma un'opera per lui, e gli angeli del cielo furono mandati a proteggerlo. Molti, però, che avevano ricevuto da lui la preziosa luce, furono oggetto dell'ira di Satana, e per amore della verità affrontarono impavidi la tortura e la morte.
Gli insegnamenti di Lutero richiamarono in tutta la Germania l'attenzione delle menti riflessive. Dai suoi sermoni e dai suoi scritti scaturivano fasci di luce che svegliavano e illuminavano migliaia di persone. Una fede vivente prendeva il posto del morto formalismo nel quale la chiesa era stata così a lungo tenuta. La gente andava perdendo giorno per giorno la fiducia nelle superstizioni del Romanesimo e crollavano, a una a una, le barriere del pregiudizio. La Parola di Dio, con la quale Lutero affrontava ogni dottrina e ogni pretesa della chiesa, era simile a una spada a due tagli che penetrava nel cuore del popolo. Ovunque si notava il risveglio e il desiderio di progresso spirituale. Ovunque c'era fame e sete di giustizia, quali da secoli non si erano verificate. Gli occhi della gente, a lungo rivolti sui riti umani e sui mediatori terreni, si volgevano ora con fede e pentimento a Cristo.
Questo interesse dilagante contribuì ad accrescere i timori delle autorità papali. Lutero fu invitato a presentarsi a Roma per rispondere all'accusa di eresia. L'ordine riempì di sgomento i suoi amici, i quali sapevano molto bene quale pericolo lo avrebbe minacciato in quella città, già ebbra del sangue dei martiri di Gesù. Per conseguenza, essi protestarono contro tale ordine e chiesero che Lutero venisse giudicato in Germania.
L'accordo fu raggiunto, e il papa nominò un suo legato perché si occupasse del caso. Nelle direttive impartite dal pontefice, il legato fu avvertito che Lutero era già stato dichiarato eretico, e fu invitato a « procedere e a costringere senza ritardo ». Qualora Lutero fosse rimasto sulle sue posizioni, il legato, se non fosse riuscito a impadronirsi della sua persona, aveva ampia facoltà di « dichiararlo proscritto in ogni parte della Germania e di bandire, maledicendo e scomunicando, chiunque si fosse unito a lui » Idem, vol. 4, cap. 2. Oltre a ciò il papa suggerì al legato, nell'intento di estirpare la pestilenziale eresia, di scomunicare tutti coloro che, indipendentemente dalla dignità rivestita - eccezion fatta per l'imperatore - si fossero rifiutati di arrestare Lutero e i suoi seguaci, per consegnarli alla vendetta di Roma.
In questo si manifesta il vero spirito del papato. Nessuna traccia di principi cristiani o di comune giustizia si può trovare in tutto il documento. Lutero abitava molto lontano da Roma e non aveva nessuna possibilità di spiegare o di difendere la sua posizione; eppure, ancor prima che il suo caso fosse preso in esame, egli era stato dichiarato eretico e nello stesso giorno esortato, accusato, giudicato e condannato. Tutto questo per opera del « santo padre », dell'unica autorità suprema e infallibile nella chiesa e nello stato!
Fu allora, quando cioè Lutero sentiva un vivo bisogno di simpatia e di consiglio, che Dio nella sua provvidenza mandò a Wittenberg Melantone. Giovane, modesto, circospetto, dotato di sano discernimento, in possesso di una vasta cultura, ricco di una eloquenza trascinatrice, il tutto congiunto con la purezza e la rettitudine del carattere, Melantone seppe conquistarsi la stima e l'ammirazione generali. La dovizia dei suoi talenti era non meno notevole della bontà del suo animo. Egli divenne ben presto fervente discepolo del Vangelo e fedele amico di Lutero, oltre che suo valido sostenitore. La sua compitezza, la sua prudenza e il suo tatto erano il degno complemento del coraggio e dell'energia di Lutero. La loro unione aggiunse vigore alla Riforma e fu per Lutero una fonte di grande incoraggiamento.
Augusta era stata designata come sede dell'incontro. Il riformatore si mise in cammino, a piedi, per raggiungere detta località. Seri timori esistevano per la sua incolumità. Infatti, era stato detto apertamente che egli sarebbe stato preso e ucciso durante il viaggio. I suoi amici lo scongiurarono di non affrontare un'avventura così rischiosa, e giunsero perfino a suggerirgli di abbandonare Wittenberg per un po' di tempo e di rifugiarsi presso chi, con gioia, gli avrebbe offerto un asilo sicuro. Egli, però, non intendeva abbandonare il posto assegnatogli da Dio: sentiva di dover serbare fedelmente la verità, nonostante le tempeste che minacciavano di abbattersi su di lui. Diceva: « lo sono. come Geremia: uomo di lotta e di contesa; però più aumentano le minacce, più aumenta la mia gioia... Essi hanno distrutto il mio onore e la mia reputazione. Rimane solo questo mio povero corpo. Se lo prendano! Abbrevieranno la mia vita di poche ore. Però, quanto all'anima, essi non possono prenderla. Chi vuole proclamare al mondo la verità di Cristo, deve aspettarsi la morte a ogni istante » Ideml vol. 4, cap. 4.
La notizia dell'arrivo di Lutero ad Augusta riempì di soddisfazione il legato pontificio. Il « turbolento eretico », che andava suscitando sempre più l'attenzione del mondo, sembrava ora in potere di Roma. Il legato decise di non lasciarselo sfuggire. Il riformatore aveva omesso di munirsi di un salvacondotto, e i suoi amici lo avevano esortato a non presentarsi dinanzi al legato senza tale documento; si erano anzi adoperati per procurargliene uno rilasciato dall'imperatore. Il legato intendeva costringere Lutero a ritrattare e, qualora non vi fosse riuscito, mandarlo a Roma dove avrebbe condiviso la sorte di Huss e di Gerolamo. Per questo, tramite i suoi agenti, cercava di indurre Lutero a presentarsi a lui senza salvacondotto, affidandosi alla sua misericordia. Il riformatore rifiutò energicamente di aderire a tale richiesta e si presentò all'ambasciatore papale solo dopo aver ricevuto il documento che gli garantiva la protezione dell'imperatore.
Con abile mossa politica, i partigiani del papa avevano deciso dì conquistare Lutero con un'apparenza di bontà. Il legato, nel colloquio che ebbe con lui, si dimostrò amichevole, però invitò Lutero a sottomettersi implicitamente all'autori.tà della chiesa e a rinunciare, senza discutere, alle proprie ìdee. Egli non aveva giustamente valutato il carattere dell'uomo che gli stava dinanzi. Lutero, rispondendo, espresse il proprio rispetto per la chiesa, il proprio desiderio di verità, la propria prontezza a rispondere a tutte le obiezioni relative al proprio insegnamento, e si dichiarò pronto a sottoporre le proprie dottrine alla decisione delle università che andavano per la maggiore. Però, allo stesso tempo, protestò contro l'invito del cardinale che gli chiedeva di ritrattare, senza dimostrargli in che cosa consistesse il suo errore.
La risposta fu: « Ritratta! Ritratta! ». Il riformatore dimostrò come la sua posizione fosse sostenuta dalle Scritture, e dichiarò con fermezza che non avrebbe mai rinunciato alla verità. Il legato, incapace di ribattere gli argomenti di Lutero, lo investì con un'ondata di rimproveri, di sarcasmi e di lusinghe, inserendo qua e là citazioni tratte dalle tradizioni dei padri e non dando al riformatore alcuna possibilità di parlare. Lutero, visto che la conversazione era del tutto inutile, chiese e ottenne, sia pure con riluttanza, di poter rispondere per iscritto.
« Così facendo », egli scrisse a un amico, « chi è oppresso ha un duplice vantaggio: primo, quello che è scritto può essere sottoposto al giudizio altrui; secondo, si ha una migliore opportunità di agire sui timori, se non sulla coscienza, di un despota arrogante e verboso che, caso diverso, finirebbe con l'avere il sopravvento col suo linguaggio imperioso >> Martyn, The Life and Times of Luther, pp. 271, 272.
Al colloquio successivo, Lutero presentò un'esposizione chiara, concisa e convincente delle proprie idee, accompagnata da numerose e adeguate citazioni bíbliche. Dopo averla letta ad alta voce, la consegnò al cardinale che, con un gesto di disprezzo, la mise da una parte e disse che si trattava solo di una massa di parole oziose e di citazioni senza costrutto. A questo punto, Lutero affrontò l'altezzoso prelato sul suo stesso terreno -tradizioni e insegnamenti della chiesa- confutando tutte le sue affermazioni.
Quando il legato si rese conto che il ragionamento di Lutero non poteva essere refutato, perdette ogni controllo e furibondo gridò: « Ritratta o ti manderò a Roma per comparire davanti ai giudici incaricati di esaminare il tuo caso! lo scomunicherò te, i tuoi sostenitori e tutti coloro che vorranno spalleggiarti, e li caccerò dalla chiesa! ». Poi, con tono altezzoso e collerico aggiunse: « Ritratta o non tornare mai più » D'Aubigné, vol. 4, cap. 8.
Il riformatore si ritirò, accompagnato dai suoi amici, facendo chiaramente comprendere che da lui non ci si doveva aspettare alcuna ritrattazione. Questo, però, non era quello che si era ripromesso il cardinale legato. Egli si era lusingato di riuscire, con la violenza, a indurre Lutero a sottomettersi. Rimasto solo con i suoi collaboratori, li guardò uno per uno, deluso e contrariato dall'inattesa conclusione.
Gli sforzi fatti da Lutero in quell'occasione non rimasero senza risultato. I numerosi presenti avevano avuto modo di confrontare i due uomini e di giudicare personalmente lo spirito da essi manifestato, come anche di valutare la forza e la veracità delle rispettive posizioni. Quale contrasto! Il riformatore, semplice, umile, impavido, si presentava sostenuto dalla potenza di Dio, con la verità dalla sua parte. Il rappresentante del papa, pieno di sé, altezzoso, irragionevole, privo di qualsiasi argomento scritturale, gridava: « Ritratta! o sarai mandato a Roma per esservi punito! ».
Nonostante Lutero fosse munito di un regolare salvacondotto, i partigiani del Papa complottavano di prenderlo e di chiuderlo in carcere. Gli amici del riformatore insistevano che era inutile prolungare il soggiorno, e che era meglio per lui rientrare a Wittenberg senza indugio, dopo aver preso le necessarie precauzioni per tener celati i propri movimenti. Egli, allora, lasciò Augusta prima dell'alba, a cavallo, accompagnato solo da una guida fornitagli dal magistrato. Con molti tristi presentimenti, egli percorse in silenzio, per non richiamare l'attenzione dei nemici che vigilanti e crudeli complottavano per la sua eliminazione, le oscure e strette vie della città. Sarebbe riuscito a sottrarsi alle insidie che lo minacciavano? -Furono I quelli, momenti di ansia e di fervida preghiera. Finalmente, egli giunse a una porticina nel muro della città. Gli fu aperta, e una volta fuori i due si affrettarono ad allontanarsi, prima che il legato fosse messo al corrente dell'accaduto. Quando questi seppe della fuga, Lutero e la sua guida erano ormai fuori tiro. Satana e i suoi complici erano stati sconfitti: l'uomo che volevano far prigio niero era partito, sottranedosi, come un uccello, al laccio dell'uccellatore.
All'annuncio della scomparsa di Lutero, il legato rimase sorpreso e si abbandonò a un parossismo di collera. Egli sperava di ricevere grandi elogi per la saggezza e la fermezza dimostrate nel trattare col disturbatore della chiesa. Purtroppo, invece, le sue speranze erano state frustrate. In una lettera a Federico, elettore di Sassonia, egli manifestò la propria contrarietà, denunciando con acredine Lutero e invitando Federico a mandare il riformatore a Roma, oppure a bandirlo dalla Sassonia.
A sua difesa, Lutero chiese che il legato, oppure il papa, dimostrasse con la Bibbia in che cosa consistevano i suoi errori, e si impegnò solennemente a rinunciare alle proprie dottrine qualora esse fossero risultate in contrasto con la Parola di Dio. Inoltre, egli espresse la propria gratitudine al Signore che lo aveva ritenuto degno di soffrire per una causa cosi santa.
L'elettore possedeva solo una parziale conoscenza delle dottrine del riformatore, ma era rimasto profondamente impressionato dal candore, dalla forza e dalla chiarezza delle parole di Lutero. Fino a che il riformatore non fosse stato convinto di errore, Federico era deciso a ergersi a suo protettore. In risposta alla richiesta del legato, scrisse: « Poiché il dottor Martino si è presentato ad Augusta, lei dovrebbe esserne soddisfatto. Noi non ci aspettavamo che lei si sarebbe sforzato di indurlo a ritrattare, senza prima averlo convinto dei suoi errori. Nessuno dei dotti del nostro principato mi ha informato che la dottrina di Martino è empia, anticristiana o eretica ». Così, il principe ricusò di mandare Lutero a Roma o di espellerlo dai suoi stati » D'Aubigné, vol. 4, cap. 10.
L'elettore aveva notato la generale rilassatezza esistente nel campo della moralità sociale e si era reso conto della necessità di un'opera di riforma. I complicati e dispendiosi provvedimenti presi per reprimere e per punire le azioni illegali sarebbero risultati vani se gli uomini non si fossero decisi a riconoscere e a rispettare le esigenze divine e i dettami di una coscienza illuminata. Egli vide che Lutero si adoperava all'attuazione di tale scopo, e segretamente si rallegrava che nella chiesa fosse penetrata e operasse una ventata di miglioramento.
Si convinse, inoltre, che Lutero come professore universitario sapeva il fatto suo. Era trascorso solo un anno da quando il riformatore aveva affisso le tesi sulla porta della chiesa del castello, e già si notava una forte diminuzione del numero di pellegrini che per la festa di Ognissanti visitavano quella chiesa. Roma veniva privata di adoratori e di offerte, il cui posto era preso da un'altra categoria di persone: giungevano a Wittenberg non pellegrini che adoravano le reliquie, ma studenti i quali affollavano le aule universitarie. Gli scritti di Lutero avevano acceso dappertutto un nuovo interesse per le Sacre Scritture; e così non solo dalla Germania, ma da altre nazioni gli studenti affluivano a quell'università. Dei giovani, arrivando per la prima volta in vista di Wittenberg, « levavano le braccia al cielo e lodavano Iddio che aveva fatto risplendere da quella città, come anticamente da Sion, la luce della verità, luce che doveva estendersi alle più remote regioni » Ibidem.
Intanto Lutero si era solo parzialmente convertito degli errori del Romanesimo. Comunque, confrontando i sacri oracoli con i decreti e le costituzioni papali, rimaneva stupito. « Io leggo », scriveva, « i decreti dei pontefici e... non so se il papa è l'anticristo stesso o il suo apostolo, tanto in essi Cristo viene travisato e crocifisso » Idem, vol. 5, cap. l. Lutero era tuttora un sostenitore della chiesa romana, e neppure lontanamente immaginava di doversene separare.
Gli scritti del riformatore e le sue dottrine si diffondevano in ogni nazione del mondo cristiano. L'opera si propagava in Olanda e in Svizzera. Copie dei suoi scritti finirono in Francia e in Spagna. In Inghilterra, i suoi insegnamenti furono accolti come parole di vita. Anche nel Belgio e in Italia la luce si affermò. A migliaia le persone si scuotevano dal loro sopore mortale e aprivano gli occhi alla gioia e alla speranza di una vita di fede.
Roma si preoccupava sempre più degli attacchi di Lutero; e alcuni fanatici avversari del riformatore, come anche dei dottori di università cattoliche, affermarono che chi avesse ucciso il monaco ribelle non avrebbe commesso peccato. Un giorno uno sconosciuto, con una pistola nascosta sotto il mantello, si avvicinò a Lutero e gli chiese perché andasse in giro da solo. « Io sono nelle mani di Dio », fu la risposta. « Egli è la mia forza e il mio scudo. Che cosa può farmi l'uomo? » Idem vol. 6, cap. 2. A queste parole l'uomo impallidì e fuggì come se si fosse trovato in presenza degli angeli del cielo.
Roma pensava all'eliminazione di Lutero, ma Dio lo difendeva. Le sue dottrine echeggiavano dappertutto, « nelle case di campagna, nei conventi... nei castelli dei nobili, nelle università e perfino nei palazzi dei re. Da ogni parte, nobiluomini si ergevano a suoi paladini per sostenerlo nei suoi sforzi » Ibidem.
Fu intorno a quell'epoca che Lutero, leggendo le opere di Huss, seppe che la grande verità della giustificazione per fede, che egli si sforzava di sostenere e di predicare, era già nota al riformatore boemo e da lui proclamata. « Noi siamo tutti: Paolo, Agostíno e io stesso, degli hussiti senza saperlo... Certo Dio ricorderà al mondo che tale verità gli è stata predicata un secolo fa ed è stata bruciata » Wylie, vol. 6, cap. l.
In un appello rivolto all'imperatore e alla nobiltà tedesca in favore della Riforma del cristianesimo, Lutero scrisse, nei confronti del papa: « t triste vedere l'uomo che si dice vicario di Cristo fare sfoggio di una pompa che nessun imperatore può uguagliare. t egli simile al povero Gesù e all'umile Pietro? Dicono che egli sia il signore del mondo! Ma Cristo, del quale egli si vanta di essere il vicario, ha detto: "Il mio regno non è di questo mondo!". Possono i domini di un vicario oltrepassare quelli del suo superiore? » D'Aubigné, vol. 6, cap. 3.
A proposito delle università, egli scrisse: « lo temo molto che se le università non si adoperano diligentemente a spiegare le Sacre Scritture e a imprimerle nel cuore dei giovani, finiranno col diventare le porte dell'inferno. Sconsiglio di mettere i figli dove la Scrittura non ha il primo posto. Ogni istituzione dove non si consulta sempre la Parola di Dio, si corrompe » Ibidem.
Questo appello si diffuse rapidamente in tutta la Germania e fece colpo sull'opinione pubblica. L'intera nazione fu scossa, e moltitudini di persone si schierarono sotto il vessillo della Riforma. Gli oppositori di Lutero, assetati di vendetta, insistettero presso il papa perché prendesse misure energiche nei suoi confronti. Fu decretato, allora, che le dottrine luterane venissero immediatamente condannate. Al riformatore e ai suoi seguaci furono concessi sessanta giorni di tempo per ritrattare. Trascorso tale termine, essi, qualora avessero rifiutato di abiurare, sarebbero stati scomunicati.
Per la Riforma si trattava di un periodo particolarmente critico. Per secoli, la scomunica da parte di Roma aveva suscitato il terrore dei monarchi e riempito di sgomento e di desolazione imperi potenti. Coloro sui quali si abbatteva la condanna venivano universalmente guardati con paura e orrore; abbandonati da tutti, erano considerati dei fuorilegge, votati allo sterminio. Lutero non era inconsapevole della tempesta che stava per esplodere su di sé, però rimase saldo, confidando in Cristo, suo sostegno e suo aiuto. « lo non so quello che accadrà, né mi preoccupo di saperlo... Il fulmine si abbatta dove vuole: io non ho paura. Siccome si dice che non cade foglia che Dio non voglia, è certo che Egli avrà cura di noi. Morire per la Parola è una bella cosa, perché la Parola che si è fatta carne subì anch'essa la morte. Se noi muoiamo con lui, con lui altresì vivremo. Passando là dove Egli è passato prima di noi, ci troveremo là dove Egli è, e vivremo per sempre con lui » Idem, vol. 6, cap. 9, 3 ediz. di Londra, 1840.
Quando Lutero ricevette la bolla papale, esclamò: « Io la disprezzo e la combatto perché empia e falsa... Cristo stesso vi è condannato. Io mi rallegro di dover sopportare questi Mali per la migliore delle cause. Sento già nel mio cuore una maggiore libertà, perché finalmente so che il papa è l'anticristo e che il suo trono è il trono di Satana » Ibidem.
Il documento papale non rimase senza effetto. Il carcere, la tortura e la spada erano armi potenti, capaci di ridurre all'ubbidienza. I deboli e i superstiziosi tremavano dinanzi al decreto papale e molti, pur avendo simpatia per Lutero, stimavano troppo cara la propria vita per esporla a motivo della Riforma. Tutto pareva indicare che l'opera del riformatore stesse per finire.
Lutero rimase impavido al suo posto. Roma aveva scagliato contro di lui i suoi anatemi, e il mondo stava a guardare, nella certezza che egli o si sarebbe piegato o sarebbe perito. Invece, contrariamente' a ogni previsione, Lutero riuscì a fare in modo che la sentenza di condanna si ritorcesse contro chi l'aveva emessa, e affermò pubblicamente la propria decisione di abbandonare per sempre Roma. In presenza di una folla di studenti, di dottori e di cittadini di ogni ceto, egli bruciò la bolla papale, le leggi canoniche, le decretali e altri scritti che affermavano l'autorità del papa. « I miei nemici, bruciando i miei libri », disse, « sono riusciti a offendere la causa della verità e, turbando le menti, a distruggere le anime. Per questo motivo io a mia volta distruggo i loro libri. Ora comincia una grande lotta; finora ho solo scherzato col papa. Ho cominciato quest'opera nel nome di Dio ed essa proseguirà, anche senza di me, con la sua potenza » Idem, vol. 6, cap. 10.
Alle accuse dei nemici che sottolineavano la debolezza della sua causa, Lutero rispose: « Chissà se Dio non ha scelto e chiamato proprio me, e se essi, disprezzandomi, non disprezzano Dio stesso? Mosè era solo quando lasciò l'Egitto; solo era Elia al tempo di re Achab; Isaia era solo a Gerusalemme ed Ezechiele solo in Babilonia... Dio non ha mai scelto come profeta il sommo sacerdote o qualche altro grande personaggio. Generalmente Egli ha scelto uomini umili e disprezzati; ha perfino scelto Amos, un mandriano. In ogni tempo i santi hanno dovuto rimproverare i grandi: re, principi, sacerdoti, a rischio della propria vita... Io non dico di essere un profeta, però affermo che essi debbono temere proprio perché mentre io sono solo, essi sono tanti. Di una cosa sono certo: la Parola di Dio è con me e non con loro » Ibidem.
Nondimeno, fu solo dopo una tremenda lotta con se stesso che Lutero si decise a separarsi dalla chiesa. Intorno a quell'epoca egli scrisse: « Sento ogni giorno di più quanto sia difficile rinunciare a quegli scrupoli che ci sono stati inculcati nell'infanzia. Quanto dolore mi ha causato - nonostante avessi le Scritture dalla mia parte - il fatto di dover prendere posizione contro il papa e denunciarlo come l'anticristo! Quali non sono state le tribolazioni del mio cuore! Quante volte mi sono chiesto, con amarezza, quello che così spesso ritorna sulle labbra dei papisti: "Solo tu sei savio? t mai possibile che tutti gli altri si siano sbagliati? Che ne sarebbe di te se dopo tutto risultasse che sei nell'errore e che in questo tuo errore trascini tante anime che, in tal modo, saranno eternamente dannate?". t così che io ho combattuto con me stesso e con Satana fino a che Cristo, con la sua infallibile Parola, non ha fortificato il mio cuore contro questi dubbi » Martyn, Life and Times of Luther, pp. 372, 373.
Il papa aveva minacciato Lutero di scomunica qualora egli non avesse ritrattato. La minaccia si concretizzò: apparve una bolla che annunciava la definitiva separazione di Lutero dalla chiesa romana e che lo denunciava come maledetto dal cielo. Nella stessa condanna erano inclusi quanti avessero accettato le sue dottrine. Era cominciata la grande battaglia.
L'opposizione è il retaggio di tutti coloro di cui Dio si serve per presentare le verità adatte in modo speciale al loro tempo. Ai giorni di Lutero vi era una verità presente che rivestiva una importanza par ticolare. Oggi c'è per la chiesa una verità attuale. Colui che fa ogni cosa secondo il beneplacito della sua volontà, si è compiaciuto mettere gli uomini sotto svariate circostanze e affidare loro compiti speciali per il tempo nel quale vivono e per le condizioni in cui si trovano. Se apprezzeranno la luce che è stata loro data, essi vedranno aprirsi di nanzi agli occhi loro più ampie visioni di verità. Purtrop I po, però, in generale la verità non è oggi apprezzata più di quanto lo fosse dai partigiani del papa che si oppon evano a Lutero. Attualmente, come nel passato, esiste la stessa tendenza ad accettare le teorie e le tradizioni umane al posto della Parola di Dio. Quanti espongono la verità per il nostro tempo non dovrebbero aspettarsi di essere accolti con maggior favore dei primi riformatori. Il grande conflitto fra la verità e l'errore, fra Cristo e Satana andrà aumentando di intensità via via che si avvi cina la conclusione della storia di questo mondo.
Gesù disse ai suoi discepoli: « Se foste del mondo, il mondo amerebbe quel ch'è suo; ma perché non siete del mondo, ma io v'ho scelti di mezzo al mondo, perciò vi odia il mondo. Ricordatevi della parola che v'ho detta: Il servitore non è da più del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, -osserveranno anche la vostra » Giovanni 15: 19, 20. In un'altra occasione il Maestro disse molto semplicemente: « Guai a voi quando tutti gli uomini diran bene di voi, perché i padri loro facean lo stesso coi falsi profeti » Luca 6: 26. Lo spirito del mondo non è oggi in armonia con lo Spirito di Cristo più di’ quanto lo fosse allora. Coloro che predicano la Parola di Dio nella sua purezza, non saranno più favorevolmente accolti ora di quanto lo furono allora. Le forme dell'opposizione alla verità possono cambiare e l'inimicizia può apparire meno aperta, perché più sottile; però lo stesso antagonismo esiste tuttora e si manifesterà sino alla fine dei tempi.


 
Capitolo 8

Un Campione Della Verità


Sul trono della Germania era salito un nuovo imperatore, Carlo V. Roma si affrettò a fargli le sue congratulazioni e a chiedere al monarca di agire contro la Riforma. L'elettore di Sassonia, invece, al quale Carlo era molto debitore della corona, esortava l'imperatore a non procedere contro Lutero, fino a che non gli avesse concesso un'udienza. Carlo V si trovò così in grande perplessità e in serio imbarazzo. Mentre i seguaci del papa chiedevano un editto che condannasse a morte Lutero, l'elettore affermava con fermezza che « né la maestà imperiale, né alcun'altra persona aveva dimostrato che gli scritti di Lutero fossero stati refutati ». Perciò egli chiedeva che « il dottor Lutero fosse munito di un salvacondotto che gli permettesse di presentarsi dinanzi a un tribunale di giudici dotti, pii e imparziali » D'Aubigné, vol. 6, cap. 11.
L'attenzione di tutti, ora, si volgeva verso il raduno degli stati tedeschi che avrebbe avuto luogo a Worms poco dopo l'ascesa al trono di Carlo V. In quel consiglio nazionale sarebbero stati esaminati importanti problemi di carattere politico. Per la prima volta i principi tedeschi si sarebbero incontrati col loro giovane monarca in un'assemblea legislativa. Da tutte le parti della Germania convenivano a Worms i dignitari della chiesa e dello stato. Nobili signori potenti, gelosi dei loro diritti ereditari; ecclesiastici di alto lignaggio che facevano sfoggio della loro autorità; cavalieri di corte accompagnati da scorte armate; ambasciatori provenienti da lontane terre straniere: tutti si recavano a Worms. Eppure, in quel grande consesso, l'argomento che suscitava il più profondo interesse era la causa del riformatore sassone.
In precedenza, Carlo V aveva suggerito all'elettore di venire alla dieta accompagnato da Lutero, al quale assicurava la sua protezione e una libera discussione con uomini competenti delle questioni, oggetto della disputa. Lutero, a sua volta, era ansioso di comparire davanti all'imperatore. In quel tempo la sua salute era precaria, nondimeno egli scrisse all'elettore: « Se io non potrò andare a Worms in buone condizioni fisiche, mi ci farò trasportare malato come sono. L'imperatore mi chiama, e io non dubito che tale invito non venga da Dio stesso. Se essi intendono usarmi violenza, il che è probabile (in quanto l'ordine di comparizione non mi è stato rimesso perché i miei avversari desiderino accettare i miei insegnamenti), io rimetto ogni cosa nelle mani del Signore. Tuttora vive e tuttora regna Colui che protesse i tre giovani nella fornace ardente. Se Egli non mi dovesse salvare, ebbene: in fondo la mia vita ha ben scarsa importanza. Impediamo che l'Evangelo sia esposto allo scherno degli empi. Spargiamo il sangue, purché essi non trionfino. Non sta a me decidere se la mia vita o la mia morte contribuirà alla salvezza di tutti... Da me potete aspettarvi qualunque cosa salvo la fuga o l'abiura. Io non posso sottrarmi, né tanto meno ritrattare » Idem, vol. 7, cap. l.
Non appena a Worms si seppe che Lutero sarebbe comparso dinanzi alla dieta, nacque un vivo fermento. Aleandro, il legato papale cui era stato affidato il compito di occuparsi della vertenza, era allarmato e furibondo. Si rendeva conto che l'esito del dibattito sarebbe stato disastroso per la causa papale. Prendere in esame un caso per il quale il papa aveva gia emesso una sentenza di condanna, significava mettere in discussione l'autorità del sommo pontefice. Inoltre, egli temeva che gli eloquenti e vigorosi argomenti di Lutero riuscissero a sottrarre non pochi principi al partito del papa. Perciò si affrettò a fare le sue rimostranze a Carlo V, insistendo perché non si facesse venire il riformatore a Worms. Fu intorno a quell'epoca che apparve la bolla di scomunica contro Lutero. Questo fatto, unito alle argomentazioní del legato, indusse l'imperatore a cedere. Egli scrisse all'elettore che Lutero, se non intendeva ritrattarsi, poteva rimanersene a Wittenberg.
Non contento di questa vittoria, Aleandro si adoperò con tutte le forze e con tutta l'astuzia di cui era capace, per ottenere la condanna di Lutero. Con una tenacia degna di migliore causa, egli sottopose la cosa all'attenzione dei principi, dei prelati e degli altri esponenti dell'assemblea, accusando il riformatore di « sedizione, ribellione, empietà e bestemmia ». Però la veemenza e la passione di cui dava prova manifestavano in maniera troppo evidente lo spirito che lo animava. « Egli è mosso più dall'odio e dalla sete di vendetta », fu l'osservazione generale, « che dallo zelo e dalla pietà » Ibidem. La maggioranza dei componenti la dieta si sentirono più che mai portati a considerare la causa di Lutero con favore.
Con raddoppiato zelo, Aleandro ricordò all'imperatore il 'dovere che questi aveva di eseguire gli editti papali. Però, date le vigenti leggi della Germania, ciò non poteva essere fatto senza il consenso dei principi. Carlo, alla fine, cedendo alle insistenze del legato romano, autorizzò Aleandro a sottoporre il caso alla dieta. « Per il nunzio quello fu un gran giorno. Grande era l'assemblea, e ancora più grande era la causa in esame. Aleandro rappresentava Roma... madre e signora di tutte le chiese ». Egli doveva rivendicare la supremazia di Pietro dinanzi ai maggiori esponenti del mondo cristiano. « Aleandro aveva il dono dell'eloquenza, e ancora una volta si dimostrò all'altezza della situazione. La Provvidenza volle che Roma, prima di essere condannata, fosse rappresentata e difesa dal suo più abile oratore, alla presenza del tribunale più augusto » Wylie, vol. 6, cap. 4. Con giustificato timore, quanti erano favorevoli al riformatore prevedevano gli effetti del discorso di Aleandro. L'elettore di Sassonia non era presente, ma aveva incaricato alcuni suoi consiglieri di parteciparvi e di prendere appunti su quanto il nunzio avrebbe detto.
Con tutta la forza del sapere e dell'eloquenza, Aleandro si dispose ad abbattere la verità. Accusa su accusa fu da lui scagliata contro Lutero, considerato nemico della chiesa e dello stato, dei vivi e dei morti, del clero e dei laici, dei concili e dei singoli cristiani. « Negli errori di Lutero », egli disse, « ce n'è abbastanza per far bruciare centomila eretici! ».
Concludendo, egli si sforzò di gettare il discredito sugli aderenti alla fede riformata. « Che cosa sono tutti questi luterani? Un gruppo di insolenti pedagoghi, di preti corrotti, di monaci dissoluti, di avvocati ignoranti, di nobili degradati, uniti col popolo comune- che essi sono riusciti a sviare e a pervertire. Com'è loro superiore il partito cattolico, sia per numero che per capacità e potenza! Un decreto unanime, da parte di questa illustre assemblea, varrà a illuminare i semplici, ad avvertire gli imprudenti, a far decidere i tentennanti e a fortificare i deboli » D'Aubigné, vol. 7, cap. 3.
In tutti i tempi i difensori della verità sono stati attaccati con le stesse armi. Gli stessi argomenti sono tuttora adoperati contro chi ardisce presentare, in contrasto con gli errori invalsi, i chiari e diretti insegnamenti della Parola di Dio. « Chi sono questi predicatori di nuove dottrine? », esclamano coloro che desiderano una religione popolare. « Sono privi di cultura, sono numericamente pochi e appartengono alla classe più povera della società. Eppure, pretendono di avere la verità e di essere il popolo eletto di Dio! Essi sono solo degli ignoranti e degli illusi. Come è superiore, per numero e per prestigio, la nostra chiesa! Quanti uomini grandi e dotti ci sono in mezzo a noi! Quanto maggiore è la potenza che sta dalla parte nostra! ». Questi sono gli argomenti che fanno presa sul mondo; però essi anche oggi non sono più conclusivi di quanto non lo fossero ai tempi del riformatore.
La Riforma non finì con Lutero, come forse alcuni pensano. Essa deve proseguire sino alla fine della storia del mondo. Lutero aveva una grande opera da compiere: far risplendere sugli altri la luce che Dio aveva fatto brillare su di lui. Egli, però, non ricevette tutta la luce che doveva essere data al mondo. Da allora, e fino ai nostri giorni, nuova luce ha continuato a scaturire dalle Scritture, e nuove verità sono state a mano a mano conosciute.
Il discorso del prelato produsse una profonda impressione sulla dieta. Lutero non era presente per affrontare il campione papale con le chiare e convincenti verità tratte dalla Parola di Dio. Nessun tentativo fu fatto per difendere il riformatore, ed era evidente la generale disposizione non solo a condannare Lutero e le sue dottrine, ma anche, se possibile, a sradicare l'eresia. Roma aveva goduto della più favorevole opportunità di difendere la propria causa. Tutto quello che essa poteva dire a sua difesa era stato detto. Però quell'apparente vittoria fu il segnale della sconfitta. Da quel momento crebbe e si andò facendo sempre più netto il contrasto fra verità ed errore. Da quel giorno Roma non sarebbe più stata sicura come lo era stata fino ad allora.
Mentre la maggior parte dei membri della dieta non avrebbero esitato a consegnare Lutero alla vendetta di Roma, molti di essi si rendevano conto - e la deploravano - della depravazione esistente nella chiesa, e desideravano la soppressione di quegli abusi che opprimevano il popolo tedesco a causa della corruzione e dell'ingordigia ecclesiastiche. Il legato aveva presentato il governo papale sotto la luce più favorevole. Il Signore, però, si servì di un membro influente della dieta perché fosse reso noto il vero volto della tirannia papale. Con nobile fermezza, il duca Giorgio di Sassonia si alzò in quell'assemblea di principi, e con una tremenda precisione non esitò a elencare gli inganni e le abominazioni del papato, con i risultati deprimenti che ne derivavano. Concludendo disse:
« Questi sono alcuni degli abusi che gridano contro Roma. Ogni ritegno è stato abbandonato e il loro unico obiettivo è... denaro, denaro, denaro. Sì che i predicatori che dovrebbero insegnare la verità, altro non predicano che falsità; e non solo sono tollerati, ma vengono addirittura ricompensati, perché maggiori sono le loro menzogne, maggiore è il loro guadagno. t da questa triste sorgente che sgorgano tali acque inquinate. La corruzione tende la mano all'avarizia... Ahimè, è lo scandalo dato dal clero che spinge tante anime all'eterna dannazione necessaria una riforma generale! » Idem, vol. 7, cap. 4.
Lo-stesso Lutero non avrebbe potuto fare una più abile ed energica denuncia degli abusi papali. Il fatto, poi, che l'oratore fosse nemico dichiarato di Lutero, dava alle sue parole una forza ancora più grande.
Se gli occhi dei presenti fossero stati aperti, avrebbero visto in mezzo a loro gli angeli di Dio gettare raggi di luce per dissipare le tenebre dell'errore e schiudere menti e cuori all'accettazione della verità. La potenza dell'Iddio di verità e di sapienza dominava gli stessi avversari della Riforma, e preparava la via alla grande opera che doveva essere fatta. Martin Lutero non era presente, però in quel congresso si era fatta udire la voce di Uno più grande di lui.
La dieta nominò una commissione incaricata di redigere un elenco delle oppressioni papali che tanto fortemente gravavano sul popolo tedesco. La lista, che conteneva ben cento e una specificazioni, fu presentata all'imperatore, accompagnata dalla richiesta di prendere immediatamente le misure necessarie per la repressione di tali abusi. « Quanta perdita di anime », dicevano i compilatori della lista, « quante depredazíoni, quante estorsioni in seguito agli scandali che circondano il capo spirituale della cristianità! PE nostro dovere impedire sia la rovina che il disonore del nostro popolo. Per questo, molto umilmente ma con insistenza imploriamo che si ordini una riforma generale e si vegli sulla sua attuazione » Ibidem.
Il concilio, allora, chiese che il riformatore fosse convocato dinanzi all'assemblea. Nonostante l'opposizione, le proteste e le minacce di Aleandro, l'imperatore finì con l'accondiscendere alla richiesta, e Lutero venne invitato a presentarsi alla dieta. L'invito era accompagnato da un salvacondotto che gli garantiva il ritorno in piena sicurezza. Invito e salvacondotto furono recati a Wittenberg da un araldo incaricato di accompagnare Lutero a Worms.
Gli amici di Lutero erano terrificati e sgomenti. Consapevoli dei pregiudizi e dell'inimicizia di cui il riformatore era l'oggetto, temevano la violazione del salvacondotto ed esortavano Lutero a non mettere a repentaglio la sua vita. Egli rispose: « I papisti desiderano non tanto la mia andata a Worms quanto la mia condanna e la mia morte. Questo, però, non ha molta importanza. Perciò, pregate non per me, ma per la Parola di Dio... Che Cristo mi dia il suo Spirito per vincere i ministri dell'errore. lo li ho disprezzati in vita e ne trionferò con la mia morte. Essi, a Worms, si adoperano per indurmi all'abiura; ebbene, questa sarà la mia ritrattazione: prima dicevo che il papa era il vicario di Cristo; ora affermo che egli è l'avversario del nostro Signore e l'apostolo del diavolo! » Idem, vol. 7, cap. 6.
Lutero non fece quel pericoloso viaggio da solo. Oltre al messaggero imperiale, vi erano con lui tre amici fedeli. Anche Melantone avrebbe voluto unirsi a loro, perché il suo cuore era legato a quello di Lutero e intendeva seguire l'amico, condividendone, se necessario, il carcere e la morte. Però la sua proposta fu respinta. Se Lutero fosse morto, le speranze della Riforma avrebbero dovuto accentrarsi sul giovane collaboratore. Prima di partire per WormsI Lutero disse a Melantone: « Se io non dovessi ritornare, continua a insegnare e rimani saldo nella fede. Lavora al mio posto... Se tu sopravvivi, la mia morte avrà poca conseguenza » Idem, vol. 7, cap. 7. Studenti e cittadini, riunitisi per assistere alla partenza di Lutero, erano profondamente commossi. La moltitudine di quanti erano stati toccati dal Vangelo lo salutò con lacrime. Fu così che il riformatore e i suoi compagni lasciarono Wittenberg.
Lungo il viaggio essi ebbero modo di notare come la gente fosse pervasa da tristi presentimenti. In certe località non furono oggetto di alcuna attenzione. Fermatisi in una cittadina per trascorrervi la notte, un prete amico espresse i propri timori mettendo sotto gli occhi di Lutero il ritratto di un riformatore italiano che aveva subìto il martirio. L'indomani seppero che a Worms erano stati condannati gli scritti di Lutero. Messaggeri imperiali andavano attorno proclamando il decreto dell'imperatore che invitava la gente a consegnare ai magistrati le opere incriminate. L'araldo, temendo per la sicurezza di Lutero e pensando che la sua risolutezza fosse scossa, gli chiese se intendeva ancora proseguire il viaggio. La risposta fu: « Sebbene io sia interdetto in ogni città, andrò ugualmente avanti » Ibidem.
A Erfurt, Lutero venne accolto con onori. Circondato da una folla ammirata, percorse le vie che anni prima aveva calcato col suo sacco di frate mendicante. Visitò la sua cella nel convento e rievocò le lotte attraverso le quali la luce che aveva illuminato la sua anima si era propagata per tutta la Germania. Fu invitato a predicare. La cosa glì era stata vietata, ma l'araldo glielo permise, ed egli potè così salire sul pulpito.
Dinanzi a un folto pubblico, il riformatore parlò sulle parole di Gesù: « Pace a voi! » . « Filosfi dottori e scrittori », disse, « si sono aff atícati per indicare agli uomini la via per avere la vita eterna; ma non vi sono riusciti. lo I ora, vi dirò... Dio ha risuscitato dai morti un uomo, il Signore Gesu Cristo, affinché Egli distruggesse la morte, estirpasse il peccato e chiudesse le porte dell'inferno. Questa è l'opera della salvezza... Cristo ha vinto: ecco il lieto annuncio. Voi siete salvati, non per le vostre opere, ma per la sua opera... Il nostro Signore ha detto: 'Tace a voi. Guardate le mie mani!". Ciò significa: "Uomo, guarda: sono io, io solo che ho tolto via il tuo peccato e ti ho riscattato. Ora tu hai la pace". Questo vi dice il Signore ».
Proseguì dimostrando che la vera fede è manifestata da una vita santa. « Poiché Dio ci ha salvati, facciamo in modo che le nostre opere gli siano accette. Sei ricco? Ebbene, che i tuoi beni servano anche a sopperire alle necessità dei poveri. Sei povero? Che il tuo servizio sia accetto al ricco. Se il tuo lavoro è utile solo a te, il servizio che pretendi offrire a Dio è pura menzogna » Ibidem.
La gente ascoltava a bocca aperta. Il pane della vita era spezzato a quelle anime affamate, dinanzi alle quali Cristo veniva innalzato al di sopra dei papi, dei legati, degli imperatori e dei re. Lutero non fece parola della sua pericolosa situazione, né cercò di richiamare su di sé il pensiero e la simpatia degli altri. Nella contemplazione di Cristo, egli aveva perduto di vista il proprio io. Nascondendosi dietro l'Uomo del Calvario, sì sforzava di presentare Gesù, il Redentore dei peccatori.
Via via che Lutero proseguiva il suo viaggio, notava il crescente interesse delle popolazioni. Le moltitudini lo circondavano, e voci amiche lo avvertivano circa gli scopi dei papisti. « Essi ti bruceranno »; dicevano alcuni, « e ridurranno il tuo corpo in cenere, come fecero con Giovanni Huss ». Lutero rispondeva: « Se anche accendessero un fuoco da Worms a Wittenberg, fuoco le cui fiamme giungessero fino al cielo, ìo lo attraverserei nel nome del Signore, per presentarmi dinanzi a loro, entrare nelle fauci di questo behemot (animale mostruoso. N.d.T.), spezzargli i denti, confessando il Signore Gesù Cristo » Ibidem.
La notizia del suo approssimarsi a Worms provocò un vivo fermento. Gli amici temevano per la sua incolumità, mentre i nemici temevano per la riuscita della loro causa. Furono fatti strenui sforzi per dissuaderlo di entrare nella città. Su istigazione dei papisti, gli fu consigliato di rifugiarsi nel castello di un cavaliere amico dove, gli si diceva, tutte le difficoltà sarebbero state amichevolmente appianate. Gli amici cercavano di alimentare i suoi timorì, descrivendo i pericoli che lo minacciavano. Ogni sforzo, però, fu vano: Lutero fu incrollabile, e dichiarò: « Se a Worms ci fossero tanti diavoli quanti sono i tegoli sui tetti delle case, io vi entrerei » Ibidem.
Al suo arrivo a Worms, una gran folla si accalcò alle porte della città per dargli il benvenuto. Simile concorso di popolo non si era visto neppure in occasione dell'omaggio tributato allo stesso imperatore. Intensa era l'agitazione. Di mezzo alla folla saliva una voce lamentosa che cantava un inno funebre, quasi volesse avvertire Lutero della sorte che lo aspettava. « Dio sarà la mia difesa », egli disse mentre scendeva dalla carrozza che lo aveva trasportato fin là.
I papisti non credevano che Lutero si sarebbe avventurato a presentarsi a Worms, e percio il suo arrivo li riempì di costernazione. L'imperatore chiese ai propri consiglieri quale linea di condotta gli convenisse seguire. Uno dei vescovi - un rigido seguace del papa - dichiarò: « Ci siamo a lungo consultati su questo argomento: che sua Maestà imperiale si sbarazzi subito di quest'uomo. Sigismondo non fece bruciare Giovanni Huss? Noi non siamo tenuti a dare o a rispettare il salvacondotto dì un eretico ». « No! » rispose l'imperatore; « noi dobbiamo mantenere la parola data » Idem, vol. 7, cap. 8. Fu così deciso che il riformatore fosse ascoltato.
Tutta la città era ansiosa di vedere quell'uomo notevole, e ben presto una vera processione di visitatori si avviò verso il luogo dove egli alloggiava. Lutero si era appena ristabilito dalla precedente malattia, era stanco di un viaggio faticoso durato due settimane, e doveva pre~ pararsi per affrontare, l'indomani, gli eventi decisivi della sua vita. Aveva percio bisogno di quiete e di riposo. Però così grande era il desiderio della folla di vederlo che egli, dopo poche ore di riposo, si vide costretto ad accogliere quanti venivano a lui: nobili, cavalieri, sacerdoti, cittadini. Fra questi vi erano molti membri della nobiltà i quali avevano chiesto all'imperatore una riforma degli abusi ecclesiastici e che, come dice Lutero « erano stati liberati dal mio Evangelo » Martyn, Life and Times of Luther, p. 393. Nemici e amici venivano a vedere l'indomabile monaco, ed egli accoglieva tutti e a tutti rispondeva con dignità e saggezza. Il suo comportamento emanava fermezza e coraggio. Il suo volto pallido, magro, segnato dalla fatica e dalla malattia, aveva sempre un'e spressione lieta e gentile. La solennità e la sincerità delle sue parole gli davano una forza che gli stessi nemici erano incapaci di sostenere. Amici e avversari erano stupiti. Alcuni si convincevano che egli era sostenuto da una forza divina, mentre altri - come i farisei con Gesù dicevano: « Egli ha il demonio! ».
L'indomani, Lutero fu invitato a presentarsi dinanzi alla dieta. Un ufficiale imperiale ebbe l'incarico di scortarlo fino alla sala di udienza. Non fu un compito facile raggiungerla, perché ogni strada era gremita di persone che volevano vedere il monaco che aveva osato resistere all'autorità del papa.
Al momento di comparire dinanzi ai giudici, un vecchio generale, eroe di molte battaglie, gli disse con bontà: « Povero monaco, povero monaco, tu stai per occupare una posizione molto più nobile di quella che io o qualsiasi altro comandante abbia mai occupato nelle più sanguinose battaglie. Se la tua causa è giusta e tu ne sei convinto, vai avanti nel nome di Dio e non aver paura di nulla. Dio non ti abbandonerà » D'Aubigné, vol. 7, cap. 8.
Finalmente Lutero si trovò alla presenza del concilio. L'imperatore era seduto sul trono, circondato dai più illustri personaggi dell'impero. Mai un uomo si era trovato al cospetto di un'assemblea più imponente di quella dinanzi alla quale Lutero era chiamato a rispondere della sua fede. « Questa sua comparizione era, di per se stessa, una vittoria segnalata sul papato. Il papa aveva condannato quell'uomo: ed ecco che egli si trovava ora di fronte a un tribunale che, per questo stesso atto, si metteva al di sopra del papa. Il papa l'aveva scomunicato e bandito dalla società, ma le autorità si rivolgevano a lui con un linguaggio rispettoso e lo ricevevano davanti alla più augusta assemblea del mondo. Il papa l'aveva condannato a perpetuo silenzio: ed ecco che invece Lutero stava per parlare al cospetto di migliaia di attenti ascoltatori convenuti dalle più remote parti del mondo cristiano. Per mezzo di quel riformatore si stava verificando un'immensa rivoluzione. Roma già cominciava a scendere dal suo trono, e questa sua umiliazione era stata provocata dalla voce di un monaco » Ibidem.
Dinanzi a quella potente assemblea, il riformatore, di umili origini, sembrava imbarazzato e sgomento. Vari principi, notando la sua emozione, gli si accostarono, e uno di essi gli sussurrò: « Non temere coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l'anima! ». Un altro disse: « E sarete menati davanti a governatori e re per cagion mia nel mio nome, lo Spirito del Padre vostro vi suggerirà quello che dovete dire ». Così le parole di Cristo erano ricordate dai più grandi uomini del mondo, per fortificare il suo servo nell'ora della prova.
Lutero fu accompagnato al posto àssegnatogli, proprio di fronte al trono dell'imperatore. Un profondo silenzio si fece in quell'augusta assemblea. Un ufficiale imperiale si alzò e, additando una raccolta di scritti del riformatore, chiese che questi rispondesse a due domande -. se egli, cioè, li riconoscesse per suoi e se fosse disposto a ritrattare le opinioni espresse in essi. Essendo stati letti i titoli, Lutero rispose che li riconosceva per suoi. « Quanto alla seconda domanda », egli disse, « dato che si tratta di cosa che riguarda la fede e la salvezza delle anime e coinvolge il tesoro più prezioso del cielo e della terra, cioè la Parola di Dio, io non vorrei agire con imprudenza, il che avverrebbe se io rispondessi senza riflettere. Potrei affermare meno di quello che le circostanze esigono o più di quello che la verità richiede. In tal modo io peccherei contro le parole di Cristo: "Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è nei cieli" Matteo 10: 33. Per questa ragione, io chiedo in tutta umiltà alla Maestà vostra che mi sia dato il tempo per rispondere senza recare offesa alla Parola di Dio » D'Aubigné, vol. 7, cap. 8.
Formulando questa richiesta, Lutero agiva con molta saggezza. Questo suo comportamento, infatti, convinse i presenti che egli non agiva spinto dall'impulso o dalla passione. Tanta calma- e tanta padronanza di sé, inattesi in chi si era dimostrato ardito oltre che deciso a non addivenire a compromessi di sorta, accresceva la sua forza e lo metteva in condizione di rispondere con una prudenza, una decisione, una saggezza e una dignità tali da sorprendere o contrariare gli avversari i quali si vedevano puniti della loro insolenza e del loro orgoglio.
Il giorno seguente egli doveva presentarsi per dare la risposta. Per un momento sentì il suo cuore venir meno, pensando alle forze coalizzate contro la verità. La sua fede ebbe un attimo di titubanza: timore e tremore lo invasero, e si sentì come sopraffatto dall'orrore. I pericoli andavano moltiplicandosi intorno a lui; pareva che i nemici stessero per trionfare, e sembrava che le potenze delle tenebre dovessero avere il sopravvento. Le nubi si addensavano sul suo capo, separandolo da Dio, ed egli bramava avere la certezza che il Signore degli eserciti sarebbe stato con lui. Con angoscia di spirito si gettò con la f accia per terra e si abbandonò a quei gridi strazianti e desolati che solo Dio può comprendere pienamente.
« Onnipotente ed eterno Iddio », implorò, « come è terribile questo mondo! Ecco, esso apre la sua bocca per inghiottirmi e io ho così poca fiducia in te... Se io ripongo la mia fiducia nella forza terrena, tutto è finito... La mia ultima ora è giunta; la mia condanna è stata pronunciata... Dio mio, aiutami contro la sapienza umana! Fallo... Tu solo... Perché questa non e opera mia: e il opera tua. lo non posso fare nulla per controbattere i grandi del mondo... Ma la causa è tua... ed è una causa giusta ed eterna. Signore, aiutami! Fedele e immutabile Dio, io non ripongo la mia fiducia in nessun uomo... Tutto ciò che è umano è incerto: tutto quello che procede dall'uomo viene meno... Tu mi hai scelto per quest'opera... sii al mio fianco, per amore del tuo diletto Figliuolo Gesù Cristo, che è la mia difesa, il mio scudo e il mio alto rifugio. Amen! » Ibidem.
Una lungimirante provvidenza di Dio aveva permesso che Lutero si rendesse conto del rischio e non confidasse nelle proprie forze, correndo, così, presuntuosamente incontro al pericolo. Nondimeno, non era il timore delle sofferenze personali, della tortura e della morte che lo riempiva di terrore: era giunta l'ora della crisi, ed egli sentiva la propria incapacità di affrontarla. A motivo della sua debolezza, la causa della verità poteva subire un rovescio. Perciò egli lottava con Dio, non per la propria salvezza, bensì per il trionfo del Vangelo. L'angoscia e il tormento della sua anima erano paragonabili a quelli provati da Giacobbe in quella lotta notturna sulle rive del solitario ruscello. Come Giacobbe, Lutero prevalse. Conscio della propria impotenza, egli si aggrappò a Cristo, suo potente liberatore, e si sentì fortificato dalla certezza che non sarebbe stato solo dinanzi al concilio. La pace scese nella sua anima ed egli si rallegrò di avere il privilegio di tenere alta la Parola di Dio dinanzi ai capi della nazione.
Con la mente ancorata in Dio, Lutero si accinse ad affrontare l'imminente cimento. Elaborò la sua risposta, esaminò alcuni passi dei suoi scritti, e attinse dalle Sacre Scritture valide prove a sostegno delle sue posizioni. Poi, posando la mano sinistra sul sacro Libro aperto dinanzi a sé, levò la destra verso il cielo e fece voto « di rimanere fedele al Vangelo e di confessare apertamente la propria fede, anche se con questo avesse dovuto suggellare la sua testimonianza col sangue » Ibedem.
Quando egli fu nuovamente introdotto alla presenza della dieta, il suo volto non recava traccia di timore o di imbarazzo. Calmo e tranquillo, con portamento nobile. e dignitoso, egli si levò come testimone di Dio in mezzo ai grandi della terra. L'ufficiale imperiale gli chiese quale fosse la sua decisione, e cioè se intendeva ritrattare le sue dottrine. Lutero rispose in tono umile e semplice, del tutto scevro da violenza o d a passione. Il suo contegno era rispettoso e deferente e ispirava tale fiducia e tale gioia che tutti ne furono sorpresi.
« Serenissimo imperatore, augusti principi, graziosi signori », esordì. « Mi ripresento oggi dinanzi a voi in conformità all'ordine datomi ieri e, per la misericordia di Dio, scongiuro la Maestà vostra e le vostre auguste grandezze di voler ascoltare con la dovuta benevolenza la difesa di una causa che, ne sono certo, è giusta e vera. Se per ignoranza io dovessi venir meno agli usi e alle esigenze delle corti, vi prego di volermi perdonare perché io non sono stato allevato nei palazzi dei re, ma nella oscurità di un convento » Ibidem.
Venendo alla domanda rivoltagli, egli affermò che le opere da lui pubblicate non erano tutte dello stesso carattere. In alcune di esse egli aveva trattato della fede e delle buone opere, e perfino i suoi avversari non le ritenevano nocive, anzi utili. Ritrattarle 'significava condannare quelle verità che tutti confessavano. Il secondo gruppo consisteva in scritti che esponevano la corruzione e gli abusi del Papato. Revocarli voleva dire rafforzare la tirannia di Roma e spalancare le porte a molte e grandi empietà. Nel terzo gruppo dei suoi libri, egli aveva attaccato individui colpevoli di avere difeso dei mali evidenti. Circa queste opere, egli francamente confessò di essere stato più violento del dovuto. Non pretendeva di essere senza colpe, però anche quei libri non potevano essere ripudiati perché, se lo avesse fatto, i nemici della verità si sarebbero imbaldanziti e avrebbero avuto così l'occasione di opprimere con maggiore crudeltà il popolo di Dio.
« Ad ogni modo, io non sono Dio: sono un semplice uomo », prosegui, « percio mi difenderò come fece il Cristo: "Se ho mal parlato, testimoniate del male"... Per la misericordia di Dio io vi scongiuro, serenissimo imperatore e illustrissimi principi, uomini di ogni ceto, di provarmi con gli scritti dei profeti e degli apostoli in che cosa ho sbagliato. Non appena sarò convinto di questo, ritratterò ogni errore e sarò il primo a prendere i miei libri e a gettarli nel fuoco ».
« Quello che ho detto mostra chiaramente, spero, che ho valutato e considerato accuratamente i pericoli ai quali mi espongo; però, lungi dall'essere allarmato, mi rallegro nel costatare che l'Evangelo è tuttora, come sempre lo è stato nei secoli, causa di turbamento e di dissenso. D'altra parte, è questo il destino della Parola di Dio. Gesù lo ha detto: "Io non sono venuto a mettere la pace, ma la spada". Dio è sublime e tremendo nei suoi consigli; perciò guardatevi che, nell'intento di eliminare le discussioni, non finiate col perseguitare la Parola di Dio e con l'attirare su voi un diluvio di insormontabili pericoli, di disastri presenti e di desolazioni eterne... Potrei citare numerosi esempi tratti dagli oracoli di Dio, parlare dei faraoni d'Egitto, dei re di Babilonia e d'Israele, le cui opere contribuirono largamente alla loro distruzione quando, ricorrendo a consigli in apparenza saggi, cercarono di rafforzare il proprio dominio. "Dio rimuove le montagne, ed essi non lo sanno" » Ibidem.
Lutero aveva parlato in tedesco; fu invitato a ripetere le stesse parole in latino. Sebbene egli fosse esausto per lo sforzo sostenuto, pure accondiscese alla richiesta e ripeté il discorso con la stessa chiarezza e la stessa energia di prima. Anche in questo si manifestò la provvidenza di Dio. Le menti di molti principi erano talmente accecate dall'errore e dalla superstizione, che durante il primo discorso non erano riuscite ad afferrare tutta la forza. dell'argomentazione di Lutero. Ma durante la ripetizione del discorso in latino, essi riconobbero la chiarezza dei punti presentati.
Quanti ostinatamente avevano chiuso gli occhi alla luce ed erano decisi a non lasciarsi convincere dalla verità, erano furibondi a motivo della potente parola di Lutero. Quando egli ebbe finito, il portavoce della dieta disse con voce irata: « Tu non hai risposto alla domanda che ti è stata fatta... Sei invitato, perciò, a dare una risposta chiara e precisa... Ritratti, sì o no? ».
Lutero rispose: « Siccome sua Maestà serenissima e le auguste autorità richiedono da me una risposta chiara, semplice e precisa, io la darò ed è questa: io non posso sottomettere la mia fede né al papa, né ai concili, perché è chiaro come la luce che essi si sono spesso sbagliati e contraddetti. Perciò, a meno che io non venga convinto mediante la testimonianza della Scrittura o dal più chiaro ragionamento, e che non sia persuaso mediante i passi da me citati, sì che la mia coscienza venga in tal modo legata dalla Parola di Dio, io non posso, né voglio ritrattare, perché per un cristiano è cosa pericolosa parlare contro la propria coscienza. Questa è la mia posizione. Non posso altrimenti. Che Dio mi aiuti. Amen » Ibidem.
Quell'uomo giusto si appoggiava sul sicuro fondamento della Parola di Dio. Il suo volto era illuminato da una luce celeste, e la grandezza e la purezza del suo carattere, la pace e la gioia del suo cuore erano manifeste a tutti, mentre egli parlava contro la potenza dell'errore e testimoniava di quella fede che vince il mondo.
Per alcuni istanti l'intera assemblea rimase muta di meraviglia. La prima volta che si era presentato alla dieta, Lutero aveva parlato con voce bassa, con atteggiamento rispettoso, quasi sottomesso. I papisti avevano interpretato la cosa come un'indicazione che il suo coraggio veniva meno, e ritenevano che la sua richiesta di una dilazione fosse il preludio dell'abiura. Carlo V stesso, notando quasi con sprezzo l'aspetto sofferente del frate, il suo abbigliamento modesto, la semplicità del suo linguaggio, aveva detto: « Questo monaco non farà mai di me un eretico! ». Il coraggio e la fermezza di cui ora Lutero dava prova, uniti alla forza e alla chiarezza del suo ragionamento, sorpresero tutti. L'imperatore, ammirato, esclamò: « Questo monaco parla con cuore intrepido e con coraggio incrollabile ». Molti principi tedeschi osservavano con gioia mista a orgoglio questo rappresentante della loro nazione.
I sostenitori di Roma erano sconfitti in quanto la loro causa appariva sotto una luce sfavorevole. Essi cercarono di conservare il loro potere non già ricorrendo alle Scritture, ma servendosi delle minacce, che sono l'immancabile argomento di Roma. Il portavoce della dieta disse: « Se non ritratti, l'imperatore e i principi si consulteranno circa la condotta da tenere nei confronti di un eretico incorreggibile ».
Gli amici di Lutero, che avevano ascoltato con gioia la sua nobile difesa, tremarono a queste parole; ma il riformatore stesso replicò con calma: « Che Dio mi aiuti, perché io non posso ritrattare nulla » Ibidem.
Egli fu invitato a ritirarsi, mentre i principi si consultavano. Ognuno si rendeva conto di essere arrivato a un punto critico. Il persistente rifiuto di Lutero a sottomettersi poteva influire per secoli sulla storia della chiesa. Fu deciso di dargli un'altra opportunità per ritrattare. Per l'ultima volta Lutero fu chiamato dinanzi all'assemblea, e di nuovo gli fu domandato se intendeva rinunciare alle sue dottrine. La sua risposta fu: « Io non ho altra risposta se non quella che ho già data ». Era evidente che egli non poteva essere indotto a cedere a Roma né con le promesse, né con le minacce.
Gli esponenti di Roma erano oltremodo contrariati nel vedere la loro autorità, che aveva fatto tremare i re e i nobili, schernita da un umile monaco, e intendevano far sentire a questi tutto il peso della loro ira. Lutero, resosi conto del pericolo che lo minacciava, aveva parlato con dignità e calma cristiane. Le sue parole erano state scevre da orgoglio, da passione e da infingimenti. Perdendo di vista se stesso e i grandi che lo circondavano, egli si era sentito alla presenza di Colui che è infinitamente superiore a papi, a prelati, a re e a imperatori. Attraverso la sua testimonianza aveva parlato Cristo, con una potenza e un'elevatezza tali che, almeno sul momento, avevano sorpreso e sgomentato amici e nemici. Lo Spirito di Dio era stato presente a quel concilio, provocando una profonda impressione nei cuori dei capi dell'impero. Vari principi riconobbero la giustizia della causa di Lutero; molti furono convinti della verità; ma per alcuni, invece, l'impressione riportata fu di breve durata. Ci fu anche un altro gruppo di persone che non espressero subito le proprie convinzioni ma che, in un secondo tempo, dopo un attento esame delle Scritture, divennero intrepidi sostenitori della Riforma.
L'elettore Federico, che aveva atteso con ansia l'apparizione dì Lutero dinanzi alla dieta, aveva ascoltato con viva emozione il discorso di questi e, con gioia mista a orgoglio, era stato spettatore del coraggio, della franchezza e della padronanza di sé dimostrati dal giovane dottore, per cui decise di schierarsi dalla sua parte. Egli contrastò i partiti contrari, consapevole che la sapienza dei papi, dei re e dei prelati era stata sconfitta dalla potenza della verità. Il papato aveva subìto una dìsfatta che si sarebbe fatta sentire in tutte le nazioni e in tutti i secoli futuri.
Quando il legato si rese conto dell'effetto prodotto dal discorso di Lutero, temette come mai prima per la sicurezza del potere romano, e decise di ricorrere a tutti i mezzi a sua disposizione per abbattere il riformatore. Con l'eloquenza e l'abilità diplomatica che lo distinguevano, egli spiegò al giovane imperatore la follia e il pericolo di sacrificare, per la causa di un frate insignificante, l'amicizia e il sostegno della potente sede romana.
Le sue parole sortirono l'effetto desiderato. L'indomani del discorso di Lutero, Carlo V fece leggere in piena dieta un messaggio nel quale egli annunciava ufficialmente la sua determinazione di seguire la politica dei suoi predecessori, mantenendo e proteggendo la religione cattolicoromana. Avendo Lutero rifiutato di ripudiare ì propri errori, le misure più drastiche dovevano essere prese contro di lui e contro le sue eresie. « Un frate, sviato dalla propria follia, si è levato contro la fede della cristianità. Per estirpare questa eresia io sono pronto a sacrificare i miei regni, i miei tesori, i miei amici, il mio corpo, il mio sangue, la mia anima, la mia vita. Nel rimandare l'agostiniano Lutero, gli proibisco di provocare nelle masse il benché minimo disordine. Procederò contro di !ui e contro i suoi aderenti, considerandoli eretici contumaci, avvalendomi della scomunica, dell'interdetto e di ogni altro mezzo che serva a distruggerli. Invito i membri degli stati a comportarsi da fedeli cristiani » Idem, vol. 7, cap. g. L'imperatore, comunque, dichiarò che il salvacondotto di Lutero sarebbe stato rispettato, e che prima di procedere contro di lui, si doveva dare a questi la possibilità di rientrare sano e salvo nella sua residenza.
A questo punto i membri della dieta espressero due pareri discordi: i rappresentanti del papa chiedevano che il salvacondotto del riformatore non fosse rispettato. « Il Reno », dicevano, « deve accogliere le sue ceneri, come un secolo fa accolse quelle di Huss » Ibidem. I principi dellaGermania, invece, sebbene fossero in favore del pontefice e nemici dichiarati di Lutero, protestarono contro tale idea, ritenendola una macchia per l'onore della nazione. Ricordarono le calamità che erano seguite alla morte di Huss, e dissero che non osavano richiamare sulla Germania e sul capo del loro giovane imperatore la ripetizione di quei terribili mali.
Lo stesso Carlo ebbe a dire: «. Anche se l'onore e la fede fossero banditi da tutto il mondo, dovrebbero trovare sempre un ricetto nel cuore dei principi » Ibidem. I più accaniti avversari di Lutero insistettero ancora perché Carlo si comportasse, verso di lui, come si era comportato Sigismondo con Giovanni Huss: abbandonarlo alla mercé della chiesa. L'imperatore, allora, rievocando la scena nella quale Huss dinanzi alla pubblica assemblea aveva additato le catene che lo imprigionavano e ricordato al monarca la promessa da lui fatta e violata, affermò: « lo non voglio arrossire come Sigismondo! » Lenfant, History of the Council of Constance, vol. 1, p. 422.
Carlo V aveva deliberatamente respinto la verità esposta da Lutero. « Io sono fermamente deciso a imitare l'esempio dei miei antenati », scrisse il monarca. D'Aubigné, vol. 7, cap. 9. Egli non intendeva abbandonare il sentiero della consuetudine, neppure per calcare la via della verità e della giustizia. Come i suoi padri, egli intendeva sostenere il papato con tutta la sua crudeltà e corruzione. Avendo preso questa decisione, egli rifiutò di accettare la luce che i suoi padri non avevano ricevuta o di sottomettersi a dei doveri che essi non avevano compiuto.
Anche ai nostri giorni sono molti coloro che come lui rimangono ancorati alle abitudini e alle tradizioni dei padri. Quando il Signore manda loro nuova luce, essi la respingono perché i loro padri, non avendola conosciuta, ovviamente non l'hanno accettata. Dato però che noi non viviamo più ai tempi dei nostri padri, è chiaro che i nostri doveri e le nostre responsabilità non sono gli stessi dei loro. Noi non potremo ricevere l'approvazione di Dio se ci atteniamo all'esempio dei nostri padri per decidere circa il nostro dovere, anziché studiare personalmente la Parola di verità. La nostra responsabilità e maggiore -di quella che avevano i nostri antenati. La nostra è una duplice responsabilità: verso la luce che essi ci hanno trasmesso e verso la luce ulteriore che mediante la Parola di Dio è giunta fino a noi.
Gesù disse dei giudei increduli: « Se io non fossi venuto, e non avessi loro parlato, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa alcuna del lor peccato » Giovanni 15: 22 (D). Questa stessa parola divina aveva parlato per mezzo di Lutero all'imperatore e ai principi della Germania. Mentre la luce si sprigionava dalla Parola di Dio, lo Spirito Santo, forse per l'ultima volta, rivolgeva un diretto appello a molti presenti in quell'assemblea. Come Pilato, che molti secoli prima aveva permesso all'orgoglio e all'ambizione di chiudergli il cuore alle parole del Redentore del mondo; come Felice che tremando aveva detto al messaggero di verità: « Al presente vattene; ma un'altra volta... io ti manderò a chiamare » Atti 24: 25; come Agrippa, che aveva detto: « Per poco non mi persuadi a diventar cristiano » Atti 26: 28, e si era distolto dal messaggio del cielo, così Carlo V, cedendo ai suggerimenti della politica e del rispetto umano, aveva deciso di respingere la luce della verità.
La notizia che drastiche misure sarebbero state prese nei confronti di Lutero, provocò un vivo fermento in tutta la città. Il riformatore si era fatti molti amici che, ben sapendo di quali crudeltà era capace Roma verso chi ardiva smascherare la sua corruzione, decisero di adope rarsì perché egli non venisse sacrificato. Centinaia di nobili si impegnarono a proteggerlo, e non pochi furono coloro che denunciarono il messaggio imperiale in quanto esso rivelava una supina sottomissione al potere romano. Sulle porte delle case e nei luoghi pubblici apparvero delle scritte per e contro Lutero. Una riportava le parole del Sapiente: « Guai a te, o paese il cui re è un fanciullo! » Ecclesiaste 10: 16. L'entusiasmo popolare in favore di Lutero, propagatosi in tutta la Germania, convinse Carlo e la dieta che qualsiasi atto di ingiustizia nei confronti del riformatore avrebbe messo in pericolo non solo la pace dell'impero, ma addirittura la stabilità del trono.
Federico di Sassonia, intanto, manteneva una studiata riservatezza, celando con massima cura i suoi reali sentimenti verso Lutero; ma seguiva con incessante vigilanza i suoi movimenti e quelli dei suoi nemici. Non mancavano, però, quelli che senza timore manifestavano la loro simpatia per il monaco di Wittenberg, che riceveva visite di principi, conti, baroni e persone di alto lignaggio, sia laici che ecclesiastici. « La piccola stanza del dottore », scriveva Spalatino, « è insufficiente ad accogliere tutti quelli che vanno a trovarlo » Martyn, vol. 1, p. 404. La gente lo considerava quasi sovrumano, e perfino quanti avversavano le sue dottrine non potevano fare a meno di ammirare la sua scrupolosa integrità che lo spingeva e sfidare la morte piuttosto che andare contro i dettami della propria coscienza.
Reiterati tentativi furono fatti per indurre Lutero a un compromesso con Roma. Nobili e principi gli fecero capire che se egli persisteva nell'attenersi al proprio giudizio anziché a quello della chiesa e dei concili, sarebbe stato bandito dall'impero e avrebbe finito col trovarsi senza difesa. A questo avvertimento egli rispose: « L'Evangelo di Cristo non può essere predicato senza pericolo... Perché, allora, il timore delle conseguenze dovrebbe separarmi dal Signore e dalla sua Parola che sola è verità? No! Preferisco esporre il mio corpo, il mio sangue, la mia vita » D'Aubigné, vol. 7, cap. 10.
Nuovamente sollecitato a sottomettersi al giudizio dell'imperatore, perché così non avrebbe avuto nulla da temere, Lutero rispose: « lo acconsento con tutto il cuore che l'imperatore, i principi e perfino il più umile dei cristiani esaminino e giudichino le mie opere, ma a condizione che essi prendano come regola di indagine la Parola di Dio. Gli uomini non debbono fare altro che ubbidire ad essa. Non cercate di forzare la mia coscienza: essa è legata, incatenata alle Sacre Scritture » Ibidem.
A un successivo invito, egli rispose: « Accondiscendo a rinunciare al mio salvacondotto, alla mia vita, alla mia persona che rimetto nelle mani dell'imperatore, ma non alla Parola di Dio: mai! » Ibidem. Egli era disposto a sottomettersi alle decisioni di un concilio generale, ma solo se esso si pronunciava secondo la Scrittura. « Per quanto riguarda la Parola di Dio e la fede », diceva, « ogni cristiano è. altrettanto buon giudice del papa, fosse pure questi sostenuto da milioni di concili » Martyn, vol. 1, p. 410. Alla fine, amici e nemici si convinsero che ogni tentativo per una riconciliazione sarebbe stato vano.
Se Lutero avesse ceduto su un solo punto, Satana e le sue schiere avrebbero riportato la vittoria. La sua incrollabile fermezza, perciò, fu strumento di emancipazione per la chiesa, oltre che punto di partenza di una Ara nuova e migliore. L'influsso di quest'uomo, che ardiva pensare e agire da sé nelle cose della religione, doveva farsi sentire sulla chiesa e sul mondo non solo allora, ma anche nelle future generazioni. La sua fermezza e la sua fedeltà avrebbero fortificato tutti coloro che, alla fine dei tempi, sarebbero dovuti passare per un'esperienza analoga. La potenza e la maestà di Dio prevalsero sul consiglio degli uomini e sul potere di Satana.
Lutero ricevette l'ordine, da parte delle autorità imperiali, di rientrare in sede. Egli sapeva che quell'ordine sarebbe stato presto seguito dalla sua condanna. Nubi minacciose si andavano addensando sul suo capo, però nel lasciare Worms il suo cuore era pieno di pace e di gioia: « Il diavolo stesso », diceva, « proteggeva la cittadella del papa, ma Cristo vi ha fatto una larga breccia e Satana è stato costretto a riconoscere che il Signore è più forte di lui! » D'Aubigné, vol. 7, cap. 11.
Dopo la partenza, Lutero, ancora desideroso. che la sua fermezza non fosse scambiata per ribellione, scrisse all'imperatore: « Dio, che investiga i cuori, mi è testimone che io sono sinceramente pronto a ubbidire a sua Maestà, in onore o in disonore, in vita e in morte, senza alcuna eccezione se non quella rappresentata dalla Parola di Dio, per la quale l'uomo ha vita. In tutte le cose di questa vita, la mia fedeltà non verrà mai meno, perché in essa la perdita e il guadagno non hanno conseguenza alcuna sulla salvezza. Quando, invece, sono in gioco gli interessi eterni, Dio non vuole che l'uomo si sottometta all'uomo, in quanto tale sottomissione nelle cose dello spirito è un vero culto, culto che deve essere tributato solo al Creatore » Ibidem.
Lungo il viaggio di ritorno da Worms, Lutero fu ovunque accolto con una cordialità maggiore di quella manifestatagli nel viaggio di andata. Alti prelati diedero il benvenuto al monaco scomunicato, e governatori civili onorarono l'uomo che era stato denunciato dall'imperatore. Invitato a predicare, egli accettò, nonostante il divieto imperiale, e salì sul pulpito: «.Io non mi sono mai impegnato a incatenare la Parola di Dio », disse, « né lo farò » Martyn, vol. 1, p. 420.
Egli aveva da poco lasciato Worms, quando i papisti riuscirono a strappare all'imperatore un editto contro Lutero. In esso, il riformatore veniva denunciato come « Satana stesso sotto forma di un uomo che indossa il saio di frate » D'Aubigné, vol. 7, cap. 11. Quel decreto ordinava che non appena il salvacondotto fosse scaduto, dovevano essere prese delle misure atte a mettere fine alla sua opera. Tutti erano diffidati di ospitarlo, di dargli cibi o bevande, di aiutarlo o favorirlo, in pubblico e in privato, con atti o con parole. Ovunque egli si fosse trovato, doveva essere preso e consegnato alle autorità. I suoi aderenti dovevano essere incarcerati e le loro proprietà confiscate. I suoi scritti dovevano essere distrutti e, infine, chiunque avesse osato agire contro questo decreto sarebbe stato incluso nella condanna da esso comminata. L'elettore di Sassonia e i principi amici di Lutero avevano lasciato Worms poco dopo la partenza del monaco, e così il decreto imperiale ebbe la sanzione della dieta. I partigiani di Roma giubilavano, certi che ormai le sorti della Riforma fossero decise.
In quell'ora di pericolo, Dio aveva provveduto una via di scampo per il suo servitore. Un occhio vigile aveva seguito le mosse di Lutero, e un cuore nobile e sincero aveva deciso di soccorrerlo. Era evidente che Roma poteva essere soddisfatta solo con la morte del riformatore, e che l'unico mezzo per sottrarlo alle fauci del leone era di nasconderlo. Dio diede a Federico di Sassonia la saggezza di escogitare un piano efficace che si attuò per merito dei fedeli amici dell'elettore, e per il quale Lutero fu efficacemente nascosto agli amici e ai nemici. Durante il viaggio, egli fu preso, separato da quanti lo accompagnavano e trasportato attraverso la foresta nel castello della Wartburg, isolata fortezza montana. Il rapimento e la scomparsa di Lutero furono avvolti da tanto mistero, che per molto tempo lo stesso Federico ignorò dove l'avessero condotto. Tale ignoranza, però, non era casuale poiché l'elettore, non conoscendo il suo nascondiglio, non poteva fornire indicazioni di sorta. A lui, del resto, bastava la certezza che Lutero fosse in salvo.
Trascorsero la primavera, l'estate, l'autunno e giunse l'inverno. Lutero era sempre nascosto. Aleandro e i suoi partigiani esultavano perché sembrava che la luce del Vangelo stesse per spegnersi. Ma non era così. Il riformatore andava alimentando la sua lampada, attingendo alla riserva della verità. La luce stava per brillare con maggiore intensità di prima.
Nell'accogliente sicurezza della Wartburg, Lutero per un po' di tempo si rallegrò di essere fuori dal calore e dal tumulto della battaglia. Però non si sentiva soddisfatto di quella quiete riposante. Abituato com'era a una vita piena di attività, non riusciva a starsene inoperoso. In quei giorni di solitudine, le condizioni della chiesa gli apparvero in tutta la loro cruda realtà, e sgomento gridò: « Ahimè, non c'è nessuno in questi ultimi giorni dell'ira di Dio che si erga come un muro dinanzi al Signore e salvi Israele! » Idem, vol. 9, cap. 2. Poi, pensando a se stesso, temette di essere accusato di codardia per. essersi sottratto alla lotta. Cominciò, allora, a rimproverarsi della propria indolenza mentre, in realtà, ogni giorno faceva più di quanto fosse possibile a un uomo. La sua penna non era mai inoperosa e i suoi nemici, che si rallegravano del suo silenzio, rimasero prima atterriti e poi confusi dalla prova tangibile della sua attività. In tutta la Germania circolavano numerosi opuscoli scritti da lui. Inoltre, egli compì un'opera mirabile traducendo il Nuovo Testamento in lingua tedesca. Dal suo roccioso Patmos, egli continuò per circa un anno a proclamare l'Evangelo e a condannare i peccati e gli errori del suo tempo.
Se Dio aveva ritirato Lutero dalla vita pubblica, non era solo per proteggerlo dall'ira dei nemici, né per dargli un periodo di quiete che gli consentisse di fare i suoi importanti lavori; lo aveva fatto in vista di risultati più preziosi da conseguire. Nella solitudine e nell'oscurità del suo rifugio montano, Lutero si trovò separato dall'appoggio e dall'elogio degli uomini. Fu messo così al riparo dall'orgoglio e -dalla presunzione tanto spesso provocati dal successo. La sofferenza e l'umiliazione lo prepararono a calcare di nuovo le alte vette alle quali era subitamente pervenuto.
Quando gli uomini si rallegrano della libertà che deriva dalla verità, sono inclini a esaltare i servitori di cui Dio si serve per spezzare le catene dell'errore e della superstizione. Satana cerca di distogliere da Dio I pensieri e gli affetti degli uomini e di farli convergere sugli strumenti umani. Eglì li induce a onorare lo strumento e a ignorare la mano che dirige gli eventi della Provvidenza, e allora troppo spesso i capi religiosi così elogiati e riveriti perdono di vista la loro dipendenza dall'Altissimo e finiscono col confidare in se stessi. Essi cercano di dominare le menti e le coscienze di quanti, anziché alla Parola di Dio, guardano a loro per essere guidati. L'opera della Riforma è spesso ritardata da questo spirito, del resto incoraggiato dai suoi stessi sostenitori. Dio, però, protesse la Riforma da simile pericolo, poiché voleva che l'opera portasse la sua impronta e non quella dell'uomo. Gli sguardi degli uomini si erano fissati su Lutero; egli disparve perché la gente guardasse non gia al predicatore della verità, ma all'Autore di essa.


 
Capitolo 9

La Luce si Accende in Svizzera


Nella scelta degli strumenti per la riforma della chiesa, si nota lo stesso piano divino che provvide a crearla. Il Maestro trascurò i grandi della terra, i nobili, i ricchi perché, abituati a ricevere l'omaggio e la lode popolari, erano troppo orgogliosi, troppo convinti della loro superiorità per lasciarsi modellare in modo da poter simpatizzare con i loro simili e diventare collaboratori dell'Uomo di Nazaret. Per conseguenza, l'invito fu rivolto agli umili pescatori della Galilea: « Venite dietro a me, e vi farò pescatori d'uomini » Matteo 4: 19. Essi erano modesti, disposti a farsi istruire; non avevano subìto Finflusso del falso insegnamento del loro tempo, e con più successo Cristo poteva educarli e formarli per il suo servizio. Lo stesso avvenne al tempo della grande Riforma. I riformatori più in vista erano uomini di umile origine, scevri da bigottismo e clericalismo. Rientra nel piano di Dio ricorrere a strumenti umili per compiere grandi cose; in questo modo la gloria non va ascritta agli uomini, ma a Colui che opera per mezzo di essi il volere e l'operare secondo la sua benevolenza.
Alcune settimane dopo la nascita di Lutero in una capanna di minatori della Sassonia, nacque Ulrico Zuínglio in una casetta di pastori sulle Alpi. L'ambiente in cui Zuinglio trascorse l'infanzia e ricevette la sua prima educazione, contribuì non poco a prepararlo per la sua futura missione. Allevato in mezzo al meraviglioso scenario della natura, la sua mente fu Portata a sentire tutta la forza, la grandezza e la maestà di Dio. Il racconto delle eroiche gesta compiute sulle Alpi natie accese di entusiasmo le sue aspirazioni giovanili. Dalle labbra della sua pia nonna imparò alcuni episodi biblici che ella attingeva dalle leggende e dalle tradizioni della chiesa. Con vivo interesse egli ascoltò la storia dei patriarchi, dei profeti, dei pastori che vegliavano sulle loro greggi fra le colline della Palestina, quando gli angeli apparvero e annunciarono loro la nascita del Fanciullino di Betlemme, l'Uomo del Calvario.
Come Giovanni Lutero, il padre di Zuinglio desiderava che il figlio acquisisse una vasta istruzione e, per questo, dovette ben presto mandarlo fuori della valle natia. Il ragazzo, infatti, faceva dei progressi così rapidi che diventò un vero problema trovare degli insegnanti che lo aiutassero a completare la sua preparazione. Per questo, all'età di tredici anni Zuinglío andò a Berna dove esisteva una delle più importanti scuole della Svizzera. Qui, però, c'era un pericolo che minacciava di annullare le aspettative riposte in lui: i frati facevano di tutto per indurlo a entrare in un convento. Domenicani e francescani erano rivali: cercavano di accaparrarsi il favore popolare e speravano riuscirvi sia per i magnifici ornamenti delle rispettive chiese, sia per il fasto delle loro cerimonie, come per il richiamo esercitato da celebri reliquie e da miracolose immagini.
I domenicani di Berna capirono che se fossero riusciti ad avere la collaborazione di quel giovane di talento, ne avrebbero tratto vantaggio e onore. La sua giovinezza, la sua abilità naturale come oratore e come scrittore, il suo genio per la musica e per la poesia, sarebbero stati più efficaci della pompa e dello sfarzo nell'attirare la gente, e avrebbero avuto, così, un maggiore gettito di entrate per il loro ordine. Con inganni e lusinghe fecero di tutto per convincere Zuinglio ad accettare la vita monastica. Lutero, quando era ancora studente, si era seppellito nella cella di un convento, e sarebbe stato perduto per il mondo se la provvidenza di Dio non fosse intervenuta per liberarlo. A Zuinglio non fu permesso di correre tale pericolo perché suo padre, informato dei progetti dei frati e affatto desideroso che il suo unico figlio vivesse la vita oziosa e inutile dei monaci, lo fece tornare subito a casa. Si rendeva conto che era in gioco il suo avvenire.
Ulrico, però, non poteva adattarsi a rimanere nella valle natia, e dopo un po' di tempo andò a Basilea per continuarvi gli studi. Fu qui che per la prima volta conobbe l'Evangelo della grazia gratuita di Dio. Wittenbach, un insegnante di lingue morte, studiando il greco e l'ebraico era venuto in contatto con le Sacre Scritture, e per mezzo di lui i raggi del sole della verità penetravano nelle menti dei suoi studenti. Egli dichiarava che c'era una verità più antica e di valore infinitamente maggiore di quella rappresentata dalle teorie insegnate dai filosofi e dagli studiosi. Questa antica verità era che la morte di Cristo è l'unico riscatto del peccatore. Queste parole furono per Zuinglio come il primo raggio di luce che precede l'aurora.
Non passò molto che Zuinglio fu invitato a lasciare Basilea per cominciare quella che doveva essere l'opera della sua vita. Il suo primo campo di lavoro fu una parrocchia alpina, non lungi dalla sua valle. Consacrato sacerdote, egli si diede « con tutta l'anima alla ricerca della verità divina, consapevole », dice un amico riformatore, « di quanto debba conoscere chi ha avuto l'incarico di pascere la greggia di Cristo » Wylie, vol. 8, cap. S. Più studiava le Sacre Scritture, più gli appariva chiaro il contrasto fra le verità in esse contenute e le eresie di Roma. Egli accettava la Bibbia come Parola di Dio, come unica e infallibile regola di vita, e si rendeva conto che essa è l'interprete di se stessa. Non ardiva spiegare le Scritture per sostenere una dottrina o una teoria frutto di preconcetti, e stimava fosse suo dovere accettare l'insegnamento logico e naturale di esse. Si sforzò di avvalersi di ogni aiuto per ottenere una piena ed esatta conoscenza del significato della Bibbia. Per questo invocava l'ausilio dello Spirito Santo che -egli diceva- gli avrebbe rivelato tutte quelle cose che andava sinceramente cercando con preghiera.
« Le Scritture », affermava Zuinglio, « procedono da Dio, non dall'uomo. Quello stesso Dio che ti illumina, ti darà la consapevolezza che quel linguaggio proviene da lui. La Parola di Dio... non può fallire; essa risplende, insegna, conforta, illumina l'anima, reca salvezza e grazia, umilia per spingere ad aggrapparsi a Dio ». Zuinglio aveva provato personalmente la verità di queste parole. Più tardi, alludendo a quella sua esperienza, scrisse: « Quando... cominciai a darmi completamente alle Sacre Scritture, la filosofia e la teologia (scolastica) avevano sempre costituito per me una fonte di contrasti. Finalmente giunsi alla conclusione di lasciare tutta quella menzogna e imparare il significato da Dio, mediante la sua pura e semplice Parola. Fu così che cominciai a chiedere a Dio la luce, e da allora la Scrittura mi apparve molto più facile » Idem, vol. 8, cap. 6.
La dottrina insegnata da Zuinglio non veniva da Lutero: era la dottrina di Cristo. « Se Lutero predica Cristo », diceva il riformatore svizzero, « fa quello che faccio io. Quelli che egli ha condotti a Cristo sono più numerosi di quelli che vi ho condotto io. La. cosa, però, non ha importanza. lo non voglio portare altro nome se non quello di Cristo, del quale sono soldato e che stimo essere il mio unico Capo. Io non ho mai scritto una parola a Lutero, né egli l'ha scritta a me. Perché?... Perché fosse dimostrata l'unità dello Spirito in lui e in me. Ciascuno di noi insegna la dottrina di Cristo secondo tale unità » D'Aubigné, vol. 8, cap. 9.
Nel 1516 Zuinglio fu nominato predicatore del convento di Einsiedeln. Qui poté avere un'esatta visione della corruzione di Roma e l'opportunità di esercitare un influsso, come riformatore, che si fece sentire ben al di là delle sue Alpi natie. Fra le principali attrattive di Einsiedeln c'era un'ìmmagine della Vergine, che si diceva avesse la virtù di fare miracoli. Sopra la porta d'ingresso del convento si leggeva: « Qui si può ottenere la remissione plenaria dei peccati » Idem, vol. 8, cap. 5. Il santuario della Vergine era visitato tutto l'anno, ma era soprattutto in occasione della festa annuale della sua consacrazione che moltitudini di persone vi affluivano dalla Svizzera, dalla Francia e dalla Germania. Zuinglio, rattristato da tali scene, colse l'opportunità che gli veniva offerta di proclamare a quelle anime, schiave della superstizione, la libertà mediante l'Evangelo.
« Non pensate », egli diceva, « che Dio sia in questo tempio più che in ogni altra parte del creato. Qualunque sia il paese in cui vivete, Dio è presente e vi ascolta... Possono le opere infruttuose, i lunghi pellegrinaggi, le offerte, le immagini, l'invocazione della Vergine e dei santi assicurarvi la grazia di Dio?... Che valore ha la moltitudine delle parole con le quali presentiamo le nostre preghìere? Che efficacia possono avere un cappuccio luccicante, una testa ben rasata, una veste lunga e pieghettata, delle pantofole ricamate d'oro?... Dio guarda al cuore, e i nostri cuori sono lungi da lui ». « Cristo, che fu offerto una volta sulla croce, è il sacrificio, è la vittima che ha espiato i peccati dei credenti per l'eternità » Ibidem.
Molti accolsero tali dichiarazioni con un certo senso di disagio. Per essi era un'amara delusione udire che il lungo e faticoso viaggio fatto era inutile, e non riuscivano a capire che il perdono veniva loro offerto gratuitamente da Cristo. Il cammino verso il cielo tracciato da Roma li soddisfaceva, e non piaceva loro l'idea di dover cercare qualcosa di migliore: era più comodo affidare la cura della propria salvezza ai sacerdoti e al papa che cercare la purezza del cuore.
C'era però un'altra categoria di persone che accettarono con gioia l'annuncio della redenzione in Cristo. Le osservanze prescritte da Roma non avevano dato loro la pace all'anima, ed esse, mosse dalla fede, accettarono il sangue del Salvatore che assicura l'espiazione. Ritornati alle loro case, questi pii credenti comunicarono ad altri la luce ricevuta; e così la verità si propagò di villaggio in villaggio, di città in città, sì che a poco a poco il numero dei pellegrini al santuario della Vergine diminuì sensibilmente. Per riflesso, diminuirono anche le offerte e di conseguenza il salario di Zuinglio, che era pagato con esse. La cosa, però, fu per lui motivo di gioia in quanto gli rivelava che era stato infranto il potere del fanatismo e della superstizione.
Le autorità ecclesiastiche non erano all'oscuro dell'opera di Zuinglio; però si astennero, Per il momento, dall'interferire. Speravano di riuscire a conquistarlo alla loro causa con le lusinghe. Frattanto, la verità si faceva strada nel cuore della gente.
L'opera svolta da Zuinglio a Einsiedeln lo preparava a una missione più importante. Dopo tre anni egli fu chiamato ad assumere la carica di predicatore nella cattedrale di Zurigo, la più importante città della confederazione elvetica; e così l'influsso ivi esercitato sarebbe stato più ampiamente sentito. Gli ecclesiastici che lo avevano invitato a raggiungere Zurigo desideravano impedire ogni innovazione, e precisarono a Zuinglio quali sarebbero stati i suoi doveri.
« Lei farà tutto il possibile », gli dissero, « per raccogliere le entrate del capitolo senza trascurarne alcuna, per minima che sia. Esorterà i fedeli, dal pulpito e dal confessionale, a versare decime e offerte mostrando con ciò il loro amore per la chiesa. Sarà diligente nell'incrementare le entrate che provengono dai malati, dalle messe e da ogni altra ordinanza ecclesiastica. Per quanto poi riguarda la somministrazione dei sacramenti, la predicazione e la cura delle anime », aggiunsero i suoi istruttori, « sono cose che rientrano nei doveri del cappellano; lei, però, può servirsi di un sostituto, specie per la predicazione. Dovrà amministrare i sacramenti solo a persone di riguardo, e unicamente quando è direttamente invitato a farlo. Le è proibito farlo in discrimina tamente » Idem, vol. 8, cap. 6.
Zuinglio ascoltò in silenzio il mandato che gli veniva conferito e quindi, dopo avere espresso la sua gratitudine per l'onore che gli derivava da una carica così importante, spiegò la linea di condotta che intendeva seguire. « La vita di Cristo è rimasta troppo a lungo nascosta al popolo. lo predicherò soprattutto l'intero Vangelo di S. Matteo... attingendo unicamente alla fonte della Sacra Scrittura, scandagliandone la profondità, paragonando passo con passo, cercando la conoscenza mediante una fervida e costante preghiera. lo consacrerò il mio ministero alla gloria di Dio, alla lode del suo unigenito Figliuolo, alla salvezza delle anime, alla loro edificazione nella vera fede » Ibidem. Sebbene alcuni degli ecclesiastici disapprovassero questo piano e si sforzassero di dissuaderlo dal seguirlo, Zuinglio rimase fermo, dicendo che non intendeva affatto introdurre un metodo nuovo, ma solo attuare quello vecchio, tipico della chiesa dei primi tempi,, tempi della sua purezza.
Le verità da lui insegnate suscitarono vivo interesse. La gente affluì in massa alle sue predicazioni. Vi parteciparono perfino molti che da lungo tempo si erano astenuti dall'assistere ai culti. Zuinglio cominciò il suo ministero aprendo i Vangeli, leggendo e spiegando ai suoi uditori il racconto ispirato della vita, della dottrina e della morte di Cristo. Qui, come a Einsiedeln, egli presentò la Parola di Dio come unica e infallibile autorità e la morte di Cristo come unico sacrificio completo. « lo desidero condurvi a Cristo », diceva, « unica fonte di salvezza » Ibidem. Gente di ogni ceto si accalcava intorno al Predicatore: uomini di stato, scienziati, artigiani, contadini. Tutti ascoltavano con profondo interesse le sue parole. Egli proclamava non solo l'offerta gratuita della salvezza, ma condannava senza paura i mali e la corruzione del tempo. Moltí ritornavano dalla cattedrale glorificando Iddio. « Quest'uomo », dicevano, « è un predicatore della verità. Egli sarà il nostro Mosè per trarci fuori dalle tenebre dell'Egitto » Ibidem.
All'entusiasmo dei primi momenti successe un periodo di opposizione. I monaci si misero a ostacolare la sua opera e a condannarne gli insegnamenti. Molti lo schernivano e lo beffavano, mentre altri non esitavano a insolentirlo e a minacciarlo. Zuinglio sopportava pazientemente ogni cosa e diceva: « Se vogliamo conquistare gli empi a Cristo, dobbiamo chiudere gli occhi a molte cose » Ibidem.
Verso quell'epoca un nuovo ausiliario venne ad accellerare. l'opera di riforma. Un certo Luciano fu mandato a Zurigo con alcuni scritti di Lutero. Un amico della fede riformata, abitante a Basilea, pensando che la vendita di questi libri potesse essere un mezzo potente per la diffusione della luce, scrisse a Zuinglio: « Assicurati se quest'uomo possiede prudenza e capacità sufficienti. In caso affermativo, lascia che egli porti le opere di Lutero -specialmente la sua esposizione della preghiera del Signore scritta per i laici- dì città in città, di villaggio in villaggio e di casa in casa. Più esse saranno conosciute, più acquirenti troveranno » Ibidem. Così la luce si fece strada.
Quando Dìo si accinge ad abbattere le barriere dell'ignoranza e della superstizione, Satana agisce con rinnovata energia per avvolgere gli uomini nelle tenebre e per serrare- ancora più i loro ceppi. Nel momento in cui in vari paesi degli uomini si levavano Per offrire al popolo il perdono e la giustificazione mediante il sangue di Cristo, Roma si adoperava con rinnovata energia ad aprire il suo mercato in tutto il mondo cristiano, offrendo il perdono in cambio di denaro.
Ogni peccato aveva la sua tariffa, e così veniva data agli uomini la possibilità di peccare, purché il tesoro della chiesa fosse ben alimentato. I due movimenti avanzavano: uno che offriva il perdono del peccato mediante il denaro, e uno che offriva il perdono per mezzo di Cristo. Roma permetteva il peccato e ne faceva fonte di guadagno; i riformatori lo condannavano e additavano in Cristo il propiziatore e il liberatore.
In Germania la vendita delle indulgenze era stata affidata ai domenicani, capeggiati da Tetzel. In Svizzera il traffico fu messo nelle mani dei francescani, sotto la guida di Sansone, monaco italiano. Sansone aveva reso utili servigi alla chiesa raccogliendo in Germania e in Svizzera ingenti somme per il tesoro pontificio. Ora egli percorreva la Svizzera richiamando immense folle, spogliando i poveri contadini dei loro magri guadagni ed esigendo dai ricchi doni più cospicui. L'influsso della Riforma intanto si faceva sentire arginando, senza poterlo impedire, il traffico. Zuinglio era ancora a Einsiedein quando Sansone giunse in una città vicina. Conosciuto lo scopo della sua missione, il riformatore si affrettò a ostacolarla. I due non s'incontrarono, ma fu tale il successo conseguito da Zuinglio nell'esporre la vanità delle pretese del frate, che questi si vide costretto ad abbandonare il campo e a trasferirsi altrove.
A Zurigo, Zuinglio predicò con tanto zelo contro il perdono a pagamento, che quando Sansone si avvicinò alla città, un messaggero del concilio civico lo invitò a passare oltre. Sansone con uno stratagemma riuscì a entrare in città, ma non poté vendere neppure una indulgenza, e poco dopo abbandonò la Svizzera.
La Riforma ricevette un forte impulso dalla peste, conosciuta col nome di « morte nera », piaga che colpì la Svizzera nel 1519. Gli uomini, messi a faccia a faccia con la morte, in moltì casi si sentivano indotti a considerare la vanità e la futilità del perdono così tardivamente acquistato, e bramavano avere una base più sicura per la loro fede. A Zurigo, Zuinglio fu colpito in maniera così grave dal morbo che si temette per la sua vita; anzi si sparse addirittura la voce che egli era morto. In quell'ora così tragica, la sua speranza e il suo coraggio rimasero incrollabili. Egli guardava con fede alla croce del Calvario, fidando in quella sicura propiziazione per il peccato. Quando riuscì a sottrarsi agli artigli della morte, riprese a predicare l'Evangelo con rinnovato e accresciuto fervore. Le sue parole suscitarono un'azione potente. La gente salutò con gioia il suo diletto pastore sfuggito alla morte. Ognuno sentiva, dopo quell'esperienza, il grande valore del Vangelo.
Zuinglio era pervenuto a una comprensione chiara delle verità evangeliche e ne aveva sperimentato la loro potenza rigeneratrice. La caduta dell'uomo e il piano della redenzione erano i temi sui quali egli si soffermava. « In Adamo », diceva, « siamo tutti morti, immersi nella corruzione, condannati » Wylie, vol. 8, cap. 9. « Cristo... ci ha assicurato la redenzione... La sua passione... è un sacrificio di portata eterna, pienamente efficace per salvare; esso soddisfa, per sempre, la giustizia divina a favore di quanti confidano in essa con fede salda e incrollabile ». Nondimeno, egli insegnava che l'uomo non deve pensare che la grazia di Dio lo autorizzi a peccare. « Ovunque c'è fede, c'è Dio, e dove -c'è Dio c'è uno zelo che spinge gli uomini alle buone opere » D'Aubigné, vol. 8, cap. 9.
L'interesse per la predicazione di Zuínglio era tale -che la cattedrale era affollatissima di persone che andavano ad ascoltarlo. A poco a poco, nella misura in cui gli uditori potevano assimilarla, egli spiegava loro la verità. Con tatto e delicatezza, Zuinglio evitava di introdurre subito quei punti che potevano provocare dei pregiudizi. La sua opera consisteva nel conquistare i cuori agli insegnamenti di Cristo, nel renderli sensibili al suo amore, e nel presentare loro il suo esempio. Una volta che essi avessero compreso e accettato i princìpi del Vangelo, avrebbero abbandonato deliberatamente tanto le credenze quanto la pratiche superstiziose.
A poco a poco la Riforma progrediva a Zurigo. I suoi nemici allarmati si sforzarono di opporvisi in modo attivo. Un anno prima, il monaco di Wittenberg aveva pronunciato il suo « No! » al papa e all'imperatore a Worms, e ora tutto sembrava indicare che Zurigo avrebbe assunto un atteggiamento analogo nei confronti delle pretese papali: Reiterati attacchi furono diretti a Zuinglio. Nei cantoni cattolici di quando in quando venivano arsi sul rogo i discepoli del Vangelo. Questo, però, non era sufficiente: bisognava ridurre al silenzio chi insegnava l'eresia. A questo scopo il vescovo di Costanza inviò tre suoi delegati al concilio di Zurigo per accusare Zuinglio di insegnare alla gente la trasgressione delle leggi della chiesa e di mettere così in pericolo la pace e l'ordine sociali. Mettere da parte l'autorità della chiesa — diceva il vescovo - significava aprire la porta all'anarchia universale. Zuinglio replicò che egli aveva insegnato il Vangelo per quattro anni a Zurigo, e che questa città « era la più quieta e la più pacifica dell'intera confederazione elvetica ». « Per conseguenza », concludeva, « non vi pare che il Cristianesimo sia la migliore salvaguardia per la sicurezza generale? » Wylie, vol. 8, cap. 11.
I delegati avevano ammonito i membri del concilio esortandoli a non abbandonare la chiesa, fuori della quale -essi dichiaravanonon vi era salvezza. Zuinglio rispose: « Non vi fate commuovere da questa esortazione. Il fondamento della chiesa è questa Roccia, Cristo, che diede a Pietro il suo nome perché egli lo confessasse fedelmente. In ogni nazione, chiunque crede con tutto il cuore nel Signore Gesù Cristo, è accetto a Dio. t questa la chiesa fuori della quale nessuno può essere salvato » D'Aubigné, vol. 8, cap. 11. Come risultato di questa conferenza, uno dei delegati del vescovo abbracciò la fede riformata.
Il concilio respinse l'invito a procedere contro Zuinglio. Roma, allora, si accinse a un nuovo attacco. Zuinglio, saputo del complotto che i suoi nemici ordivano, esclamò: « Lasciateli pure venire; io li temo come la roccia teme i marosi che si infrangono schiumanti ai suoi piedi » Wylie, vol. 8, cap. 11. Gli sforzi degli ecclesiastici valsero solo a far progredire la causa che essi cercavano di abbattere. La verità continuò a propagarsi. I riformati, in Germania, depressi per la scomparsa di Lutero, ripresero animo vedendo i progressi del Vangelo in Svizzera.
A mano a mano che la Riforma si andava affermando a Zurigo, i frutti apparivano evidenti: il vizio cedeva il posto all'ordine e alla concordia. « La pace ha fissato la sua dimora nella nostra città », scriveva Zuínglio; « non più contese, ipocrisie, invidie, contestazioni. Quale può essere l'origine di tutto questo se non il Signore e la nostra dottrina che ci riempie di frutti di pace e di Pietà? » Idem, vol. 8, cap. 15.
Le vittorie della Riforma spinsero i partigiani di Roma a sforzi più determinati per abbatterla. Vedendo che i risultati conseguiti erano piuttosto scarsi, e che la persecuzione nulla aveva potuto contro l'opera di Lutero in Germania, decisero di combattere la Riforma con le sue stesse armi. Pensarono, cioè, di organizzare una discussione con Zuinglio. Per essere certi della vittoria, sì riservarono la scelta del luogo e degli arbitri. Se fossero riusciti ad avere Zuinglio nelle loro mani, avrebbero avuto la massima cura di non lasciarselo sfuggire, perché ritenevano che una volta messo a tacere il capo, il movimento si sarebbe rapidamente spento. Naturalmente, questo loro complotto veniva tenuto accuratamente segreto.
La disputa fu fissata a Baden; ma Zuinglio non vi partecipò. Il concilio di Zurigo, sospettando un tranello da parte dei rappresentanti di Roma e consapevole che nei cantoni papali venivano accesi dei roghi per i confessori del--Vangelo, proibì al suo pastore di esporsi al pericolo. A Zurìgo egli avrebbe potuto benissimo affrontare gli esponenti di Roma, ma recarsi a Baden dove il sangue dei martiri della verità era stato sparso di recente, significava andare incontro a morte sicura. Ecolampadio e Haller furono scelti come rappresentanti dei riformati, mentre il celebre dottor Eck, portavoce di Roma, era sostenuto da uno stuolo di dotti e di Prelati.
Sebbene Zuinglio non fosse presente, pure il suo influsso si fece ugualmente sentire. I segretari erano stati scelti fra i nemici della Riforma e nessuno, a parte loro, poteva prendere appunti, pena la morte. Nonostante ciò, Zuinglio riceveva I ogni giorno un esatto resoconto di quanto veniva detto a Baden. Uno studente che assisteva alla disputa stendeva ogni sera una relazione sugli argomenti trattati. Tale relazione, accompagnata da una lettera di Ecolampadio, era consegnata a due altri studenti che provvedevano a recapitare il tutto a Zuinglio, il quale rispondeva dando consigli e suggerimenti. Egli scriveva di notte, e gli studenti consegnavano la sua risposta la mattina seguente a Baden. Per eludere la vigilanza delle guardie che stazionavano alle porte della città, quei messaggeri portavano sulla testa dei canestri contenenti del pollame. Questo permetteva loro di passare se nza ostacoli.
Fu così che Zuinglio poté sostenere la lotta contro gli astuti antagonisti. Miconio disse: « Egli ha lavorato di più con le sue meditazioni, le sue notti insonni e i suoi consigli che mandava a Baden, di quanto non avrebbe fatto discutendo di persona con i suoi nemici » D'Aubigné, vol. 11, cap. 13.
I partigiani del papa, già in anticipo sicuri del trionfo, erano andati a Baden ammantati di ricche vesti, ornati di gioielli. Trattati regalmente, sedevano dinanzi a tavole riccamente imbandite di cibi ricercati e di vini prelibati. Il peso dei loro doveri ecclesiastici era alleviato dalla gaiezza di quei festini. In stridente contrasto con tanto lusso, i riformatori erano considerati poco più che mendicanti, e i loro pasti frugali li trattenevano pochissimo tempo a tavola. L'albergatore di Ecolampadio, che lo spiava dalla sua stanza, lo vedeva sempre intento o allo studio o alla preghiera. Pieno di stupore, dichiarò che quell'eretico era, perlomeno, « molto devoto ».
Alla conferenza, « Eck salì con ostentazione su un pulpito splendidamente decorato, mentre Ecolampadio, vestito modestamente, fu fatto sedere su uno sgabello di legno, di fronte al suo antagonista » Ibidem. La voce risonante di Eck, la sua baldanzosa sicurezza non produssero alcun effetto su Ecolampadio. Lo zelo di Eck era stimolato dal miraggio dell'oro e degli onori, in quanto nella sua qualità di difensore della fede, egli avrebbe ricevuto una forte rimunerazione. Quando i suoi migliori argomenti risultavano vani, egli non esitava a ricorrere agli insulti e alle imprecazioni.
Ecolampadio, timido e modesto per natura, aveva esitato a lungo prima di decidersi ad affrontare la discussione. Quando si decise, fece questa solenne dichiarazione: « Io non riconosco altra norma di giudizio che la Parola di Dio » Ibidem. Quantunque dolce e moderato, egli si rivelò colto e incrollabile. Mentre i rappresentanti di Roma ricorrevano spesso all'autorità della chiesa e alle sue usanze, egli si atteneva saldamente alle Sacre Scritture. « L'usanza », diceva, « non ha valore nella nostra Svizzera a meno che essa non sia in armonia con la costituzione. Ora, in materia di fede, la nostra costituzione è la Bibbia » Ibidem.
Il contrasto fra i due polemisti non mancò di produrre il suo effetto. La calma, la semplicità, la serenità, di Ecolampadio, come pure la chiarezza della sua argomentazione, facevano impressione sulla mente dei presenti che, per contro, ascoltavano con mal celato disagio le orgogliose affermazíoni del dottor Eck.
La discussione durò diciotto giorni, e alla fine i papisti si attribuirono baldanzosamente la vittoria. Dato che la maggior parte dei delegati erano partigiani di Roma, il concilio dichiarò sconfitti i riformati e decretò che essi, insieme con Zuinglio, loro capo, fossero espulsi dalla chiesa. I frutti di questa conferenza, però, rivelarono da che parte era la ragione. La disputa, infatti, valse a incrementare ancor più la causa protestante, e non molto tempo dopo città importanti, come Berna e Basilea, si dichiararono per la Riforma.


 
Capitolo 10

Il Progresso della Riforma in Germania


La misteriosa scomparsa di Lutero suscitò costernazione in tutta la Germania. Ovunque si chiedeva di lui e circolavano le più strane voci. Molti credevano addirittura che egli fosse stato ucciso. Egli era pianto non solo dagli amici dichiarati, ma anche da migliaia di persone che ancora non si erano schierate apertamente con la Riforma. Non pochi giurarono di vendicarne la morte.
I dignitari della chiesa romana videro con terrore fino a che punto l'opinione pubblica fosse loro ostile. Mentre dapprima esultavano per. la presunta morte dì Lutero, ora desideravano nascondersi per sottrarsi all'ira del popolo. I nemici di Lutero non erano mai stati tanto turbati dai suoi atti, quanto lo erano ora che egli era scomparso. Quanti nel loro furore avevano cercato di eliminarlo, erano sbigottiti ora che egli era un prigioniero impotente. « L'unica via di uscita », disse uno di loro, « sarebbe quella di accendere delle torce e di andare in cerca di Lutero in tutto il mondo, per restituirlo alla nazione che lo invoca » D'Aubigné, vol. 9, cap. l. L'editto imperiale sembrava impotente, e i legati. pontifici erano indignati nel vedere che esso richiamava meno attenzione di quanto, invece, non ne richiamasse la sorte di Lutero.
La notizia che egli era al sicuro, anche se prigioniero, placò i timori del popolo e contribuì ad accrescere l'entusiasmo per lui. I suoi scritti venivano letti con più ardore di prima. Sempre più numerosi diventavano i partigiani della causa dell'uomo eroico che, in drammatiche circostanze, aveva difeso i diritti della Parola di Dio. La Riforma cresceva ovunque in vigore, e il seme sparso da Lutero dava i suoi frutti. La sua assenza compì un'opera che forse non sarebbe stata compiuta dalla sua presenza. I suoi collaboratori sentirono la propria responsabilità ora che il loro grande capo era scomparso, e si misero in azione con nuovo slancio e con rinnovata fede per fare tutto quello che era in potere- loro, affinché l'opera cominciata in modo così nobile non fosse intralciata.
Satana, però, non se ne stette inerte e non mancò di fare quello che aveva sempre fatto con ogni altro movimento di riforma: ingannare le anime e distruggerle mediante una contraffazione della verità. Come vi erano stati dei falsi cristi nel secolo apostolico, ci furono dei falsi profeti nel sedicesimo secolo.
Alcuni uomini, scossi dall'eccitazione esistente nel mondo religioso, ritenevano di avere ricevuto da Dio l'incarico di adoperarsi per portare a compimento l'opera della Riforma che,.essi dicevano, con Lutero aveva avuto solo un debole inizio. In realtà, essi disfacevano quello che era stato fatto, in quanto rigettavano il grande principio che stava alla base della Riforma stessa: la Parola di Dio come unica regola di fede e di condotta. Al posto di questa infallibile guida, essi cercavano di mettere l'incerto e mutevole criterio rappresentato dai loro sentimenti e dalle loro impressioni. Con siffatto concetto si cercava di scalzare la pietra di paragone capace di smascherare l'errore e la falsità, e si. apriva la via perché Satana riuscisse a dominare le menti umane a proprio piacimento.
Uno di questi « profeti » pretendeva di essere stato istruito dall'angelo Gabriele. Uno studente che si unì a lui abbandonò gli studi dicendo di essere stato dotato da Dio stesso della dovuta sapienza per esporre la sua Parola. Altri, inclinì per natura al fanatismo, si aggiunsero a loro, e così l'attività di questi entusiasti provocò` non poca eccitazione. La predicazione di Lutero aveva indotto ovunque la gente a sentire la necessità di una riforma, ed ecco che ora alcune di queste persone davvero oneste venivano sviate dalle pretese di questi « nuovi profeti ».
I capi del movimento si recarono a Wittenberg ed esposero le loro pretese a Melantone e ai suoi colleghi, dicendo: « Noi siamo mandati da Dio ad ammaestrare il popolo. Abbiamo avuto delle conversazioni familiari col Signore e sappiamo quello che dovrà accadere. Siamo degli apostoli e dei profeti e ci appelliamo a Lutero » Idem, vol. 9, cap. 7.
I riformatori rimasero perplessi e attoniti. Si trovavano di fronte a un fatto del tutto nuovo e non sapevano quale atteggiamento assumere. Melantone disse: « In questi uomini ci sono degli spiriti straordinari; ma di quali spiriti si tratta?... Da un lato noi dobbiamo fare attenzione di non soffocare lo Spirito di Dio, e dall'altro dobbiamo guardarci dal lasciarci fuorviare dallo spirito di Satana » Ibidem.
Ben presto, però, i frutti di questo nuovo insegnamento furono palesi: la gente trascurava la Bibbia, quando addirittura non l'abbandonava. Le scuole erano in preda alla confusione. Gli studenti, rompendo ogni freno, abbandonavano gli studi e disertavano l'università. Gli uomini che si ritenevano competenti per ravvivare l'opera della Riforma e per guidarla, non facevano che spingerla verso l'abisso. I sostenitori di Roma riprendevano animo ed esclamavano esultanti: « Ancora un'ultima battaglia e la vittoria sarà nostra! » Ibidem.
Lutero, alla Wartburg, avendo udito quello che stava accadendo, disse preoccupato: « Purtroppo, mi aspettavo che Satana ci avrebbe mandato questa piaga! » Ibidem. Egli discerneva benissimo il vero volto di quei presunti profeti, ed era consapevole del pericolo che minacciava la causa della verità. L'opposizione del papa e dell'imperatore non gli aveva causato la perplessità e la distretta che provava ora. I peggiori nemici della Riforma erano usciti dai suoi pretesi amici. Quelle stesse verità che erano state fonte di gioia e di consolazione, venìvano sfruttate per provocare la lotta e per creare la confusione nella chiesa.
Nell'opera della Riforma, Lutero era stato sospinto dallo Spirito di Dio e trasportato ben oltre quanto egli avesse potuto pensare in un primo momento. Mai, infatti, egli si sarebbe immaginato di dover prendere la posizione che aveva assunto e di provocare cambiamenti tanto radicali. Egli era stato solo uno strumento nelle mani della Potenza infinita, eppure spesso egli aveva tremato per i risultati della sua opera. Una volta ebbe a dire: « Se io sapessi che la mia dottrina può fare del male a un uomo, un solo uomo per basso e oscuro che sia - ma non lo può, perché essa è il Vangelo stesso -, preferirei morire dieci volte piuttosto che non ritrattarla » Ibidem.
Ora la stessa Wittenberg, centro della Riforma, stava per cadere in preda al fanatismo e all'illegalità. Questa terribile condizione non era stata provocata dall'insegnamento di Lutero; ma in tutta la Germania i suoi nemici l'attribuivano a lui. Con profonda amarezza egli talvolta si domandava: « t mai possibile che questa possa essere la fine della grande opera della Riforma? » Ibidem. Ma lottando in preghiera con Dio, egli sentì la pace scendere nel suo cuore: « L'opera non è mia, ma tua », disse. « Tu non permetterai che essa sia guastata dal fanatismo e dalla superstizione ». Nondimeno, il pensiero di rimanere ancora a lungo fuori della mischia in un momento così critico, gli era insopportabile. Decise, allora, di ritornare a Wittenberg.
Senza esitare, si accinse al pericoloso viaggio, nonostante fosse stato messo al bando dall'impero e sapesse che i suoi nemici avevano facoltà di togliergli la vita, mentre agli amici era stato severamente vietato di aiutarlo e di ospitarlo. Il governo imperiale stava adottando le più drastiche misure contro i suoi sostenítori. Egli, però, conscio che l'opera del Vangelo era in pericolo, decise di entrare in lizza nel nome del Signore per combattere a favore della verità.
In una lettera all'elettore, dopo aver comunicato il suo proposito di lasciare la Wartburg, Lutero scrisse: « Sia noto a sua Altezza che io vado a Wíttenberg sotto una protezione superiore a quella che potrebbe venirmi dai principi e dagli elettori. Io non penso di sollecitare l'appoggio di sua Altezza e, lungi dal desiderare la sua protezione, preferirei essere io a proteggere lei. Se io sapessi che sua Altezza volesse e potesse proteggermi, non andrei a Wittenberg, perché non c'è spada che possa aiutare in questa causa: solo Dio deve fare tutto, senza l'aiuto e il concorso dell'uomo. Chi possiede la fede più grande è il più atto a proteggere » Idem, vol. 9, cap. 8.
In una seconda lettera, scritta durante il viaggio verso Wittenberg, Lutero aggiunse: « Io sono pronto a incorrere nello sfavore di sua Altezza e nell'ira del mondo intero. Non sono forse i wittenberghesi la mia greggia? Non li ha Iddio affidati a me? Per conseguenza non debbo io, se necessario, espormi alla morte per amor loro? Inoltre, io temo di vedere scoppiare in Germania una sommossa per 14 quale Dio punirebbe la nostra nazione » Idem, vol. 9, cap. 7.
Con grande prudenza e umiltà, tuttavia con fermezza e decisione, egli si mise all'opera. « Per mezzo della Parola », diceva, « noi dobbiamo abbattere e distruggere quello che è stato stabilito con la violenza. lo non farò uso della forza contro chi è incredulo e superstizioso. Nessuno dev'essere vittima di costrizione. La libertà è l'essenza della fede » Idem, vol. 9, cap. 8.
Ben presto a Wittenberg si seppe che Lutero era ritornato e che si accingeva a predicare. La gente affluì da ogni parte e la chiesa fu affollatissima. Salito sul pulpito, egli istruì,. esortò, rimproverò con bontà e avvedutezza. Parlando di alcuni che erano ricorsi a misure di violenza per abolire la messa, dichiarò:
« La messa non è una cosa buona, e Dio vi si oppone. Essa dovrebbe essere abolita, e io vorrei che in tutto il mondo essa fosse sostituita dalla Cena dei Vangelo. Però nessuno deve essere strappato ad essa con la- forza. Dobbiamo lasciare la cosa nelle mani di Dio: è la sua Parola che deve agire, non noi. Vi chiederete perché. Ebbene, io non tengo i cuori degli uomini nelle mie mani come il vasellaio tiene l'argilla. Noi abbiamo il diritto di parlare, non quello di agire. 'Predichiamo e lasciamo il resto a Dio. Se io ricorressi alla forza, che vantaggio ne trarrei? Gesti di disapprovazione, formalismo, ordinanze umane, ipocrisia... Farebbero difetto la sincerità del cuore, la fede e la carità. Ora, dove queste tre cose mancano, manca tutto, ed io non darei una lira per simile risultato... Fa più Dio con la sua Parola che io e tutto il mondo con le-nostre forze riunite. Dio conquista il cuore, e quando il cuore è conquistato, la vittoria è conseguita...
« lo predicherò, discuterò, scriverò, ma non costringerò mai nessuno perché la fede è un atto volontario. Guardate quello che ho fatto: mi sono levato contro il papato, contro le indulgenze, contro i papísti; ma l'ho fatto senza violenza, né tumulto. lo mi attengo alla Parola di Dio. Ho predicato, ho scritto: ecco tutto quello che ho fatto. Eppure, mentre io dormivo... la parola predicata ha abbattuto il papato, sì che né principi, né imperatori gli hanno arrecato altrettanto danno. Ma non ho fatto nulla, in quanto è la Parola che ha fatto tutto. Se fossi ricorso alla forza, forse tutta la Germania sarebbe stata immersa nel sangue, e con quale risultato? Rovina e desolazione nel corpo e nell'anima. Perciò io me ne sono rimasto quieto e ho lasciato che la Parola da sola corresse per tutto il mondo » Ibidem.
Giorno dopo giorno, per una settimana Lutero proseguì la sua predicazione a folle bramose di ascoltarlo. La Parola di Dio spezzò l'incantesimo dell'esaltazione fanatica, e la potenza del Vangelo ricondusse il popolo nella via della verità.
Lutero non aveva alcuna intenzione di incontrarsi con i fanatici il cui comportamento aveva fatto così tanto male. Egli sapeva che erano uomini dal giudizio non sereno, animati da passioni incontrollabili, i quali, pur dicendo di essere stati illuminati dal cielo, non avrebbero tollerato la minima contraddizione e non avrebbero accettato neppure il più bonario e amichevole consiglio o rimprovero. Arrogandosi la suprema autorità, essi esigevano che tutti, senza discussione, riconoscessero la validità delle loro pretese. Siccome essi chiedevano un abboccamento con Lutero, questi accettò di incontrarli. Riuscì a controbattere così bene le loro affermazioni che quegli impostori si affrettarono ad abbandonare Wittenberg.
Il fanatismo era stato momentaneamente debellato, ma purtroppo vari anni dopo esplose di nuovo e con maggiore violenza, dando origine a più terribili risultati. Lutero, parlando dei dirigenti di questo movimento, disse: « Per loro le Sacre Scritture sono lettera morta. Tutti gridano: "Lo Spirito, lo Spirito!", ma io non intendo seguirli là dove lo spirito li conduce. Possa Iddio, nella sua misericordia, preservarmi da una chiesa in cui ci sono solo dei santi! lo preferisco vivere con gli umili, coi deboli, con gli ammalati, i quali riconoscono e sentono i propri peccati e gemono e gridano del continuo a Dio dall'intimo dei loro cuori per ricevere da lui consolazione e aiuto » Idem, vol. 10, cap. 10.
Tommaso Münzer, il più attivo dei fanatici, era un uomo dotato di notevole capacità che, se ben diretta, gli avrebbe consentito di fare del bene. Purtroppo, egli non aveva assimilato neppure i primi elementi della vera religione. « Pervaso dal desiderio di riformare il mondo, egli dimenticava, come tutti gli entusiasti, che la Riforma doveva cominciare proprio da lui » Idem, vol. 9, cap. 8. Münzer ambiva occupare una posizione che gli conferisse prestigio e non voleva essere secondo a nessuno, neppure a Lutero. Affermava che i riformatori nel sostituire all'autorità del papa quella delle Sacre Scritture, non avevano fatto che istituire un'altra forma di papato. Egli stesso - aggiungeva era stato divinamente incaricato di introdurre la vera riforma. « Chi possiede questo spirito », affermava, « possiede la vera fede, anche se in vita sua non dovesse mai vedere le Scritture » Idem vol. 10, cap. 10.
Questi insegnanti fanatici, vittime delle proprie impressioni, ritenevano che ogni loro pensiero e ogni loro impulso fossero la voce di Dio. Alcuni giunsero addirittura a bruciare la Bibbia dicendo: « La lettera uccide, ma lo spirito vivifica ». L'insegnamento di Münzer soddisfaceva il desiderio di chi andava in cerca del meraviglioso, e lusingava l'orgoglio mettendo le idee e le opinioni umane al di sopra della Parola di Dio. Le sue dottrine furono accettate da migliaia di persone. Ben presto egli finì col denunciare ogni ordine nel culto pubblico e dichiarò che l'ubbidienza ai principi equivaleva a voler servire Dio e Belial.
Il popolo, che già cominciava a respingere il giogo papale, dava segni di insofferenza, dimostrando di mal sopportare le limitazioni imposte dall'autorità civile. Per conseguenza, gli insegnamenti rivoluzionari di Miinzer -il quale pretendeva che essi erano approvati da Dio indussero la gente a ignorare ogni controllo e a lasciAre briglia sciolta al pregiudizio e alle passioni. Ne seguirono terribili scene di sedizione e di violenza, tali che i campi della Germania furono inondati di sangue.
L'angoscia dell'anima che Lutero aveva così a lungo conosciuto a Erfurt, si faceva in lui sempre più opprimente perché i risultati del fanatismo venivano attribuiti alla Riforma. I principi sostenitori di Roma dichiaravano - e molti erano pronti ad accettare le loro affermazioni che la ribellione era il frutto naturale delle dottrine di Lutero. Quantunque l'accusa fosse del tutto infondata, essa fu fonte di grande tri~ stezza per il riformatore. Che la causa della verità fosse biasimata e abbassata al livello di un meschino fanatismo, era qualcosa di più forte di quanto egli potesse sopportare. D'altra parte, i capi della rivolta odiavano Lutero perché non solo egli si opponeva alle loro dottrine e non credeva alle loro pretese di ispirazione divina, ma li aveva dichiarati ribelli all'autorità civile. Per vendicarsi, lo denunciarono come un abietto presuntuoso. Sembrava che Lutero si fosse tirato addosso l'inimicizia dei principi e del popolo.
I sostenitori di Roma esultavano all'idea di vedere il. rapido crollo della Riforma, e accusavano Lutero perfino degli errori che egli aveva combattuto con tanta energia. Il partito dei fanatici, poi, con la pretesa di essere stato trattato ingiustamente, riuscì ad accaparrarsi la simpatia di una larga categoria di persone e, come spesso accade a chi si schiera con l'errore, fu considerato martire. In tal modo, quanti si opponevano energicamente alla Riforma finirono con l'essere giudicati vittime dell'oppressione e della crudeltà. Quest'opera di Satana era animata da uno spirito di ribellione analogo a quello che egli aveva già manifestato una volta in cielo.
Satana cerca continuamente di ingannare gli uomini e di indurli a chiamare il peccato giustizia e la giustizia peccato. La sua opera è spesso coronata dal successo. Quante volte, infatti, i fedeli servitori di Dio sono oggetto di biasimo perché difendono coraggiosamente la verità! Degli uomini, i quali altro non sono se non agenti di Satana, vengono lodati, incensati, se non addirittura considerati martiri, mentre coloro che dovrebbero essere rispettati e sostenuti per la loro fede e per la loro fedeltà a Dio, sono abbandonati e fatti segno alla sfiducia e al sospetto.
La falsa santità e la falsa santificazione continuano ancora la loro opera di seduzione. Sotto varie forme esse rivelano lo stesso spirito manifestato al tempo di Lutero, inteso a distogliere le menti dalle Sacre Scritture per spingere gli uomini a seguire i propri sentimenti e le proprie impressioni anziché ubbidire alla legge di Dio. t questa una delle più sottili astuzie cui Satana ricorre per gettare delle ombre sulla purezza e sulla verità.
Intrepido, Lutero difese il Vangelo dagli attacchi che da ogni parte gli erano mossi. Ancora una volta la Parola di Dio fu un'arma potente. Con essa egli lottò contro le usurpazioni del papa, contro la filosofia scolastica, e rimase saldo come una roccia di fronte al fanatismo che tentava di allearsi alla Riforma.
Questi vari elementi cercavano, ciascuno per proprio conto, di accantonare le Sacre Scritture e di esaltare la sapienza umana come fonte di verità e di conoscenza nel campo religioso. Il razionalismo idolatra la ragione e ne fa il criterio della religione. Il Cattolicesimo secolare reclama per il pontefice un'ispirazione che -discendendo in linea ininterrotta dagli apostoli - offre l'opportunità per ogni sorta di stravaganza e di deviazione sotto il manto della santità del mandato apostolico. L'ispirazione che Münzer e i suoi collaboratori pretendevano di avere derivava dalle divagazioni della loro immaginazione e non riconosceva alcuna autorità divina o umana. Il Cristianesimo, invece, vede nella Parola di Dio il ricco forziere della verità ispirata e la pietra di paragone di ogni ispirazione.
Al suo ritorno dalla Wartburg, Lutero ultimò la traduzione del Nuovo Testamento, e in breve tempo l'Evangelo poté essere dato ai tedeschi nella loro lingua madre. Questa traduzione fu accolta con gioia da tutti coloro che amavano la verità, mentre fu avversata da quanti preferivano attenersi alle tradizioni e ai comandamenti umani.
I sacerdoti si allarmarono al pensiero che il popolo potesse discutere con loro i precetti della Parola di Dio e che, così, venisse a galla la loro ignoranza. Le armi del loro ragionamento umano erano impotenti contro la spada dello Spirito. Roma fece appello a tutta la sua autorità per impedire la circolazione delle Scritture; ma decreti, anatemi e torture risultarono inutili. Più la chiesa condannava la Bibbia, maggiore appariva il desiderio del popolo di conoscere che cosa essa insegnasse. Tutti coloro che sapevano leggere erano bramosi di studiare da se stessi la Parola di Dio. La portavano con sé, la leggevano, la rileggevano, e non erano soddisfatti se non quando riuscivano a impararne a mente lunghi brani. Nel vedere con quanto favore era stato accolto il Nuovo Testamento Lutero cominciò immediatamente a tradurre anche il Vecchio Testamento e a farne pubblicare le varie porzioni di esso a mano a mano che venivano da lui ultimate.
Gli scritti di Lutero erano bene accolti nelle città e nei villaggi. « Quello che Lutero e i suoi amici componevano, gli altri lo diffondevano. Dei frati, convinti dell'illegalità degli obblighi monastici e desíderosi di abbandonare una lunga vita di pigrizia per intraprenderne una attiva, riconoscendosi troppo ignoranti per poter proclamare la Parola di Dio, percorrevano le province visitando case e capanne per vendere i libri di Lutero e dei suoi amici. Non passò molto tempo che la Germania fu piena di questi baldi colportori » Idem, vol. 9, cap. 11.
Quegli scritti erano studiati con vivo interesse da ricchi e da poveri, da dotti e da ignoranti. La sera, gli insegnanti 'delle scuole rurali li leggevano ad alta voce a piccoli gruppi di persone raccolte intorno a un caminetto. In tal Modo molte anime furono convinte della verità, accettarono con gioia la Parola e si affrettarono a comunicarla ad altri.
Si avverò, così, quanto si legge nel Salmo 119, al versetto 130: « La dichiarazione delle tue parole illumina; dà intelletto ai semplici ». Lo studio delle Sacre Scritture operava un profondo cambiamento nelle menti e nei cuori della gente. Il dominio papale aveva imposto, a quanti gli erano soggetti, un giogo di ferro che li teneva nell'ignoranza e nella degradazione. Veniva loro richiesta una tale superstiziosa osservanza delle forme, che ben pochi mettevano nel loro culto il cuore e la mente. La predicazione di Lutero, che esponeva le chiare verità della Parola di Dio e la stessa Parola da lui posta nelle mani del popolo, avevano valso a riscuotere le facoltà assopite, a nobilitare e a purificare la natura spirituale, oltre che a infondere nuovo vigore e nuovo impulso all'intelletto.
Si vedevano persone di ogni ceto difendere, con la Bibbia alla mano, le dottrine della Riforma. I papisti che avevano lasciato la cura dello studio delle Scritture ai sacerdoti e ai frati, si rivolgevano a loro perché refutassero i nuovi insegnamenti. Preti e monaci, pero, nella loro ignoranza delle Scritture e della potenza di Dio che da esse deriva, finivano invariabilmente con l'essere sconfitti da quanti essi avevano considerato eretici. Un autore cattolico dichiarò: « Sfortunatamente, Lutero aveva persuaso i propri seguaci a credere solo agli oracoli delle Sacre Scritture » Idem, vol. 9, cap. 11. La folla si accalcava per ascoltare l'esposizione della verità fatta da uomini di scarsa cultura e da essi discussa perfino con dotti ed eloquenti teologi. La palese ignoranza di questi grandi uomini era resa ancora più evidente via via che i loro argomenti venivano ribattuti dalle semplici dichiarazioni della Parola di Dio. Artigiani e soldati, donne e perfino bambini erano più familiari con l'insegnamento della Bibbia di quanto non lo fossero i sacerdoti e i dottori.
Il contrasto fra i discepoli del Vangelo e i sostenitori della superstizione romana non era meno manifesto nelle file dei dotti che fra il popolo. « Dinanzi ai vecchi campioni della gerarchia ecclesiastica, che avevano trascurato lo studio delle lingue e la cultura letteraria... si ergevano dei giovani dalla mente aperta, dediti allo studio, i quali investigavano le Scritture e si famifiarizzavano con i capolavori dell'antichità. Dotati di una mente acuta, di un'anima elevata, di un cuore intrepido, essi acquisirono ben presto una conoscenza tale che per molto tempo nessuno poté competere con loro... Per conseguenza, quando questi difensori della Riforma s'incontravano con i dottori di Roma, li affrontavano con tanta sicurezza che essi tentennavano, si sentivano imbarazzati e finivano col fare una figura meschina sotto gli occhi di tutti » Ibidem.
Quando il clero romano si rese conto che le congregazioni diminuivano di numero, invocò l'aiuto dei magistrati e si sforzò di riconquistare gli uditori con ogni mezzo a sua disposizione. La gente, però, aveva ormai trovato nei nuovi insegnamenti quello che poteva soddisfare l'anima e quindi si allontanò da chi, per tanto tempo, l'aveva nutrita con la vanità di libri che insegnavano riti superstiziosi e tradizioni umane.
Allorché la persecuzione infierì contro quanti insegnavano la verità, questi si attennero alle direttive di Gesù: « E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra » Matteo 10: 23. La luce penetrò dappertutto perché i fuggiaschi trovavano ovunque una porta ospitale che veniva loro aperta e che offriva loro l'opportunità di predicare Cristo o nella chiesa, o nelle case private, o all'aria aperta. La verità, predicata con tanta energia e sicurezza, si diffuse con irresistibile potenza.
Invano le autorità ecclesiastiche e civili furono esortate a reprimere l'eresia. Invano ricorsero all'imprigionamento, alla tortura, al fuoco e alla spada. Migliaia di credenti suggellarono la loro fede col proprio sangue, ma l'opera andò avanti. La persecuzione servì solo a far diffondere la verità, mentre il fanatismo che Satana cercava di mescolare ad essa contribuì a rendere ancora più netto il divario fra l'opera di Satana e l'opera di Dio.


 
Capitolo 11

La Protesta dei Principi


Una delle più nobili testimonianze che -siano mai state rese alla Riforma, fu la solenne protesta dei principi cristiani della Germanìa alla dieta di Spira, nel 1529. Il coraggio, la fede e la fermezza di quegli uomini di Dio assicurò alle età successive la libertà di pensiero e di coscienza. Questa protesta, i cui princìpi costituiscono « la vera essenza del Protestantesimo » D'Aubigne, vol. 13, cap. 6, diede alle chiese riformate il nome di protestanti.
Un giorno oscuro e gravido di minacce era spuntato Per la Riforma. Nonostante l'editto di Worms, il quale dichiarava Lutero fuori legge e vietava l'insegnamento delle sue dottrine e la credenza in esse, la tolleranza religiosa era prevalsa nell'impero. La provvidenza di Dio aveva tenuto a freno le forze che si opponevano alla verità. Carlo V era propenso a estirpare la Riforma ma spesso, quando la sua mano stava per colpire, qualcosa veniva a impedire il suo gesto. La distruzione della Riforma era sembrata varie volte imminente; ma ecco che al momento critico erano comparsi alle frontiere gli eserciti turchi o il re di Francia o lo stesso papa che, geloso della crescente grandezza dell'imperatore, era deciso a fargli guerra. Così, in mezzo alle contese e al tumulto delle nazioni, la Riforma aveva avuto modo di rafforzarsi ed estendersi.
Venne però il momento in cui i sovrani cattolici si decisero a fare causa comune con i riformati. La dieta di Spira, nel 1526, aveva dato a ogni stato la piena libertà religiosa in attesa che fosse convocato un concilio generale. Ma ecco che l'imperatore decise improvvisamente di convocare un concilio a Spira nel 1529 per estirpare l'eresia. I principi dovevano essere indotti, possibilmente ricorrendo a mezzi del tutto pacifici, a schierarsi contro la Riforma. Qualora questo tentativo non avesse avuto esito, Carlo V era deciso a fare uso della spada.
I partigiani del papa esultarono e affluirono numerosissimi a Spira, manifestando apertamente la loro ostilità verso i riformatori e verso quanti li favorivano. Melantone disse: « Noi siamo diventati l'esecrazíone e la spazzatura del mondo; però Cristo rivolgerà il suo sguardo verso il suo povero popolo per proteggerlo » Idem, vol. 13, cap. 5. Ai principi evangelici convenuti a Spira fu severamente proibito di far predicare l'Evangelo, perfino nelle loro dimore. Ma gli abitanti di Spira erano assetati della Parola di Dio e, nonostante il divieto, partecipavano a migliaia alle funzioni religiose che si tenevano nella cappella dell'elettore di Sassonia.
Questo concorse ad affrettare la crisi. Un messaggio imperiale annunciò alla dieta che siccome la decisione di accordare la libertà di coscienza era stata fonte di gravi disordini, l'imperatore chiedeva che essa venisse revocata. Questo atto arbitrario suscitò indignazione e allarme in seno ai cristiani evangelici. Uno di essi dichiarò: « Cristo è nuovamente caduto nelle mani di Caiafa e di Pilato ». I seguaci di Roma si fecero ancora più violenti. Un cattolico fanatico disse: « I turchi sono migliori dei luterani, perché osservano giorni di digiuno mentre i luterani li vietano. Se noi dovessimo scegliere fra le Sacre Scritture di Dio e i vecchi errori della chiesa, rigetteremmo quelle ». Melantone a sua volta affermò: « Ogni giorno in piena assemblea Faber scaglia delle pietre contro di noi » Ibidem.
La tolleranza religiosa era stata stabilita legalmente, per conseguenza gli stati evangelici erano decisi a opporsi alla revoca dei loro diritti. Lutero, essendo tuttora oggetto del bando impostogli dall'editto di Worms, non poté essere presente a Spira, ma il suo posto fu preso dai suoi collaboratori e dai principi che Dio aveva suscitati a difesa della sua causa, in quel particolare frangente. Il nobile Federico di Sassonia, l'antico protettore di Lutero, era morto; ma il duca Giovanni, suo fratello e successore, aveva accolto con gioia la Riforma; e, pur essendo amico della pace, diede prova di grande energia e di grande coraggio in tutto quello che riguardava gli interessi della fede.
I preti chiedevano che gli stati che avevano aderito alla Riforma si sottomettessero implicitamente alla giurisdizione di Roma. I riformatori, dal canto loro, reclamavano la libertà che era stata loro precedentemente accordata. Essi non potevano permettere che Roma riducesse di nuovo sotto il suo controllo gli stati che con tanta gioia avevano accettato la Parola di Dio.
Per giungere a un compromesso, fu finalmente suggerito che là dove la Riforma non era ancora penetrata, l'editto di Worms fosse applicato con rigore; mentre « in quegli stati in cui la gente non ne aveva tenuto conto e perciò non era possibile imporlo senza il pericolo di una ribellione, non si doveva attuare nessuna riforma, né prendere in considerazione i punti controversi; la celebrazione della messa doveva essere tollerata, ma non si doveva permettere a nessun cattolico di abbracciare il Luteranesimo » Ibidem. La dieta approvò questa proposta, con grande soddisfazione dei sacerdoti e dei Prelati romani.
Se questo editto fosse stato imposto, « la Riforma non avrebbe potuto estendersi... là dove ancora non era conosciuta, né consolidarsi là dove già esisteva » Ibidem. La libertà di parola sarebbe stata proibita, e nessuna conversione sarebbe stata permessa. Gli amici della Riforma erano invitati ad assoggettarsi immediatamente a queste prescrizioni e a questi divieti. Sembrava che le speranze del mondo fossero lì lì per spegnersi. « Il ristabilimento della gerarchia romana... avrebbe infallibilmente ricondotto agli antichi abusi »; e ben presto sarebbe stata creata l'occasione per « completare la distruzione di un'opera già violentemente scossa dal fanatismo e dai dissensi » Ibidem.
Quando i membri del partito evangelico si riunirono per una consultazione, tutti si guardarono in faccia costernati. Essi si chiedevano l'un l'altro: « Che cosa fare? ». Erano in gioco grandi conseguenze per il mondo. « I capi della Riforma si sarebbero sottomessi e avrebbero accettato l'editto? Sarebbe stato facile per la Riforma, in quell'ora così tragica, imboccare la via che avrebbe portato a un comportamento del tutto sbagliato. D'altra parte, non mancavano i pretesti plausibili per sottomettersi. Per esempio, ai principi luterani era assicurato il libero esercizio della loro religione, e analoga facoltà veniva estesa a quanti avevano abbracciato le idee della Riforma prima della decisione proposta. Tutto ciò non era forse sufficiente? Quanti pericoli sarebbero stati evitati con la sottomissione! L'opposizione, invece, avrebbe provocato contrattempi e conflitti. Inoltre, chi poteva conoscere le opportunità che l'avvenire aveva in serbo? Abbracciare la pace, accettare il ramoscello d'olivo che Roma offriva, fasciare le ferite della Germania: ecco altrettanti argomenti con i quali i riformatori avrebbero potuto benissimo giustificare l'adozione di una linea di condotta che però, col passare del tempo, avrebbe provocato il crollo della loro causa.
« Per fortuna, essi videro il principio che stava alla base di quella proposta e agirono mossi dalla fede. Qual era questo principio? Era il diritto che Roma si arrogava di coartare le coscienze e di vietare la libera indagine. Non dovevano essi e gli altri protestanti godere della libertà religiosa? Sì, però essa veniva concessa non già come un diritto, ma come un favore speciale. Per chiunque si trovasse fuori dell'accordo in questione, vigeva il principio della grande autorità romana, per cui la coscienza veniva eliminata e si doveva ubbidire a Roma, giudice infallibile. L'accettazione di siffatta proposta sarebbe stata la virtuale ammissione che la libertà religiosa doveva limitarsi solo alla Sassonia riformata, mentre per il resto del mondo cristiano la libera indagine e la professione di fede riformata sarebbero state dei crimini punibili col carcere e col rogo. Potevano i riformati accettare di localizzare la libertà religiosa? Potevano ammettere implicitamente che la Riforma ormai aveva fatto il suo ultimo convertito, occupato il suo ultimo palmo di terra, che là dove Roma esercitava il suo potere, questo doveva sussistere in perpetuo? Potevano i riformatori dichiararsi innocenti del sangue delle centinaia e delle migliaia di martiri che in seguito all'adozione di questo accordo sarebbero stati messi a morte nelle terre papali? Tutto ciò sarebbe stato un vero tradimento, in quell'ora così solenne, della causa del Vangelo e della libertà del Cristianesimo » Wylie, vol. 9, cap. 15. Meglio, perciò, molto meglio « sacrificare tutto: la propria posizione, la propria corona, la propria vita » D'Aubigné, vol. 13, cap. 5 .
« Respingiamo questo decreto », dissero i principi. « In materia di coscienza, la maggioranza non ha autorità ». I deputati dichiararono: « Noi dobbiamo la pace di cui il mondo gode al decreto del 1526. Abolirlo significherebbe provocare in Germania lotte e divisioni. La dieta non può fare altro che mantenere la libertà religiosa in attesa che si riunisca il concilio » Ibidem. Tutelare la libertà di coscienza è dovere dello stato e limite della sua autorità in materia di religione. Ogni governo secolare che cerchi di regolare o di imporre le osservanze di natura religiosa ricorrendo all'autorità civile, sacrifica il principio nel nome del quale i cristiani evangelici tanto nobilmente hanno lottato.
I sostenitori del papa decisero di abbattere. quella che essi definívano « audace ostinazione ». Cominciarono con l'adoperarsi per creare delle divisioni fra i seguaci della Riforma, e cercarono di intimidire quanti ancora non si erano dichiarati in suo favore. I rappresentanti delle città libere furono infine convocati dinanzi alla dieta e invitati a dichiarare se intendevano o no aderire alla proposta. Essi chiesero invano una dilazione. Quelli che ricusarono di sacrificare la libertà di coscienza e il diritto al libero esame, sapevano perfettamente che la loro posizione li avrebbe resi in seguito oggetto della critica, della persecuzione e della condanna. Uno dei delegati disse: « Noi dobbiamo: o rinnegare la Parola di Dio o affrontare il rogo » Ibidem.
Re Ferdinando, rappresentante dell'imperatore alla dieta, si rese conto che il decreto sarebbe stato fonte di divisione, a meno che i principi non fossero stati indotti ad accettarlo e a sostenerlo. Ricorse, perciò, alla persuasione, conscio che con tali uomini l'uso della forza avrebbe sortito l'effetto contrario. « Egli invitò i principi ad accettare, assicurandoli che l'imperatore ne sarebbe stato oltremodo compiaciuto ». Quegli uomini fedeli, però, riconoscevano un'autorità superiore a quella dei monarchi terreni e quindi risposero, con calma e fermezza: « Noi ubbidiamo all'imperatore in tutto ciò che può contribuire al mantenimento della pace e dell'onore di Dio » Ibidem.
In piena dieta il re annunciò all'elettore e ai suoi amici che l'editto « stava per essere proclamato sotto forma di decreto imperiale », e che « l'unica via da seguire era quella di sottomettersi alla maggioranza », Detto questo, si ritirò dall'assemblea, togliendo così ai riformatori l'opportunità di decidere e di replicare. « Invano essi gli inviarono una deputazione per invitarlo a ritornare. Alle loro rimostranze, il re rispose: "E cosa ormai definita; non vi rimane che sottomettervi" » Ibidem.
Il partito imperiale era convinto che i principi cristiani. avrebbero aderito alle Sacre Scritture, considerandole superiori alle dottrine e alle esigenze degli uomini. Sapevano che ovunque fosse stato accettato questo principio, il papato sarebbe stato abbattuto. Però essi, come migliaia di altri dopo di allora, guardando solo alle « cose visibili », si lusingavano che la causa dell'imperatore e del papa era forte, mentre I riformati erano deboli. Se i riformatori avessero contato unicamente sul soccorso umano, sarebbero stati impotentí; mentre, anche se numericamente deboli e in disaccordo con Roma, essi erano forti, in quanto si richiamavano « dal rapporto della dieta alla Parola di Dio e dall'imperatore Carlo a Cristo Gesù, il Re dei re e il Signore dei signori » Idem, vol. 13, cap. 6.
Poiché re Ferdinando aveva rifiutato di tenere conto delle loro convinzioni di coscienza, i principi decisero di non considerare, a loro volta, la sua assenza e di presentare la loro protesta dinanzi al concilio nazionale, senza ritardo. Fu redatta e presentata alla dieta questa solenne dichiarazione:
« Noi protestiamo dinanzi a Dio, nostro Creatore, Protettore, Redentore e Salvatore, che un giorno sarà il nostro Giudice, come anche dinanzi a tutti gli uomini e a tutte le creature, che noi, per noi e per il nostro Popolo non acconsentiamo e non aderiamo in nessuna maniera al decreto proposto, in tutto ciò che, è contrario a Dio, alla sua santa Parola, alla nostra coscienza e alla salvezza delle anime nostre.
I « Che cosa! Ratificare questo editto? Affermare che quando l'onnipotente Iddio chiama un uomo alla sua conoscenza, questi non può giungere nonostante ciò a conoscerlo? Non esiste altra dottrina sicura se non quella che si conforma alla Parola di Dio... Il Signore proibisce l'insegnamento di un'altra dottrina ... Le Sacre Scritture debbono essere spiegate con passi biblici più chiari ... Questo Libro è necessario al cri~ stiano in tutte le cose, facile da capire e atto a dissipare le tenebre. Noi, perciò, siamo decisi per grazia di Dio a mantenere la pura ed esclusiva predicazione della sua Parola, quale è contenuta nei libri dell'Antico e del Nuovo Testamento, senza aggiungervi nulla che possa esserle contrario. Questa Parola è la sola verità, è la sicura regola di ogni dottrina e di ogni esistenza, e non può mai venir meno, né ingannare. Chi edifica su questo fondamento resisterà contro tutte le potenze dell'inferno mentre le umane vanità che si levano contro di essa cadranno dinanzi alla faccia di Dio.
« Per questa ragione noi rigettiamo il giogo che ci viene imposto ». « Allo stesso tempo ci aspettiamo che sua Maestà imperiale si comporti nei nostri confronti come un principe cristiano che ama Dio sopra ogni altra cosa. Noi ci dichiariamo pronti a tributargli - e a tributare a vol, graziosi signori - tutto l'affetto e tutta l'ubbidienza che sono nostro giusto e legittimo dovere » Ibidem.
Questa risposta produsse sulla dieta una profonda impressione. La maggioranza dei presenti erano sorpresi e allarmati per la baldanza dei protestatari. L'avvenire appariva loro incerto e minaccioso. Dissensi, contese e spargimento di sangue parevano inevitabili. I riformatori; sicuri della giustizia della loro causa e fidando nel braccio dell'Onnipotente, erano pieni di coraggio e di fermezza.
« I princìpi contenuti in questa vibrata protesta... costituiscono la vera essenza del Protestantesimo. Questa protesta si oppone a due abusi dell'uomo in materia di fede: il primo è l'intrusione del magistrato civile; il secondo è l'autorità arbitraria della chiesa. Al posto di questi abusi, il Protestantesimo pone la forza della coscienza al disopra del magistrato e l'autorità della Parola di Dio al disopra della chiesa visibile. In primo luogo esso rigetta l'autorità civile nelle cose divine e afferma, con i profeti e con gli apostoli, "Noi dobbiamo ubbidire a Dio anziché agli uomini!". Al cospetto della corona di Carlo V, esso innalza la corona di Gesù Cristo. Ma va oltre, perché stabilisce il principio secondo cui tutto l'insegnamento umano deve essere subordinato agli oracoli di Dio » Ibidem. I protestatari avevano affermato il diritto di esprimere liberamente le loro convinzioni in materia di fede. Essi intendevano non solo credere e ubbidire, ma anche insegnare quello che la Parola di Dio presenta, e negavano ai sacerdoti e ai magistrati il diritto di interferire. La protesta di Spira fu una solenne testimonianza contro l'intolleranza religiosa, oltre che l'affermazione del diritto di ogni uomo di adorare Iddio secondo i dettami della propria coscienza.
La dichiarazione era stata fatta, era scritta nella mente di migliaia di persone e registrata nei libri del cielo, dove nessuno sforzo umano avrebbe potuto cancellarla. Tutta la Germania evangelica adottò la protesta come espressione della sua fede: ovunque gli uomini vedevano in questa dichiarazione la promessa di un'èra nuova e migliore. Uno dei principi disse ai protestanti di Spira: « Possa l'Onnipotente, che vi ha fatto la grazia di confessarlo con energia e senza timore, conservarvi in questa fermezza cristiana fino al giorno dell'eternità! » Ibidem.
Se la Riforma, una volta conseguito un certo successo, avesse acconsentito a temporeggiare per assicurarsi il favore del mondo, sarebbe stata infedele a Dio e a se stessa, e avrebbe preparato il proprio crollo. L'esperienza di questi nobili riformati racchiude una lezione valida per tutti i secoli futuri. Il modo di procedere di Satana contro Dio e contro la sua Parola non è cambiato: egli è sempre ostile alle Scritture quali norma di vita, come lo era nel sedicesimo secolo. Oggi si nota un notevole divario dalla dottrina che esse insegnano, ed è perciò necessario un ritorno al grande principio protestante: la Bibbia, solo la Bibbia come regola di fede e di condotta. Satana è all'opera, e ricorre a ogni mezzo per poter dominare ed eliminare la libertà religiosa. La potenza anticristiana che i protestanti di Spira rigettarono agisce ancora e cerca, con rinnovato vigore, di ristabilire la perduta supremazia. Oggi l'unica speranza di riforma risiede nella stessa, inalterata adesione alla Parola di Dio che fu manifestata in quell'ora critica della Riforma.
Per i protestanti si andavano profilando chiari segni di pericolo; ma allo stesso tempo si poteva notare che la mano di Dio era stesa per proteggere i fedeli. Fu verso quell'epoca che « Melantone accompagnò
attraverso la vie di Spira, dirigendosi in fretta verso il Reno, il suo amico Simone Grynaeus, sollecitandolo ad attraversare il fiume. Grynaeus era stupito di tanta fretta, e Melantone gli disse: "Un vecchio dall'aria grave e solenne, a me sconosciuto, mi è apparso e mi ha detto: Fra un minuto degli agenti saranno mandati da Ferdinando ad arrestare Grynaeus ».
Quello stesso giorno, Grynaeus, scandalizzato dal sermone di Faber, eminente dottore papale, alla fine gli aveva fatto le sue rimostranze, accusandolo di difendere « alcuni detestabili errori ». Faber dissimulò la propria ira, ma si affrettò a ricorrere al re, il quale gli rilasciò un ordine per procedere contro l'imporìuno professore di Heidelberg. Melantone era sicuro che Dio aveva salvato il suo amico mandando uno dei suoi santi angeli ad avvertirlo.
« Immobile, sulla riva del Reno, egli attese fino a che le acque del fiume non ebbero tratto in salvo l'amico, sottraendolo ai suoi persecutori. "Finalmente!", esclamò Melantone quando lo vide giunto sull'opposta riva. "Finalmente egli è stato sottratto alle fauci crudeli di coloro che erano assetati del suo sangue innocente!". Ritornato a casa, seppe che gli agenti mandati alla ricerca di Grynaeus avevano perquisito l'edificiol nel quale abitava, dal solaio alle cantine » Ibidem.
La Riforma doveva imporsi all'attenzione dei potenti della terra. I principi evangelici, ai quali era stata rifiutata l'udienza da parte di re Ferdinando, ebbero l'opportunità di esporre la loro causa all'imperatore e ai dignitari dello stato e della chiesa. Nell'intento di eliminare i dissidi che turbavano l'impero, Carlo V, l'anno dopo la protesta di Spira, convocò una dieta ad Augusta, intenzionato a presiederla egli stesso, e alla quale furono invitati anche i capi protestanti.
La Riforma era minacciata da gravi pericoli; però i suoi sostenitori avevano rimesso la loro causa nelle mani di Dio e si erano impegnati a rimanere fedeli-al Vangelo. L'elettore di Sassonia fu esortato dai suoi consiglieri a non presentarsi alla dieta. L'imperatore, dicevano, esigeva la presenza dei principi per tendere loro un tranello. « Non significava forse rischiare tutto, andando a chiudersi fra le mura di una città dove c'era un nemico potente? ». Altri, nobilmente, dichiararono: « Che i principi diano prova di coraggio, e la causa di Dio sarà salva! ». Lutero, a sua volta, affermò: « Dio è fedele e non ci abbandonerà! ». Idem, vol. 14, cap. 2. L'elettore, accompagnato dal suo seguito, mosse verso Augusta. Tutti erano consapevoli dei pericoli che lo minacciavano, e non pochi procedevano oppressi, col cuore turbato. Lutero, che li accompagnò fino a Coburgo, ravvivò la loro fede col canto dell'inno da lui scritto durante il viaggio: « Forte rocca è il nostro Dio ». Molti oscuri presagi furono banditi, molti cuori presero animo nell'udire il canto di queste strofe ispirate.
I principi riformati avevano deciso di presentare alla dieta una dichiarazione dei loro punti di vista, redatta in forma sistematica e documentata da esplicite affermazionì delle Sacre Scritture. Furono incaricati di redigerla Luterol Melantone e i loro collaboratori. I protestanti accettarono questa confessione come esposizione della loro fede, e si riunirono per firmarla. Era, quello, un momento solenne e decisivo. I riformati desideravano che la loro causa non venisse confusa con le questioni di carattere politico, e stimavano che la Riforma non dovesse esercitare altro influsso se non quello derivante dalla Parola di Dio. Quando i principi cristiani si fecero avanti per la firma, Melantone si interpose dicendo: « Spetta ai teologi e ai ministri del Vangelo proporre queste cose; mentre l'autorità dei potenti di questa terra è riservata ad altre questioni ». Giovanni di Sassonia replicò: « Dio non voglia cuparmi della mia corona. Intendo confessare al Signore: il mio cappello di elettore, il mio ermellino non mi sono preziosi quanto la crocedi Gesù Cristo ». Ciò detto, appose la sua firma in calce al documento. Un altro principe, nel prendere in mano la penna, dichiarò: « Se l'onore del mio Signore Gesù Cristo lo esige, io sono pronto a rinunciare alle mie ricchezze e alla mia vita ». Quindi proseguì: « lo preferirei rinunciare ai miei sudditi, ai miei stati e perfino alla terra dei miei avi píuttosto che aderire a una dottrina diversa da quella espressa in questa confessione » Idem, vol. 14, cap. 6. Questa era la fede, questo era l'ardire di quegli uomini di Dio.
Giunse il momento di comparire dinanzi all'imperatore. Carlo V, seduto sul trono, circondato dagli elettori e dai principi, diede udienza ai riformatori protestanti. Fu letta la loro confessione di fede, e in tal modo le verità del Vangelo furono chiaramente esposte e affermate al cospetto di quell'augusta assemblea, mentre venivano messi in luce gli errori della chiesa papale. Quel giorno è stato giustamente definito « il più gran giorno della Riforma, uno dei giorni più gloriosi nella storia del cristianesimo e dell'umanità » Idem, vol. 14, cap. 7.
Pochi anni erano trascorsi dal giorno in cui il monaco di Wittenberg si era presentato, solo, dinanzi al concilio nazionale di Worms. Ora, al suo posto c'erano i principi più nobili e più potenti dell'impero. A Lutero non era stato consentito di presentarsi ad Augusta, però egli era presente con le sue parole e con le sue preghiere. « lo esulto di gioia », scriveva, « per essere vissuto fino a questo momento nel quale Cristo è stato pubblicamente esaltato da confessori così illustri in un'assemblea tanto importante » Ibidem. Si adempiva, così, la dichiarazione delle Scritture: « Parlerò delle tue testimonianze dinanzi ai re » Salmo 119: 46.
L'apostolo Paolo portò dinanzi ai principi e ai nobili della città imperiale quel Vangelo a cagione del quale egli era stato messo in carcere. Così, in quest'occasione, quello che l'imperatore aveva proibito di predicare dal pulpito, fu predicato in un palazzo. Quello che molti stimavano non fosse degno di essere udito neppure dai servi, era ora ascoltato con meraviglia, dai grandi e dai signori dell’impero. L'uditorio si componeva di re e di alti dignitari; i predicatori erano dei principi coronati, e il sermone era rappresentato dalle regali verità di Dio. « Dai tempi degli apostoli », dice uno storico, « non c'era mai stata un'opera maggiore di questa; non c'era mai stata una confessione più grandiosa » D'Aubigné, vol. 14, cap. 7.
« Tutto quello che i luterani hanno detto è vero, e noi non lo possiamo negare », affermò un vescovo cattolico. « Può lei refutare con valide ragioni la confessione fatta dall'elettore e dai suoi alleati? », chiese un altro al dottor Eck. Questi rispose: « Con gli scritti degli apostoli e dei profeti, no; ma con quelli dei Padri e dei concili, sì ». « Capisco », replicò l'interlocutore. « Secondo lei i luterani sono nelle Scritture e noi ne siamo fuori » Idem, vol. 14, cap. 8.
Alcuni principi della Germania furono conquistati alla fede riformata. Lo stesso imperatore dichiarò che gli articoli presentati dai protestanti erano verità. La confessione fu tradotta in varie lingue e fatta circolare per tutta l'Europa. Nel corso delle successive generazioni essa fu accettata da milioni di persone come espressione della loro fede.
I fedeli servitori di Dio non erano soli. Mentre « i principati, le podestà e gli spiriti malefici nei luoghi celesti » si coalizzavano contro di loro, il Signore non abbandonò il suo popolo. Se i loro occhi si fossero aperti, essi avrebbero visto la manifestazione della presenza e dell'aiuto di Dio, intervenire come nel passato in favore di un profeta. Quando il servo di Eliseo additò al profeta l'esercito nemico che li circondava, precludendo loro ogni possibilità di scampo, l'uomo di Dio pregò: « 0 Eterno, ti prego, aprigli gli occhi, affinché vegga! » 2 Re 6: 17. Ed ecco, il monte era pieno di cavalli e di carri di fuoco: l'esercito del cielo era là per proteggere i figliùoli di Dio. Così gli angeli protessero gli operai nella causa della Riforma.
Uno dei princìpi più strenuamente sostenuti da Lutero era che non si doveva ricorrere né al potere temporale, né alle armi per sostenere la Riforma. Egli si rallegrava che l'Evangelo fosse confessato dai principi dell'impero; ma quando essi proposero di unirsi in una lega difensiva, egli dichiarò che « la dottrina del Vangelo doveva essere difesa sol(> da Dio... Meno l'uomo si fosse immischiato nell'opera, più evidente sarebbe apparso l'intervento di Dio in suo favore. Tutte le precauzioni politiche suggerite erano, secondo lui, da attribuirsi a un indegno timore e a una peccaminosa sfiducia » D'Aubigné, vol. 10, cap. 14.
Quando dei nemici potenti si univano per abbattere la fede riformata e migliaia di spade stavano per essere sguainate contro di essa, Lutero scriveva: « Satana sta sfogando tutto il suo furore; empi pontefici cospirano e noi siamo minacciati di guerra. Esortate la gente a combattere valorosamente davanti al trono di Dio con la fede e la preghiera affinché i nostri nemici, vinti dallo Spirito di Dio, siano costretti alla pace. Primo nostro bisogno, prima nostra preoccupazione è la preghiera. Sappia ognuno che noi siamo esposti alla spada e all'ira di Satana, e preghi » Ibidem.
Più tardi, alludendo alla lega progettata dai principi protestanti, Lutero dichiarò che l'unica arma da usare in questa lotta era « la spada dello Spirito ». All'elettore di Sassonia scrisse: « In coscienza, noi non possiamo approvare l'alleanza proposta. Meglio morire dieci volte che vedere il nostro Vangelo provocare lo spargimento fosse pure di una sola goccia di sangue. Noi dobbiamo comportarci come agnelli menati al macello e portare la croce di Cristo. Sua Altezza non abbia timore: faremo di più noi con le nostre preghiere che tutti i nostri nemici con la loro tracotanza. Solo fate sì che le vostre mani non si macchino del sangue dei vostri fratelli. Se l'imperatore esige che noi siamo consegnati ai tribunali, noi siamo pronti a presentarci. Voi non potete difendere la nostra fede: ognuno deve credere a proprio rischio e pericolo » Idem, vol. 14, cap. l.
Dal santuario della preghiera derivò la potenza che, mediante la grande Riforma, vinse il mondo. I servi del Signore, appoggiandosi sulla roccia delle sue promesse, si sentivano tranquilli. Durante la dieta di Augusta, Lutero « non trascorse neppure un giorno senza consacrare tre ore alla preghiera, sottraendole a quelle più profittevoli per lo studio ». Nell'intimità della sua stanza, egli apriva la sua anima a Dio « con parole di adorazione, di timore e di speranza, come quando uno parla con un amico ». « lo so che tu sei nostro Padre e nostro Dio », diceva, « e che disperderai i persecutori dei tuoi figli, perché tu stesso sei in pericolo con noi. Questo affare è tuo, ed è costretti da te che noi vi abbiamo messo la mano. Padre, difendici! » Idem, vol. 14, cap. 6.
A Melantone, oppresso dall'inquietudine, egli scriveva: « Grazia e pace in Cristo... in Cristo, dico, e non nel mondo. Amen. lo odio di un odio estremo le eccessive preoccupazioni che ti consumano. Se la causa è ingiusta, abbandoniamola; ma se è giusta, perché dubitare delle promesse di Colui che ci invita a dormire senza timore?... Cristo non verrà mai meno nella sua opera di giustizia e di verità. Egli vive, Egli regna; perciò che paura possiamo avere? » Ibidem.
Dio ascoltò il grido dei suoi servitori e diede ai principi e ai ministri la grazia e il coraggio di sostenere la verità contro gli esponenti delle tenebre di questo mondo. Il Signore dice: « Ecco, io pongo in Sion la pietra del capo del cantone, eletta, preziosa; e chi crederà in essa non sarà punto svergognato » 1 Pietro 2: 6 (D). I riformatori protestanti avevano edificato su Cristo, e le porte dell'inferno non potevano avere il sopravvento su di loro.


 
Capitolo 12

Una Luce Nuova in Francia


La protesta di Spira e la confessione di Augusta, che segnarono il trionfo della Riforma in Germania, furono seguite da lunghi anni di lotte e di tenebre. Indebolito da divisioni intestine, attaccato da nemici potenti, il Protestantesimo sembrava destinato a una distruzione totale. Migliaia di persone suggellarono la loro testimonianza col sangue; scoppiò la guerra civile; la causa protestante fu tradita da uno dei suoi principali aderenti; i più nobili principi riformati caddero nelle mani dell'imperatore e furono condotti prigionieri di città in città. Quando, però, pensava di festeggiare il suo trionfo, l'imperatore fu sconfitto e vide sfuggirgli di mano la preda che credeva gia sua. Fu costretto a concedere la tolleranza alle dottrine che si era ripromesso di annientare. Egli, che aveva impegnato il suo regno, i suoi beni e la stessa sua vita per soffocare l'eresia, vide i suoi eserciti vinti in battaglia, i suoi beni esaurirsi, i suoi numerosi regni minacciati dalla rivolta, mentre ovunque la fede, che invano si era sforzato di sopprimere, andava estendendosi sempre più. Carlo V aveva lottato contro l'Onnipotente. Dio aveva detto « Sia la luce! » e l'imperatore si era illuso di riuscire a mantenere le tenebre. Il suo progetto era fallito e, sebbene ancora relativamente giovane, stanco di tante lotte, abdicò al trono e si seppellì in un convento.
In Svizzera, come in Germania, ci furono giorni oscuri per la Riforma. Mentre molti cantoni accettavano la fede riformata, altri rimanevano attaccati con cieca tenacia al credo di Roma. La loro persecuzione contro coloro che desideravano accettare la verità sfociò, alla fine, nella guerra civile. Zuinglio e molti che si erano uniti a lui nella Riforma, caddero sull'insanguinato campo di Cappel. Ecolampadio, sopraffatto da queste terribili distrette, morì di lì a poco. Roma esultava, e sembrò che in molti luoghi dovesse riconquistare ciò che aveva perduto. Ma Colui i cui consigli sono eterni, non aveva abbandonato la sua causa né i suoi figli. La sua mano ancora una volta avrebbe recato loro la liberazione: Dio aveva suscitato in altre terre degli operai che avrebbero por tato avanti la Riforma.
In Francia, ancor prima che il nome di Lutero fosse conosciuto come quello di un riformatore, era spuntata l'alba di un nuovo giorno. Uno dei primi a scorgere la luce fu Lefevre, uomo colto, di età avanzata, professore all'università di Parigi, sincero sostenitore del Papa. Indagando nella letteratura antica, egli fu attratto dalla Bibbia e ne introdusse lo studio fra i suoi studenti.
Lefevre era un entusiasta adoratore dei santi, e si era accinto a scrivere una storia dei santi e dei martiri, secondo le leggende della chiesa. Era già a buon punto di quest'opera, che esigeva molto lavoro, quando pensò che la Bibbia gli avrebbe potuto fornire un valido contributo. Cominciò a studiarla a questo proposito. Trovò in essa dei santi di un genere diverso da quelli che figuravano sul calendario cattolico. Un fascio di luce divina inondò la sua mente ed egli, stupito e sdegnato, abbandonò il lavoro intrapreso e si consacrò alla Parola di Dio. Non passò molto tempo che cominciò a predicare le preziose verità che vi aveva scoperte.
Nel 1512, prima ancora che Lutero e Zuinglio cominciassero l'opera della Riforma, Lefevre scrisse: « t Dio che per fede ci dà quella gíustizia che per grazia giustifica a vita eterna » Wylie, vol. 13, cap. l. Considerando il mistero della redenzione, esclamò: « 0 ineffabile grandezza di quella sostituzione! L'innocente è condannato e il colpevole è messo in libertà. La benedizione subisce la maledizione, e colui che è maledetto gode della benedizione. La vita muore e i morti vivono. La gloria è avvolta dalle tenebre e colui che conosceva solo la confusione del volto è ammantato di gloria » D'Aubigné, vol. 12, cap. 2.
Pur insegnando che la gloria della salvezza appartiene a Dio, egli dichiarava che all'uomo incombe il dovere dell'ubbidienza. « Se tu sei un membro della chiesa di Cristo », diceva, « sei membro del suo corpo. Se tu sei del suo corpo, sei ripieno della natura divina... Oh, se gli uomini potessero capire tutta la portata di questo privilegio, come vivrebbero puramente, castamente, santamente! Quanto stimerebbero misera la gloria di questo mondo se paragonata con quella interiore che l'occhio della carne non può vedere! » Ibidem.
Fra gli studenti di Lefevre ce ne furono alcuni che ascoltarono avidamente le sue parole e che, molto tempo dopo che la voce di questo maestro si era spenta, continuarono a parlare della verità. Uno di essi fu Guglielmo Farel. Figlio di genitori pii, abituato fin da piccolo ad accettare con fede implicita gli insegnamenti della chiesa, avrebbe potuto ripetere -parlando di se stesso- le parole dell'apostolo Paolo: « Secondo la più rigida setta della nostra religione, son vissuto Fariseo » Atti 26: S. Devoto cattolico romano, era pieno di zelo, pronto a di struggere chiunque avesse osato opporsi alla chiesa. « Io digrignavo i denti come un lupo famelico », disse più tardi parlando di quel periodo della sua vita, « ogni volta che udivo qualcuno parlare contro il papa » Wylie, vol. 13, cap. 2. Instancabile nel culto dei santi, accompagnava Lefevre nel giro delle chiese di Parigi, adorando dinanzi agli altari e recando doni ai santuari. Queste osservanze, pero, non gli davano la pace dell'anima. Egli sentiva gravare su di sé la convinzione del peccato, e nulla gli poteva dare la tranquillità, nonostante tutti i suoi atti di penitenza. Come voce che scendeva dal cielo, egli ascoltava le parole del riformatore: « La salvezza è per grazia... L'innocente è condannato e il colpevole è assolto... Solo la croce di Cristo può schiudere le porte del cielo e serrare le porte dell'inferno » Ibidem.
Farel accettò la verità con gioia. Con una conversione simile a quella dell'apostolo Paolo, egli si volse dalla servitù della tradizione alla libertà dei figli di Dio. « Non più col cuore omicida di un lupo rapace », egli disse, « diventai quieto, come un agnello mansueto e inoffensivo, avendo totalmente ritirato il mio cuore dal papa per darlo a Gesù » D'Aubigné, vol. 12, cap. 3.
Mentre Lefevre continuava a diffondere la luce fra i suoi studenti, Farel, zelante per la causa di Cristo quanto lo era stato per quella del papa, comincio a proclamare la verità in pubblico. Un dignitario della chiesa, il vescovo di Meaux (Brigonnet. N. d. T.) ben presto si unì a loro. Anche altri insegnanti, noti per il loro sapere e per la loro capacità, si unirono nella proclamazione del Vangelo, e questo contribuì a conquistare degli aderenti in ogni ceto: dalle umili dimore degli artigiani e dei contadini, al palazzo reale. La sorella di Francesco I, allora monarca regnante, accettò la fede riformata. Il re stesso e la regina madre si dimostrarono per un certo tempo favorevoli alla Riforma, e questo fece nascere nei riformati la segreta speranza che un giorno la Francia sarebbe stata conquistata all'Evangelo.
Le loro speranze, purtroppo, non si attuarono. Prove e persecuzioni, misericordiosamente nascoste ai loro occhi, aspettavano i discepoli di Cristo. Ci fu un periodo di pace che contribuì. a far loro riprendere vigore per affrontare la tempesta, mentre la Riforma compiva rapidi progressi. Il vescovo di Meaux si adoperava con zelo nella sua diocesi per istruire il clero e il popolo. Sacerdoti ignoranti e immorali furono esonerati dal loro incarico e sostituiti, nella misura del possibile, da uomini dotti e pii. Il vescovo, che desiderava ardentemente dare a ognuno la possibilità di avere l'accesso diretto e personale alla Parola di Dio, riuscì ad attuare questo suo desiderio mediante la traduzione del Nuovo Testamento fatta da lui stesso. Press'a poco quando la tipografia di Wittenberg consegnava alla Germania la Bibbia tedesca di Lutero, a Meaux veniva pubblicato il Nuovo Testamento in lingua francese. Il vescovo non risparmiò né sforzi, né spese per la diffusione della Parola di Dio nella sua diocesi, e così di lì a poco tempo gli abitanti di Meaux si trovarono in possesso della Sacra Scrittura.
Simili a viandanti assetati che salutano con gioia una sorgente di acqua viva, queste anime accolsero con entusiasmo il messaggio del cielo. I contadini nel campo e gli artigiani nel laboratorio rallegravano le loro quotidiane fatiche parlando delle preziose verità bibliche. La sera, poi, anziché andare alla bettola si riunivano ora nell'una, ora nell'altra casa per leggere la Parola di Dio e per pregare. Ben presto si riscontrò un profondo mutamento in quella comunità. Pur appartenendo alla classe più umile, quei lavoratori della terra, privi di cultura, rivelavano nella loro vita la potenza trasformatrice ed elevatrice della grazia divina. Semplici, caritatevoli e santi, essi erano i testimoni di quello che il Vangelo può compiere in chi lo accetta con sincerità.
La luce accesa a Meaux diffuse lontano i suoi raggi. Il numero dei convertiti aumentava giorno per giorno. L'ira delle autorità ecclesiastiche fu tenuta per un po' di tempo a freno dal re al quale non piaceva il gretto bigottismo dei frati. Alla fine, nondimeno, gli ecclesiastici ebbero il sopravvento e il patibolo fu innalzato. Il vescovo di Meaux, costretto a scegliere fra il rogo e l'abiura, scelse la via più facile; ma nonostante la caduta del suo capo, la greggia rimase fedele a Dio e molti furono i credenti che suggellarono la loro testimonianza in mezzo alle fiamme. Col loro coraggio e con la loro fedeltà anche sul patibolo, questi umili cristiani Parlarono a migliaia di persone che nei giorni di pace non avevano mai udito la loro testimonianza.
Ma non furono solo gli umili e i poveri a testimoniare coraggiosamente di Cristo in mezzo alle sofferenze e agli scherni. Anche nelle sontuose sale dei castelli e dei palazzi vi furono delle anime nobili che stimarono la verità più della ricchezza, della posizione sociale e perfino della vita. Il manto regale celava uno spirito più elevato e saldo di quello espresso dal manto e dalla mitria vescovili. Luigi De Berquin, di nobile nascita, era un cavaliere della corte, dedito allo studio, gentile di modi e di indiscussa moralità. Uno storico scrive di lui: « Fedele seguace delle istituzioni papali e grande ascoltatore di messe e di sermoni... egli coronava le sue virtù aborrendo il luteranesimo ». Come molti altri provvidenzialmente condotti alla Bibbia, egli rimase stupito nel trovare in essa « non le dottrine di Roma, ma quelle di Lutero » Wylie, vol. 13, cap. 9. Come risultato, egli si consacrò devotamente alla causa del Vangelo.
Considerato « il più dotto fra i nobili di Francia », il suo genio, la sua eloquenza, il suo indomito coraggio, il suo eroico zelo e il suo ascendente a corte - poiché egli era uno dei favoriti del re - fecero sì che egli fosse da molti considerato destinato a essere il futuro riformatore della sua patria. Beza disse: « Berquín sarebbe stato un secondo Lutero, se avesse trovato in Francesco I un secondo elettore ». « Egli è peggiore di Lutero! » esclamavano i papisti. Ibidem. In effetti, egli era molto temuto dai cattolici di Francia, i quali lo fecero imprigionare come eretico. Il re, però, lo fece mettere in libertà. La lotta proseguì per anni. Francesco, tentennando fra Roma e Riforma, alternava tolleranza e restrizioni nei confronti dell'acceso zelo dei frati. Berquin fu messo in carcere tre volte dalle autorità ecclesiastiche, e ogni volta rilasciato per intervento del re che, ammirando il suo genio e la sua nobiltà di carattere, si rifiutò di sacrificarlo alla malignità delle gerarchie romane.
Berquin fu ripetutamente avvertito del pericolo che lo minacciava in Francia e consigliato di calcare le orme di quanti si erano posti in salvo con un volontario esilio. Il timido e opportunista Erasmo, che nonostante la dovizia del suo sapere era privo di quella grandezza morale che sa anteporre la verità, alla vita e agli onori, gli scrisse: « Chiedi di essere mandato come ambasciatore in un paese straniero; viaggia in Germania. Tu conosci Beza e sai che è un mostro dalle mille teste, che sprizza veleno da ogni parte. I tuoi nemici sono una legione; e anche se la tua causa fosse migliore di quella di Gesù Cristo, essi non ti lasceranno fino a che non ti avranno distrutto. Non fare troppo assegnamento sulla protezione del re. Ad ogni modo, non mi compromettere con la facoltà di teologia » Ibidem.
Mentre aumentavano i pericoli, cresceva di pari passo lo zelo di Berquin. Lungi dal seguire la politica suggerita da Erasmo, egli decise di ricorrere a misure ancora più ardite: non intendeva solo difendere la verità, ma attaccare l'errore. L'accusa di eresia mossagli dai cattolici, egli l'avrebbe ritorta contro di loro. I suoi più attivi e accaniti avversari erano i dottori e i frati della grande università di Parigi, che era una delle più insigni autorità ecclesiastiche non solo della città ma della nazione. Dagli scritti di quei dottori, Berquin attinse dodici proposizioni che pubblicamente definì « contrarie alla Bibbia ed eretiche », e invitò il re a voler essere il giudice della controversia.
Il monarca, per nulla restío a mettere di fronte la forza e l'acutezza dei campioni in lotta fra loro, e allo stesso tempo lieto di avere l'opportunità di vedere umiliato l'orgoglio di quei monaci altezzosi, invitò i rappresentanti di Roma a difendere la loro causa mediante la Bibbia. Quest'arma, essi lo sapevano molto bene, sarebbe loro servita a ben poco. Essi sapevano, invece, servirsi benissimo del carcere, della tortura e del rogo.' Ma la situazione era cambiata ed essi si vedevano gia precipitati in quel pozzo nel quale avevano sperato di gettare Berquin. Preoccupati, cercavano una via di scampo.
« Proprio allora un'immagine della Vergine, posta all'angolo di una via, fu mutilata ». Il fatto suscitò un profondo scalpore nella città, e la folla si ammassò sul posto, addolorata e indignata allo stesso tempo. Anche il re ne rimase profondamente scosso. Il fatto dava ai monaci un vantaggio insperato del quale potevano avvalersi e, naturalmente, non si lasciarono sfuggire l'occasione che veniva loro offerta. « Ecco i frutti delle dottrine di Berquin », gridarono. « Tutto sta per essere sov vertito da questa cospirazione luterana: la religione, le leggi e perfino il trono » Ibidem.
Berquin fu nuovamente arrestato. Il re abbandonò Parigi, e i frati furono liberi di agire a loro piacimento. Il riformatore fu giudicato, condannato a morte, e la sentenza venne eseguita il giorno stesso per impedire un nuovo intervento di Francesco I in suo favore. A mezzo giorno, Berquin fu condotto al patibolo. Una folla immensa si era raccolta per assistere all'esecuzione. Molti, con meraviglia e dolore, si rendevano conto che la vittima era stata scelta fra le migliori e più nobili famiglie della Francia. Sui volti dei presenti si potevano leggere lo stupore, l'indignazione, il disprezzo e l'odio. Solo un volto rimaneva sereno: quello di Berquin. I pensieri del martire erano ben lungi da quella scena: egli sentiva solo la presenza del Signore.
Non si attardava a considerare la rozza carretta sulla quale lo avevano issato, i volti corrucciati dei suoi persecutori, la spaventosa morte che lo attendeva. Colui che è morto e che vive nei secoli dei secoli, Colui che ha in mano le chiavi della morte e del soggiorno dei morti, era al suo fianco. Sul volto di Berquin risplendevano la luce e la pace del cielo. Aveva indossato « il suo abito più bello, un vestito di raso e di damasco, calze dorate e un manto di velluto » D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 2, cap. 16. Dato che si accingeva a testimoniare della sua fede al cospetto del Re dei re e dell'intero universo, nessun segno di lutto doveva turbare la sua gioia.
Mentre il corteo si snodava lentamente lungo le vie affollate, la gente notava stupita la pace e la luce di trionfo che il suo sguardo e il suo portamento rivelavano. « Egli è simile », commentavano gli astanti, « a chi siede in un tempio e medita su cose sacre » Wylie, vol. 13, cap. 9.
Salito sul patibolo, Berquin cercò di dire alcune parole ai presenti, ma i frati, temendo per quanto poteva derivarne, coprirono la sua voce con le loro grida, mentre i soldati facevano tintinnare le loro armi così che il clamore soffocò la voce del martire. In tal modo, la più alta autorità letteraria ed ecclesiastica della colta Parigi (la Sorbona) nel 1-529 « diede al popolino del 1793 (Rivoluzione Francese. N. d. T.) il vile esempio di soffocare sul patibolo le parole sacre dei morenti » Ibidem.
Berquin fu strangolato e il suo corpo dato alle fiamme. La notizia della sua morte suscitò vivo dolore fra gli amici della Riforma in tutta la Francia; ma il suo esempio non fu vano: « Anche noi », dichiaravano i testimoni della verità, « siamo pronti ad affrontare la morte con letizia, fissando i nostri sguardi sulla vita avvenire » D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 2, cap. 16.
Durante la persecuzione a Meaux, coloro che insegnavano la fede riformata furono privati della licenza di predicatori e costretti a riparare altrove. Lefevre andò in Germania a Farel ritornò al suo paese natio, nella Francia orientale, per diffondervi la luce della verità. Egli era stato preceduto dalle notizie di quello che avveniva a Meaux, e così la verità che insegnava con fede intrepida trovò molti ascoltatori. Ben. presto le autorità si mossero per farlo tacere, ed egli fu bandito dalla città. Quantunque non potesse più lavorare pubblicamente, egli percorse pianure e villaggi insegnando nelle case private e trovando rifugio nelle foreste e nelle caverne rocciose che tante volte aveva visitato durante l'infanzia. Dio lo preparava per prove maggiori. « Le croci, le persecuzioni, le macchinazioni di Satana di cui sono stato preavvertito non mancano », egli diceva, « anzi sono ancora più severe di quanto io non pensassi. Però Dio è il Padre mio e mi ha sempre dato e sempre mi darà la forza di cui ho bisogno » D'Aubigné, Hístory of the Reformation of the Sixteenth Century, vol. 12, cap. 9.
Come ai giorni degli apostoli, la persecuzione aveva contribuito « a maggiore avanzamento dell'evangelo » Filippesi 1: 12 (D). Scacciati da Parigi e da Meau, « andavano attorno evangelizzando la parola » Atti 8: 4. Così la luce penetrò in molte remote province della Francia.
Dio, intanto, stava preparando altri operai per la sua causa. In una scuola di Parigi c'era un giovane ríflessivo, quieto, che dimostrava di possedere una mente acuta e penetrante. Egli si distingueva per l'irreprensibilità della sua condotta, oltre che per il vigore intellettuale e la devozione religiosa. Il suo genio e la sua applicazione facevano di lui il vanto e l'orgoglio del collegio, tanto che era facile presagire che Giovanni Calvino - questo era il suo nome -sarebbe diventato il più abile e onorato difensore della chiesa. Ma un raggio di luce divina attraversò le tenebre della scolastica e della superstizione che avviluppavano Calvino. Egli udì parlare, rabbrividendo, delle nuove dottrine, e penso che gli eretici erano meritevoli del fuoco nel quale venivano gettati. Nondimeno, del tutto involontariamente egli fu indotto ad affrontare l'eresia e costretto a mettere alla prova la forza della teologia romana per combattere l'insegnamento protestante.
Calvino aveva a Parigi un cugino, Olivetano, che aveva accettato la Riforma. I due si incontravano spesso e discutevano sulle questioni che turbavano il mondo cristiano. « Nel mondo », diceva Olivetano, « ci sono due soli sistemi religiosi: uno comprende le religioni inventate dagli uomini, secondo le quali la creatura si salva mediante le cerimonie e le buone opere; l'altro è la religione rivelata nella Bibbia che insegna all'uomo di cercare la salvezza unicamente dalla grazia gratuita di Dio ».
« Io non voglio avere nulla a che fare con le tue nuove dottrine », replicava Calvino. « Credi tu che io sia vissuto nell'errore tutti i miei giorni? » Wylie, vol. 13, cap. 7.
Nella mente di Calvino erano penetrati dei pensieri che egli non riusciva più a cancellare. Nella solitudine della sua cameretta, egli rifletteva sulle parole del cugino. Sentiva la convinzione del peccato e si vedeva senza intercessore alla presenza di un Giudice santo e giusto. La mediazione dei santi, le buone opere, le cerimonie della chiesa: tutto gli appariva impotente a cancellare il peccato. Scorgeva dinanzi a sé solo tenebre e disperazione eterna. Invano i dottori della chiesa si sforzavano di rassicurarlo; inutilmente ricorreva alla confessione e alla penitenza: nulla riusciva a riconciliare la sua anima con Dio.
Mentre era in preda a queste lotte infruttuose Calvino un giorno si trovò a passare da una piazza dove assisté al rogo di un eretico. Fu colpito dall'espressione di serenità che si leggeva sul volto del martire. In mezzo alle atroci torture di quella' morte spaventosa, e sotto la più terribile condanna della chiesa, questi manifestava una tale fede e un tale coraggio che il giovane studente non poté fare a meno di Paragonare alla disperazione e alle tenebre che non riusciva a vincere in sé, nonostante i suoi sforzi per vivere in stretta ubbidienza alla chiesa. Calvino sapeva che gli eretici basavano la loro fede sulla Bibbia, e decise di studiarla per conoscere il segreto della loro gioia.
Nella Bibbia egli trovò Cristo e gridò: « Padre, il suo sacrificio ha placato la tua ira; il suo sangue ha cancellato la mia impurità; la sua croce ha rimosso la mia condanna; la sua morte ha espiato per me.. Noi avevamo escogitato vane follie, ma tu hai posto la tua Parola dinanzi a me, simile a una torcia, e hai toccato il mio cuore affinché io ritenga abominevole qualunque altro merito che non sia quello di Cristo » MartYn, vol. 3, cap. 13.
Calvino era stato preparato per il sacerdozio e fin dall'età di dodici anni designato come cappellano di una piccola chiesa. Era stato tonsurato dal vescovo, secondo il canone ecclesiastico. Non avendo ancora ricevuto la consacrazione sacerdotale, egli non svolgeva le mansioni di prete, però era, di diritto, membro del clero e percepiva un assegno regolare.
Rendendosi conto ormai di non potere più diventare sacerdote, egli riprese per un po' di tempo gli studi di giurisprudenza; ma li abbandonò poco dopo perché deciso a consacrare la propria vita all'Evangelo. Esitava ancora a diventare un predicatore perché, timido com'era, si sentiva oppresso sotto il peso della responsabilità, derivante da tale posizione. Alla fine, le calde esortazioni dei suoi amici ebbero il sopravvento. « t una cosa meravigliosa », diceva, « che uno di così umile origine sia innalzato a una così grande dignità! » Wylie, vol. 13, cap. 9.
Calvino si mise quietamente all'opera: le sue parole erano come rugiada che rinfresca il suolo. Lasciata Parigi, si recò in una cittadina di provincia, sotto la protezione della principessa Margherita che, amando l'Evangelo, ne proteggeva i discepoli. Calvino, giovane dalle maniere gentili, senza presunzione, cominciò la sua attività visitando le persone nelle loro case. Circondato dai membri- della famiglia, egli leggeva la Bibbia e spiegava la verità relativa alla salvezza. Gli ascoltatori, poi, comunicavano ad altri la lieta novella, e così ben presto Calvino dovette recarsi in altri villaggi e cittadine. Ovunque veniva accolto favorevolmente sia nelle capanne che nei sontuosi castelli, e potè gettare le fondamenta di chiese che in seguito diedero una intrepida testimonianza della verità.
Alcuni mesi più tardi egli si ritrovò a Parigi dove regnava una insolita agitazione nel mondo dei dotti e dei letterati. Lo studio delle lingue antiche aveva richiamato l'attenzione sulla Bibbia e molti, il cui cuore non era stato toccato dalla grazia, discutevano animatamente la verità e combattevano perfino i campioni del romanesimo. Calvino, sebbene fosse un polemista abile nel campo della controversia religiosa, aveva da compiere una missione più importante di quella che interessava quei turbolenti scolastici. Gli spiriti erano agitati, e il momento pareva adatto per la presentazione della verità. Mentre le aule universitarie echeggiavano dei clamori delle dispute teologiche, Calvino andava di casa in casa spiegando le Scritture e parlando di Cristo crocifisso.
Nella provvidenza di Dio Parigi doveva ricevere un nuovo invito ad accettare l'Evangelo. L'appello di Lefevre e di Farel era stato respinto, pero il messaggio doveva essere ancora predicato nella capitale a ogni categoria di Persone. Il re, in seguito a considerazioni di carattere politico, non si era ancora pienamente schierato con Roma contro la Riforma. Sua sorella, la principessa Margherita, che nutriva sempre la speranza di vedere il Protestantesimo trionfare in Francia, volle che la fede riformata venisse predicata a Parigi. In assenza del re, ella diede ordine a un pastore protestante di predicare nelle chiese della città. La cosa non fu permessa dalle autorità ecclesiastiche e la principessa, allora, fece aprire le porte del palazzo reale. Un appartamento venne adibito a cappella, e fu annunciato che ogni giorno a una certa ora sarebbe stato predicato un sermone al quale tutti erano invitati, senza alcuna distinzione di ceto. Una vera folla partecipò alla riunione; non solo la cappella, ma anche le anticamere e i vestiboli erano pieni di gente. Ogni giorno affluivano migliaia di persone: nobili, uomini di stato, avvocati, mercanti, artigiani. Il re, anziché proibire queste adunanze, diede ordine che fossero aperte due chiese di Parigi. Mai prima di allora la città era stata cosi scossa dalla Parola di Dio. Lo Spirito di vita sembrava aleggiare sul popolo. La temperanza, la purezza, l'ordine e l'attività prendevano il posto dell'ubriachezza, della licenziosità, dei tumulti e dell'ozio.
Le autorità ecclesiastiche, però, non se ne stettero inattive. Poiché il re non voleva intervenire per mettere fine alla predicazione, esse ricorsero alla plebaglia. Nessun mezzo fu risparmiato per suscitare timori, pregiudizi e fanatismo in seno a quelle moltitudini ignoranti e superstiziose. Cedendo ciecamente ai suoi falsi dottori, Parigi - come l'antica Gerusalemme - non conobbe il tempo della sua visitazione, né le cose che appartenevano alla sua pace. Nella capitale, la Parola di Dio fu predicata per due anni. Molti accettarono il Vangelo, ma la' maggior parte del popolo lo respinse. Francesco era stato tollerante solo per scopi personali, e così i papisti riuscirono a esercitare nuovamente su di lui il loro ascendente, col risultato che le chiese furono chiuse e il patibolo venne di nuovo eretto.
Calvino era ancora a Parigi dove, pur continuando a diffondere la luce intorno a sé, si preparava all'attività futura mediante lo studio, la meditazione e la preghiera. Segnalato alle autorità ecclesiastiche, fu condannato al rogo. Ritenendosi sicuro nel suo rifugio, egli ignorava il pericolo che lo minacciava. Se ne rese conto solo quando i suoi amici fecero irruzione nella sua stanza per avvertirlo che la polizia veniva ad arrestarlo. Proprio in quel momento di udì bussare vigorosamente al portone di casa. Non c'era tempo da perdere. Mentre alcuni amici cercavano di temporeggiare con gli agenti che stavano alla porta, altri aiutarono il riformatore a calarsi dalla finestra. Calvino si diresse rapidamente verso i sobborghi della città, entrò in casa di un operaio amico della Riforma, si fece dare un vestito, si mise una gerla sulle spalle e proseguì la sua fuga verso il sud dove trovò rifugio negli stati della principessa Margherita (Vedi D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 2, cap. 30).
Grazie alla protezione di amici potenti, egli vi rimase alcuni mesi consacrandosi come prima allo studio. Il suo cuore, però, era ormai legato all'evangelizzazione della Francia, e così sentì di non poter rimanere più a lungo inoperoso. Non appena la tempesta si fu un poco calmata, Calvino cercò un nuovo campo di lavoro a Poitiers dove c'era una università e dove le nuove idee erano state accolte favorevolmente. Gente di ogni ceto ascoltava con letizia l'Evangelo. In assenza di un luogo pubblico per la predicazione, Calvino esponeva le parole di vita eterna a quanti desideravano ascoltarle, o in casa del magistrato della città o in casa propria o in un giardino pubblico. In seguito al costante aumento del numero degli ascoltatori, fu stimato più prudente riunirsi fuori città. Una caverna situata sul fianco di una gola stretta e profonda, nascosta da alberi e da rocce, fu scelta come luogo di raduno. La gente usciva di città a piccoli gruppi e, seguendo vie diverse, si dava convegno in quel posto, dove veniva letta e spiegata la Parola di Dio. Fu lì che i protestanti della Francia celebrarono per la prima volta la Santa Cena. Da quella piccola chiesa uscirono non pochi fedeli evangelisti.
Ancora una volta Calvino ritornò a Parigi, perché non poteva rinunciare alla speranza di vedere la Francia accettare la Riforma. Purtroppo trovò quasi tutte le porte chiuse, poiché insegnare il Vangelo significava imboccare la via che conduceva direttamente al rogo. Alla fine, egli decise di recarsi in Germania. Aveva appena lasciato la patria che la tempesta si abbatté sui protestanti francesi. Se egli fosse rimasto, quasi sicuramente sarebbe perito nella strage generale.
I riformati francesi, ansiosi di vedere il loro paese procedere di pari passo con la Germania e con la Svizzera, avevano deciso di infliggere un violento colpo alle superstizioni di Roma e di scuotere in tal modo l'intera nazione. Una notte in tutta la Francia vennero affissi dei cartelli che attaccavano la messa. Questo gesto inconsulto, lungi dal contribuire al progresso della Riforma, risultò dannoso non solo a chi lo aveva ideato, ma anche agli amici della Riforma in tutto il paese. Esso fornì al cattolici il pretesto per chiedere la totale distruzione degli eretici, considerati agitatori pericolosi per la stabilità del trono e per la pace della nazione.
Una mano ignota -quella di un amico indiscreto o di un perfido nemico, non si poté mai appurare- attaccò uno di questi cartelli sulla porta della camera del re. Il monarca ne rimase inorridito: quel foglio -attaccava violentemente una superstizione venerata per secoli. L'incredibile ardire che osava introdurre quelle offensive dichiarazioni addirittura nell'intimità della dimora reale, suscitò l'ira del sovrano. Nella sua costernazione, egli rimase muto per un attimo, fremente di collera; quindi pronunciò le terribili parole: « Siano presi tutti indistintamente coloro che sono sospetti di luteresia. Voglio sterminarli tutti! » Idem, vol. 4, cap. 10. Il dado era tratto: il re aveva deciso: si era schierato dalla parte di Roma!
Furono prese immediatamente delle misure per l'arresto di ogni luterano di Parigi. Un povero artigiano, aderente alla fede riformata, che si era preso l'incarico di convocare i credenti alle assemblee segrete, fu obbligato -sotto la minaccia di morte sul rogo- di accompagnare l'emissario del papa nelle case di tutti i protestanti della città. A quella terribile richiesta egli fremette di orrore, ma alla fine il timore del rogo ebbe il sopravvento, ed egli accondiscese a tradire i suoi fratelli. Preceduto dall'ostia, circondato da uno stuolo di preti, di portatori d'incenso, di frati e di soldati, Morin, poliziotto reale, accompagnato dal traditore, percorse lentamente e in silenzio le vie di Parigi. Ostentatamente, la manifestazione era in onore del « santo sacramento », come atto di espiazione per l'offesa recata dai protestanti alla messa. Questo pretesto, però, celava un proposito omicida. Giunto dinanzi alla casa di un luterano, il traditore faceva un segno. La processione si fermava e gli abitanti della casa in oggetto venivano incatenati. Dopo di che il corteo riprendeva il suo cammino verso altre vittime. « Non risparmiarono nessuna abitazione, piccola o grande che fosse, e neppure i collegi dell'università di Parigi... Morin faceva tremare tutta la città... Era il regno del terrore » Ibedim.
Le vittime furono messe a morte dopo crudeli torture, in quanto era stato dato ordine che il fuoco fosse mantenuto basso per prolungare l'agonia. Esse, però, morirono eroicamente: la loro fermezza rimase inalterata e la loro pace non fu scossa. I persecutori, incapaci di vincere quell'inflessibile costanza, si sentirono sconfitti. « I patiboli erano stati disseminati per tutti i quartieri di Parigi, e i condannati venivano arsi in giorni successivi nell'intento di disseminare maggiormente il terrore dell'eresia. Eppure, alla fine, l'ultima parola rimase al Vangelo, perché tutti ebbero modo di vedere che tipo di persone le nuove opinioni producevano. Non c'era pulpito paragonabile al rogo dei martiri. La serena gioia che illuminava i loro volti mentre si avviavano... al luogo del supplizio, il loro eroismo mentre erano in mezzo alle fiamme divampanti, il loro mansueto perdono delle ingiurie subìte valsero in molti casi a trasformare l'ira in pietà, l'odio in amore e a parlare con irresistibile eloquenza in favore del Vangelo » Wylie, vol. 13, cap. 20.
I sacerdoti, per esasperare l'opinione pubblica, facevano circolare le più terribili accuse contro i protestanti, i quali venivano accusati di complottare il massacro dei cattolici, di voler rovesciare il governo e perfino di voler uccidere il re. Nessuna prova, seppure minima, poteva essere addotta a sostegno di tali affermazioni; nondimeno quelle profezie di sventura si sarebbero adempiute, sia pure in circostanze diverse e per cause di ben altra natura. Le crudeltà subìte dagli innocenti protestanti per mano dei cattolici purtroppo accumularono un peso di retribuzioni che alcuni secoli dopo provocarono la tragedia che era stata predetta come imminente e che travolse il re, il governo e i sudditi. Essa fu provocata dagli increduli e, in certo modo, dagli stessi cattolici. Non fu lo stabilimento del protestantesimo, ma la sua soppressione che trecento anni più tardi doveva attirare sulla Francia quelle calamità.
Il sospetto, la sfiducia, il terrore pervasero tutte le classi sociali. In mezzo all'allarme generale si notò quale profonda presa avesse avuto l'insegnamento luterano sulle menti di uomini che si distinguevano sia per cultura che per prestigio, oltre che per eccellenza di carattere. All'improvviso erano rimasti vacanti dei posti di fiducia e di onore, perché se ne erano andati via artigiani, tipografi, studiosi, professori di università e uomini di corte. A centinaia erano fuggiti da Parigi scegliendo la via del volontario esilio e rivelando, così, di essere favorevoli alla fede riformata. I cattolici si guardavano attorno sorpresi di avere avuto in mezzo a loro, senza saperlo, degli eretici. La loro ira si sfogò su vittime meno illustri che cadevano in loro potere. Le prigioni erano affollate e l'aria sembrava oscurata dal fumo dei roghi accesi per i confessori del Vangelo.
Francesco I si era gloriato di essere alla testa del grande movimento di risveglio culturale che aveva segnato l'inizio del sedicesimo secolo, e si era compiaciuto di accogliere a corte letterati di ogni paese. Al suo amore per la cultura e al suo disprezzo per l'ignoranza e la superstizione dei frati era dovuta, almeno in parte, la sua tolleranza nei confronti della Riforma. Ora, però, che si era acceso in lui lo zelo contro l'eresia, questo « patrono del sapere » emanò un decreto che aboliva la stampa in tutta la Francia. Francesco I ci offre uno dei tanti esempi che rivelano come la cultura intellettuale non sia una salvaguardia contro l'intolleranza religiosa e la persecuzione.
La Francia, con una solenne cerimonia pubblica, annunciava la propria determinazione di estirpare il Protestantesimo. I sacerdoti chiedevano che l'affronto subìto dal cielo in seguito agli attacchi diretti alla messa fosse lavato con sangue e che il re, a nome del popolo, annunciasse pubblicamente questa barbara iniziativa.
Il rito fu fissato per il 21 gennaio 1535. Il timore superstizioso e l'odio fanatico di tutta la nazione erano stati sollecitati, e Parigi quel giorno era affollata da grandi moltitudini provenienti dalle località convicine. La giornata sarebbe stata inaugurata con una imponente processione. « Le case situate lungo il percorso seguito dal corteo erano ornate di drappi a lutto, mentre qua e là per le vie sorgevano degli altari ». Dinanzi a ogni porta c'era una torcia accesa in onore del santo sacramento. Il corteo si formò al palazzo reale, allo spuntare del giorno. « Prima venivano le bandiere e le croci delle varie parrocchie, poi i cittadini a due a due con delle torce in mano ». Seguivano i quattro ordini dei frati, ognuno col suo saio particolare. Veniva, quindi, una imponente collezione di famose reliquie e subito dopo seguiva una schiera di alti prelati ammantati di porpora e di scarlatto, adorni di gioielli scintillanti.
« L'ostia era portata dal vescovo di Parigi sotto un magnifico baldacchino... sorretto da quattro principi di sangue... Dopo l'ostia vi era il re, a piedi... Francesco I quel giorno non cingeva la corona, né indossava l'abito reale. A capo scoperto, con gli occhi bassi, con in mano un cero acceso, il re di Francia appariva come un penitente » Idem, vol. 13, cap. 21. Egli si prosternava dinanzi a ogni altare, non per i propri vizi, non per il sangue innocente che macchiava le sue mani, ma per il grave peccato che i suoi sudditi avevano commesso condannando la messa. Dopo di lui venivano la regina e i dignitari della nazione, anch'essi a due a due, con in mano una torcia accesa.
Il programma di quel giorno comprendeva anche un discorso del monarca alle alte cariche dello stato, tenuto nella grande sala del palazzo vescovile. Il re si presentò col volto abbattuto e, con parole di commossa eloquenza, deplorò « il delitto, la bestemmia, il giorno di ambascia e di dolore » che si erano abbattuti sulla nazione. Indi rivolse un vibrante appello a ogni fedele suddito perché si adoperasse per estirpare l'eresia pestilenziale che minacciava la rovina del paese. « Signori », egli disse, « com'è vero che io sono il vostro re, se io sapessi che uno degli organi del mio corpo è macchiato e infettato da questa detestabile corruzione, vi inviterei a reciderlo... Dirò di più: se io sapessi che uno dei miei figli è contaminato da essa, non lo risparmierei... lo stesso ve lo consegnerei perché venisse sacrificato a Dio ». Le lacrime soffocarono le sue parole e tutta l'assemblea, piangendo, esclamò concorde: « Noi vivremo e morremo per la religione cattolica! » D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 4, cap. 12.
Terribili erano le tenebre scese sulla nazione che aveva respinto la luce della verità. « La grazia salutare di Dio » era apparsa; ma la Francial dopo àverne contemplato la potenza e la santità, dopo che migliaia dei suoi figli erano stati attratti dalla sua divina bellezza, dopo che città e villaggi erano stati rischiarati dal suo radioso fulgore, se ne era distolta e aveva preferito le tenebre alla luce. Avendo respinto il dono celeste che le veniva offerto, aveva chiamato il male bene e il bene male, col risultato che la gente aveva finito col rimanere vittima della propria seduzione. Essa poteva, è vero, credere di compiere la volontà di Dio perseguitandone il popolo; ma questa sua sincerità non diminuiva affatto la sua colpa in quanto essa aveva deliberatamente rigettato la luce che avrebbe potuto salvarla dall'inganno e sottrarla alla responsabilità del sangue versato.
Nella grande cattedrale, dove tre secoli più tardi sarebbe stato innalzato il culto alla « Dea Ragione » da parte di un popolo che aveva abbandonato l'Iddio vivente, fu pronunciato il solenne giuramento di estirpare l'eresia. La processione si ricompose e i rappresentanti della Francia misero mano all'opera che si erano impegnati a compiere. « A breve distanza l'uno dall'altro furono eretti dei patiboli sui quali i cristiani protestanti sarebbero stati arsi vivi, e si fece in modo che il rogo venisse acceso proprio nel momento in cui il re si avvicinava perchél in tal modo, la processione potesse sostare e assistere al supplizio » Wylie, vol. 13, cap. 21. I particolari delle torture ínflitte a questi testimoni della verità sono troppo crudi per essere qui descritti; ad ogni modo nessuna delle vittime tentennò. Invitata ad abiurare, una di esse rispose: « lo credo solo a quello che hanno predicato i profeti e gli apostoli e a quello che hanno creduto i santi. La mia fede si fonda su Dio, il quale vincerà tutte le potenze dell'inferno » D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 4, cap. 12.
La processione si fermò successivamente nei vari luoghi di tortura e quindi, giunta al punto dove si era formata -il palazzo reale- si sciolse. Mentre la folla si disperdeva, il re e i prelati si ritirarono, congratulandosi che l'opera cominciata sarebbe stata proseguita fino alla totale eliminazione dell'eresia.
L'Evangelo della pace che la Francia aveva respinto doveva essere completamente sradicato, con le terribili conseguenze che ne sarebbero derivate. Il 21 gennaio 1793, duecentocinquantotto anni dal giorno in cui la nazione si era pronunciata per la persecuzione dei riformati, un'altra processione, mossa da motivi ben diversi, attraversava le vie di Parigi. « Ancora una volta il re ne costituiva la figura principale e ancora una volta urla e tumulto erano all'ordine del giorno; ancora una volta la giornata doveva concludersi con sanguinose esecuzioni: Luigi XVI, dibattendosi in mezzo ai carcerieri e ai carnefici, veniva trascinato a viva forza verso il ceppo dal quale, di lì a poco, la sua testa recisa dalla mannaia sarebbe rotolata sulla piattaforma del patibolo » Wylie, vol. 13, cap. 2 l. Il re non fu la sola vittima: press'a poco in quello stesso posto, durante il regno del terrore, oltre duemilaottocento vittime caddero, decapitate dalla ghigliottina.
La Riforma aveva offerto al mondo una Bibbia aperta, sottolineando i precetti della legge di Dio e additando alle coscienze le sue giuste esigenze. L'Amore infinito aveva rivelato agli uomini i princìpi e gli statuti del cielo dicendo: « Le osserverete dunque e le metterete in pratica; poiché quella sarà la vostra sapienza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: Questa grande nazione è il solo popolo savio e intelligente!" » Deuteronomio 4: 6. Quando la Francia respinse il dono celeste, gettò il seme dell'anarchia e della rovina, con le inevitabili conseguenze che furono le caratteristiche della Rivoluzione e del regno del terrore.
Molto tempo prima della persecuzione provocata dai manifesti contro la messa, il prode e zelante Farel era stato costretto ad abbandonare la sua terra natia e a rifugiarsi in Svizzera, dove unì le sue forze a quelle di Zuinglio contribuendo, in questo modo, a far pendere il piatto della bilancia dalla parte della Riforma. Egli trascorse molti anni in terra elvetica pur continuando a esercitare un notevole influsso sulla Riforma in Francia. Durante i primi anni dell'esilio, i suoi sforzi si concentrarono sulla diffusione del Vangelo in patria. Per questo motivo trascorse non poco tempo predicando fra i suoi connazionali che abitavano vicino alla frontiera, aiutandoli nella lotta in favore della verità con parole di incoraggiamento e consigli opportuni. condiuvato da altri esuli, egli provvìde alla traduzione in lingua francese degli scritti dei riformatori tedeschi. Questi scritti, una volta stampati furono largamente diffusi insieme con la Bibbia in francese dai colportori, i quali li acquistavano a un prezzo ridotto e potevano, col beneficio ricavato dalla vendita, proseguire l'opera.
Farel aveva intrapreso la sua attività in Svizzera in qualità di semplice insegnante. Stabilitosi in una parrocchia fuori mano, si era dato all'istruzione dei fanciulli. Oltre alle comuni materie di insegnamento, egli introdusse con cautela le verità bibliche nella speranza di poter raggiungere i genitori tramite i bambini. Alcuni, infatti, accettarono la dottrina, ma i preti si intromisero per arginare la sua opera, sobillando gli abitanti di quella zona superstiziosa e istigandoli contro di lui. « Quello non può essere l'Evangelo di Cristo », dicevano i sacerdoti, « in quanto la sua predicazione non reca la pace, ma la guerra » Wylie, vol. 14, cap. 3. Come i primi discepoli, egli, perseguitato in una località, si recava in un'altra. Di villaggio in villaggio e di città in città Farel proseguiva, viaggiando a piedi, soffrendo la fame, il freddo, la stanchezza, e tutto ciò a rischio della propria vita. Egli predicava sulle piazze dei mercati, nelle chiese, talvolta dal pulpito di una cattedrale. Certe volte la chiesa era quasi priva di uditori, altre volte la sua predicazione era interrotta da urli e da motteggi. Non di rado fu strappato con violenza dal pulpito, e più di una volta preso dalla folla e percosso quasi a morte. Nondimeno, egli continuò la sua missione. Sebbene spesso respinto, ritornava alla carica con instancabile perseveranza, ed ebbe la gioia di vedere l'una dopo l'altra città e villaggi, che un tempo erano state delle fortezze del papato, aprire le porte al Vangelo. La piccola parrocchia dove egli aveva cominciato la sua attività accettò la fede riformata. Le città di Morat e di Neuchátel rinunciarono ai riti di Roma e tolsero dalle loro chiese le immagini idolatriche.
Farel aveva a lungo desiderato piantare a Ginevra il vessillo protestante. Quella città, se conquistata, sarebbe stata un centro per la Riforma in Francia, in Svizzera e in Italia. Con questo progetto nella mente, egli aveva proseguito la sua opera fino a che numerosi villaggi e cittadine circostanti avevano accettato la verità. Alla fine si recò a Ginevra con un solo compagno, ma vi poté predicare due soli sermoni. I preti, non essendo riusciti a farlo condannare dalle autorità civili, lo invitarono a presentarsi dinanzi al concilio ecclesiastico al quale essi parteciparono con armi nascoste sotto le tuniche, decisi a togliergli la vita. Fuori della sala si era raccolta una folla tumultuosa, armata di bastoni e di spade per ucciderlo qualora egli fosse riuscito a sottrarsi al concilio. Fu salvato per la presenza dei magistrati e di una schiera di soldati. L'indomani mattina, molto presto, Farel fu condotto, insieme col suo amico, sull'altra riva del lago, in un luogo sicuro. Ebbe così fine il suo primo tentativo di evangelizzare Ginevra.
Per il secondo tentativo fu scelto uno strumento più modesto: Froment, un giovane dall'apparenza tanto umile che fu accolto freddamente perfino dagli amici della Riforma. Che cosa avrebbe potuto fare, là dove Farel era stato respinto? Come avrebbe potuto, uno come lui con poca esperienza e relativo coraggio, affrontare la tempesta davanti alla quale il più forte e il più valoroso era stato costretto a fuggire? « Non per potenza né per forza, ma per lo spirito mio, dice l'Eterno degli eserciti », Zaccaria 4: 6. « Ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; e Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti... poiché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini » 1 Corinzi 1: 27, 25.
Froment cominciò la sua opera come maestro di scuola. Le verità che egli insegnava ai fanciulli erano da essi riferite a casa, e ben presto i genitori vennero per udire la spiegazione della Bibbia. Non passò molto tempo che l'aula scolastica fu gremita di attenti ascoltatori. Molte copie del Nuovo Testamento e opuscoli vennero distribuiti gratuitamente e messi nelle mani di chi non aveva avuto il coraggio di recarsi ad ascoltare le nuove dottrine. Dopo un po' anche questo predicatore dovette fuggire, ma ormai la verità da lui insegnata aveva fatto breccia nella mente del popolo. La Riforma era stata impiantata e andò sempre più rafforzandosi ed estendendosi. I predicatori ritornarono, e per la loro attività il culto protestante finì con lo stabilirsi anche a Ginevra.
La città si era già dichiarata per la Riforma, quando' Calvino dopo vari viaggi e peripezie ne varcò la porta. Di ritorno -da una visita al suo paese natio, egli era diretto a Basilea. Saputo che la via che vi conduceva direttamente era occupata dalle truppe di Carlo V, egli fu costretto a fare un lungo giro che lo Portò a Ginevra.
In questa visita Farel riconobbe la mano di Dio. Sebbene Ginevra avesse accettato la fede riformata, nondimeno rimaneva da compiere ancora un grande lavoro. Gli uomini si convertono a Dio individualmente e non in massa, per cui l'opera della rigenerazione deve compiersi nei singoli cuori e nelle singole coscienze, mediante l'azione dello Spirito Santo e non già in base ai decreti dei concili. Gli abitanti di Ginevra, pur avendo rigettata l'autorità di Roma, non erano ancora pronti a rinunciare ai vizi fioriti durante il suo dominio. Stabilirvi i puri princìpi del Vangelo e preparare la gente a occupare degnamente il posto al quale la Provvidenza la chiamava, non era un'impresa facile.
Farel sapeva di poter trovare in Calvino un uomo che lo avrebbe potuto affiancare in quest'opera, e scongiurò il giovane evangelista, nel nome di Dio, di rimanere a Ginevra per svolgervi la sua attività. Calvino ne rimase allarmato. Timido per natura, amante della quiete, rifuggiva il contatto con lo spirito ardito, indipendente e perfino violento dei ginevrini. D'altra parte, la sua salute cagionevole e le sue abitudini di studio lo inducevano a starsene appartato. Inoltre, egli stimava di poter meglio servire la Riforma con la sua penna, e quindi desiderava avere un rifugio tranquillo dove poter studiare in pace e di là, per mezzo della stampa, istruire ed edificare le chiese. Il solenne ammonimento di Farel, però, gli giunse come una chiamata del cielo ed egli, allora, non osò rifiutare. Gli parve « che la mano di Dio si stendesse fino a lui per afferrarlo e stabilirlo irrevocabilmente proprio in quel luogo che egli, invece, era tanto impaziente di lasciare » D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 9, cap. 17.
A quel tempo la causa protestante era minacciata da molti pericoli: gli anatemi papali tuonavano contro Ginevra e molte nazioni potenti ne meditavano la distruzione. Quella piccola città come avrebbe potuto resistere a una potenza che non di rado aveva indotto alla sottomissione re e imperatori? Come avrebbe potuto resistere agli eserciti dei più grandi conquistatori del mondo?
In tutto il mondo cristiano, il Protestantesimo era avversato da nemici minacciosi. Dopo i primi trionfi della Riforma, Roma aveva messo insieme nuove forze nell'intento di annientarla. Fu in quell'epoca che nacque l'ordine dei gesuiti, che si dimostrò il più crudele, il più privo di scrupoli e il più potente fra i campioni del papato. Alieni da ogni legame' terreno, da ogni interesse personale, sordi ai richiami degli affetti naturali, con la coscienza e la ragione messi a tacere, essi ignoravano qualsiasi regola e vincolo che non fossero quelli del loro ordine, non conoscevano altro dovere se non quello di estenderne il potere.(17) Il Vangelo di Cristo aveva messo i suoi aderenti in condizione di affrontare i pericoli, di sopportare le sofferenze, di sfidare il gelo, la fame, i disagi, la povertà pur di tenere alta la bandiera della verità anche di fronte al patibolo, al carcere, al rogo. Il gesuitismo infondeva nei suoi adepti un fanatismo tale da indurli ad affrontare analoghi pericoli e a opporre alla potenza della verità tutte le armi dell'inganno. Per loro non esisteva delitto troppo grande, inganno troppo grave, atteggiamento troppo difficile da assumere. Votati alla povertà e all'umiltà perpetue, era loro- deliberato proposito assicurarsi la ricchezza e il potere per servirsene contro il Protestantesimo e a favore del ristabilimento della supremazia papale.
Quando si presentavano nella loro veste ufficiale di membri del loro ordine, essi assumevano un'aria di santità, visitavano le carceri, gli ospedali, si occupavano degli ammalati e dei poveri, dimostravano di avere rinunciato al mondo e portavano il sacro nome di Gesù, il quale andava attorno facendo del bene. Però, sotto l'ineccepibile manto che li avvolgeva, si celavano i più criminosi e micidiali propositi. Principio fondamentale dell'ordine era: il fine giustifica i mezzi. Grazie a questo principio, la menzogna, il furto, lo spergiuro, l'assassinio non solo erano perdonabili, ma addirittura raccomandabili, se contribuivano all'interesse della chiesa. In vari modi i gesuiti ascendevano alle alte cariche dello stato riuscendo a diventare consiglieri dei re e dirigendo la politica delle nazioni. Essi si facevano servi per poter spiare i padroni; stabilivano dei collegi per i figli dei principi e dei nobili; delle scuole per il popolo, affinché i figli dei protestanti fossero indotti all'osservanza dei riti papali. Tutta la pompa esteriore e lo sfarzo del culto romano erano intesi a confondere le menti, a colpire e conquistare l'immaginazione per modo che la libertà, in favore della quale i padri si erano battuti e avevano sparso il loro sangue, fosse tradita dai figli. I gesuiti si sparsero rapidamente per l'Europa, e ovunque andarono si assisteva a un risveglio del papato.
Per accrescere la loro potenza, fu emessa una bolla che ristabiliva l'Inquisizione.(18) Nonostante la generale avversione per essa perfino nei paesi cattolici, questo terribile tribunale fu nuovamente istituito dai governanti papali, e nei segreti sotterranei furono consumate atrocità troppo orribili per poter affrontare la luce del sole. In molti paesi migliaia e migliaia di persone che costituivano il fior fiore della nazione, i più puri e nobili, i più colti e intelligenti, i pastori devoti e pii, i cittadini patriottici e industriosi, intellettuali e scienziati illustri, artisti di talento furono messi a morte, oppure costretti a fuggire in altri paesi.
Tali erano i mezzi escogitati da Roma per estinguere la luce della Riforma, per sottrarre agli uomini la Bibbia, per ripristinare l'ignoranza e la superstizione dei secoli oscuri. Però, per la benedizione di Dio e per l'attività di quegli uomini nobili e generosi da lui suscitati per succedere a Lutero, il Protestantesimo non fu sopraffatto. Non già per il favore dei principi o delle armi temporali, ma per la stessa sua forza. I paesi più piccoli, le nazioni più deboli e umili divennero dei baluardi: la piccola Ginevra, situata in mezzo a nemici potenti che ne'complottavano la distruzione; l'Olanda, sui suoi banchi di sabbia del mare del Nord, che lottava contro la tirannia spagnola, allora il più grande e opulento dei regni; la modesta e sterile Svezia: tutte conseguirono la vittoria per la Riforma.
Per circa trent'anni Calvino lavorò a Ginevra, prima per stabilirvi una chiesa che aderisse alla moralità biblica, poi per incrementare la propagazione della Riforma in tutta l'Europa. Il suo comportamento come autorità cittadina non fu del tutto scevro da difetti, e le sue dottrine non furono prive di errori. Nondimento, egli fu un valido strumento per la proclamazione di verità che, specie per quell'epoca, erano di particolare importanza; come pure per la difesa e l'affermazione dei princìpi del Protestantesimo contro la riaffiorante autorità papale; nonché per l'incremento in seno alle chiese riformate della semplicità e della purezza di vita in sostituzione dell'orgoglio e della corruzione che si erano andati sviluppando dagli insegnamenti di Roma.
Da Ginevra partirono pubblicazioni e predicatori per diffondere le dottrine riformate. A questo punto, i perseguitati di ogni paese chiedevano direttive, consigli e incoraggiamenti. La città di Calvino divenne un rifugio per i riformatori perseguitati di tutta l'Europa occidentale. Sfuggendo alle paurose tempeste che per secoli si susseguirono, i fuggiaschi giungevano alle porte di Ginevra affamati, feriti, senza casa, senza famiglia e venivano accolti calorosamente e assistiti con amore fraterno. Trovata così una nuova patria, essi la beneficarono con la loro abilità, il loro sapere, la loro pietà. Molti, in un secondo tempo, ritornarono ai loro paesi, determinati a resistere alla tirannia di Roma. Giovanni Knox, il prode riformatore scozzese; non pochi puritani britannici; i protestanti di Olanda e di Spagna; gli ugonotti di Francia: tutti portarono da Ginevra la fiaccola della verità per fugare le tenebre esistenti nelle loro terre natie.


 
Capitolo 13

L'Olanda e la Scandinavia Scosse dalla Riforma


Olanda la tirannia papale suscitò, già in epoche remote, una vibrata protesta. Settecento anni prima di Lutero, due vescovi mandati come ambasciatori a Roma si resero conto del vero carattere della « santa sede » e non esitarono a rivolgere al pontefice delle parole dure: « Dio ha dato alla chiesa, sua regina e sposa, una nobile ed eterna dote per sé e per la sua famiglia; dote immarcescibile e incorruttibile: uno scettro e una corona imperituri... Tu ti appropri di questi vantaggi come un ladro. Siedi nel tempio di Dio, ma anziché pastore delle pecore sei diventato un lupo... Vorresti far credere di essere il vescovo supremo e ti comporti da tiranno... Ti autodefinisci servo dei servi e cerchi di diventare signore dei signori... Richiami il disprezzo sui comandamenti di Dio... t lo Spirito Santo che edifica le chiese ovunque esse esistono... La città del nostro Dio, della quale noi siamo cittadini, abbraccia tutte le regioni ed è più grande della città che i santi profeti hanno chiamato Babilonia, che si dice di origine divina, che si innalza fino al cielo, che pretende di avere una saggezza immortale e che afferma di non avere mai sbagliato, di non poter mai errare » Gerard Brandt, History of the Reformation in and about the Low Countries, vol. 1, p. 6.
Di secolo in secolo questa protesta fu ripetuta da quei primi predicatori, del tipo dei missionari valdesi, che attraversando vari paesi, conosciuti sotto diversi nomi, diffondevano dappertutto la conoscenza del Vangelo. Penetrati in Olanda, la loro dottrina si propagò rapidamente. La Bibbia valdese fu tradotta in versi nella lingua olandese. La sua superiorità - si diceva -consisteva nel fatto che « essa non conteneva né facezie, né favole, né frivolezze, né inganni, ma solo parole di verità. Vi si trovava qua e là, è vero, qualche scorza un po' dura a spezzare, però la dolcezza del suo contenuto buono e santo era facile da scoprire » Idem, vol. 1, p. 14. Così scrivevano nel dodicesimo secolo gli amici della fede antica.
Fu intorno a quell'epoca che ebbero inizio le persecuzioni di Roma. Nonostante i roghi e la tortura, i credenti aumentavano di numero e dichiaravano con intrepida fermezza che la Bibbia è l'unica e infallibile autorità in materia di religione e che « nessuno dovrebbe essere obbligato a credere, ma dovrebbe essere conquistato dalla predicazione » Martyn, vol. 2, p. 87.
Gli insegnamenti di Lutero trovarono in Olanda un terreno propizio: uomini zelanti e fedeli si misero a predicare l'livellatelo. Da una provincia di questa nazione uscì Menno Simons. Nato e cresciuto buon cattolico, ordinato sacerdote, egli ignorava totalmente la Bibbia e non voleva neppure leggerla per tema di essere trascinato all'eresia. Quando dei dubbi intorno alla dottrina della transustanziazione affioravano nella sua mente, egli li considerava tentazioni di Satana, e si sforzava di allontanarli ricorrendo alla preghiera e alla confessione. Ma tutto era inutile. Cercava, allora, di far tacere la voce ammonitrice della coscienza partecipando a scene di dissipazione. Anche questo, però, inutilmente. Alla fine si mise a studiare il Nuovo Testamento e questo, unito con gli scritti di Lutero, lo spinse ad accettare la fede riformata. Poco dopo fu testimone, in un villaggio vicino, della decapitazione di un uomo reo di essersi fatto ribattezzare. Menno studiò la Bibbia per sapere quello che essa insegnava riguardo al battesimo dei neonati, e non solo non vi trovò alcuna prova a favore, ma scoprì che le condizioni indispensabili per essere battezzati sono il pentimento e la fede.
Menno abbandonò la chiesa romana e consacrò la propria vita all'insegnamento della verità che aveva accettato. In Germania e in Olanda era sorto un gruppo di fanatici che sostenevano dottrine assurde, indecenti e sediziose. Essi non esitavano a ricorrere alla violenza e all'insurrezione. Menno vide a quali terribili conseguenze avrebbero condotto questi insegnamenti estremisti, e vi si oppose con tutte le forze, lavorando con entusiasmo e con ottimi, risultati fra le vittime di questi « illuminati », come anche in seno ai cristiani antichi, discendenti della propaganda valdese.
Per venticinque anni egli viaggiò accompagnato dalla moglie e dai figli, affrontando fatiche e privazioni, spesse volte rischiando la vita. Percorse l'Olanda e la Germania settentrionale lavorando principalmente fra le classi povere ed esercitando un considerevole influsso. Eloquente per natura, sebbene fosse di cultura limitata, fu uomo di incorruttibile rettitudine. Umile, di modi gentili, di sincera e sentita pietà, Menno esemplificava nella propria vita i precetti che insegnava, e ciò gli attirava la fiducia di quanti lo avvicinavano. I suoi discepoli, oppressi e dispersi, ebbero molto da soffrire per il fatto che venivano confusi con i fanatici di Münster. Ma i suoi tentativi determinarono un gran numero di conversioni.
In nessun paese le dottrine riformate furono così generalmente accolte come in Olanda. Però, in pochi paesi i loro aderenti ebbero a soffrire più tremende persecuzioni. In Germania, Carlo V aveva bandito la Riforma, e sarebbe stato felice di portare tutti i suoi aderenti sul patibolo; ma i principi avevano innalzato una barriera contro la sua tirannia. In Olanda, dove la sua potenza era maggiore, gli editti di persecuzione si susseguivano gli uni agli altri. Leggere la Bibbia, ascoltarne la lettura, predicarla, parlarne era motivo sufficiente per incorrere nella pena di morte. Pregare Dio in segreto, non prostrarsi dinanzi a una immagine, cantare un salmo: tutto ciò era passibile di morte. Perfino coloro che abiuravano i loro errori venivano condannati: gli uomini a morire di spada, le donne a essere sepolte vive. Migliaia furono le vittime sotto il suo regno e quello di Filippo 11.
Una volta un'intera famiglia fu condotta davanti agli inquisitori sotto l'accusa di non andare alla messa e di celebrare il culto a domicilio. Durante l'interrogatorio, il figlio più giovane disse: « Noi ci mettiamo in ginocchio e preghiamo Iddio che illumini le nostre menti e perdoni i nostri peccati; preghiamo per il nostro sovrano perché il suo regno sia prospero e la sua vita sia felice; preghiamo per i nostri magistrati perché Dio li protegga » Wylie, vol. 18, cap. 6. Alcuni giudici rimasero profondamente commossi; nonostante ciò, il padre e uno dei figli furono condannati al rogo.
All'ira dei persecutori faceva riscontro la fede dei martiri. Non solo gli uomini, ma anche delle fragili donne, delle adolescenti, davano prova di indomito coraggio. « La moglie stava vicino al rogo del marito, e mentre egli era avvolto dalle fiamme, gli sussurrava parole di conforto o cantava dei salmi per infondergli coraggio. Delle giovani scendevano nella fossa come se entrassero nelle loro camere per il riposo notturno, oppure andavano al patibolo o al rogo indossando i loro abiti migliori come se si recassero a una festa nuziale » Ibidem.
Come ai tempi in cui il paganesimo cercava di distruggere l'Evangelo, il sangue dei cristiani fu una semenza (vedi Tertulliano, Apologia, paragrafo 50). La persecuzione valse solo ad accrescere il numero dei testimoni della verità. Anno dopo anno, il re, folle d'ira per l'incrollabile determinazione del popolo, persisté inutilmente nella sua opera crudele. Sotto il nobile Guglielmo d'Orange, la rivoluzione assicurò all'Olanda la libertà di tributare il culto a Dio.
Sulle montagne del Piemonte, nelle pianure della Francia, sulle coste dell'Olanda, il progresso del Vangelo fu bagnato dal sangue dei suoi discepoli, mentre nelle terre del Nord esso penetrò pacificamente. Alcuni studenti reduci da Wittenberg portarono alle proprie case la fede riformata: la pubblicazione degli scritti di Lutero contribuì alla diffusione della luce in Scandinavia. La gente del Nord, semplice e forte, rinunciò alla corruzione, alla pompa e alle superstizioni di Roma e accettò la purezza, la semplicità e le verità della Bibbia, verità apportatrici di vita.
Tausen, il riformatore della Danimarca, era figlio di agricoltori. Fin da ragazzo diede prova di un intelletto vigoroso e di un vivo desiderio di studiare. Non poté essere soddisfatto date le precarie condizioni economiche dei genitori i quali lo fecero entrare in un chiostro dove la purezza della sua vita, la diligenza e la rettitudine della sua condotta gli valsero il favore del suo superiore. Un esame al quale venne sottoposto rivelò che egli aveva del talento, il che faceva presagire l'utilità dei suoì futuri servigi in favore della chiesa. Fu deciso di mandarlo in una università della Germania o dell'Olanda, purché non si trattasse di Wittenberg, per evitare che fosse contagiato dall'eresia. Così dicevano i frati.
Tausen andò a Colonia, che era un baluardo del Cáttolicesimo. Qui egli rimase presto disgustato dal misticismo dei suoi maestri. Fu verso quel tempo che ebbe accesso agli scritti di Lutero. Li lesse, con sorpresa e diletto, desideroso di poter godere dell'istruzione personalmente impartita dal riformatore tedesco. Attuare siffatto proposito equivaleva a offendere il proprio superiore monastico e perderne l'appoggio. Ad ogni modo, egli si iscrisse all'università di Wittenberg.
Ritornato in Danimarca, Tausen rientrò nel chìostro. Nessuno lo sospettava di Luteranesimo, e del resto egli non rivelò il suo segreto; ma si sforzò, senza creare pregiudizi, di indurre i suoi compagni a praticare una fede più pura e una vita più santa. Aprì la Bibbia e ne spiegò il vero significato. Infine predicò loro Cristo, giustizia del peccatore e unica sua speranza di salvezza. Grande fu l'ira del priore, il quale aveva riposto in lui non poche speranze come valido difensore di Roma. Tausen fu trasferito in un altro convento e confinato nella sua cella sotto rigida sorveglianza.
Con sgomento dei suoi nuovi guardiani, vari monaci si dichiararono ben presto convertiti al Protestantesimo. Attraverso le sbarre della sua cella, Tausen aveva comunicato ai suoi compagni la conoscenza della verità. Se quel padri danesi si fossero attenuti al piano della chiesa nei confronti dell'eresia, la voce di Tausen non si sarebbe più fatta udire. Essi, anziché seppellirlo vivo in un carcere sotterraneo, lo espulsero dal convento. Erano impotenti ad agire perché un recente editto reale garantiva la protezione a quanti insegnavano la nuova dottrina. Tausen cominciò a predicare; le chiese gli furono aperte, come ad altri, e la folla vi si accalcò per udire la Parola di Dio. Il Nuovo Testamento, tradotto in lingua danese, veniva diffuso ovunque. I tentativi dei rappresentanti di Roma per impedire quest'opera sortirono l'effetto contrario: contribuirono all'estensione della verità, e la Danimarca abbracciò la fede riformata.
Anche in Svezia furono dei giovani, che si erano dissetati alle fonti di Wittenberg, a recare l'acqua della vita ai loro connazionali. Due capì della Riforma svedese, Olaf e Laurentius Petri, figli di un fabbro di Orebro, avevano studiato sotto la guìda di Lutero e di Melantone, e cominciarono a insegnare con entusiasmo le verità conosciute. Come il grande riformatore tedesco, Olaf scuoteva il popolo col suo zelo e con la sua eloquenza, mentre Laurentius, simile a Melantone, era dotto, calmo, riflessivo. Tutti e due erano pii, di alto valore nel campo teologico e di invincibile coraggio per il progresso della verità. L'opposizione papale si fece sentire, e i sacerdoti cattolici non trascurarono di istigare le popolazioni ignoranti e superstiziose. Olaf Petri fu varie volte assalito dalla folla, e a stento riuscì a mettersi in salvo. Questi riformatori, però, godevano del favore e della protezione del re.
Sotto il dominio della chiesa romana, la gente viveva nella miseria e gemeva sotto l'oppressione. Priva della Sacra Scrittura, con una religione fatta di forme e di riti ma vuota per l'intelletto, essa era praticamente ricaduta nelle credenze superstiziose e nelle usanze dei suoi antenati pagani. La nazione era divisa in fazioni ostili che si combattevano continuamente contribuendo, così, ad accrescere la povertà del paese. Il re, deciso a operare una riforma nello stato e nella chiesa, accolse con grande gioia la collaborazione dei due fratelli nella lotta che aveva intrapreso contro Roma.
Alla presenza del sovrano e delle alte cariche della Svezia, Olaf Petri difese con abilità le dottrine della fede riformata contro i campioni di Roma, dichiarando che gli insegnamenti dei padri vanno accettati solo se risultano in armonia con le Scritture, e che le dottrine fondamentali della fede sono esposte nella Bibbia con tanta'chiarezza e con tanta semplicità che tutti le possono capire. Cristo disse: « La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato » Giovanni 7: 16. Paolo, a sua volta, dichiarò: « Ma quand'anche noi, quand'anche un angelo dal cielo vi annunziasse un vangelo diverso da quello che v'abbiamo annunziato, sia egli anatema » Galati 1: 8. « Perché, allora », disse Petri, « altri presumono di insegnare dei dogmi a loro piacimento e di imporli come se fossero necessari alla salvezza? » Wylie, vol. 10, cap. 4. Quindi dimostrò che i decreti della chiesa non hanno valore se risultano in opposizione con quanto Dio comanda, e sostenne il grande principio protestante: « La Bibbia e la Bibbia sola è regola di fede e di condotta ».
Questa discussione, sebbene condotta su una scena relativamente oscura, dimostra « di quali uomini era composto l'esercito dei riformatori. Essi non erano né degli ignoranti settari, né dei turbolenti controversisti, ma degli uomini che avevano studiato la Parola di Dio e che sapevano maneggiare bene le armi fornite dall'arsenale biblico. Quanto a erudizione, essi erano all'avanguardia, tenuto conto dei tempi. Considerando solo i brillanti centri di cultura come Wittenberg e Zurigo e i personaggi illustri quali Lutero e Zuinglio, Melantone ed Ecolampadio, si potrebbe essere indotti a ritenere che, data la loro qualità di capi, era lecito attendersi da essi grandi cose, mentre i gregari non erano alla loro portata. Invece, se consideriamo l'oscuro campo della Svezia e gli umili nomi di Olaf e Laurentius Petri, che cosa notiamo?... Erano dotti, teologi, uomini che avevano assimilato alla perfezione l'intero arco delle verità evangeliche e che potevano avere facilmente il sopravvento sui sofismi delle scuole e sui dignitari di Roma » Ibidem.
Come conseguenza della disputa, il re di Svezia abbracciò la Riforma, e poco dopo l'assemblea nazionale si dichiarò favorevole ad essa. Il Nuovo Testamento era stato tradotto, in lingua svedese da Olaf Petri, e su richiesta del sovrano i due fratelli intrapresero la traduzione dell'intera Bibbia nella loro lingua materna. La dieta decretò che in tutto il regno i ministri di culto spiegassero le Sacre Scritture, e che nelle scuole si insegnasse ai bambini a leggerle.
A poco a poco le tenebre dell'ignoranza e della superstizione furono dissipate dalla benefica luce del Vangelo. Liberata dall'oppressione romana, la nazione pervenne a una forza e a una grandezza mai conosciute prima, e diventò una vera roccaforte del Protestantesimo. Un secolo più tardi, in un'ora di grave pericolo, questo piccolo stato, fino ad allora debole, fu l'unico in'Europa ad avere l'ardire di porgere una mano soccorritrice alla Germania durante la lunga e terribile lotta che fu la Guerra dei Trent'anni. Tutta l'Europa settentrionale sembrava in procinto di ricadere sotto la tirannia romana, e furono proprio gli eserciti svedesi che permisero alla Germania di respingere l'ondata assalitrice di Roma e di assicurare la tolleranza ai protestanti -calvinisti e luterani - oltre che di garantire la libertà di coscienza nei paesi che avevano accettato la Riforma.


 
Capitolo 14

La Verità Avanza Nelle Isole Britanniche


Lutero presentava al popolo tedesco il volume aperto delle Sacre Scritture, Tyndale si sentì spinto dallo Spirito di Dio a fare altrettanto per l'Inghilterra. La Bibbia di Wycliff era stata tradotta dal testo latino, che conteneva non pochi errori. Essa, inoltre, non era mai stata stampata, e il costo delle copie manoscritte era così elevato che solo i ricchi e i -nobili erano in condizione di procurarsela. D'altra parte, siccome era strettamente proibita dalla chiesa, essa aveva una circolazione limitata. Nel 15 16, un anno prima che Lutero presentasse le sue celebri tesi contro le indulgenze, Erasmo aveva Pubblicato una versione greca e latina del Nuovo Testamento. Era la prima volta che la Parola di Dio veniva stampata nella sua lingua originale. In questo lavoro furono corretti molti errori di precedenti versioni. Questo contribuì a rendere più chiaro il testo e permise a numerosi esponenti delle classi colte di acquisire una migliore conoscenza della, verità. Tutto ciò contribuì a dare un nuovo impulso alla Riforma. Il popolo, però, era ancora praticamente privo della Parola di Dio, e fu Tyndale a completare l'opera di Wycliff , dando la Bibbia ai propri connazionali.
Studioso diligente, fervido ricercatore della verità, egli aveva ricevuto l'Evangelo tramite il Nuovo Testamento di Erasmo. Predicando coraggiosamente le proprie convinzioni, egli sottolineava il fatto che tutte le dottrine debbono essere provate con le Sacre Scritture. Alla pretesa romana, secondo cui la Bibbia era stata data dalla chiesa e che perciò solo la chiesa Poteva spiegarla, Tyndale rispondeva: « Chi ha insegnato alle aquile a trovare la preda? Ebbene, è Dio stesso che insegna ai suoi figli a trovare il loro Padre celeste nella sua Parola. Voi, lungi dal darci le Scritture, ce le tenete nascoste; bruciate coloro che le insegnano e, se lo poteste, brucereste le Scritture stesse » D'Aubigné, History of the Reformation of the Sixteenth Century,. vol. 18, cap. 4.
La predicazione di Tyndale provocò vivo interesse, e molti accettarono la verità. I preti, però, stavano all'erta e non appena egli lasciava il campo si sforzavano, ricorrendo alle minacce. e alle calunnie,- di distruggere la sua opera; e in molti casi vi riuscirono. « Che cosa si deve fare? », diceva Tyndale. « Mentre io semino in un luogo, il nemico guasta il campo da me lasciato. lo non posso essere dappertutto. Oh, se i cristiani avessero le Sacre Scritture nella loro lingua madre! Potrebbero resistere da se stessi a questi sofisti. Senza la Bibbia è impossibile affermare i laici nella verità » Ibidem.
Nella sua mente nacque un nuovo progetto. « Nel tempio di Dio i Salmi erano cantati nella lingua d'Israele », egli diceva. « Perché l'Evangelo non dovrebbe parlare fra noi la lingua inglese?... Avrebbe forse la chiesa meno luce in pieno meriggio che allo spuntar del sole?... I cristiani debbono poter leggere il Nuovo Testamento nella loro lingua materna ». I dottori e i predicatori della chiesa non si trovavano d'accordo fra loro; mediante la Bibbia, invece, gli uomini potevano discernere la verità. « Uno si attiene a questo dottore; uno si attiene a un altro... e questi dottori si -smentiscono reciprocamente. Com'è possibile sapere chi dice il vero e chi afferma il falso?... Come?... Mediante la Parola di Dio » Ibidem.
Poco tempo dopo un dottore cattolico, polemizzando con lui esclamò: « Meglio essere senza la legge di Dio che senza il papa! ». Tyndale replicò: « Io sfido il papa e tutte le sue leggi: se Dio risparmierà la mia vita ancora per molti anni, io farò in modo che un semplice ragazzo che spinge l'aratro conosca la Bibbia meglio di voi » Anderson, Annals of the English Bible, p. 19.
Deciso più che mai ad attuare il progetto che si era messo in mente dare al popolo il Nuovo Testamento in lingua inglese - Tyndale si mise all'opera. Scacciato dalla propria casa in seguito alla persecuzione, egli andò a Londra dove, per un po' di tempo, poté continuare indisturbato il suo lavoro. Presto però la violenza dei seguaci del papa lo costrinse alla fuga. Tutta l'Inghilterra sembrava chiudergli le porte, ed egli allora dovette riparare in Germania. Qui diede inizio alla stampa del Nuovo Testamento in inglese. Per due volte il lavoro dovette essere interrotto; ma quando la stampa gli veniva proibita in una città, egli si trasferiva altrove. Finalmente andò a Worms, dove alcuni anni prima Lutero aveva difeso il Vangelo dinanzi alla dieta. In quell'antica Città vi erano molti amici della Riforma, e così Tyndale poté continuare la sua opera senza ulteriori ostacoli. Furono stampate tremila copie del Nuovo Testamento, che si esaurirono in poco tempo, e lo stesso anno ne segui una seconda edizione.
Tyndale proseguì la sua attività con grande zelo e perseveranza. Nonostante le autorità inglesi sorvegliassero i porti con la massima attenzione, la Parola di Dio raggiunse Londra per vie segrete, e di là poté circolare in tutta la nazione. I papisti invano cercarono di sopprimere la verità. Il vescovo di Durham acquistò da un libraio, amico di Tyndale, un'intera partita di Bibbie per distruggerle e intralciare, così, notevolmente l'opera. Raggiunse l'effetto contrario, perché il denaro da lui fornito permise l'acquisto di altro materiale per una nuova edizione, migliore della precedente, che altrimenti non avrebbe potuto essere stampata. Quando più tardi Tyndale fu arrestato e gli venne offerta la libertà a condizione che rivelasse i nomi di quanti lo avevano aiutato a pagare le spese di stampa della Bibbia, egli rispose che il vescovo di Durham aveva contribuito più di tutti, avendo pagato un prezzo elevato per i libri acquistati, il che gli aveva consentito di proseguire la sua opera con rinnovato coraggio.
Tyndale, tradito e consegnato nelle mani dei nemici, dopo alcuni mesi di carcere suggellò la sua testimonianza col martirio. Però l'arma da lui preparata fornì altri soldati i quali attraverso i secoli, e fino ai nostri giorni, seppero portare avanti validamente la causa della verità.
Latimer, dall'alto del pulpito sosteneva che la Bibbia dovrebbe essere letta nella lingua del popolo. « Dio stesso », egli disse, « è l'autore della Sacra Scrittura: essa partecipa della sua potenza e della sua eternità. Non c'è né re, né imperatore, ne magistrato, né governante che non sia tenuto a ubbidire alla sua santa Parola. Non seguiamo vie traverse; lasciamoci guidare dalla Parola di Dio; non calchiamo le orme dei nostri padri e non preoccupiamoci di sapere quello che essi hanno fatto, ma cerchiamo piuttosto di sapere quello che essi avrebbero dovuto fare » Latimer, First sermon preached before king Edward VI.
Barnes e Frith, due fedeli amici di Tyndale, si levarono in difesa della verità, seguiti da Ridleys e Cranmer. Questi capi della Riforma inglese erano uomini dotti, e la maggior parte di essi erano stati particolarmente stimati, per zelo e per pietà, nelle comunità cattoliche romane. La loro opposizione al papato derivava dalla consapevolezza degli errori della santa sede. Inoltre, la loro conoscenza dei misteri di Babilonia dava una particolare potenza alla loro testimonianza contro di essa.
« Vorrei farvi una domanda forse un po' strana », diceva Latimer. « Chi è il più diligente vescovo o prelato d'Inghilterra?... Vi vedo attenti, ansiosi di sapere da me il nome... Ebbene, ve lo dirò: è il diavolo. Egli non si allontana mai dalla sua diocesi... Chiamatelo quando volete: è sempre in sede... è sempre all'aratro... Non lo vedrete mai ozioso, ve lo assicuro... Dovunque egli risiede le sue parole d'ordine sono: Abbasso i libri, evviva le candele!... Abbasso la Bibbia, evviva il rosario!... Abbasso la luce del Vangelo, evviva il lume dei ceri, anche in pieno mezzodì!... Abbasso la croce di Cristo, evviva invece il purgatorio che vuota le tasche dei fedeli!... Abbasso gli abiti per gli ignudi, i poveri, i derelitti, evviva gli ornamenti d'oro e d'argento dati a profusione a dei pezzi di legno e di pietra!... Abbasso le tradizioni di Dio e la sua santa Parola, evviva le tradizioni e le leggi degli uomini!... Oh, se i nostri, prelati seminassero il grano della sana dottrina con lo stesso zelo di cui dà prova Satana nel seminare la zizzania! » Latimer, Sermon of the Plough.
Il grande principio rivendicato da questi riformatori - lo stesso che era stato predicato dai valdesi, da Wycliff, da Giovanni Huss, da Lutero, da Zuinglio e dai loro collaboratori e discepoli - era l'infallibile autorità delle Sacre Scritture come regola di fede e di condotta. Essi negavano ai papi, ai concili, ai Padri e ai re il diritto di dominare sulle coscienze in materia di religione. La Bibbia era la loro autorità e costituiva la pietra di paragone di tutte le dottrine e di tutte le pretese. Questi santi uomini di Dio erano sorretti dalla fede nell'Eterno e nella sua Parola quando, sul rogo, suggellarono la loro missione in mezzo alle fiamme. « Vi conforti la certezza », disse Latimer a quanti condividevano il suo martirio mentre le fiamme stavano per soffocare la loro voce, « che oggi, per grazia di Dio, noi accendiamo in Inghilterra una fiaccola che, ne sono certo, non sarà mai spenta! » Works of Hugh Latimer, vol. 1, p. M I I.
In Scozia il seme della verità recato da Colombano e dai suoi collaboratori non era mai stato completamente distrutto. Alcuni secoli dopo che le chiese d'Inghilterra erano soggette a Roma, quelle della Scozia conservavano ancora la loro libertà. Nel dodicesimo secolo, però, il papato vi si stabilì e vi esercitò un potere assolutistico come in nessun altro paese. In nessun altro posto si ebbero tenebre più fitte. Nondimeno, un raggio di luce sopraggiunse a squarciare il buio e a far presagire la promessa di un nuovo giorno. I lollardi venuti dall'Inghilterra con la Bibbia e gli insegnamenti di Wycliff, si adoperarono al massimo per conservarvi la conoscenza del Vangelo. Ogni secolo successivo ebbe, poi, i suoi testimoni e i suoi martiri.
Con l'avvento della grande Riforma si ebbero gli scritti dì Lutero, e quindi il Nuovo Testamento di Tyndale. Questi messaggeri, all'insaputa delle autorità ecclesiastiche, percorrendo silenziosamente monti e valli, alimentarono la fiaccola della verità che sembrava stesse per spegnersi in Scozia, e demolirono l'opera compiuta dalla chiesa romana in quattro secoli di oppressione.
Fu poi il sangue dei martiri a dare nuovo impulso al movimento. I capi di Roma resisi improvvisamente consapevoli del pericolo che minacciava la loro causa, non esitarono a trascinare sul rogo alcuni fra i più nobili e onorati figli della Scozìa. In tal modo essi, però, senza rendersene conto, innalzarono un pulpito dal quale la parola di questi testimoni echeggiò per essere udita in tutto il paese, scuotendo le anime della gente e facendo nascere in loro il vivo desiderio di sbarazzarsi dei ceppi di Roma.
Hamilton e Wishart, nobili di carattere quanto lo erano di nascita, conclusero la loro vita sul rogo, seguiti da un folto gruppo di discepoli più umili. Però dal luogo dove Wishart morì, sorse uno che le fiamme non poterono ridurre al silenzio, e che sotto la guida di Dio doveva infliggere al cattolicesimo scozzese un colpo mortale.
Giovanni Knox aveva abbandonato le tradizioni e il misticismo della chiesa cattolica per nutrirsi della verità della Parola di Dio. Gli insegnamenti di Wishart rafforzarono in lui la determinazione di lasciare Roma e di unirsi ai riformatori perseguitati.
Sollecitato dai suoi compagni ad. assumere l'ufficio di predicatore, egli cercò di esimersi da tanta responsabilità, e fu solo dopo molti giorni di meditazione e di dura lotta con se stesso che alla fine acconsentì. Una volta accettato l'incarico, egli andò avanti con inflessibile determinazione e con indomito coraggio sino alla fine della sua vita. Questo intrepido riformatore non temeva gli uomini, e i fuochi del martirio che vedeva divampare intorno a sé valsero solo ad accrescere il suo zelo e a renderlo ancora più intenso. Pur sentendo sempre sulla propria testa la minaccia della scure del tiranno, egli rimase impavido al suo posto menando colpi a destra e a sinistra per abbattere l'idolatria.
Convocato davanti alla regina di Scozia, al cui cospetto la baldanza di non pochi capi del Protestantesimo si era spenta, Giovanni Knox rese una decisa testimonianza alla verità, e non si lasciò né vincere dalle lusinghe, né intimorire dalle minacce. La regina lo accusò di eresia: egli aveva insegnato al popolo ad accettare la religione proibita dallo stato, ella diceva, trasgredendo così l'ordíne di Dio che ingíunge ai sudditi l'ubbidienza ai loro governanti. Knox rispose con precisione:
« La vera religione non riceve forza e autorità dai principi temporali, ma dall'Eterno Dio. Per conseguenza, gli uomini non sono tenuti a modellare la propria religione ispirandosi ai capricci dei principi, tanto più che non di rado questi sono più ignoranti degli altri per quel che riguarda la vera religione di Dio... Se tutti i figli di Abrahamo avessero abbracciato la religione di Faraone, del quale furono per secoli sudditi, io le domando, Signora, quale sarebbe stata la religione del mondo? Oppure, se al tempo degli apostoli gli uomini avessero aderito alla religione degli imperatori romani, quale religione avrebbe regnato sulla terra?... Perciò, Signora, se è vero che i sudditi debbono ubbidire ai loro principi, non sono però tenuti a praticarne la religione ».
« Voi interpretate le Scritture in un modo », replicò la regina Maria, « mentre essi [i dottori cattolici] le interpretano in un altro modo. A chi si deve credere? E chi sarà il giudice? ».
« Bisogna credere a Dio, il quale parla chiaramente nella sua Parola », disse Knox. « Al di là di quello che la Parola insegna, non si deve credere né all'uno, né all'altro. Essa è sufficientemente chiara di per se stessa, e se per caso si nota qualche oscurità da una parte, lo Spirito Santo, che non è mai in contraddizione con se stesso, si esprime più chiaramente altrove, per cui il dubbio rimane solo in coloro che intendono restare ostinatamente nell'ignoranza » David Laing, The ColIected works of John Knox, vol. 2, pp. 281, 284, odia. 1895.
Tali erano le verità che l'intrepido predicatore, a rischio della propria vita, faceva intendere alla regina. Con indomito coraggio egli proseguì il suo ministero pregando e combattendo la battaglia del Signore fino a che la Scozia non ebbe spezzato il giogo del papato.
In Inghilterra lo stabilirsi del Protestantesimo come religione nazionale fece diminuire le persecuzioni, ma non le eliminò del tutto. Molte dottrine di Roma, inoltre, erano state mantenute. Se da un lato era stata rigettata la supremazia del papa, dall'altro si era eletto il re come capo della chiesa. Anche nel culto si poteva notare un sensibile distacco dalla purezza e dalla semplicità del Vangelo. Inoltre, il grande principio della libertà religiosa non era ancora capito. Quantunque le terribili crudeltà cui era ricorsa Roma contro l'eresia fossero state raramente ripristinate dai capi della Riforma, nondimeno il diritto di ogni uomo di adorare Iddio secondo i dettami della propria coscienza non era riconosciuto. Si esigeva da parte di tutti l'accettazione e l'osservanza delle forme del culto prescritte dalla chiesa stabilita. Chi dissentiva era perseguitato in misura più o meno grande. La cosa si protrasse per alcuni secoli.
Nel diciassettesimo secolo migliaia di pastori furono destituiti. Al popolo era vietato, sotto pena di multe, di carcere e perfino del bando, di partecipare a riunioni di carattere religioso che non fossero quelle sancite dalla chiesa. Quelle anime fedeli che desideravano riunirsi per adorare Iddio, erano costrette a farlo in angusti vicoletti, in oscure soffitte o, in determinate stagioni, di notte nei boschi. Nel folto di boschi accoglienti che formavano un tempio naturale, quanti figliuoli di Dio perseguitati e- dispersi si incontravano per pregare e per lodare l'Eterno! Però, nonostante le precauzioni prese, molti ebbero a soffrire per la loro fede. Le prigioni erano affollate, le famiglie disperse. Molti dovettero addirittura espatriare. Dio, però, era col suo popolo, e così le persecuzioni non impedirono la testimonianza di queste anime fedeli. Numerosi credenti, costretti a riparare oltre Atlantico, gettarono nel Nuovo Mondo le basi della libertà civile e religiosa, baluardo e vanto degli Stati Uniti d'America.
Ancora una volta, come ai tempi degli apostoli, la persecuzione contribuì alla diffusione del Vangelo. In un oscuro carcere, gremito di gente disonesta e corrotta, Giovanni Bunyan respirò l'atmosfera del cielo e scrisse « la meravigliosa allegoria del cristiano in viaggio dalla terra della perdizione alla città celeste. Da oltre duecento anni questa voce uscita da Bedford parla con potenza al cuore degli uomini. Le opere di Bunyan: ffigrims Progress (« Il pellegrinaggio del cristiano ») e Grace Abounding to the Chief of -Sinners (« Grazia abbondante »), hanno guidato molti. lungo il sentiero della vita.
Baxter, Flavel, Alleine e altri uomini di talento, colti e di profonda esperienza cristiana, si levarono a difesa della fede « che è stata data ai santi una volta per tutte ». L'opera compiuta da questi uomini proscritti e messi fuori legge dai grandi di questo mondo è imperitura. Fountaìn of Life (« Fonte della vita ») e Method of Grace (« Metodo della grazia ») di Flavel hanno insegnato a migliaia di persone come affidare a Cristo la cura della propria anima. Reformed Pastor (« Il pastore riformato ») di Baxter è stato fonte di benedizione per quanti aspiravano a un risveglio nell'opera di Dio, e il suo volume Saint’s Everlasting Rest (« L'eterno riposo dei santi ») ha fatto conoscere ai suoi numerosi lettori il « riposo » che rimane per il popolo di Dio.
Un secolo dopo, in un periodo di grandi tenebre spirituali, apparvero dei nuovi portatori della luce di Dio: Whitefield e i Wesley. Sotto il dominio della chiesa stabilita, l'Inghilterra si era venuta a trovare in un tale stato religioso che era difficile poterlo distinguere dal paganesimo. La religione naturale costituiva lo studio favorito del clero e compendiava quasi totalmente la teologia. Le classi più elevate si facevano beffe della pietà e si lusingavano di essere al di sopra di quello che esse definivano fanatismo. Le classi inferiori, a loro volta, erano immerse in una preoccupante ignoranza e nel vizio, mentre la chiesa non aveva ne il coraggio né la fede necessari per sostenere la causa della verità che precipitava verso la rovina.
La grande dottrina della giustificazione per fede, chiaramente insegnata da Lutero, era stata quasi del tutto perduta di vista e sostituita dal principio romano che consisteva nel confidare nelle buone opere per essere salvati. Whitefield e i Wesley, membri della chiesa ufficiale e sinceri ricercatori della grazia di Dio, avevano imparato a trovarla in una vita virtuosa e nell'osservanza dei riti religiosi.
Una volta che Carlo Wesley, gravemente ammalato, temeva di essere ormai prossimo alla fine, un amico gli chiese quali fossero le basi sulle quali poggiava la sua speranza di vita eterna: Wesley rispose: « Io ho cercato di fare il meglio che mi fosse possibile per servire Dio ». Poiché l'amico non sembrava essere troppo convinto della risposta, l'ammalato si chiese: « Come? I miei tentativi non sono una sufficiente base di speranza? Vorrebbe egli privarmi dei miei meriti? Ma se io non ho altro in cui confidare! » John Whitehead, Life of the Rev. Charles Wesley, p. 102, ediz. 1845. Tali erano le tenebre che avevano invaso la chiesa, nascondendo l'opera di espiazione di Gesù e defraudando Cristo della sua gloria e distogliendo le menti degli uomini dalla loro unica speranza di salvezza: il sangue del Redentore crocifisso.
Wesley e i suoi collaboratori giunsero a capire che la vera religione ha radice nel cuore, e che la legge di Dio non riguarda solo le azioni e le opere, ma abbraccia anche i pensieri. Convinti della necessità di avere il cuore santificato, oltre che la rettitudine del comportamento esteriore, essi vollero vivere una vita nuova. Con sforzi intensi accompagnati dalla preghiera, essi cercavano di vincere le tendenze del cuore naturale. Vivevano un'esistenza fatta di rinuncia, di carità, di umiltà; osservavano col massimo rigore e con la massima scrupolosità tutto ciò che ritenevano li potesse aiutare a raggiungere quello che ardentemente bramavano: la santità che assicura il favore di Dio. Essi, però, non riuscivano a raggiungere la mèta, e si affannavano invano per liberarsi dalla condanna e dalla potenza del peccato. Era una lotta uguale a quella conosciuta da Lutero a Erfurt; era la domanda che tanto aveva torturato l'anima del riformatore tedesco: « E come sarebbe il mortale giusto davanti a Dio? » Giobbe 9: 2.
Il fuoco della verità, che si era quasi del tutto spento sull'altare dei Protestantesimo, fu ravvivato dalla fiaccola tramandata di secolo in secolo dai cristiani boemi. Dopo la Riforma, il Protestantesimo in Boemia era stato calpestato dalle orde di Roma sì che quanti rifiutarono di rinunciare alla verità furono costretti a fuggire. Alcuni, rifugiatisi in Sassonia, serbarono intatta la fede avita, e attraverso i loro discendenti, i moravi, la luce giunse a Wesley e ai suoi associati.
Giovanni e Carlo Wesley furono consacrati al ministero e mandati in missione in America. A bordo della nave vi era un gruppo di moravi. La traversata fu caratterizzata da violente tempeste, e Giovanni Wesley, trovatosi a faccia a faccia con la morte, sentì di non avere la certezza della pace con Dio. I moravi, per contro, dimostravano una serenità e una fiducia nell'Eterno che a lui erano totalmente estranee.
« Io avevo a lungo osservato », egli dice, « la grande serietà della loro condotta e l'umiltà di cui davano prova nel rendere umili servigi agli altri passeggeri, che nessun inglese avrebbe acconsentito a compiere e per i quali essi non ricevevano. né accettavano, nessun compenso. Dicevano che ciò era utile per i loro cuori orgogliosi, e che il loro amato Salvatore aveva fatto ben altro per loro. Ogni giorno veniva loro offerta l'occasione di dare prova di mansuetudine alle ingiurie. Se urtati, colpiti o addirittura gettati a terra, essi si rialzavano e se ne andavano senza che dalle loro labbra uscisse una sola parola di Protesta. Ebbero anche l'occasione di dimostrare che si erano liberatì non solo dallo spirito di timore, di orgoglio, d'ira e di vendetta, ma anche da quello della paura. Durante il canto del salmo che dava inizio alla loro funzione religiosa, il mare scatenato squarciò la vela maestra e si abbatté sulla nave coprendola con le onde, tanto che pareva dovesse inghiottirci tutti. Fra gli inglesi si udì un terribile grido di angoscia, mentre i moravi continuarono a cantare. Più tardi io chiesi a uno di loro: "Eravate spaventati?". Mi rispose: "Grazie a Dio, no". Domandai: "Ma le vostre donne e i vostri bambini non erano impauriti?". Con la massima semplicità egli mi disse: "No: le nostre donne e i nostri bambini non hanno paura della morte" » Whitehead, Life of the Rev. John Wesley, p. 10, ediz. 1845.
Giunti a Savannah, Wesley si trattenne un po' di tempo coi Moravi, e rimase profondamente impressionato dal loro comportamento cristiano. Parlando di una delle loro funzioni religiose, in così stridente contrasto col gelido formalismo della chiesa inglese, egli scrisse: « La grande semplicità e la solennità dell'insieme mi fecero dimenticare i millessettecento anni che erano passati, e mi parve di trovarmi in una delle assemblee presiedute da Paolo, il fabbricatore di tende, o da Pietro, il pescatore, nelle quali c'era la manifestazione dello Spirito e della potenza » Idem, pp. 11, 12.
Rientrato in Inghilterra, Wesley, per le istruzioni di un predicatore moravo, pervenne a una più chiara comprensione della vera fede biblica. Si convinse che bisognava rinunciare alle proprie opere come mezzo di salvezza e fidare pienamente nell'« Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo ». Nel corso di una riunione della società morava di Londra, fu letta una dichiarazione di Lutero relativa all'opera che lo Spirito di Dio compie nel cuore del credente. « Sentii il mio cuore stranamente caldo », egli riferisce. « Sentii che dovevo confidare in Cristo, solo in Cristo per la mia salvezza, ed ebbi la certezza che Egli aveva cancellati i miei peccati e mi aveva salvato dalla legge del peccato e della morte » Idem, p. 5 2.
Nel corso dei lunghi anni di faticosi sforzi, di umiliazione, di dure rinunce, l'unica mèta di Wesley era stata quella di cercare Iddio. Ora che lo aveva trovato si rendeva conto che la grazia cercata mediante digiuni, preghiera, elemosine e atti di abnegazione, era un dono accordato « senza denaro e senza prezzo ».
Una volta affermata nella fede di Cristo, la sua anima arse dal desiderio di diffondere dappertutto la conoscenza del meraviglioso Evangelo della grazia gratuita di Dio. « lo considero il mondo intero come mia parrocchia », affermava Wesley, « nel senso che ovunque mi trovo ritengo mio diritto, oltre che mio dovere, annunciare a quanti sono disposti ad ascoltare, la lieta notizia della salvezza » Idem, p. 74.
Egli perseverò nella sua vita di severa rinuncia, nella quale non vedeva più la condizione, ma la conseguenza della sua fede; non più la radice, ma il frutto della santità. La grazia di Dio in Cristo è il fondamento della speranza del cristiano, e questa grazia si manifesta con l'ubbidienza. Wesley consacrò la sua vita alla predicazione delle grandi verità che aveva conosciute: la giustificazione per fede nel sangue di Cristo e la potenza rigeneratrice dello Spirito Santo nel cuore, il cui frutto è una vita che si conforma a quella di Gesù.
Whitefield e i Wesley erano stati preparati alla loro missione dalla personale convinzione del proprio stato di condanna. Per poter sopportare le afflizioni come buoni soldati di Cristo, essi erano passati attraverso la fornace del disprezzo, della derisione e della persecuzione sia all'università che nel ministero. Essi e i loro simpatizzanti furono chiamati per disprezzo, dai compagni di studio increduli, « metodisti », nome di cui si onora oggi una delle maggiori denominazioni religiose dell'Inghilterra e degli Stati Uniti.
Nella loro qualità di membri della chiesa anglicana, essi erano molto attaccati alle sue forme di culto; però il Signore aveva loro presentato nella sua Parola un ideale molto più elevato. Lo Spirito Santo li spinse a predicare Cristo e Cristo crocifisso, e la potenza dell'Altissimo accompagnava i loro lavori. Migliaia di persone furono convinte e conobbero una reale conversione. Ma era necessario che queste pecorelle fossero protette contro i lupi rapaci. Wesley non pensava di fondare una nuova denominazione e si limitò a organizzare i neo convertiti in quella che fu definita Methodist Connection (ramo della chiesa metodista. n. d. r.).
L'opposizione incontrata da questi predicatori fu aspra e misteriosa; ma Dio, nella sua saggezza infinita, fece sì che la Riforma avesse inizio nella chiesa stessa. Se fosse venuta dal di fuori, essa forse non sarebbe penetrata dove più urgente si faceva sentire. Invece, dato che i predicatori erano uomini di chiesa che lavoravano sotto la sua egida dovunque se ne presentava l'opportunità, la verità poteva giungere anche dove, altrimenti, le porte sarebbero rimaste chiuse. Alcuni membri del clero furono scossi dal loro torpore morale e divennero zelanti predicatori nelle loro parrocchie. Delle chiese che sembravano come pietrificate nel formalismo, risorsero così a vita nuova.
Al tempo di Wesley, come del resto in tutti i tempi della storia della chiesa, l'opera fu compiuta da uomini dotati di doni differenti. Non sempre essi erano d'accorlo fra loro su tutti i punti dottrinali, però erano tutti mossi dallo Spirito di Dio e uniti dal comune proposito di condurre le anime a Cristo. Una volta le divergenze fra Whitefield e i Wesley minacciarono di provocare una frattura tra loro; ma la mansuetudine imparata alla scuola di Cristo, unita alla reciproca sopportazione e alla carità fraterna, fece sì che essi si riconciliassero. D'altra parte, essi non avevano il tempo di perdersi in dispute mentre da ogni parte l'errore e l'empietà dilagavano e i peccatori precipitavano nel baratro della perdizione.
I servi del Signore calcavano un difficile sentiero: uomini dotti e influenti facevano uso della loro potenza contro di essi. Molti esponenti del clero dopo un po' di tempo cominciarono a manifestare un'a perta ostilità, e le porte delle chiese furono chiuse alla fede pura e a coloro che la predicavano. L'atteggiamento del clero che li denunciava dall'alto dei pulpiti valse a. suscitare contro di loro gli elementi deteriori delle tenebre, dell'ignoranza e dell'iniquità. Fu solo per merito di segnalati miracoli di Dio che Giovanni Wesley poté sfuggire alla morte. Una volta che l'ira della folla sembrava precludergli ogni via di scampo, un angelo in forma umana si mise al suo fianco e fece indietreggiare la folla, dando così modo al servitore di Dio di abbandonare quel luogo pericoloso.
In una particolare occasione, parlando della liberazione dal furore della folla, Wesley disse: « Molti cercarono di farmi precipitare dall'alto di un sentiero sdruccio levole che conduceva alla città, stimando che una volta che io fossi caduto non mi sarei più potuto rialzare. Io, invece, non caddi, non scivolai e riuscii a sottrarmi a loro... Molti tentarono di prendermi per il colletto o per gli abiti per farmi cadere; ma non riuscirono nel loro intento. Solo uno poté stringere saldamente un lembo del mio giubbotto e strapparlo, mentre l'altro lembo, nella cui tasca c'era del denaro, fu strappato solo a metà... Un uomo robusto che stava dietro a me tentò ripetutamente di colpirmi con un randello nodoso. Se mi avesse raggiunto alla nuca, anche con un solo colpo, per me sarebbe stata finita. Ogni volta, però, il suo colpo fu deviato e non so davvero perché, dato che io non mi potevo muovere né a destra ne a sinistra... Un altro sopraggiunse, facendosi largo tra la folla, e giunto vicino a me levò il pugno e lo fece all'improvviso ricadere inerte, sfiorandomi la testa e dicendo: "Che capelli soffici ha!"... I primi ad avere il cuore toccato dal Vangelo di Cristo furono proprio i peggiori elementi della città, i caporioni sempre pronti. a fare un buon colpo. Uno di essi era stato pugile di professione...
« Con quanta tenera sollecitudine Dio ci prepara per la sua opera! Due anni fa un pezzo di tegola mi sfiorò le spalle; un anno dopo, una pietra mi colpì fra gli occhi; il mese scorso ho avuto un colpo; oggi ne ho ricevuti due: uno prima di giungere in città e uno dopo che ne eravamo.usciti; io però non ne ho risentito alcun danno. Sebbene uno mi abbia colpito in pieno petto con tutta la forza e l'altro mi abbia colpito la bocca con tale violenza da farne uscire il sangue, io non ho sentito più dolore di quello che avrei potuto provare se mi avessero colpito con della paglia » John Wesley, Works, vol. 3, pp. 297, 298. Ed. 183 l.
I metodisti di quell'epoca - membri e predicatori - erano oggetto di derisione e di persecuzione sia da parte dei membri della chiesa stabilita, come pure da parte di persone apertamente ostili alla religione, eccitate contro di loro da calunnie messe in giro nei confronti dei metodisti. Spesso, fatti segno a violenza da parte dei persecutori, essi venivano trascinati dinanzi ai tribunali dove la giustizia esisteva solo di nome perché di fatto, a quei tempi, era piuttosto rara. La folla andava di casa in casa, sfasciando i mobili, gli oggetti, portando via quello che più le piaceva, maltrattando uomini, donne e fanciulli. Non era infrequente il caso di leggere manifesti nei quali si invitavano quanti desiderassero partecipare alla rottura - di finestre e al saccheggio di abitazioni dei metodisti, a trovarsi in un determinato luogo a una certa ora. Queste aperte violazioni delle leggi umane e divine avvenivano senza che nessuno intervenisse per mettervi un freno! Una sistematica persecuzione fu organizzata contro un popolo la cui unica colpa consisteva nell'adoperarsi per strappare i peccatori dal sentiero della perdizione e avviarli, su quello della santità.
Riferendosi -alle accuse che venivano mosse contro lui e i suoi seguaci, Giovanni Wesley disse: « Alcuni affermano che le dottrine di questi uomini sono false, errate e fanatiche; dicono che sono nuove e che solo di recente se ne è udito parlare; affermano che si tratta di quacquerismo, di fanatismo, di papismo. Ebbene, la falsità di siffatte affermazioni è stata ripetutamente dimostrata in quanto ogni elemento di questa dottrina altro non è se non la chiara dottrina della Santa Scrittura interpretata dalla nostra chiesa. Per conseguenza, poiché la Bibbia è verace, è evidente che l'insegnamento non può essere né falso né errato ». « Altri dicono: 'La loro dottrina è troppo stretta; essi rendono troppo angusta la via che mena al cielo". Questa è, in realtà, l'obiezione originale che segretamente sta alla, base di migliaia di altre che si presentano sotto svariate forme. Chiediamoci, però, se essi fanno effettivamente la via del cielo più stretta di quanto la fecero Cristo e gli apostoli. Domandiamoci se la loro dottrina è più stretta di quella della Bibbia. Per avere la risposta è sufficiente prendere in esame alcuni versetti di una chiarezza cristallina: "Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua e con tutta la mente tua". "Or io vi dico che d'ogni parola oziosa che avranno detta, gli uomini renderan conto nel giorno del giudizio". "Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate alcun'altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio".
« Se la loro dottrina è ancora più stretta, essi sono degni di biasimo; pero voi sapete, in coscienza, che non è così. Chi osa essere meno stretto, fosse pure di un íota, corrompe la Parola di Dio. Un depositario dei misteri di Dio può essere ritenuto fedele se cambia qualche elemento del sacro deposito affidatogli? No, egli non può né -eliminare né attenuare nulla, ed è moralmente tenuto a dire a tutti gli uomini: "Io non posso adattare la Scrittura ai vostri gusti: siete voi che dovete adattarvi ad essa se non volete perire!" Questa è anche la base effettiva dell'altra accusa popolare relativa a "mancanza di carità in questi uomini". Mancanti di carità? In che cosa? Forse essi rifiutano di vestire gli ignudi e di nutrire gli affamati? "No, non si tratta di ciò, perché in questo essi non sono certo in difetto. Piuttosto si tratta del fatto che essi sono privi di carità nel giudicare: pensano che nessuno possa essere salvato se non fa come loro" » Idem, vol. 3, pp. 152, 153.
Il declino spirituale verificatosi in Inghilterra già prima di Wesley era in gran parte da attribuirsi all'insegnamento dell'antinomianismo. Molti affermavano che Cristo aveva abolito la legge morale e che, per conseguenza, i cristiani non erano più tenuti a osservarla in quanto il credente e « affrancato dalla schiavitù delle opere ». Altri, pur ammettendo la perpetuità della legge, dichiaravano che non era necessario che i ministri (di culto. N. d. T.) esortassero il popolo a osservame i precetti, poiché « coloro che Dio aveva eletti a salvezza sarebbero stati indotti a praticare la virtù e la pietà dall'irresistibile impulso della grazia divina », mentre coloro che erano condannati alla riprovazione eterna, « non avevano la forza di ubbidire alla legge dell'Altissimo ».
Altri, infine, sostenevano che « gli eletti non possono scadere dalla grazia, né perdere il favore divino », e concludevano: « Le azioni empie da loro commesse, in realtà non sono peccaminose, né debbono essere considerate come prova della violazione della legge di Dio; per conseguenza, essi non hanno nessun bisogno di confessare i propri peccati, né di rinunciarvi mediante il pentimento » McClintock and Strong, Cyclopedia, art. Antinomians. Ne deducevano che certi peccati, anche quelli « universalmente riconosciuti come odiosa violazione della legge divina, non sono tali agli occhi dell'Eterno », se commessi da un eletto, « perché una delle caratteristiche essenziali e distintive degli eletti è appunto che essi non possono fare nulla che sia disapprovato da Dio o proibito dalla legge ».
Queste dottrine mostruose sono fondamentalmente le stesse che si ritrovano nell'insegnamento di alcuni teologi moderni i quali negano l'esistenza di una legge divina immutabile come norma di giustizia, affermando che l'indice della moralità è definito dalla società stessa ed è soggetto a costanti variazioni. Tutte queste idee errate derivano dal medesimo spirito: quello di colui che perfino fra gli immacolati abitanti del cielo cercò di abbattere le giuste restrizioni della legge di Dio.
La dottrina dei decreti divini (detta anche « predestinazione ». N. d. T.) che fissano in maniera irrevocabile il carattere degli uomini, aveva indotto molti a rigettare l'autorità della legge divina. Wesley si oppose con decisione agli errori dei dottori antinomianisti, e dimostrò che la dottrina che conduce all'antinomianismo è contraria alle Scritture. « La grazia salutare di Dio è apparita a tutti gli uomini » Tito 2: 11 (D). « Questo è buono e accettevole nel cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. Poiché -c'è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo-il quale diede se stesso quale prezzo di riscatto per tutti » 1 Timoteo 2: 3-6. Lo Spirito di Dio è sparso copiosamente per dare a ogni uomo la possibilità di conseguire la salvezza. Così Cristo, « la vera luce che illumina ogni uomo, era per venire nel mondo » Giovanni 1: 9. Solo chi respinge deliberatamente il dono della vita non giunge alla salvezza.
Ecco quello che diceva Wesley in risposta all'affertnazione che alla morte di Cristo i precetti del decalogo erano stati aboliti: « La legge morale, contenuta nei dieci comandamenti e raccomandata dai profeti, non è stata abolita da Cristo. Non era scopo della sua venuta revocarne neppure una minima parte, in quanto si tratta di una legge che non può essere infranta e che è 'Il fedele testimone che è nei cieli"... Essa esiste sino dalla fondazione del mondo, e fu scritta non su tavole di Pietra, bensì nei cuori dei figliuoli degli uomini quando questi uscirono dalle mani del Creatore. Benché le lettere originariamente tracciate dal dito di Dio siano state parzialmente alterate dal peccato, nondimeno esse non possono essere del tutto cancellate, perché in noi sussiste la consapevolezza del bene e del male. Ogni parte di questa legge deve rimanere in vigore per l'intera famiglia umana e per tutti i secoli. Essa, infatti, non dipende né dal tempo, né dallo spazio, né dalle circostanze mutevoli, ma dalla natura stessa di Dio e dell'uomo nei loro immutabili rapporti reciproci.
« "Io non sono venuto per abolire, ma per adempiere"... Senza contestazioni, il significato di queste parole (in piena armonia con il loro contesto) è: Io sono venuto per stabilirla in tutta la sua pienezza nonostante tutti i sofismi umani. lo sono venuto per mettere in piena luce cio che ancora poteva sembrare oscuro; per affermare il vero e pieno valore di ogni sua parte e per mostrare quali siano la lunghezza, la larghezza e l'esatta portata di ogni suo comandamento, oltre che l'altezza, la profondità, la purezza incommensurabile e la spiritualità di tutti i suoi elementi » Wesley, sermone 25.
Wesley affermò la perfetta armonia esistente fra la legge e l'Evangelo. Egli diceva: « Fra legge e Vangelo vi è quindi il più intimo rapporto concepibile. Da una parte c'è la legge che continuamente prepara la via e addita l'Evangelo; dall'altra c'è l'Evangelo che incessantemente ci spinge a un più esatto adempimento della legge. La legge, per esempio, ci invita ad amare Dio e il nostro prossimo, a essere mansueti, umili e santi. Noi ci rendiamo conto di non essere capaci di farlo perché, infatti, per l'uomo tutto ciò è impossibile;. ma Dio ci ha promesso di darci quell'amore e di renderci umili, mansueti e santi. Noi, allora, prendiamo questo Vangelo annunciatore di così liete novelle; ci viene fatto secondo la nostra fede, e si adempie in noi "la giustizia della legge" mediante la fede che è in Cristo Gesù...
« Al primo posto, tra i nemici del Vangelo di Cristo », diceva Wesley, « bisogna mettere quelli che apertamente ed esplicitamente giudicano la legge, ne parlano male e insegnano agli uomini a infrangere (nel senso di dissolvere, sopprimere, annullare) non uno - minimo o massimo che sia - ma tutti i comandamenti... Però la cosa più sorprendente in tutto ciò è che quanti agiscono in questo modo pensano di onorare Cristo annullando la sua legge, e di. esaltare la sua opera demolendo la sua dottrina. Purtroppo essi lo onorano solo come Giuda quando disse: "Salve, Maestro!", e lo baciò. Gesù con ragione può dire di ciascuno di loro: "Tradisci tu il Figliuol dell'uomo con un bacio?". Infatti, significa tradirlo con un bacio parlare del suo sangue e strappargli la corona; abolire una parte qualsiasi della sua legge col pretesto di far progredire l'Evangelo. No, non può sottrarsi a questa accusa chi predica la fede ed elimina, direttamente o indirettamente, l'ubbidienza a Dio; chi predica Cristo in questo modo annulla o sminuisce anche il minimo dei comandamenti dell'Altissimo » Ibidem.
A quanti affermavano che « la predicazione del Vangelo prende il posto della legge », Wesley rispondeva: « Noi lo neghiamo nel modo più assoluto! Essa, ad -esempio, non si sostituisce alla legge, che ha come primo requisito quello di convincere l'uomo di peccato, di scuotere quanti ancora sono addormentati sulla soglia dell'inferno ». L'apostolo Paolo dichiara che « per mezzo della legge si ha la conoscenza del peccato »; e « ora è evidente che fino a che l'uomo non è convinto di peccato, non proverà il bisogno del sangue espiatorio di Cristo... "Non sono i sani che hanno bisogno del medico", fa notare il nostro Signore, "ma gli ammalati". Perciò è assurdo offrire, l'opera del medico a chi è sano o crede di esserlo. Prima dovete convincerlo che è malato, altrimenti egli non vi sarà affatto grato dell'interessamento da voi dimostrato nei suoi confronti. E altrettanto assurdo offrire Cristo a coloro che non hanno ancora il cuore rotto » Idem, sermone 35.
Così, pur predicando l'Evangelo della grazia di Dio, Wesley cercava, come il Maestro, di « magnificare e rendere illustre la legge ». Con fedeltà egli svolse l'opera affidatagli da Dio conseguendo risultati meravigliosi. Alla fine della sua lunga vita - egli visse più di ottant'anni dopo oltre mezzo secolo di ministero itinerante, i suoi aderenti ufficialmente noti superavano il mezzo milione. Però, la moltitudine di coloro che nel corso della sua attività evangelistica erano stati strappati dalla rovina e dalla degradazione del peccato e introdotti in una vita più pura e più luminosa, e il numero di quelli che per il s . uo insegnamento erano pervenuti a un'esperienza più ricca e più profonda, saranno noti solo quando l'intera famiglia dei redenti sarà riunita nel Regno di Dio. La vita di Wesley insegna una lezione di valore inestimabile per ogni cristiano. Volesse il cielo che la fede, l'umiltà, l'instancabile zelo, lo spirito di rinuncia e la devozione di questo servo di Dio rivivessero nelle nostre chiese di oggi!


 
Capitolo 15

Terrore e Castigo in Francia


Nel sedicesimo secolo la Riforma, con in mano la Bibbia aperta, aveva bussato alla porta di tutte le nazioni d'Europa. Alcune la ricevet tero con gioia, quale'messaggera del cielo, mentre altre, influenzate dall’ntervento papale, le chiusero la porta in faccia, impedendo così alla luce della conoscenza biblica di esercitare in esse la sua benefica azione. In un paese la luce penetrò, ma poi venne espulsa dalle tenebre: dopo secoli di lotta fra verità ed errore, alla fine il male ebbe il sopravvento, e la verità celeste fu respinta. « Or questa è la condannazione: che la luce è venuta nel mondo, e gli uomini hanno amate le tenebre più che la luce » Giovanni 3: 19 (D). -Quella nazione raccolse così gli amari frutti di quello che aveva seminato. La potenza protettrice dello Spirito di Dio fu rimossa da un popolo che aveva disprezzato il dono della grazia celeste. Il male, rompendo ogni freno, ebbe modo di maturare, e il mondo poté vedere il frutto del volontario rigetto della luce.
La guerra secolare fatta dalla Francia alla Parola di Dio sfociò nelle scene della Rivoluzione. Questa terribile vicenda fu il logico risultato della soppressione della Bibbia da parte di Roma,(19) e fornì la più eloquente illustrazione che il mondo mai avesse avuto circa i frutti della politica papale dopo un insegnamento più che millenario.
La soppressione delle Sacre Scritture durante il periodo della supremazia papale era stata predetta dai profeti, e l'Apocalisse aveva preannunciato le terribili conseguenze che sarebbero derivate, specialmente per la Francia, dal dominio dell'« uomo di peccato ».
Così disse l'angelo del Signore: « E questi calpesteranno la santa città per quarantadue mesi. E io darò ai miei due testimoni di profetare, ed essi profeteranno per milleduecentosessanta giorni, vestiti di cilicio... E quando avranno compiuta la loro testimonianza, la bestia che sale dall'abisso muoverà loro guerra e li vincerà e li ucciderà. E i loro corpi morti giaceranno sulla piazza della gran città, che spiritualmente si chiama Sodoma ed Egitto, dove anche il Signor loro è stato crocifisso... E gli abitanti della terra si rallegreranno di loro e faranno festa e si manderanno regali gli uni agli altri, perché questi due profeti avranno tormentati gli abitanti della terra. E in capo ai tre giorni e mezzo uno spirito di vita procedente da Dio entrò in loro, ed essi si drizzarono in pie e grande spavento cadde su quelli che li videro » Apocalisse 11: 2-11.
I periodi profetici qui indicati « quarantadue mesi » e « milleduecentosessanta giorni » si riferiscono a una stessa cosa: indicano, cioè, il periodo durante il quale la chiesa di Cristo avrebbe subìto l'oppressione di Roma. I milleduecentosessant'anni della supremazia papale ebbero inizio nel 538 d. C., e sarebbero finiti nel 1798 5 Quell'anno un eser cito francese penetrò in Roma, fece prigioniero il papa e lo condusse ín esilio, dove morì. Sebbene di lì a poco un nuovo pontefice venisse eletto, pure da allora il papato non è stato più capace di ristabilire la sua antica potenza.
La persecuzione della chiesa non durò l'intero periodo dei milleduecentosessant'anni, perché Dio nella sua misericordia verso il suo popolo abbreviò il tempo della prova. Nel predire la « grande tribolazione » che la chiesa avrebbe conosciuto, il Salvatore dichiarò: « E se quei giorni non fossero stati abbreviati, nessuno scamperebbe; ma, a cagion degli elettil que' giorni saranno abbreviati » Matteo 24: 22. Per l'azione della Riforma, la persecuzione finì prima del 1798.
A proposito dei due testimoni, il profeta dichiara: « Questi sono i due olivi e i due candelabri che stanno nel cospetto del Signore della terra » Apocalisse 11: 4. « La tua parola », dice il Salmista, « è una lampada al mio piè ed una luce sul mio sentiero » Salmo 119: 105. I due testimoni rappresentano le Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento. Entrambe sono testimoni importanti dell'origine e della perpetuità della legge di Dio e del piano della salvezza. I tipi, i sacrifici, le profezie dell'Antico Testamento additano il Salvatore che doveva venire; gli evangeli e le epistole del Nuovo Testamento, a loro volta, parlano del Salvatore venuto esattamente nel modo predetto dai tipi e dai profeti.
« Essi profeteranno per milleduecentosessanta giorni, vestiti di cilicio » Apocalisse 11: 4. Durante la maggior parte di questo periodo, i testimoni di Dio rimasero nell'oscurità, in quanto il potere papale si sforzava di tenere celata al popolo la Parola della verità e di mettergli dinanzi dei falsi testimoni che ne contraddicessero la testimonianza.(20) Quando la Bibbia fu proibita dalle autorità civili e religiose; quando la -sua testimonianza fu pervertita e fu messo in atto ogni sforzo che uomini e demoni potessero escogitare per distogliere da essa la mente delle persone; quando chi amava la verità era perseguitato, tradito, torturato, sepolto in orride celle, martirizzato per la sua fede o costretto a fuggire su per i monti e a rifugiarsi nelle caverne, fu allora che i fedeli testimoni profetarono vestiti di sacco. In tali condizioni essi resero la loro testimonianza lungo l'arco dei milleduecentosessant'anni. Anche nelle ore più oscure si levarono uomini fedeli che avevano a cuore la Parola di Dio e l'onore dell'Altissimo. A questi fedeli servitori fu data la saggezza, la forza e l'autorità necessarie per proclamare la verità durante tutto questo tempo.
« E se alcuno li vuole offendere, esce dalla lor bocca un. fuoco che divora i loro nemici; e se alcuno li vuole offendere bisogna ch'ei sia ucciso in questa maniera » Apocalisse 11: 5. Gli uomini non possono calpestare impunemente la Parola di Dio. Il significato di questa terribile denuncia viene espresso nel capitolo conclusivo dell'Apocalisse: « lo lo dichiaro a ognuno che ode le parole della profezia di questo libro: Se alcuno vi aggiunge qualcosa, Dio aggiungerà ai suoi mali le piaghe descritte in questo libro; e se alcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Iddio gli torrà la sua parte dell'albero della vita e della città santa, delle cose scritte in questo libro » Apocalisse 22: 18, 19.
Tali sono gli avvertimenti dati da Dio per mettere gli uomini in guardia contro la tendenza di cambiare in qualche modo ciò che Egli ha rivelato e comandato; essi si applicano a tutti coloro che con il loro influsso inducono gli uomini a considerare con leggerezza la legge di Dio. Queste solenni dichiarazioni dovrebbero spingere al timore e al tremore quanti affermano che, in fondo, ubbidire o meno alla legge di Dio è cosa di scarsa importanza. Chiunque metta la propria opinione al di sopra della rivelazione divina, chiunque cerchi di mutare il chiaro significato della Scrittura per adattarlo alle proprie convenienze o per conformarsi al mondo, si addossa una tremenda responsabilità. La Parola scritta, la legge di Dio, sarà la misura del carattere di ognuno e condannerà tutti quelli che saranno stati trovati mancanti.
« E quando avranno compiuta (staranno per compiere, traduzione letterale. N. d. T.) la loro testimonianza » Apocalisse 11: 7. Il periodo durante il quale i due testimoni avrebbero testimoniato vestiti. di cilicio doveva finire nel 1798. Verso la fine della loro attività, esercitata nell'ombra, essi sarebbero stati combattuti dal potere rappresentato da « la bestia che sale dall'abisso ». In molte nazioni europee per secoli le autorità civili ed ecclesiastiche erano state sotto il controllo di Satana il quale, per il conseguimento dei suoi fini, si serviva del papato. Qui, ora, si assiste a una nuova manifestazione della potenza satanica.
Sotto l'apparenza di ossequio alla Bibbia, Roma aveva conservato il Libro di Dio in una lingua sconosciuta nascondendolo, così, al popolo. Ma ecco sopraggiungere un'altra potenza - la bestia che sale dall'abisso - per fare apertamente guerra alla Parola di Dio.
La « grande città », nelle cui strade furono uccisi i due testimoni e nelle quali giacquero i loro corpi morti, è chiamata spiritualmente Egitto. Di tutte le nazioni ricordate nel racconto biblico, l'Egitto è quella che più delle altre negò l'esistenza di Dio e resistette ai suoi ordini. Nessun monarca si avventurò in una ribellione più baldanzosa contro l'autorità celeste di quella del faraone di Egitto. Quando Mosè gli trasmise il messaggio di Dio, egli disse con orgoglio: « Chi è il Signore, che io ubbidisca alla sua voce, per lasciare andare Israele? Io non conosco il Signore, e anche non lascerò andare Israele! » Esodo 5: 2 (D). Questo è ateismo. Orbene, la nazione qui rappresentata dall'Egitto doveva anch'essa ricusare di riconoscere le esigenze dell'Iddio vivente e manifestare un identico spirito di incredulità e di sfida. La « grande città » è anche paragonata spiritualmente a Sodoma. La corruzione di Sodoma, che calpestò la legge di Dio, si espresse specialmente con la lussuria. Questo peccato doveva essere la caratteristica della nazione che avrebbe dimostrato di possedere i requisitì sopra indicati.
Dalle parole del profeta appare che poco prima del 1798 una potenza di origine satanica si sarebbe levata per combattere la Bibbia. Nel paese dove i due testimoni dovevano essere ridotti al silenzio, si sarebbe manifestato l'ateismo di Faraone e la lussuria di Sodoma.
Questa profezia si è adempiuta in maniera impressionante nella storia della Francia. Durante la Rivoluzione, nel 1793, « per la prima volta il mondo udì un'assemblea di uomini nati e cresciuti nella piena civiltà arrogarsi, il diritto di governare una delle più nobili nazioni europee, levare la voce per negare la più solenne verità che l'anima umana possa conoscere, e rinunciare, unanimi, alla fede e all'adorazione della Deità » Walter Scott, Life of Napoleon, vol. 1, cap. 17. « Fra tutte le nazioni del mondo delle quali si posseggono degli annali autentici, la Francia è l'unica che abbia osato levare la mano in aperta ribellione contro l'Autore dell'universo. t vero, sì, che bestemmiatori e atei ci sono sempre stati e tuttora ci sono in Inghilterra, in Germania, in Spagna e altrove; però è altrettanto vero che la Francia ci offre la visione di uno stato che per decreto della sua assemblea legislativa 'affermò la non esistenza di Dio e vide la maggioranza della sua popolazione, nella capitale e nelle altre città, accogliere l'annuncio con gioia e con danze » Blackwood's Magazine, Novembre 1870.
La Francia, inoltre, manifestò anche le caratteristiche di Sodoma. Durante la Rivoluzione ci furono immoralità e corruzione simili a quelle che provocarono la distruzione delle città della pianura. Lo stesso storico, nel narrare i fatti di quell'epoca, presenta l'ateismo e la depravazione della Francia come la profezia aveva indicato: « In intima relazione con queste leggi contrarie alla religione, vi era quella che riduceva l'unione coniugale -che è l'impegno più sacro che l'uomo possa prendere e la cui permanenza conduce al consolidamento della società - alla stregua di un semplice contratto civile, di carattere transitorio, che ognuno dei due contraenti poteva stipulare o sciogliere a -suo piacimento... Se dei nemici della società si fossero imposti il compito di attuare un sistema per distruggere tutto ciò che è bello, venerabile e duraturo nella vita domestica, perpetuandolo di generazione in generazione, non avrebbero potuto escogitare un piano più efficace di quello consistente nel porre il matrimonio a un così basso livello di degradazione... Sofia Arnoult, attrice famosa per il suo spirito, definì il matrimonio repubblicano "Il sacramento dell'adulterio" » Scott, vol. 1, cap. 17.
« Dove anche il Signor loro è stato crocifisso ». Questa prof ezia si adempì in Francia. In nessun altro paese, infatti, si manifestò simile spirito di inimicizia contro Cristo. In nessun altro paese la verità incontrò tanta amara e crudele opposizione. Nella sua persecuzione contro i confessori del Vangelo, la Francia crocifisse Cristo nella persona dei -suoi discepoli.
Nel corso dei secoli il sangue dei santi è stato copìosamente sparso. Mentre i valdesi morivano sulle Alpi « per la Parola di Dio e per la testimonianza di Gesù », altra testimonianza alla verità veniva data dai loro fratelli, gli albigesi di Francia. Ai tempi della Riforma, gli ugonotti erano stati uccisi dopo orribili torture. Il re e i nobili, le donne di alto lignaggio, le fragili e delicate fanciulle, orgoglio e vanto della nazione, erano stati testimoni dell'agonia dei martiri di Gesù. Battendosi per quei diritti che sono sacri al cuore umano, essi avevano sparso copiosamente il loro sangue. I protestanti, considerati dei fuori legge sulle cui teste gravava una taglia, erano braccati come belve feroci.
I pochi discendenti degli antichi cristiani che ancora esistevano in Francia nel dìciottesimo secolo, conosciuti col nome di « Chiesa del deserto », coltivavano la fede dei padri. Quando di notte essi si avventuravano lungo i pendii dei monti o si dirigevano verso qualche luogo appartato per riunirsi e adorare Dio, venivano perseguitati dai dragoni, arrestati e. condannati al carcere a vita. I più puri, i più nobili e intelligenti dei francesi furono messi in catene, mescolati con ladri e assassini, dopo essere stati oggetto di torture inaudite (vedi Wylie, vol. 22, cap. 6). Altri, trattati meno ferocemente, furono uccisi a sangue freddo mentre, inermi e inoffensivi, pregavano in ginocchio. Centinaia di vecchi, donne e fanciulli innocenti vennero lasciati, uccisi, là dove si erano riuniti per celebrare il loro culto. Percorrendo i monti e i boschi dove in generale i protestanti si radunavano, non era raro incontrare « ogni quattro passi dei cadaveri stesi al suolo oppure appesi agli alberi ». Il paese, devastato dalla spada, dalla scure e dal rogo, « diventò un vasto e desolato deserto ». « Queste atrocità, lo si noti bene... non furono perpetrate nel fosco Medioevo, ma all'epoca brillante di Luígi XIV, epoca in cui si coltivava la scienza, fiorivano le lettere, e i teologi della corte e della capitale, dotti ed eloquenti, ostentavano grazia, mansuetudine e carità » Idem, vol. 22, cap. 7.
Ma la pagina più nera e più orribile che mai sia stata scritta nel corso dei secoli è quella relativa al massacro della notte di San Bartolomeo. Il mondo -tuttora ricorda con brividi di orrore le scene di quella codarda e crudele carneficina. Il re di Francia, spinto dai prelati romani, diede la propria sanzione a quell'eccidio spaventoso. Una campana, suonando a morto in piena notte, diede il segnale della strage. Migliaia di protestanti che dormivano tranquilli, fiduciosi nell'impegno di onore del re, furono presi e, senza profferir parola, trucidati a sangue freddo.
Come Cristo fu l'invisibile condottiero d'Israele dalla schiavitù dell'Egitto alla libertà in terra di Canaan, così Satana fu l'invisibile capo che diresse questa spaventosa opera di sterminio. A Parigi la strage durò sette giorni, i primi tre dei quali furono caratterizzati da un inconcepibile furore. Essa non si limitò alla sola capitale. Per ordine speciale del sovrano, fu estesa a tutte le province e a tutte le città dove c'erano dei protestanti. Non ci fu rispetto alcuno né per il sesso, né per l'età. Non furono risparmiati né il canuto vegliardo, né l'innocente neonato. Nobili e plebei, vecchi e giovani, madri e figli vennero uccisi senza nessuna discriminazione. In tutta la Francia il massacro durò due mesi e i morti, il fior fiore della nazione, furono settantamila.
« Quando la notizia della strage giunse a Roma, l'esultanza del clero non conobbe limiti. Il cardinale di Lorena ricompensò il messaggero con un dono di mille corone; il cannone di Castel Sant'Angelo tuonò in segno di giubilo; le campane suonarono a stormo; innumerevoli fiaccolate mutarono la notte in giorno; papa Gregorio XIII, scortato dai cardinali e da altri dignitari ecclesiastici, si recò in processione alla chiesa di San Luigi, dove il cardinale di Lorena cantò il Te Deum... Fu coniata una medaglia a ricordo del massacro, e in Vaticano si possono tuttora vedere tre affreschi del Vasari: uno raffigura l'uccisione dell'ammiraglio di Coligny; uno il re che col suo consiglio organizza la strage; uno che riproduce il massacro stesso. Gregorio inviò a Carlo, re di Francia, la rosa d'oro e quattro mesi più tardi... ascoltò, con vivo compíacimento, il sermone di un sacerdote francese... che illustrava quel giorno "pieno di gioia e di felicità", in cui il "santissimo padre", ricevuta la notizia, si era recato solennemente alla chiesa di San Luigi (dei Francesi N. d. T.) per ringraziare Iddio » Henry White, The Massacre of St. Bartholomew, cap. 14, par. 34.
Lo stesso spirito malefico che aveva spinto alla strage di San Bartolomeo, presidiò anche le scene della Rivoluzione. Gesù Cristo fu da essa dichiarato « impostore ». Il grido degli atei: « Schiacciate l'infame! » alludeva a Cristo. Bestemmia e depravazione procedevano di pari passo, sì che degli uomini abietti, veri mostri di vizio e di perfidia, venivano esaltati e colmati di onori. In tutto ciò non si faceva che tributare un solenne omaggio a Satana, mentre Cristo nelle sue caratteristiche di verità, di purezza e di altruistico amore, veniva nuovamente crocifisso.
« La bestia che sale dall'abisso muoverà loro guerra e li vincerà e li ucciderà ». Il potere ateo che durante la Rivoluzione e il regno del Terrore dominò la Francia, fece una guerra senza precedenti a Dio e alla sua santa Parola. L'adorazione della Deità fu abolita dall'assemblea nazionale. Gli esemplari della Sacra Scrittura furono raccolti e dati pubblicamente alle fiamme fra grandi manifestazioni di disprezzo. La legge di Dio fu calpestata e le istituzioni bibliche vennero abolite. Al giorno di riposo settimanale si sostituì la decade: ogni decimo giorno era consacrato alla gozzoviglia e alla bestemmia. Furono vietati il battesimo e la comunione; le iscrizioni funerarie sulle tombe definivano la morte come un sonno eterno.
Il timore del Signore, che è il principio della sapienza, fu definito principio della pazzia. Venne inoltre abolito ogni culto, salvo quello della libertà e della patria. « Il vescovo costituzionale di Parigi ebbe la parte principale in questa farsa che può essere a ragione definita la più impudente e la più scandalosa che sia stata recitata da una rappresentanza nazionale... In piena processione, egli dichiarò dinanzi alla convenzione che la religione da lui insegnata per tanti anni era un'invenzione dei preti, senza nessuna base né nella storia né nella sacra verità. In termini espliciti e solenni, egli negò l'esistenza della Deità al cui culto era stato un tempo consacrato, e affermò che d'ora innanzi si sarebbe votato al culto della libertà, dell'uguaglianza, della virtù e della moralità. Ciò detto, depose le insegne sacerdotali e ricevette un abbraccio fraterno da parte del presidente della convenzione. Numerosi sacerdoti apostati imitarono il suo esempio » Scott, vol. 1, cap. 17.
« E gli abitanti della terra si rallegreranno di loro e faranno festa e si manderanno regali gli uni agli altri, perché questi due profeti avranno tormentati gli abitanti della terra » Apocalisse 11: 10. La Francia incredula aveva ridotto al silenzio la voce ammonitrice dei due testimoni di Dio. La Parola di Dio giaceva cadavere nelle strade, e quelli che odiavano le restrizioni e le esigenze della legge di Dio giubilavano. Gli uomini sfidavano pubblicamente il Re del cielo: « Com'è possibile che Dio sappia ogni cosa, che vi sia conoscenza nell'Altissimo? » Salmo 73: 11.
Con una sfrontatezza blasfema che superava i limiti del credibile, uno dei sacerdoti del nuovo ordine dichiarò: « Dio, se esisti, rivendica il tuo nome che viene così -ingiuriato. Io ti sfido! Tu taci e non osi scagliare i tuoi fulmini. Chi, dopo questo, potrà ancora credere alla tua esistenza? » Lacretelle, History, vol. 2, p. 309; citato in A. Alison, in History of Europe, vol. 1, cap. 10. Sembra di udire le parole di Faraone: « Chi è l'Eterno, ch'io debba ubbidire alla sua voce? lo non conosco l'Eterno ».
« Lo stolto ha detto nel suo cuore: Non c'è Dio! » Salmo 14: l. Il Signore, parlando di quanti cercano di pervertire la sua verità, dice: « La loro stoltezza sarà manifesta a tutti » 2 Timoteo 3: 9. La Francia, dopo che ebbe rinunciato al culto dell'Iddio vivente, « l'Alto e l'Eccelso che abita l'eternità », scivolò nella più abietta idolatria, celebrando il culto alla dea Ragione nella persona di una donna corrotta. E questo nell'assemblea rappresentativa della nazione e da parte delle autorità civili e legislative. Ricorda lo storico: « Una delle cerimonie di questo insano periodo si impone, senza tema di rivali, per la sua assurdità, -oltre che per la sua empietà... Le porte della convenzione si spalancarono per lasciar entrare un gruppo di musicanti seguiti, in solenne processione, dai membri del consiglio municipale i quali cantavano un inno in onore della libertà e scortavano l'oggetto del loro futuro culto: una donna velata che essi chiamavano dea Ragione. Introdotta nel recinto, solennemente liberata del velo che la copriva, ella prese posto alla destra del presidente. A questa donna, una danzatrice dell'Opera, considerata come il « migliore emblema » della Ragione, la convenzione nazionale di Francia tributò un pubblico omaggio.
« Tale rito empio e ridicolo ebbe un seguito: l'insediamento della dea Ragione fu rinnovato e imitato in tutte quelle regioni francesi che ci tenevano a dimostrarsi all'altezza della Rivoluzione » Scott, vol. 1, cap. 17.
L'oratore che espose il culto della Ragione disse: « Legislatori! Il fanatismo ha ceduto il posto alla Ragione: i suoi occhi velati non potevano resistere al fulgore della luce. Oggi una immensa folla si è data convegno sotto queste gotiche volte che per la prima volta hanno fatto echeggiare la verità. Qui i francesi hanno celebrato il solol vero culto: quello della Libertà e della Ragione. Qui noi abbiamo formulato voti per la prosperità delle armi della Repubblica; qui. abbiamo rinunciato agli idoli inanimati per la Ragione che è una -immagine animata, capolavoro della natura » M. A. Thiers, History of the French Revolution, vol. 2, pp. 370, 371.
Quando la dea fu presentata alla convenzione, l'oratore la prese per mano e, rivolto all'assemblea, disse: « Mortali! Cessate di tremare dinanzi ai tuoni impotenti di un Dio creato dai vostri timori! D'ora innanzi voi non riconoscerete altra divinità che la Ragione. lo ve ne offro l'immagine più nobile e più pura. Se volete avere degli idoli, ebbene sacrificate solo a uno come questo!... Cadi, di fronte all'augusto Senato della Libertà, o velo della Ragione! ».
« La dea, dopo essere stata abbracciata dal presidente, fu fatta salire su un magnifico carro e condotta, in mezzo a una immensa folla plaudente, alla cattedrale di Notre Dame per prendervi il posto della Deità. Qui ella fu insedíata sopra l'altare maggiore e ricevette l'adorazione dei presenti » Alison, vol. 1, cap. 10.
Poco tempo dopo, la Bibbia fu pubblicamente bruciata. In una certa occasione la « Società popolare dei musei » entrò in municipio gridando « Viva la Ragione! » e sbandierando in cima a una pertica i resti semiarsi di vari libri fra i quali: breviarí, messali, Antico e Nuovo Testamento, « che espiavano in un immenso falò », dichiarò il presidente, « tutte le follie che avevano fatto commettere al genere umano » Journal de Paris, 1793, n. 318, citato da Buchez-Roux, Collection od Parliamentary History, vol. 30, pp. 200,201.
L'ateismo completava l'opera iniziata dal papato. La politica di Roma aveva determinato le condizioni. sociali, politiche e religiose che provocarono la rovina della Francia. Degli scrittori, alludendo agli orrori della Rivoluzione, dicono che simili eccessi vanno attribuiti al trono e alla chiesa.(21) Per un sereno criterio di giustizia dobbiamo dire che in realtà essi vanno messi sul conto della chiesa. Il papato, purtroppo, aveva avvelenato le menti dei re contro la Riforma, definita nemica del trono, elemento di discordia, fatale alla pace e alla buona armonia del paese. Fu Roma, perciò, a ispirare le crudeltà più inaudite e l'oppressione più pesante da parte della monarchia.
Lo spirito di libertà si era affermato con la Bibbia. Dovunque il Vangelo veniva accolto, le menti si svegliavano, gli uomini infrangevano i ceppi che li avevano tenuti così a lungo schiavi dell'ignoranza, del vizio e della superstizione, e cominciavano a pensare e ad agire da uomini. I sovrani se ne resero conto e tremarono per il despotismo di cui si erano resi colpevoli.
Roma, però, non trascurò di alimentare i loro gelosi timori. Parlando al reggente di Francia, nel 1525, il papa disse: « Questa mania [il Protestantesimo] non solo confonde e distrugge la religione, ma risulta fatale anche al principati, alle nobiltà, alle, leggi, agli ordini religiosi e alle classi sociali » G. De Félice, History of the Protestants of France, vol. 1, cap. 2, par. 8. Alcuni anni più tardi, un nunzio pontificio avvertì il re di Francia: « Sire, non si lasci ingannare: i protestanti sconvolgeranno ogni ordine civile e religioso... Il trono corre lo stesso pericolo dell'altare... L'introduzione di una nuova religione dovrà necessariamente produrre un nuovo governo » D'Aubigné, History of the Reformation in Europe in the Time of Calvin, vol. 1, cap. 36. I teologi facevano appello ai pregiudizi della gente affermando che la dottrina protestante « Porta gli uomini alla novità e alla follia, deruba i re dell'affetto dei loro sudditi e devasta sia la chiesa che lo stato ». Fu così che Roma riuscì ad aizzare la Francia contro la Riforma. La spada della persecuzione fu esaminata in Francia, per la prima volta, per sostenere il trono, proteggere la nobiltà e mantenere le leggi » Wylie, vol. 13, cap. 4.
I capi di governo non si rendevano conto delle conseguenze di questa loro fatale politica. Gli insegnamenti della Bibbia avrebbero inculcato nelle menti e nei cuori del popolo i princìpi di giustizia, di temperanza, di verità, di equità e di benevolenza che stanno alla base della prosperità nazionale. « La giustizia innalza una nazione » Proverbi 14: 34. « Il trono è reso stabile con la giustizia » Proverbi 16: 12. « E ciò cheja giustizia opererà sarà riposo e sicurtà, in perpetuo » Isaia 32: 17 (D). Chi ubbidisce alla legge divina, è automaticamente portato al rispetto delle leggi del paese e all'ubbidienza di esse. Chi teme Dio onorerà il re nell'esercizio della sua autorità giusta e legittima. Sfortunatamente, la Francia vietò la Bibbia e ne proscrisse i suoi discepoli. Secolo dopo secolo, mòlti uomini integri, coscienziosi, ricchi di vigore intellettuale e morale, che avevano il coraggio delle proprie opinioni e la fede che permette di soffrire qualunque cosa per amore della verità, furono incatenati sulle galere, arsi sul rogo, lasciati marcire in orride celle. Miglíaia e migliaia di altri trovarono scampo nella fuga, e la cosa durò per oltre duecentocinquant'anni dopo l'inizio della Riforma.
« Forse non c'è stata una sola generazione in Francia, durante questo lungo periodo di tempo, che non abbia visto i discepoli del Vangelo fuggire dinanzi alla furia violenta dei loro persecutori. Portando seco le arti, le industrie (nelle quali eccellevano), l'intelligenza che li caratterizzava, lo spirito di ordine al quale erano abituati, andarono ad arricchire i paesi che offrirono loro asilo, a detrimento di quello che li metteva al bando. Se tutto ciò che fu portato via fosse rimasto; se durante questi tre secoli la mano abile di questi esuli avesse coltivato il suolo natio; se i loro talenti industriali avessero dato incremento alle officine; se il loro genio creativo e la loro capacità analitica avessero arricchito la letteratura e curato le scienze; se la loro ben nota saggezza avesse diretto i consigli; se la loro equità avesse collaborato alla redazione delle leggi; se la religione dell'Evangelo avesse fortificato l'intelletto e guidato la coscienza del popolo, quanto grande sarebbe stata la gloria della Francia! Che paese grande, prospero, felice -vero modello dei Popoli - sarebbe attualmente!
« Purtroppo, un cieco e inescusabile bigottismo bandì dal suo suolo i predicatori della virtù, i campioni dell'ordine, i veri sostenitori del trono. Esso diceva agli uomini che avrebbero potuto dare alla Francia la fama e la gloria: Avete la scelta: o il rogo o l'esilio! Alla fine il paese conobbe una rovina totale: in esso non ci fu più nessuna coscienza da proscrivere, nessuna religione da trascinare sul rogo, nessun patriottismo da mandare in esilio » Wylie, vol. 13, cap. 20. La conseguenza fu la Rivoluzione con tutti i suoi orrori.
« Con la partenza degli ugonotti, la Francia conobbe un declino generale. Fiorenti città industriali caddero a poco a poco in decadenza; zone fertili finirono col piombare in uno stato di quasi totale abbandono; ad un periodo di progresso subentrò il marasma intellettuale seguito dal collasso morale. Parigi fu trasformata in una vera e propria "casa di beneficenza". Si stima, infatti, che all'inizio della Rivoluzione duecentomila poveri venivano mantenuti con i sussidi della casa reale. Solo i gesuiti prosperavano in questa nazione, ormai in preda alla crisi, e dominavano con vera tirannia nelle scuole, nelle chiese, nelle prigioni e nelle galere ».
Il Vangelo avrebbe recato alla Francia la soluzione di quei problemi di ordine sociale e politico che sfidavano l'abilità del suo clero, del suo re, dei suoi legislatori, e che dovevano finire col trascinare il paese all'anarchia e alla rovina. Sotto il dominio di Roma, il popolo aveva dimenticato l'altruismo e l'amor fraterno. Il ricco non veniva rimproverato per l'oppressione del povero, e il povero, a sua volta, era totalmente abbandonato al suo stato di servitù e di degradazione. In tal modo l'egoismo dei ricchi e dei potenti andò gradatamente aumentando fino a diventare addirittura oppressivo. Per secoli l'ingordigia e la dissipazione dei nobili si erano concretizzate in sistematiche estorsioni sui contadini. Le conseguenze erano ora palesi: i poveri odiavano i ricchi e questi sfruttavano i poveri.
In molte province le terre appartenevano ai nobili, i quali si servivano della mano d'opera delle classi lavoratrici. I latifondisti, perciò, dettavano legge, e i loro dipendenti erano costretti a soggiacere alle loro esorbitanti pretese. Il peso derivante dal dover mantenere sia lo stato che la chiesa ricadeva sulle categorie medie e inferiori le quali erano oggetto di balzelli da parte delle autorità civili e religiose. « Il beneplacito dei nobili era considerato legge suprema; se gli agricoltori morivano di fame, in fondo nessuno se ne curava... La precedenza assoluta era data agli interessi dei proprietari, per cui ogni altra considerazione passava in secondo piano. La vita degli agricoltori era fatta di incessante lavoro e di immutabile povertà. I loro lamenti venivano accolti con insolenti sarcasmi. Perfino le corti di giustizia davano invariabilmente ragione ai nobili, in quanto gli stessi giudici si lasciavano corrompere e appagavano i capricci degli aristocratici in virtù di questo sistema di generale corruzione... Del denaro strappato al popolo mediante le imposte, solo una parte affluiva nelle casse reali o vescovili; il resto veniva sprecato in dissoluta intemperanza. Coloro che, in tal modo, riducevano alla miseria i loro simili, erano esenti da tasse; e per legge o per consuetudine avevano accesso a tutte le cariche dello stato. Le classi privilegiate contavano circa centocinquantamila membri, e per provvedere alla loro prodigalità, milioni di persone erano condannate a una vita di stenti che sembrava non dovesse conoscere nessuna via di uscita » (22).
La corte viveva nel lusso e nella dissipazione. La sfiducia esistente fra popolo e governanti faceva sì che ogni provvedimento' del governo fosse accolto con diffidenza. Per ben capire le cose bisogna ricordare che prima della Rivoluzione, per oltre mezzo secolo, il trono era stato occupato da Luigi XV, noto per la sua debolezza, la sua frivolezza e la sua sensualità. Con un'aristocrazia depravata e crudele, con una popolazione ignorante e ridotta alla miseria, lo stato si trovava in serie difficoltà economiche. I sudditi erano esasperati, e non occorreva possedere occhio profetico per prevedere una catastrofe a breve scadenza. Agli avvertimenti dei consiglieri, il re soleva rispondere: « Cercate di fare in modo che le cose vadano avanti finché io vivo: dopo la mia morte sarà quel che sarà ». Invano si cercava di mettere in risalto la necessità di una riforma: egli vedeva benissimo i mali che affliggevano la nazione, però. gli mancavano le forze e il coraggio di porvi rimedio. La Francia, perciò, era minacciata da un fato che lo stesso sovrano, senza volerlo, definì molto bene quando disse: « Dopo di me il diluvio! ».
Sfruttando la gelosia dei re e delle classi dirigenti, Roma aveva indotto gli uni e le altre a tenere il popolo in uno stato di servitù, sapendo che in tal modo lo stato si sarebbe indebolito. Questo, essa pensava, avrebbe contribuito a rafforzare ancora di più la sua autorità sulle nazioni. Con una politica lungimirante, Roma sapeva che per poter asservire gli uomini bisogna incatenare le anime; e che il mezzo più efficace per impedir loro di sottrarsi alla servitù consisteva nel renderli incapaci di libertà. La degradazione morale derivante da tale politica era mille volte più terribile delle sofferenze fisiche da essa provocate. Privati della Bibbia, abbandonati a un insegnamento che era un tessuto di bigottismo e di fanatismo, il popolo giaceva immerso nell'ignoranza e nella superstizione, preda del vizio e incapace di autogovernarsi.
Però le conseguenze di tale stato di cose furono diverse da quelle previste da Roma. Apparve ben presto evidente che le masse, anziché rimanere ciecamente sottomesse ai dogmi romani, diventavano sempre di più incredule e rivoluzionarie. Il Romanesimo era disprezzato come clericalismo, e il clero, a sua volta, considerato come un incentivo all'oppressione e come alleato degli oppressori. Il solo dio e la sola religione conosciuti erano il dio e l'insegnamento di Roma, la cui avarizia e ingordigia erano ritenuti i frutti legittimi del Vangelo che, perciò, finiva con l'essere messo al bando da tutti.
Roma aveva travisato il carattere di Dio e pervertito le sue esigenze, sì che gli uomini avevano finito col rigettare la Bibbia e il suo Autore. Essa aveva chiesto una fede cieca ai suoi dogmi, con la pretesa che essi erano sanzionati dalle Scritture. Per reazione, Voltaire e i suoi colleghi avevano messo da parte la Parola di Dio e diffondevano ovunque il veleno dell'incredulità. Roma aveva schiacciato il popolo sotto il suo tallone di ferro; e ora le masse, degradate e abbrutite, assetate di libertà, spezzavano ogni freno. Furenti di avere tanto a lungo tributato omaggio a un inganno attraente, non volevano più saperne ne della verità, né della falsità. Scambiando la licenza per libertà, gli schiavi del.vizio esultavano della loro presunta indipendenza.
All'inizio della Rivoluzione, per concessione reale il popolo aveva ottenuto, presso gli Stati generali, una rappresentanza numericamente superiore a quella costituita dal clero e dalla nobiltà riuniti. In tal modo, il piatto della bilancia del potere aveva finito col pendere dalla sua parte. Il popolo,. però, non era preparato a farne un uso savio e moderato. Nella sua ansia di riparare i torti subìtí, esso decise di intraprendere la ricostruzione della società. Un popolazzo,. inasprito dall'amaro ricordo delle ingiustizie patite, decise di rivoluzionare lo stato di povertà che si era andato progressivamente stabilendo e di vendicarsi di quanti erano considerati gli autori responsabili delle passate sofferenze. In tal modo gli oppressi, applicando le lezioni apprese sotto la tirannia, divennero a loro volta gli oppressori di coloro che li avevano precedentemente soggiogati.
La Francia raccolse nel sangue la messe di quello che aveva seminato, e terribili furono le conseguenze della sua passata sottomissione al giogo romano. Là dove, per l'influsso di Roma, era stato acceso il primo rogo all'inizio della Riforma, la Rivoluzione vi innalzò la prima ghigliottina. Sullo stesso luogo in cui nel sedicesimo secolo erano stati arsi i primi martiri della fede protestante, si ebbero le prime vittime ghigliottinate del diciottesimo secolo. Nel rigettare l'Evangelo, che avrebbe assicurato la sua guarigione, la Francia aveva aperto la porta all'íncredulità e alla rovina. Dove erano state disprezzate le legittime restrizioni della legge di Dio, ci si accorse che le leggi umane erano incapaci di tenere a freno l'ondata delle passioni popolari, e la nazione precipitò nella ribellione e nell'anarchia. La guerra alla Bibbia inaugurò un'èra che il mondo tuttora ricorda col nome di Regno del Terrore. La pace e la felicità furono bandite dai focolari e dai Cuori; nessuno si sentiva al sicuro, perché il trionfatore di oggi poteva essere domani sospettato e condannato a morte. La violenza e la lussuria regnavano incontrastate.
Il re, il clero e la nobiltà furono costretti a subire le atrocità di un popolo reso pazzo dal furore. La decapitazione del re servì solo a stimolare ancor più la sete di vendetta dei francesi, e così coloro che ne avevano decretata la morte furono anch'essi ghigliottinati. Una spaventosa carneficina spazzò via tutti quelli che erano sospettati di ostilità verso la Rivoluzione. Le prigioni erano affollate, tanto che a un certo momento i carcerati furono oltre duecentomila. Le città del regno erano teatro di scene orribili. I vari partiti rivoluzionari si combattevano fra loro, e la Francia finì col diventare un immenso campo di battaglia fra masse in continua lotta, sospinte dal fuoco delle loro violente passioni. « A Parigi i tumulti si susseguivano e i cittadini erano suddivisi in una lunga teoria di fazioni che sembravano avere come unico scopo quello di annientarsi a vicenda ». Per mettere il colmo a questa angosciosa situazione, il paese fu coinvolto in una lunga e disastrosa guerra contro le grandi potenze europee. « La nazione venne a trovarsi sull'orlo del fallimento. Gli eserciti reclamavano il loro soldo arretrato; i parigini erano ridotti alla fame e le province devastate da bande di briganti. Pareva che la civiltà dovesse estinguersi, vittima dell'anarchia e della depravazione ».
Il popolo aveva assimilato fin troppo bene le lezioni di crudeltà e di tortura che Roma aveva impartito con tanta diligenza, e ora che era giunto il giorno della retribuzione, non erano più i discepoli di Crísto a essere gettati in prigione o trascinati sul patibolo, in quanto ormai da tempo essi o erano morti e se n'erano andati in esilio. Toccava ora a Roma provare tutta la micidiale violenza di coloro che essa aveva addestrati a commettere fatti di sangue. « L'esempio di persecuzione dato dal clero di Francia per tanti secoli si ritorceva su di esso con inaudito rigore: i patiboli erano arrossati dal sangue dei preti; le. galere e le carceri, un tempo gremite di Ugonotti, erano ora piene dei loro persecutori. Incatenati al banco, affaticandosi sui remi, i membri del clero romano sperimentavano tutta la severità delle pene che un tempo essi avevano inflitte ai mansueti eretici » (23)
« Vennero poi i giorni nei quali il più barbaro dei tribunali applicò il più barbaro dei codici; i giorni nei quali nessuno poteva salutare il proprio vicino o dire le proprie preghiere… senza correre il rischio di essere accusato di delitto capitale; i giorni nei quali le spie erano sempre in agguato a ogni angolo, mentre la ghigliottina era all'opera fin dal mattino; i giorni -nei quali le fogne di Parigi vomitavano fiumi di sangue nella Senna... Mentre quotidianamente le carrette cariche di vittime percorrevano le vie di Parigi, i proconsoli mandati dal Comitato di Salute Pubblica nei vari dipartimenti davano prova di una crudeltà ignota perfino nella capitale. La lama della macchina micidiale saliva e scendeva troppo lentamente per espletare in pieno la sua opera di sterminio; lunghe file di prigionieri, perciò, venivano falciati dalla mitraglia, mentre per gli annegamenti in massa si ricorreva a imbarcazioni col fondo forato. Lione diventò un deserto; ad Arras fu negata ai prigionieri perfino la crudele misericordia di una morte rapida. Lungo la Loira, da Saumur al mare, folti gruppi di corvi e di avvoltoi si cibavano di cadaveri nudi, orrendamente confusi in spasmodici abbracci. Non esisteva misericordia né per il sesso, né per l'età. Ragazzi e ragazze al di sotto dei diciassette anni furono immolati a centinaia. I giacobini si lanciavano l'uno all'altro, con la punta aguzza delle loro picche, dei neonati strappati al seno materno » (24). Nel breve volgere di dieci anni, intere moltitudini di esseri umani perirono di morte violenta.
Tutto ciò. corrispondeva al piano di Satana e agli scopi da lui perseguiti attraverso i- secoli. La sua politica si basa sull'inganno, e la sua mèta è di opprimere il genere umano sotto il peso di tutti i mali; di deformare e contaminare l'opera di Dio; di osteggiare il divino piano di bontà e di amore; di contristare il cielo. Per le sue arti seduttrici, egli riesce a confondere le menti degli uomini e a provocare il risentimento contro Dio, che viene ritenuto responsabile di quello che accade, come se ciò fosse il risultato naturale del piano creativo dell'Altissimo. Quando poi coloro che sono stati avviliti e abbrutiti dal suo potere crudele conquistano la libertà, egli li spinge a commettere eccessi e atrocità che i tiranni e gli oppressori definiscono come conseguenza della libertà.
Allorché l'errore è smascherato sotto una delle sue forme, Satana ricorre ad altri camuffamenti, affinché le moltitudini lo accettino con lo stesso favore di prima. Vedendo che il Romanesimo era stato smascherato e che, per conseguenza, non poteva più servirsene per indurre il mondo a trasgredire le leggi divine, Satana fece credere che tutta la religione fosse menzognera e che la Bibbia fosse una favola. Le masse, allora, rigettarono gli statuti divini e si abbandonarono a una sfrenata iniquità.
L'errore fatale che attirò sulla Francia tante calamità derivò dall'ignoranza di questa grande verità: la vera libertà si trova nell'ubbidienza alla legge di Dio. « Oh, avessi tu pure atteso a' miei comandamenti! la tua pace sarebbe stata come un fiume, e la tua giustizia come le onde del mare... Non vi è alcuna pace per gli empi, ha detto il Signore » Isaia 48: 18, 22 (D). « Ma chi mi ascolta abiterà in sicurtà, e viverà in riposo, fuor di spavento di male » Proverbi 1: 33 (D).
Gli atei, gli increduli e gli apostati respingono e combattono la legge di Dio, ma i risultati dimostrano che il benessere umano dipende dall'ubbidienza agli statuti divini. Coloro che non leggono le lezioni insegnate dal Libro di Dio le leggeranno, poi, nella storia dell'umanità.
Quando Satana si serviva della chiesa di Roma per distogliere gli uomini dall'ubbidienza a Dio, agiva nell'ombra affinché la sua opera nascosta, la degradazione e la miseria morale non fossero riconosciute come frutto della trasgressione. La sua potenza, però, era ostacolata dallo Spirito di Dio e cosi egli non riuscì a mandare in pieno a effetto i suoi propositi. La gente non seppe risalire dagli effetti alla causa, e quindi non riuscì a scoprire quale fosse la fonte dei suoi mali. Però alla Rivoluzione la legge di Dio venne apertamente posta al bando dall'Assemblea nazionale, e durante il Regno del Terrore ognuno poté stabilire il rapporto che intercorreva tra la causa e gli effetti.
Quando la Francia pubblicamente rigettò Iddio e mise al bando la Bibbia, gli empi esultarono perché avevano raggiunto il loro scopo: un regno svincolato dalle restrizioni della legge divina. « Siccome la sentenza contro una mala azione non si eseguisce prontamente, il cuore dei figliuoli degli uomini è pieno della voglia di fare il male » Ecclesiaste 8: 11. Nondimeno, la trasgressione di una legge giusta non può non provocare disordini e rovina, e il castigo - anche se non segue immediatamente la trasgressione è sicuro. Secoli di apostasia e di crimini avevano accumulato un tesoro d'ira per il giorno della retribuzione, sì che quando l'iniquità giunse al colmo, gli schernitori di Dio si accorsero, troppo tardi, che è cosa spaventevole mettere a dura prova la pazienza dell'Eterno. Il potere mitigatore dello Spirito di Dio, che - arginava l'azione crudele di Satana, fu parzialmente rimosso, e così colui che si diletta nelle sventure degli uomini poté operare a suo piacimento. Chi aveva scelto la ribellione ne raccolse il frutto, e il paese fu pieno di delitti troppo orribili per poterli descrivere. Dalle province devastate e dalle città in rovina salì un grido di amara ambascia. La Francia fu scossa come da un terremoto. Religione, legge, ordine sociale, famiglia, stato, chiesa: tutto fu abbattuto dall'empia mano che si era levata contro le leggi dell'Onnipotente. Giustamente il Savio aveva detto: « L'empio cade per la sua empietà ». « Quantunque il peccatore faccia cento volte il male e pur prolunghi i suoi giorni, pure io so che il bene è per quelli che temono Dio, che provan timore nel suo cospetto ». « Il bene non sarà per l'empio » Proverbi 11: 5; Ecclesiaste 8: 12. « Perciocché hanno odiata la scienzal e non hanno eletto il timor del Signor e... Perciò, mangeranno del frutto delle lor vie, e saranno saziati de' lor consigli » Proverbi 1: 29, 31 (D).
Sebbene immolati dal potere blasfemo che « sale dall'abisso », i testimoni di Dio non dovevano rimanere a lungo silenziosi. « E in capo di tre giorni e mezzo, lo Spirito della vita, procedente da Dio, entrò in loro, e si rizzarono in piè, e grande spavento cadde sopra quelli che li videro » Apocalisse 11: 11 (D). Nel 1793, l'assemblea francese emanò un decreto che aboliva la religione cristiana e metteva la Bibbia al bando.. Tre anni e mezzo più tardi, una delibera della stessa assemblea nazionale annullò tale decreto, dichiarando che le Sacre Scritture erano tollerate. Il mondo, sgomento dinanzi all'enormità delle colpe derivanti dal rigetto dei sacri oracoli, riconosceva la necessità della fede in Dio e nella sua Parola come fondamento della virtù e della moralità. Sta scritto: « Chi hai tu insultato e oltraggiato? Contro chi hai tu alzata la voce e levati in alto gli occhi tuoi? Contro il Santo d'Israele » Isaia 37: 23. « Perciò, ecco... questa volta farò loro conoscere la mia mano e la mia potenza; e sapranno che il mio nome è l'Eterno » Geremia 16: 2 1.
Riguardo ai due testimoni, il profeta aggiunge: « Ed essi udirono una gran voce dal cielo che diceva loro: Salite qua. Ed essi salirono al cielo nella nuvola, e i loro nemici li videro » Apocalisse 11: 12. Dacché la Francia ha fatto guerra ai due testimoni di Dio, questi sono stati ono rati più che mai. Nel 1804 nacque la Società Bìblica Britannica e Forestiera, seguita poi da altre organizzazioni consimili in tutta l'Europa. Nel 1816 fu fondata la Società Biblica Americana. Quando venne organizzata la Società Biblica Britannica, le Sacre Scritture erano stampate in cinquanta lingue; oggi esse lo sono in centinaia e centinaia di lingue e dialetti (25).
Nel corso dei cinquant'anni che precedettero il 1792, ben scarsa attenzione era stata data alle missioni estere. Nessuna nuova società era stata fondata, e poche erano le chiese che compivano qualche sforzo per la diffusione del cristianesimo in terra pagana. Verso la fine del diciottesimo secolo si verificò un notevole cambiamento. Gli uomini, per nulla soddisfatti del razionalismo, si rendevano conto della necessità di una rivelazione divina e di una religione sperimentale. Da allora l'opera delle missioni ebbe uno sviluppo senza precedenti (26).
I progressi effettuati nel campo della stampa diedero un nuovo impulso alla diffusione della Bibbia. Le accresciute facilitazioni nelle comunicazioni fra i vari paesi, la scomparsa delle vecchie barriere di pregiudizi e di esclusivismo nazionalistico, la caduta del potere temporale dei pontefici romani spalancarono le porte alla Parola di Dio. Sono anni ormai che la Bibbia viene venduta senza alcuna restrizione nelle vie di Roma, ed essa va sempre più diffondendosi nelle regioni abitate del mondo.
Lo scettico Voltaire una volta ebbe a dire, con baldanzosa presunzione: « Sono stanco di sentire che dodici uomini hanno stabilito la religione cristiana. lo dimostrerò che un solo uomo è sufficiente per abbatterla ». Voltaire è morto da circa due secoli [morì nel 1778], e da allora milioni di uomini hanno fatto, come lui, guerra alla Bibbia. Tutti i loro tentativi sono risultati vani. Là dove al tempo di Voltaire forse si contavano cento copie della Bibbia, oggi ce ne sono diecimila; che dico? centomila! Ripeteremo qui le parole di un riformatore: « La Bibbia e un'incudine che ha consumato molti martelli! ». Il Signore afferma: « Nessun'arma fabbricata contro di te riuscirà; e ogni lingua che sorgerà in giudizio contro di te, tu la condannerai » Isaia 54: 17.
« La parola del nostro -Dio sussiste in eterno » Isaia 40: 8. « Le opere delle sue mani sono verità e giustizia; tutti i suoi precetti sono fermi, stabili in sempiterno, fatti con verità e con dirittura » Salmo 111 : 7, 8. Tutto ciò che si basa sull'autorità dell'uomo sarà abbattuto, mentre quello che si fonda sulla roccia dell'immutabile Parola di Dio dimora eternamente.


 
Capitolo 16

Alla Ricerca della Libertà Nel Nuovo Mondo


I riformatori inglesi, pur abbandonando la religione romana, avevano conservate molte delle sue forme. Così, quantunque l'autorità e il credo di Roma fossero stati respinti, si notavano nella chiesa anglicana non pochi dei suoi costumi e delle sue cerimonie. Si riteneva che tali cose non avessero nulla a che fare con la coscienza e che, anche se non ordinate nelle Scritture, non erano neppure proibite; perciò non potevano essere considerate perniciose, in quanto non essenziali. La loro osservanza, del resto, contribuiva a ridurre la distanza fra le chiese riformate e Roma, il che poteva agevolare ai cattolici romani l'accettazione della fede riformata.
Ai conservatori e agli opportunisti tali argomenti apparivano conclusivi; però vi era un'altra categoria di persone che non la pensava così. Il fatto che questi costumi « tendevano a diminuire la distanza fra Roma e la Riforma » Martyn, vol. 5, p. 22, non era secondo loro un valido argomento per continuare a praticarli. Anzi stimavano addirittura che essi costituissero la prova della schiavitù dalla quale si erano liberate e nella quale non intendevano assolutamente ritornare. Dicevano che Dio nella sua Parola ha stabilito i requisiti del culto che gli è dovuto, e che gli uomini, perciò, non hanno alcun diritto di aggiungere o di togliere niente. L'inizio della grande apostasia era stata proprio questa tendenza a sostituire l'autorità della chiesa all'autorità di Dio. Roma aveva cominciato con l'imporre quello che Dio non. proibiva, e aveva finito col vietare ciò che Dio espressamente comanda.
Molti, i quali desideravano- ardentemente un ritorno alla purezza e alla semplicità che avevano caratterizzato la chiesa primitiva, e consideravano tanti costumi della chiesa anglicana veri e propri monumenti eretti all'idolatria, in coscienza non potevano unirsi al suo culto. La chiesa però, sostenuta dalle autorità civili, non consentiva nessuna deviazione dalle forme da essa stabilite. La partecipazione alle sue funzioni era imposta per legge, e le riunioni di carattere religioso non autorizzate erano vietate sotto pena di carcere, di esilio e perfino di morte.
All'inizío del diciassettesimo secolo, il monarca asceso al trono d'Inghilterra manifestò la decisione di indurre i puritani a « conformarsi... sotto pena di esilio o di qualcosa di peggio » George Bancroft, History of the United States of America, parte 1, cap. 12, par. 6. Braccati, perseguitati, gettati in carcere, essi non vedevano nessuna prospettiva di giorni migliori, e. molti si convinsero che « l'Inghilterra non era più abitabile per chi intendeva servire Iddio secondo la propria coscienza » I. G. Palfrey, History of New England, cap. 3, par. 43. Alcuni perciò decisero di cercare rifugio in Olanda. Nonostante le difficoltà, le perdite materiali, i tradimenti e altre non piccole contrarietà, essi perseverarono, finirono col trionfare di ogni ostacolo e raggiunsero felicemente le rive ospitali della repubblica olandese.
Fuggendo, dovettero abbandonare case, beni e mezzi di sussistenza. Stranieri, in un paese sconosciuto, in mezzo a un popolo di lingua e costumi differenti dai loro, per guadagnarsi da vivere furono costretti a svolgere un'attìvità totalmente diversa da quella svolta fino allora. Uomini di mezza età, che avevano trascorso la vita coltivando il suolo, dovettero imparare un nuovo mestiere; pero seppero accettare la situazione senza rimpianti o recriminazioni. Sebbene spesso ridotti alla povertà, ringraziavano Dio per i benefici di cui godevano, e si rallegravano di poter praticare liberamente la loro fede. « Sapevano di essere dei pellegrini e perciò non si preoccupavano di certe cose; alzavano gli occhi al cielo, verso la loro patria diletta, e si sentivano consolati » Bancroft, Idem, parte I, cap, 12, par. 15.
L'esilio e le difficoltà non facevano che fortificare la loro fede e il loro amore. Confidavano nelle promesse di Dio, ed Egli non veniva meno nell'ora del bisogno. I suoi angeli stavano al loro fianco per proteggerli e per incoraggiarli. Quando parve loro che la mano di Dio indicasse sull'opposta sponda dell'oceano una terra dove avrebbero potuto trovare una più adatta sistemazione e lasciare ai propri figli il prezioso retaggio della libertà, essi seguirono senza esitazione il sentiero tracciato dalla Provvidenza.
Dio aveva permesso le prove perché per mezzo loro il suo popolo potesse meglio prepararsi all'attuazione del suo proposito. Sì, la chiesa era stata umiliata, ma per essere poi esaltata; e l'Eterno si accingeva, ora, a manifestare la sua potenza in favore di essa per dare al mondo una nuova dimostrazione che Egli non abbandona mai chi si confida in lui. Egli aveva diretto gli eventi in modo che l'ira di Satana e le macchinazioni degli -uomini contribuissero all'affermazione della sua gloria oltre che a condurre il suo popolo in un luogo sicuro. Persecuzioni ed esilio prepararono il cammino verso la libertà.
Separatisi dalla chiesa anglicana, i puritani si erano uniti in un solenne patto come libero popolo di Dio, impegnandosi a « camminare in tutte le vie che l'Eterno aveva e avrebbe ancora fatto conoscere » I. Brown, The PiIgrim Fathers, p. 74. Questo era il vero spirito della Ri' forma, il principio vitale del. Protestantesimo che i Pellegrini portarono seco quando lasciarono l'Olanda per stabilirsi nel Nuovo Mondo. Giovanni Robinson, loro pastore, provvidenzialmente impedito di accompagnarli, nel suo discorso di addio agli esuli disse loro:
« Fratelli, noi stiamo per separarci, e Dio solo sa se vivrò abbastanza per vedervi ancora. Nondimeno, o che il Signore permetta un nuovo incontro o che non lo permetta, io vi scongiuro, davanti all'Onnipotente e davanti ai suoi santi angeli, di seguirmi nella misura in cui io ho seguito e seguirò Gesù Cristo. Se Dio dovesse rivelarvi altre verità tramite strumenti di sua scelta', siate pronti ad accettarle con la stessa prontezza con la quale voi accettereste ogni nuova luce che vi giungesse per mezzo del mio ministero, perché io sono persuaso che Egli farà scaturire dalla sua Parola altre verità e altre luci » Martyn, vol. 5, p. 70.
« Da parte mia, non potrò mai deplorare abbastanza lo stato delle chiese riformate: esse sono giunte a un punto statico in materia di religione e ricusano di compiere fosse pure un solo passo oltre a quelli fatti dalle loro guide spirituali. Infatti, non è possibile indurre i luterani a fare un passo in più rispetto a Lutero..'. I calvinisti, lo sapete benissimo, rimangono ancorati dove li lasciò Calvino, il grande uomo di Dio. Egli non poteva vedere e conoscere tutto. È una realtà che addolora, perché sebbene quegli uomini [i riformatori] fossero per il loro tempo delle lampade ardenti e risplendenti, non furono, né del resto lo potevano essere, in condizione di sviscerare l'intero consiglio di Dio. Se essi vivessero oggi, accetterebbero le nuove luci con lo stesso slancio col quale accettarono la luce allora » D. Neal, History of the Puritans, vol. 1, p. 269.
« Ricordatevi del vostro patto col quale avete promesso di camminare in tutte le vie che il Signore vi ha rivelato o. vi rivelerà. Ricordatevi della promessa che avete fatta a Dio, e gli uni agli altri, di accettare ogni luce e ogni verità che Egli vi ha fatto conoscere o che ancora potrà mostrarvi nella sua Parola. Fate attenzione, però, ve ne scongiuro, a ciò che accogliete come verità! Esaminate, valutate, confrontate ogni cosa con le altre Scritture di verità prima di accettarla, perché non è possibile che il mondo cristiano, solo di recente uscito dalle fitte tenebre anticristiane, sia pervenuto di colpo alla pienezza della luce.» Martyn, vol. 5, pp. 70, 7 l.
Fu l'amore della libertà di coscienza a spingere i Padri Pellegrini ad affrontare i pericoli di un lungo viaggio in mare, a sopportare privazioni, pericoli di un paese deserto, e a gettare, con l'aiuto di Dio, le basi di una potente nazione sulle sponde americane. Eppure, sebbene onesti e timorati di Dio, i Padri Pellegrini non conoscevano ancora in pieno i grandi princìpi della libertà religiosa, e perciò non er ano molto propensi ad accordare agli altri quella libertà alla quale avevano tutto sacrificato. « Anche fra i più eminenti pensatori e moralisti del diciassettesimo secolo, erano pochi coloro che avevano un esatto concetto del principio contenuto nel Nuovo Testamento, principio secondo il quale in materia di fede solo Dio è giudice » Idem, p. 297. L'idea che l'Eterno ha dato alla chiesa il diritto di dominare sulle coscienze, di definire e di punire l'eresia, è l'errore papale maggiormente radicato. I riformatori, pur rigettando il credo di Roma, non seppero liberarsì completamente dal suo spirito di intolleranza. Purtroppo le fitte tenebre nelle quali il papato aveva immerso il mondo cristiano, non erano ancora state del tutto dissipate. Uno dei ministri più in vista della baia del Massachusetts diceva: « t stata la tolleranza a rendere il mondo anticristiano. La chiesa non ha mai dovuto lagnarsi della sua severità verso gli eretici » Idem, p. 335. I.colonizzatori adottarono questo principio: solo i membri di chiesa avevano diritto di voto nel governo civile. Fu stabilita una specie dì chiesa di stato, e tutti furono invitati a contribuire al mantenimento del clero. I magistrati, a loro volta, vennero autorizzati a reprimere l'eresia. In tal modo il potere secolare finì nelle mani della chiesa, e i frutti non tardarono a maniféstarsi sotto forma di Persecuzione.
Undici anni dopo la fondazione della prima colonia, Roger Williams giunse nel Nuovo Mondo. Come i primi Padri Pellegrini, egli veniva per godere della libertà religiosa; ma a differenza di essi, egli la concepiva in altro modo, cioè che la libertà è diritto inalienabile di tutti, indipendentemente dalle convinzioni religiose. Egli era un sincero ricercatore della verità, e come Robinson riteneva impossibile che tutta la luce della Parola di Dio fosse stata rivelata. « Williams fu il primo, nella cristianità moderna, a stabilire il governo civile sul principio della libertà di coscienza e della uguaglianza delle opinioni dinanzi alla legge » Bancroft, parte 1, cap. 15, par. 16. Egli affermò che era diritto dei magistrati reprimere il crimine, senza però opprimere la coscienza. « Il pubblico e i magistrati possono decidere », egli diceva, « quello che l'uomo deve ai propri simili; ma quando essi cercano di prescrivere i doveri dell'uomo nei confronti di Dio, esorbitano dai loro diritti e aboliscono ogni sicurezza. Se tale potere viene conferito ai magistrati, questi possono stabilire oggi un credo, domanì un altro, come del resto è accaduto sotto vari re e regine d'Inghilterra, e come hanno fatto diversi papi e concili della chiesa romana, il che crea confusione in tutte le credenze » Martyn, vol. 5, p. 340.
La frequenza delle funzioni religiose della chiesa stabilita era obbligatoria, sotto pena di multa e di carcere. « William disapprovo questa legge poiché il peggiore articolo del codice legislativo britannico era proprio quello che imponeva di frequentare la chiesa parrocchiale. Costringere gli uomini a unirsi, nella celebrazione, del culto, con persone che non condividevano le loro credenze, era da considerarsi come aperta violazione dei loro diritti naturali. D'altra parte, imporre di partecipare al culto agli irreligiosi e a quanti non intendevano assistervi, significava incoraggiare l'ipocrisia... "Nessuno dovrebbe essere costretto,- contro la propria volontà, a partecipare al culto o a contribuire per il mantenimento di esso", diceva Williams. "Che cosa?!" replicavano i suoi oppositori, sorpresi dalle sue dichiarazioni, "forse che l'operaio non è degno 'della sua mercede?". "Sì", ribatteva Williams, "però da parte di coloro che lo impiegano" » Bancroft, parte 1, cap. 15, par. 2.
Roger Williams era rispettato e amato come fedele ministro del Vangelo. Le sue qualità, la sua integrità, la sua spontanea benevolenza gli avevano assicurato il rispetto della colonia. Però la sua opposizione al diritto dei magistrati di esercitare l'autorità sulla chiesa e la sua difesa della libertà religiosa non potevano essere tollerate. Si diceva che l'applicazione di questa nuova dottrina avrebbe « minato le basi del governo del paese » Idem, parte 1, cap. 15, par. 10. Condannato al bando, egli dovette lasciare le colonie, fuggire in pieno inverno per sottrarsi all'arresto, e rifugiarsi nella foresta vergine.
« Per quattordici settimane », egli racconta, « andai errando, affrontando i disagi della stagione rigida, senza pane e senza tetto ». Ma « i corvi mi nutrirono nel deserto », e un albero cavo gli servì spesso da riparo (Martyn, vol. 5, pp. 349, 350). Questa fu la sua odissea in mezzo alla neve, in piena foresta, fino a che non trovò' ospitalità presso una tribù di indiani dei quali egli seppe conquistare la fiducia e l'affetto sforzandosi di insegnare loro le verità del Vangelo.
Proseguendo il suo cammino, dopo mesi e mesi di peripezie, egli raggiunse la baia di Narraganset, dove gettò le basi del primo stato dei tempi moderni che riconobbe, nel pieno senso della parola, il diritto alla libertà di coscienza. Il principio fondamentale della colonia di Roger Williams era che « ogni uomo deve essere libero di adorare Iddio secondo la luce della propria coscienza » Idem, vol. 5, p. 354. Il piccolo stato di Rhode Island era destinato a diventare l'asilo degli oppressi, e andò progressivamente crescendo e prosperando sì che i suoi princìpi fondamentali - libertà civile e religiosa -diventarono la pietra angolare della Repubblica Americana.
Nella dichiarazione di indipendenza, grande documento di cui hanno fatto la magna carta della libertà, i fondatori della grande Repubblica affermano: « Noi stimiamo che queste verità siano evidenti di per se stesse: tutti gli uomini sono stati creati uguali e tutti sono stati dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili fra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità ». La Costituzione americana garantisce, nei termini più espliciti, la inviolabilità della coscienza. « Nessuna formalità o credenza di carattere religioso potrà essere richiesta come qualifica per un qualsiasi ufficio di pubblica responsabilità negli Stati Uniti ». « Il congresso non voterà nessuna legge relativa allo stabilimento di una religione o al divieto del libero esercizio di essa ».
« I compilatori della Costituzione riconobbero l'eterno principio secondo cui i rapporti dell'uomo con Dio sovrastano ogni legislazione umana, e i diritti della coscienza sono inalienabili. Non era necessario discutere per stabilire tale verità, di cui ciascuno è cosciente nel proprio intimo. Questa certezza, sfidando le leggi umane, ha sostenuto tanti martiri nella tortura e in mezzo alle fiamme. Essi sentivano che i loro doveri verso Dio erano superiori alle imposizioni umane, e che nessuno aveva il diritto di coartare la loro coscienza. Questo è un principio insito nell'uomo, perciò insopprimibile » Congressional Documents (U. S. A.) serie 200, documento 271.
Non appena in Europa si venne a sapere che esisteva una terra dove l'uomo poteva godere in pace il frutto del proprio lavoro pur ubbidendo alle convinzioni della propria coscienza, migliaia di persone varcarono l'Atlantico e raggiunsero il Nuovo Mondo. Le colonie si moltiplicarono rapidamente. « Il Massachusetts, con una legge speciale offriva libera accoglienza e aiuto a spese pubbliche a quei cristiani di qualsiasi nazionalità che avevano varcato l'oceano per "sottrarsi alla guerra, alla fame e all'oppressione dei persecutori'. In tal modo i fuggiaschi e gli oppressi, per questo statuto, vennero accolti come graditi ospiti dello stato » Martyn, vol. 5, p. 417. Nel corso dei venti anni trascorsi dal primo sbarco dei Padri Pellegrini a Plymouth, migliaia e migliaia di altri pellegrini si stabilirono nella Nuova Inghilterra.
Per raggiungere lo scopo che si erano prefissi, « essi si accontentavano di guadagnare il necessario con un'esistenza laboriosa e frugale. Dal suolo nulla chiedevano se non il ragionevole frutto del lavoro compiuto. Nessuna aurea visione veniva a gettare ingannevoli bagliori sul loro cammino... Si accontentavano del lento ma sicuro progresso del loro ordinamento sociale, e sopportavano con pazienza le privazioni della vita in quella regione poco popolata, innaffiando con le lacrime e col sudore l'albero della libertà, affinché esso mettesse profonde radici.
La Bibbia era considerata il fondamento della fede, la fonte della saggezza, la magna carta della libertà. I suoi princìpi erano diligentemente insegnati a scuola, a casa, in chiesa, e i frutti potevano essere osservati nell'attività, nell'intelligenza, nella purità e nella temperanza. Si potevano passare anni nelle zone occupate dai puritani « senza ve-, dere un ubriaco, senza udire un'imprecazione, senza incontrare un mendicante » Bancroft, parte 1, cap. 19, par 25. Questo indicava che i princìpi biblici erano la migliore garanzia della grandezza nazionale. Le colonie, un tempo deboli e isolate, si svilupparono a poco a poco e formarono una confederazione di stati potenti. Il mondo, stupito, ammirò la pace e la prosperità di « una chiesa senza papa e di uno' stato senza re ».
Proseguivano, intanto, sulle coste americane, gli sbarchi di nuove moltitudini che raggiungevano il Nuovo Mondo animate da motivi ben diversi da quelli dei primi Padri Pellegrini. Sebbene la fede e la purezza primitive continuassero a- esercitare il loro benefico influsso, nondimeno la loro azione si andava gradatamente affievolendo a mano a mano che aumentava il numero di coloro che cercavano solo dei vantaggi materiali.
La regola adottata dai primi colonizzatori di permettere solo ai membri di chiesa di esercitare il diritto di voto e di poter accedere alle cariche pubbliche, ebbe conseguenze perniciose. Tale misura era stata adottata per la salvaguardia dello stato; purtroppo, invece, essa determinò la corruzione in seno alla chiesa. In che modo? Dato che una semplice professione di religione era sufficiente per aspirare a una carica civile, molti, unicamente spinti da interessi personali, si unirono alla chiesa senza un cambiamento del cuore, e a poco a poco le comunità finirono con l'annoverare nel loro seno un forte numero di inconvertiti. E quasi ciò non bastasse, accadde che perfino nel ministero pastorale ci furono degli uomini i quali non solo sostenevano errori dottrinali, ma addirittura ignoravano il significato della potenza rigeneratrice dello Spirito Santo. Si videro così di nuovo i malefici risultati -tanto spesso deprecati nel corso della storia della chiesa, da Costantino in poi derivanti dai tentativi fatti per stabilire la chiesa con l'ausilio dello stato e dall'azione del braccio secolare per sostenere il Vangelo di Colui che disse: « Il mio regno non è di questo mondo! » Giovanni 18: 36. L'unione della chiesa con lo stato, in qualunque forma, anche se pare attrarre il mondo verso la chiesa, in realtà determina il risultato opposto: la chiesa finisce inesorabilmente con l'essere attratta dal mondo.
Il grande principio, tanto nobilmente sostenuto da Robinson e da Roger Williams, che la verità è progressiva e che i cristiani debbono essere disposti ad accettare tutta la luce che può scaturire dalla Parola di Dio, fu perduto di vista dai loro discendenti. Le chiese protestanti d'America - e anche quelle d'Europa - così favorite dai benefici della Riforma, non seppero proseguire lungo la via tracciata dai riformatori. È vero che di quando in quando degli uomini si levavano per proclamare nuove verità, come pure per denunciare i vecchi errori; però le masse, imitando in questo l'esempio dei giudei al tempo di Cristo e dei papisti al tempo di Lutero, non volevano accettare altra luce se non quella nella quale i loro padri avevano creduto, e rifiutavano di vivere diversamente di come questi erano vissuti. La religione degenerò nel formalismo, e nella chiesa si insinuarono errori e superstizioni che, altrimenti, sarebbero stati eliminati se questa si fosse attenuta alla luce della Parola di Dio. Lo spirito della Riforma si affievolì sempre più, e nelle comunità protestanti cominciò a farsi sentire un bisogno di riforma urgente come quello che era stato sentito nella chiesa romana ai tempi di Lutero. Si notavano, purtroppo, la stessa mondanità, lo stesso torpore spirituale, il rispetto delle opinioni umane e la sostituzione di esse al Verbo di Dio.
La vasta diffusione della Bibbia all'inizio del diciannovesimo secolo e la grande luce che in tal modo si era diffusa nel mondo, non furono accompagnate da un adeguato progresso nella conoscenza della verità rivelata e nella vita religiosa. Satana non poteva più, come nel passato, tenere celata al mondo la Sacra Scrittura in quanto essa era ormai alla portata di tutti. Tuttavia, per conseguire i suoi fini, egli cercò di indurre gli uomini a considerarla con leggerezza. Vi riuscì, perché la gente trascurava di investigare le Scritture e continuava ad accettare le false interpretazioni e ad amare le dottrine prive di fondamento biblico.
Resosi conto che mediante le persecuzioni non era riuscito a soffocare la verità, Satana ricorse al compromesso che, in precedenza, aveva dato origine alla grande apostasia e alla formazione della chiesa romana. Egli spinse i cristiani a unirsi non già con i pagani, ma con quanti avevano dimostrato, nel loro attaccamento al mondo, di essere degli idolatri pari agli adoratori delle immagini. I risultati di questa unione non furono meno dannosi che nel passato. Sotto forma di religione si manifestarono,e si affermarono l'orgoglio e le stravaganze. Le chiese ne furono contagiate, Satana poté continuare a pervertire le dottrine bibliche; tradizioni funeste a milioni di persone, presero nuovamente radice e la chiesa le accettò e le difese, anziché combatterle per « la fede che è stata una volta per sempre tramandata ai santi ». Furono cosi spazzati via quei princìpi per i quali i primi riformatori avevano così tanto e a lungo lottato e sofferto.


 
Capitolo 17

Promesse del Ritorno di Cristo


Una delle più solenni e gloriose verità della Bibbia è quella del secondo avvento di Cristo per il compimento della grande opera della redenzione. Per il popolo di Dio, pellegrino in questa « valle dell'ombra della morte », la promessa dell'apparizione di Colui che è « la risurrezione e la vita », per condurre a casa loro i redenti, costituisce una speranza beata e preziosa. La dottrina del secondo avvento, del resto, rappresenta la nota dominante delle Sacre Scritture. Dal giorno in cui la prima coppia, piena di amarezza, lasciò il giardino di Eden, i veri credenti hanno atteso l'arrivo del Promesso, il quale sarebbe venuto a spezzare l'a potenza del male e a ricondurre gli eletti nel paradiso perduto. I santi uomini di Dio dell'antichità consideravano l'atteso evento del Messia in gloria come la piena realizzazione delle loro speranze. Enoc, settimo discendente di Adamo, contemplando da lungi la venuta del Liberatore, dichiarò: « Ecco, il Signore è venuto con le sue sante miriadi per far giudicio contro tutti » Giuda 14. Il patriarca Giobbe, nell'ora più oscura della sua grande afflizione, esclamò: « Io so che il mio,Redentore vive, e che nell'ultimo giorno egli si leverà sopra la polvere... Vedrò con la carne mia Iddio... gli occhi miei lo vedranno, e non un altro » Giobbe 19: 25-27 (D).
La venuta di Cristo per inaugurare il suo regno di giustizia ha ispirato le più sublimi e appassionate invocazioni degli scrittori sacri. I poeti e i profeti della Bibbia ne hanno parlato con espressioni infiammate di fuoco celeste- Il Salmista, alludendo alla potenza e alla maestà del Re d'Israele, dichiaro: « Da Sion, perfetta in bellezza, Dio è apparso nel suo fulgore. L'Iddio nostro viene e non se ne starà cheto... Egli chiama i cieli di sopra e la terra per assistere al giudizio del suo popolo » Salmo SO: 2-4. « Si rallegrino i cieli e gioisca la terra... nel cospetto dell'Eterno; poich'Eglì viene, viene a giudicare la terra. Egli giudicherà il mondo con giustizia, e i popoli secondo la sua fedeltà » Salmo 96: 11-13.
Il profeta Isaia esclamò: « Svegliatevi e giubilate, o voi che abitate nella polvere! Poiché la tua rugiada è come la rugiada dell'aurora, e la terra ridarà alla vita le ombre » Isaia 26: 19. (Un'altra versione dice: « ... la terra getterà fuori i trapassati ». N. d. T.). « (Egli) annientera per sempre la morte; il Signore, l'Eterno, asciugherà le lacrime da ogni viso, torrà via di su tutta la terra l'onta del suo popolo, perché l'Eterno ha parlato. In quel giorno, si dirà: "Ecco, questo è il nostro Dio: in lui abbiamo sperato, ed egli ci ha salvati... Esultiamo, rallegriamoci per la sua salvezza!" » Isaia 25: 8, 9.
Abacuc, a sua volta, rapito in santa estasi contemplò l'apparizione di Gesù e disse: « Iddio viene da Teman, e il santo viene dal monte di Paran. La sua gloria copre i cieli, e la terra è piena della sua lode. Il suo splendore e pari alla luce; dei raggi partono dalla sua mano; ivi si nasconde la sua potenza ». « Egli si ferma, e scuote la terra; guarda, e fa tremar le nazioni; i monti eterni si frantumano, i colli antichi s'abbassano; le sue vie son quelle d'un tempo ». « Tu avanzi.sui tuoi cavalli, sul tuoi carri di vittoria ». « I monti ti vedono e tremano... l'abisso fa udire la sua voce, e leva in alto le mani. Il sole e la luna si fermano nella loro dimora; si cammina alla luce delle tue saette, al lampeggiare della tua lancia sfolgorante ». « Tu esci per salvare il tuo popolo, per liberare il tuo unto » Habacuc 3: 3, 4, 6, 8, 10, 11, 13.
Mentre si accingeva a separarsi dai suoi discepoli, il Salvatore volle confortarli con la certezza del suo ritorno: « Il vostro cuore non sia turbato... Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore... lo vo a prepararvi un luogo; e quando sarò andato e v'avrò preparato un luogo, tornerò, e v'accoglierò presso di me, affinché dove son io, siate anche voi » Giovanni 14: 1-3. « Or quando il Figliuol dell'uomo sarà venuto nella sua gloria, avendo seco tutti gli angeli, allora sederà sul trono della sua gloria. E tutte le genti saranno radunate dinanzi a lui » Matteo 25: 31,32.
Gli angeli, attardatisi sul monte degli Ulivi dopo l'ascensione di Gesù, rinnovarono ai discepoli la promessa del suo ritorno: « Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto in cielo, verra nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo » Atti 1: 11. L'apostolo Paolo, a sua volta, ispirato da Dio dà la sua' testimonianza: « Perché il Signore stesso, con potente grido, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo » 1 Tessalonicesi 4: 16. Il veggente d'i Patmos, infine, dice: « Ecco, egli viene con le nuvole; ed ogni occhio lo vedrà », Apocalisse 1: 7.
Da questa venuta dipende la « restaurazione di tutte le cose », della quale « Iddio parlò per bocca dei suoi santi profeti, che sono stati fin dal principio » Atti 3: 21. Allora sarà definitivamente distrutto il Millenario potere del male, perché « il regno del mondo », diventerà « il regno del Signor nostro e del suo Cristo; ed egli regnerà- ne' secoli dei secoli » Apocalisse 11: 15. « Allora la gloria dell'Eterno sarà rivelata, e ogni carne, ad un tempo, la vedrà » Isaia 40: 5. « Il Signore, l'Eterno, farà germogliare la giustizia e la lode nel cospetto di tutte le nazioni » Isaia 61: 11. « L'Eterno degli eserciti sarà una splendida corona, un diadema d'onore al resto del suo popolo » Isaia 28: 5.
Allora, sotto tutti i cieli, sarà stabilito per sempre il pacifico e tanto bramato regno del Messia. « Così l'Eterno sta per consolare Sìon, consolerà tutte le sue ruine; renderà il deserto di lei pari ad un Eden, e la sua solitudine pari a un giardino dell'Eterno » Isaia 51: 3. « Le sarà data la gloria del Libano, la magnificenza del Carmel e di Saron » Isaia 35: 2. « Non ti si dirà più "Abbandonata", la tua terra non sarà più detta "Desolazione", ma tu sarai chiamata "La mia delizia è in lei", e la tua terra "Maritata"... Come la sposa è la gioia dello sposo, così tu sarai la gioia del tuo Dio » Isaia 62: 4, S.
La venuta del Signore ha rappresentato in tutti i tempi la speranza dei suoi veri seguaci. La promessa del ritorno fatta dal Signore ai discepoli al momento della sua ascensione dal Monte degli Ulivi, ha illuminato l'avvenire dei credenti e ha sempre riempito i loro cuori di una gioia e di una speranza che non possono essere estinte né dal dolore, né dalle prove. In mezzo alla sofferenza e alla persecuzione, « l'apparizione del grande Iddio 9 Salvatore nostro Gesù Cristo » è stata « la beata speranza ». Quando i cristiani di Tessalonica erano rattristati pensando ai loro cari scomparsi che avevano tanto sperato di vivere fino al giorno dell'avvento di Gesù, l'apostolo Paolo, loro maestro, li consolò parlando loro della risurrezione che avverrà al ritorno del Salvatore. Allora i morti in Cristo risorgeranno, e insieme con i viventi andranno incontro al Signore nell'aria. « E così », egli conclude, « saremo sempre col Signore ». Poi aggiunge: « Consolatevi dunque gli uni gli altri con queste parole » 1 Tessalonicesi 4: 16-18.
Sullo scoglio di Patmos, il diletto discepolo Giovanni udì la promessa: « Sì, vengo tosto »; e la sua risposta ardente esprime la preghiera della chiesa durante il suo pellegrinaggio: « Vieni, Signor Gesù! » Apocalisse 22: 20.
Dal carcere, dal rogo, dal patibolo dove i santi e i martiri testimoniarono della verità, giunge a noi attraverso i secoli l'espressione- della loro fede e della loro speranza. « Certi della sua personale risurrezione e perciò anche del loro glorioso avvento », dichiara uno di questi cristíani, « essi non temevano la morte e sapevano elevarsi al di sopra di essa » D. T. Taylor, The Reign of Christ on Earth: or, The Voice of the Church in All Ages, p. 33. « Essi erano disposti a scendere nel sepolcro per uscirne un giorno risorti e liberi... Aspettavano l'ora in cui il Signore sarebbe sceso dal cielo sopra le nuvole, nella gloria del Padre suo, per inaugurare il regno. I valdesi nutrivano la stessa fede. Wycliff considerava l'apparizione del Redentore come la speranza della chiesa » Idem, pp. 54, 132-134.
Lutero, a sua volta, diceva: « lo sono persuaso che il giorno del giudizio avverrà nel giro di trecento anni. Dio non vuole, Dio non può sopportare oltre questo mondo così empio ». « Si avvicina l'ora in cui il regno dell'abomin azione sarà annientato » Idem, pp. 158, 134.
« Questo vecchio mondo è vicino alla sua fine », diceva Metalliche. Calvino esortava i cristiani a « non esitare a desiderare ardentemente il giorno dell'avvento di Cristo, come l'evento più auspicabile di tutti ». Aggiungeva: « L'intera famiglia dei credenti deve pensare a quel giorno ». « Noi dobbiamo bramare Cristo, cercarlo, contemplarlo fino all'alba del giorno in cui nostro Signore manifesterà in pieno la gloria del suo regno » Idem, pp. 158, 134.
Knox, il celebre riformatore scozzese, affermava: « Nostro Signore non ha forse trasportato la nostra carne nel cielo? Noi sappiamo che Egli ritornerà ». Ridley e Latimer, i quali morirono per la causa della verità, videro con l'occhio della fede la venuta del Signore. Ridley scriveva: « Senza dubbio il mondo - lo credo e lo affermo - va verso la fine. Con Giovanni, servo di Dio, gridiamo con tutto il cuore al nostro Salvatore: Vieni, Signor Gesù, vieni! » Idem, pp. 151, 145.
« Il pensiero dell'avvento dei Signore », diceva Baxter, « mi è dolce e mi riempie di gioia » Richard Baxter, Works, vol. 17, p. 555. « Amare la sua apparizione e aspettare questa beata speranza è opera della fede ed è anche la caratteristica dei suoi santi ». « Se la morte sarà l'ultimo nemico a essere vinto alla risurrezione, impariamo con quale ardore i credenti dovrebbero desiderare e pregare per il secondo avvento di Cristo, quando questa vittoria piena e definitiva sarà conseguita » Idem, vol. 17, pp. 555, 500. « I credenti dovrebbero bramare la venuta di questo giorno, aspettarlo con impazienza e concentrare su esso la loro speranza, perché esso segnerà l'adempimento dell'opera della redenzione e il coronamento dei. loro desideri e degli sforzi delle loro anime. Signore, affretta questo giorno! » Idem, pp. 182, 183. Era questa la speranza della chiesa apostolica, della « chiesa del deserto » e dei riformatori.
La profezia Predice non solo il modo e lo scopo della venuta di Cristo, ma indica anche i segni premonitori di essa. Gesù disse: « E vi saranno de' segni nel sole, nella luna e nelle stelle » Luca 21: 25. « Il sole si.oscurerà e la luna non darà il suo splendore; e le stelle cadranno dal cielo e le potenze che son nei cieli saranno scrollate. E allora si vedrà il Figliuol dell'uomo venire sulle.nuvole con gran potenza e gloria » Marco 13: 24-26. Il veggente di Patmos così descrive il primo segno che preannuncia il secondo avvento: « E si fece un gran terremoto; e il sole divenne. nero come un cilicio di crine e tutta la luna diventò come sangue » Apocalisse 6: 12.
Questi segni apparvero prima dell'inizio del diciannovesimo secolo. In adempimento di questa profezia, si ebbe nel 1755 -il più terribile terremoto che a memoria d'uomo sia mai stato registrato. Quantunque esso sia comunemente conosciuto come « terremoto di Lisbona », esso scosse violentemente una parte considerevole dell'Europa, dell'Africa e perfino dell'America. Fu sentito in Groenlandia, nelle Indie Occidentali, a Madera, in Svezia, in Norvegia, in Gran Bretagna, in Irlanda, su una superficie di oltre sei milioni di chilometri quadrati. In Africa fu quasi altrettanto violento che in Europa. La città' di Algeri fu notevolmente danneggiata. Nel Marocco, un villaggio di otto-diecimila abitanti scomparve inghiottito dal suolo. Una terribile mareggiata si abbatté sulle coste della Spagna e dell'Africa, invadendo le città e provocando immani distruzioni.
Comunque fu nella Spagna e nel Portogallo che esso ebbe la sua massima intensità. A Cadice l'onda marina raggiunse i diciotto metri di altezza. « Alcune delle più alte montagne del Portogallo furono violentemente scosse; in molti casi si verificarono delle fenditure sulle vette, sì che enormi blocchi di roccia si abbatterono sui villaggi sottostanti, accompagnati da lingue di fuoco che scaturivano dal suolo » Sir Charles Lyell, Principles of Geology, p. 495.
A Lisbona « si udì un rumore di tuono sotterraneo, immediatamente seguito da una violenta scossa che ridusse in cumuli di macerie la maggior parte della città. Nel giro di sei minuti ci furono sessantamila morti. Il mare si ritirò lasciando a secco le sue rive per poi rifluire e abbattersi, con onde gigantesche e con straordinaria violenza, sulla città ». « Fra gli straordinari eventi verificatisi a Lisbona, in quella spaventosa catastrofe va ricordata la scomparsa di un molo di marmo, di recente costruzione e che era costato un'ingente somma. Una folla immensa vi si era raccolta, stimandolo un luogo sicuro contro i crolli delle case; ma ecco che all'improvviso esso sprofondò, trascinando seco quanti vi erano sopra. Neppure una delle vittime fu più ritrovata » Idem, p. 495.
« Il terremoto fece crollare tutte le chiese e tutti i conventi, quasi tutti i grandi edifici pubblici e più di un quarto delle case. Circa due ore dopo la scossa tellurica, il fuoco divampò in vari quartieri cittadini e imperversò con tale violenza per quasi tre giorni che Lisbona fu completamente distrutta. Il terremoto avvenne in giorno festivo (era il l' novembre, festa di Ognissanti. N.d.T.), quando chiese e monasteri erano gremiti di persone. Pochi furono i sopravvissuti » Enciclopedia Americana, art. « Lisbona », ediz. 1831. « Il terrore era indescrivibile. Nessuno però piangeva, perché non c'erano lacrime sufficienti per simile tragedia. La popolazione, in preda al delirio, correva qua e là battendosi il volto e il petto, come impazzita, urlando ed esclamando: « Misericordia! È la fine del mondo! ». Le madri, dimentiche dei propri figli, correvano per le strade cariche di crocifissi. Molte di esse si rifugiarono nelle chiese, ma a nulla valse l'esposizione del sacramento; a nulla valse abbracciare gli altari: immagini, sacerdoti, popolo: tutti furono travolti e sepolti in una immane rovina ». Si calcola che il numero delle vittime di quel giorno nefasto sia stato di novantamila.
Venticinque anni dopo apparve il secondo segno indicato dalla profezia: l'oscuramento del sole e della luna. La cosa fu ancora più singolare e impressionante per il fattto che era stata predetta con precisione quasi cronologica. Nella sua conversazione coi discepoli sul monte degli Ulivi, il Salvatore dopo aver descritto il lungo periodo di prova che la chiesa doveva subire - i milleduecentosessant'anni della persecuzione romana che, secondo la profezia, sarebbero stati abbreviati - parlò degli eventi che avrebbero preceduto la sua seconda venuta e fissò il tempo in cui sarebbe apparso il primo di essi: « Dopo quell'afflizione, il sole scurerà, e la luna non darà il suo splendore » Marco 13: 24 (D). I milleduecentosessant'anni dovevano finire nel 1798, ma circa un quarto di secolo prima la persecuzione era gia quasi del tutto cessata. Secondo le parole di Cristo, dopo questo periodo il sole si sarebbe oscurato. La predizione si adempié il 19 maggio del 1780.
« Quasi unico, fra i più misteriosi e inspiegabili fenomeni del genere... troviamo il giorno oscuro del 19 maggio 1780: un oscuramento di tutto il cielo visibile e dell'atmosfera della Nuova Inghilterra » (Questa zona si trova nella parte orientale degli Stati Uniti, a nord di Nuova York. N. d. T.). R. M. Devens, Our First Century, p. 89.
Un testimone oculare che abitava nel Massachusetts, lo descrive così: « Quel giorno il sole sorse radioso, ma -ben presto cominciò a perdere il suo consueto splendore. Apparvero in cielo dense nubi oscure, seguite da lampi e accompagnate dal brontolio del tuono. Cominciò a cadere una leggera pioggia. Verso le nove del mattino le nubi si fecero ancora più fitte e assunsero un color rame o bronzo che si rifletteva sul suolo, sulle rocce, sugli alberi, sulle case e sulle persone dando loro un aspetto strano, quasi irreale. Alcuni minuti dopo, una densa nuvola nerastra coprì il cielo lasciando una lieve' frangia di luce all'orizzonte. L'oscurità divenne simile a quella che si ha d'estate verso le. nove di sera...
« Il timore, l'ansietà, lo spavento si impossessarono a poco a poco delle persone. Le donne stavano sulle soglie delle loro. case, osservando quel paesaggio tenebroso; i contadini ritornavano dai campi; il falegname lasciava i suoi arnesi, il fabbro abbandonava la forgia, il commerciante lasciava il negozio; le scuole si chiudevano e i fanciulli tremanti si rifugiavano in casa. I viaggiatori chiedevano ospitalità alla casa più vicina, e ognuno si domandava: "Che cosa succede?". Pareva che un uragano stesse per abbattersi sul paese o che fosse giunto il giorno della consumazione di tutte le cose.
« Le candele furono accese e i fuochi del caminetto brillarono come nelle sere autunnali senza luna... Le galline rientrarono nel pollaio; il bestiame fu raccolto nei recinti e nelle stalle; le ranocchie cominciarono a gracidare e gli uccelli emisero i loro gridi notturni, mentre i pipistrelli svolazzavano intorno. Solo gli uomini sapevano che non era notte...
« Il dottor Nathanael Wittaker, pastore della c hiesa del Tabernacolo di Salem, tenne delle funzioni religiose, nel corso delle quali pronunciò un sermone in cui sostenne che quelle tenebre erano sovrannaturali. Anche in altre località si fecero riunioni analoghe. I passi biblici scelti per questi sermoni estemporanei erano invariabilmente quelli che sembravano indicare come tali tenebre fossero in piena armonia con le predizioni bibliche... Le tenebre divennero ancora più fitte dopo le undici del mattino » The Essex Antiquarian, Aprile 1899, vol. 3, n. 4, -pp. 53, 54. « Nella maggior parte del paese le tenebre erano così dense che non era possibile vedere l'ora all'orologio, né pranzare, né accudire alle abituali faccende domestiche senza la luce della candela...
« Questa oscurità ebbe un'estensione straordinaria. Basti sapere che fu osservata a oriente fino a Falmouth, a occidente fino all'estremità del Connectícut, a meridione fino alle coste del mare, e a settentrione fino all'estremità dei Possedimenti americani » William Gordon, History of the Rise, Progress and Establishment of the Independence of the U.S.A., vol. 3, p. 5 7.
Alle fitte tenebre del giorno fece seguito, un'ora o due prima del tramonto, un cielo parzialmente chiaro, e il sole fece una timida apparizione, seminascosto da una nuvola oscura. « Dopo il tramonto le nubi si addensarono di nuovo e il buio si fece più intenso. Le tenebre di quella notte non furono meno straordinarie e paurose di quelle del giorno. Sebbene fosse plenilunio, era impossibile vedere qualcosa senza l'aiuto di una luce artìficiale che, vista dalle case vicine oppure a distanza, appariva soffocata da un buio fitto come quello di Egitto » Isaiah Thomas, Massachusetts Spy; or, American Oracle of Liberty, vol. 10, n. 472, (maggio 1780). Un testimone oculare riferisce: « Io non potei fare a meno di pensare che se ogni corpo luminoso dell'universo fosse stato avvolto da tenebre impenetrabili o addirittura soppresso, il buio non sarebbe stato più completo di così » Lettera del dott. S. Tenny, di Exeter, dicembre 1785, riportato in Massachusetts Historical Society Collections, 1792, 1 serie, vol. 1, p. 97. Quantunque verso le nove di sera la luna fosse nel suo pieno, essa « non poté dissipare le tenebre ». Dopo mezzanotte le tenebre scomparvero e la luna apparve come un globo di sangue.
Il 19 maggio 1780 è passato alla storia come « giorno oscuro ». Dal tempo di Mosè in poi non c'è Mai stato un fenomeno che per intensità, estensione e durata possa essere paragonato con quello. La descrizione dell'evento, come viene fatta dai testimoni oculari, sembra l'eco delle parole del Signore contenute nel libro del profeta Gioele, che risale a oltre venticinque secoli dal loro adempimento: « Il sole sarà mutato in tenebre, e la luna diventerà sanguigna; avanti che venga il grande e spaventevole giorno del Signore » Gioele 2: 31 (D).
Cristo aveva esortato il suo popolo a considerare i segni del suo avvento e a rallegrarsi perché essi erano premonitori della sua venuta. « Ma quando queste cose cominceranno ad avvenire, rialzatevi, levate il capo, perché la vostra redenzione è vicina ». Poi, additando gli alberi in germoglio aggiunse: « Guardate il fico e tutti gli alberi; quando cominciano a germogliare, voi guardandoli, riconoscete da voi stessi che l'estate è ormai vicina. Così anche voi quando vedrete avvenire queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino » Luca 21: 28–3 l.
Purtroppo, a mano a mano che nella chiesa l'umiltà e la devozione lasciarono il posto all'orgoglio e al formalismo, l'amore di Cristo e la fede nel suo avvento andarono decrescendo. Assorbito dalla mondanità e dalla ricerca del piacere, il popolo di Dio finì col diventare cieco alle istruzioni del Salvatore relative alla sua apparizione. La dottrina del secondo avvento fu negletta e le dichiarazioni relative ad essa, oscurate da errate interpretazioni, vennero quasi totalmente dimenticate. Questo, in modo particolare, fu il caso delle chiese d'America. La libertà e le comodità di cui godevano le varie classi sociali, la sete di ricchezza e di lusso provocarono una divorante bramosia di guadagno unito con un ardente desiderio di popolarità e di potenza che parevano alla portata di tutti. Tutto ciò spinse gli uomini a concentrare i propri interessi e le proprie speranze sulle cose di questa vita e a rimandare a un futuro molto lontano il giorno solenne che vedrà la fine del presente stato di cose.
Il Salvatore, nel richiamare l'attenzione dei discepoli sui segni del suo ritorno, predisse lo stato di generale apostasia che si sarebbe verificato prima del suo secondo avvento. Come ai tempi di Noè, le cose di questo mondo e la ricerca del piacere avrebbero avuto il sopravvento: comperare, vendere, piantare, costruire, sposare, dare in matrimonio; il tutto accompagnato dall'abbandono di Dio e dall'oblio della vita avvenire. L'esortazione del Signore per quanti sarebbero vissuti a quell'epoca fu: « Or guardatevi, ché talora i vostri cuori non sieno aggravati d'ingordigia, né d'ebbrezza, ne delle sollecitudini di questa vita; e che quel giorno di subito improvviso non vi sopravvenga » Luca 21: 34 (D). « Vegliate dunque, pregando in ogni tempo, affinché siate in grado di scampare a tutte queste cose che stanno per accadere, e di comparire dinanzi al Figliuol dell'uomo » Luca 21: 36.
Lo stato della chiesa a quell'epoca è così sottolineato dalle parole del Maestro riportate in Apocalisse 3: 1: « Tu hai nome di vivere e sei morto ». A quanti, poi, rifiutano di scuotersi dalla loro indifferenza, viene rivolto l'avvertimento solenne: « Se tu non vegli, io verrò come un ladro, e tu non saprai a quale ora verrò su di te » Apocalisse 3: 3.
Era necessario rendere gli uomini consapevoli del pericolo che correvano, e così indurli a prepararsi per gli eventi solenni connessi con la chiusura del tempo di grazia. Il profeta di Dio dichiara: « Sì, il giorno dell'Eterno è grande, oltremodo terribile; chi lo potrà sopportare? ». Gioele 2: 11. Chi, infatti, potrà resistere quando apparirà Colui che ha « gli occhi troppo puri per sopportar la vista del male » e che non può « tollerar lo spettacolo dell'íniquità? » Abacuc 1: 13. A coloro che dicono: « Mio Dio, noi d'Israele ti conosciamo » Osea 8: 2 e nondimeno trasgrediscono la sua alleanza e « corron dietro ad altri dii » Salmo 16: 4, celando l'iniquità nei loro cuori e amando i sentieri dell'ingiustizia, il giorno del Signore sarà « tenebre, e non luce, oscurissimo e senza splendore » Amos 5: 20. « E in quel tempo avverrà che io frugherò Gerusalemme con delle torce, e punirò gli uomini che, immobili sulle loro fecce, dicono in cuor loro: "L’Eterno non fa né bene, né male" » Sofonia 1: 12. « lo punirò il mondo per la sua malvagità, e gli empi per la loro iniquità; farò cessare l'alterigía de' superbi -e abbatterò l'arroganza de' tiranni » Isaia 13: 11. « Né il loro argento né il loro oro li potrà liberare... Le loro ricchezze saranno abbandonate al saccheggio, e le loro case ridotte in una desolazione » Sofonia 1: 18, 13.
Il profeta Geremia, contemplando in anticipo questo tempo terribile, esclamò: « lo sento un gran dolore!... lo non posso tacermi; poiché: anima mia, tu odi il suon della tromba, il, grido di guerra. S'annunzia rovina sopra rovina » Geremia 4: 19, 20.
« Quel giorno è un giorno d'ira, un giorno di distretta e d'angoscia, un giorno di rovina e di desolazione, un giorno di tenebre e caligine, un giorno di nuvole e di fitta oscurità, un giorno di suon di tromba e d'allarme » Sofonia 1: 15, 16. « Ecco, il giorno dell'Eterno giunge... che farà della terra un deserto, e ne distruggerà i peccatori » Isaia 13: 9.
In vista di quel gran giorno, la Parola di Dio con un linguaggio solenne e impressionante invita il suo popolo a scuotersi dalla letargia spirituale e a cercare il suo volto con pentimento e umiltà: « Suonate la tromba in Sion! Date l'allarme sul monte mio santo! Tremino tutti gli abitanti del paese, poiché il giorno dell'Eterno viene, perch'è vicino... Bandite un digiuno, convocate una solenne raunanza! Radunate il popolo, bandite una santa assemblea! Radunate i vecchi, radunate i fanciulli... Esca lo sposo dalla sua camera, e la sposa dalla propria alcova! Fra il portico e l'altare piangano i sacerdoti... Tornate a me con tutto il cuor vostro, con digiuni, con pianti, con lamenti! Stracciatevi il cuore, e non le vesti, e tornate all'Eterno, al vostro Dio, poich'egli è misericordioso e pietoso, lento all'ira e pieno di bontà » Gioele 2: 1, 15–17, 12, 13.
Una grande opera di riforma doveva essere compiuta per preparare un popolo capace di sussistere nel giorno di Dio. L'Eterno vide che molti dei cosiddetti credenti non edificavano per l'eternità, e nella sua infinita misericordia volle far loro giungere un messaggio che li scuotesse d'al torpore e li spingesse a prepararsi per la venuta del Signore.
Questo avvertimento è messo in risalto nel capitolo 14 di Apocalisse, dove si vede un triplice messaggio proclamato da tre esseri celesti, immediatamente seguito dall'avvento del Figliuolo dell'uomo « per la mèsse della terra ». Il primo di questi avvertimenti annuncia l'avvicinarsi del giudizio: il profeta vide un angelo « che volava in mezzo al cielo, recante l'evangelo eterno per annunziarlo a quelli che abitano sulla terra, e ad ogni nazione e tribù e lingua e popolo; e diceva con gran voce: "Temete Iddio e dategli gloria poiché l'ora del suo giudizio è venuta; e adorate Colui che ha fatto il cielo e la terra e il mare e le fonti delle acque" » Apocalisse 14: 6, 7.
Questo messaggio fa parte dell'Evangelo eterno la cui proclamazione non è affidata agli angeli, ma agli uomini. I santi angeli sono incaricati di dirigere quest'opera e di presiedere i grandi movimenti intesi a recare la salvezza agli uomini; però la predicazìone propriamente detta è fatta dai servi di Cristo sulla terra.
Tale avvertimento doveva essere dato al mondo da uomini fedeli, sensibili alle sollecitazioni dello Spirito di Dio, ubbidienti agli insegnamenti della sua Parola; uomini che avevano prestato attenzione alla « parola profetica, più ferma », alla « lampada splendente in un luogo oscuro, finché spunti il giorno e la stella mattutina sorga » 2 Pietro 1: 19. Essì avevano cercato la conoscenza dì Dio più di tutti i tesori nascosti, considerandola « preferibile a quel [guadagno] dell'argento, e il profitto che se ne trae val più dell'oro fino » Proverbi 3: 14. Il Signore, percio, aveva loro -rivelato le grandi realtà del regno: « Il segreto dell'Eterno è per quelli che lo temono ed egli fa loro conoscere il suo patto » Salmo 25: 14.
Non furono i dotti teologi a capire questa verità e a proclamarla. Se essi fossero stati delle sentinelle fedeli e avessero investigato le Scritture con diligenza e in preghiera, avrebbero conosciuto a che punto era la notte, e le profezie avrebbero loro indicato gli eventi che stavano per accadere. Purtroppo, essi si dimostrarono indifferenti e così il messaggio venne affidato a gente più umile. Gesù disse: « Camminate mentre avete la luce, affinché non vi colgano le tenebre » Giovanni 12:35. Quanti si dipartono dalla luce mandata da Dio e trascurano di riconoscerla quando questa è alla loro portata, rimarranno nelle tenebre. Il Salvatore dichiarò: « Chi mi seguita non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita » Giovanni 8: 12. Chiunque diligentemente si sforza di fare la volontà di Dio attenendosi alla luce avuta, riceverà luce maggiore, e qualche stella più fulgida gli sarà mandata per guidarlo in tutta la verità.
All'epoca del primo avvento di Cristo, i sacerdoti e gli scribi della santa città -ai quali erano stati affidati gli oracoli di Dio- avrebbero potuto discernere i segni dei tempi e. proclamare la venuta del Messia promesso. La profezia di Michea indicava il luogo della nascita, mentre quella di Daniele precisava il tempo della sua manifestazione (Michea 5: 2; Daniele 9: 25). Dio aveva affidato queste profezie ai capi giudei i quali, per conseguenza, erano inescusabili se ignoravano l'imminenza della venuta del Messia e non ne avvertivano il popolo. I giudei erigevano dei monumenti ai profeti martiri, ma allo stesso tempo tributavano omaggio ai servitori di Satana mediante la loro deferenza verso i grandi della terra. Accecati dalla sete di potere e di dominio temporali, essì perdevano dì vista gli onori divini che il Re dei re intendeva loro conferire.
Gli anziani d'Israele avrebbero dovuto studiare con profondo e rispettoso interesse il luogo, il tempo e le circostanze relativi al più grande avvenimento della storia: la venuta del Figliuolo di Dio per redimere l'umanità. Tutti avrebbero dovuto aspettare vigilanti ed essere pronti a salutare il Salvatore del mondo. Invece, a Betlemme, due viandanti affaticati, provenienti dalle colline di Nazaret, attraversarono il villaggio percorrendone le anguste vie, cercando ìnvano un rifugio per la notte. Nessuna porta si aprì, e il Salvatore del mondo dovette nascere in un umile ostello adibito a ricovero del bestiame.
Gli angeli del cielo, che avevano contemplato la gloria che il Figliuolo di Dio condivideva col Padre prima che il mondo fosse creato, seguivano col più vivo ìnteresse la sua venuta in terra, sicuri che il mondo avrebbe esultato di immensa gioia per questo mirabile evento. Una schiera di angeli fu incaricata dì recare il lieto annuncio a coloro che erano pronti a riceverlo e che, a loro volta, lo avrebbero trasmesso agli abitanti della terra. Cristo era sceso dal cielo per rivestire la natura umana, e si accingeva a prendere su di sé il pesante fardello dell'ignominia e a offrire la propria vita come prezzo di riscatto per molti. Comunque, gli angeli desideravano che anche nella sua umiliazione il Figliuolo dell'Altissimo entrasse nel mondo con la dignità e con la gloria dovute al suo rango. I grandi della terra si sarebbero dati convegno nella capitale d'Israele per dargli il benvenuto? Legioni di angeli lo avrebbero presentato a quanti lo aspettavano?
Un angelo percorse la terra per vedere chi era pronto a dare il benvenuto a Gesù, ma purtroppo non vide nessun segno di aspettativa, non udì nessuna voce di lode o di esultanza annunciare l'imminenza dell'avvento del Messia. Si soffermò un po' sulla città santa, poi sul tempio dove per secoli Dio aveva manifestato la sua presenza. Ovunque, però, regnava la stessa indifferenza. I sacerdoti, con pompa e orgoglio, offrivano sacrifici contaminati; i farisei parlavano al popolo con voce tonante e recitavano all'angolo delle vie le loro preghiere piene di presunzione. Neì palazzi dei re, nelle assemblee dei filosofi, nelle scuole dei rabbini, tutti erano ugualmente incuranti del sublime fatto che ríempiva il cielo di lodì e di gioia: il Redentore del mondo stava per venire sulla terra.
Niente tradiva l'attesa del Messia e non si notava alcun preparativo per accogliere il Principe della vita. Sorpreso, il messaggero celeste gia si preparava a risalire al cielo quando scorse un gruppo di pastori che facevano la guardia notturna alle loro greggì. Contemplando il cielo stellato, essi parlavano. della profezia che annunciava la venuta del Messia, e manifestavano il loro ardente desiderio di salutare l'apparizione del Salvatore del mondo. Era un pugno di anime pronte a ricevere il messaggi o del cielo, e allora l'angelo apparve loro e annunciò la lieta notizia. La pianura fu illuminata dalla gloria del cielo, e un folto gruppo di angeli apparve agli occhi dei pastori; e per esprimere degnamente la gioia del cielo intero, una moltitudine di voci intonò l'inno che un giorno sarà cantato dagli eletti: « Gloria a Dio ne' luoghi. altissimi, pace in terra fra gli uomini ch'Egli gradisce! » Lupa 2: 14.
Questa sublime storia di Betlemme contiene un'importante lezione ed è un monito per la nostra incredulità, per il nostro orgoglio e per la nostra autosufficienza. Essa, inoltre, ci invita a fare attenzione per evitare che, a motivo di una colpevole indifferenza, noi non finiamo col non sapere più riconoscere i segni dei tempi, e quindi con l'ignorare il giorno della resa dei conti.
Gli angeli non trovarono delle anime in attesa del Messia solo sulle colline della Giudea e fra gli umili pastori: anche nelle terre pagane ve ne erano altre che aspettavano. Si trattava di filosofi orientali: i magi, ricchi, nobili, studiosi della natura, i quali avevano visto Dio nelle opere delle sue mani. Negli scritti ebraici, poi, avevano trovato l'annuncio di 9
un astro che sarebbe sorto da Giacobbe (vedi Numeri 24: 17) e aspettavano con impazienza Colui che sarebbe stato non solo « la consolazione d'Israele », ma anche « luce da illuminar le genti », « strumento di salvezza fino alle estremità della terra » Luca 2: 25, 32; Atti 13: 47. Essi cercavano la luce, e la luce che procedeva dal trono di Dio venne a illuminare il sentiero da loro percorso. Mentre i sacerdoti e i rabbini di Gerusalemme, guardiani ed espositori ufficiali della verità, erano immersì nelle tenebre, la stella mandata dal cielo guidava questi stranieri verso il luogo dove doveva nascere il Re dei re.
È «.a quelli che l'aspettano » che Cristo « apparirà una seconda volta... per la loro salvezza » Ebrei 9 ; 28. Come era stato per il mgssaggio della nascita del Salvatore, altrettanto. fu per quello del suo secondo avvento: esso non venne affidato ai capi religiosi del popolo, i quali, avendo omesso di vegliare sulla loro unione con Dio e respinto la luce del cielo, non erano annoverati fra coloro che l'apostolo Paolo così descrive: « Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, sì che quel giorno abbia a cogliervi a guisa di ladro; poiché voi tutti siete figliuoli di luce e figliuoli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre » 1 Tessalonicesi 5: 4, 5.
Le sentinelle poste sulle mura di Sion -avrebbero dovuto essere le prime ad accogliere l'annuncio della venuta del Salvatore, a levare le loro voci. per proclamare l'avvento e avvertire il popolo perché si preparasse alla sua apparizione. Esse--- invece, sognavano pace e sicurtà, mentre la gente giaceva immersa nei propri peccati. Gesù, precorrendo i secoli, vide la sua chiesa simile al fico sterile: ricca di pretenziose foglie, ma priva di frutti. C'era, sì, una ostentata osservanza delle forme religiose, ma faceva difetto lo spirito di vera umiltà, di pentimento e di fede, che solo poteva rendere il servizio accettevole a Dio. Al posto delle grazie dello Spirito si notavano l'orgoglio, il formalismo, la vanagloria, l'egoismo, l'oppressione. Una chiesa apostata chiudeva gli occhi ai segni dei tempi. Dio, però, non venne meno alla sua fedeltà: furono gli uomini ad allontanarsi da lui e a separarsi dal suo amore. Rifiutando di sottomettersi alle condizioni richieste, essi perdettero il beneficio delle promesse loro fatte da Dio.
Questo è l'infallibile risultato che deriva dal trascurare la luce e I privilegi offerti dal Signore. A meno che la chiesa non percorra la via tracciata da Dio nella sua provvidenza, accogliendo ogni raggio di luce e compiendo ogni dovere via via che questo viene rivelato, la religione degenera nel formalismo, e lo spirito della pietà vitale scompare del tutto. Tale verità è stata reiteratamente illustrata nella storia della chiesa. Dio chiede dal suo popolo opere di fede e di ubbidienza corrispondenti alle benedizioni e ai privilegi ricevuti. L'ubbidienza esige un sacrificio e comporta una croce. Ecco perché molti, pur dicendosi seguaci di Cristo, rifiutano di accettare la luce del cielo e, come i giudei di allora, non sanno riconoscere il tempo della loro visitazione (Luca 19: 44). A causa del loro orgoglio e della loro incredulità, il Signore li ha messi da parte e ha rivelato la sua verità a quanti, come i pastori di Betlemme e i magi di oriente, tengono conto della luce avuta.


 
Capitolo 18

Nuova Luce nel Nuovo Mondo


Per dare inizio alla proclamazione del secondo avvento di Cristo, Dio scelse un semplice agricoltore, onesto e leale, che inizialmente aveva messo in dubbio la divina autorità delle Sacre Scritture, ma che desiderava sinceramente conoscere la verità. Come molti altri riformatori, Guglielmo Miller aveva trascorso la sua infanzia nella povertà, e aveva perciò imparato le grandi lezioni della rinuncia e della tenacia. I componenti la sua famiglia sì distinguevano per il loro spirito indipendente, amante della libertà, portato al forte patriottismo. Le stesse caratteristiche si ritrovavano in lui. Suo padre era stato capitano nell'esercito della rivoluzione, ed è ai sacrifici da lui fatti nelle lotte e nelle difficoltà di quel periodo tempestoso che va attribuita la povertà che Miller conobbe nella sua infanzia e nella sua adolescenza.
Dotato di una sana e robusta costituzione fisica, egli diede prova, fin dall'infanzia, di possedere anche doti intellettuali non comunì, che andarono sempre più affermandosi col passare del tempo. La sua mente attiva ed equilibrata era assetata di conoscenza. Pur non avendo goduto dei vantaggi di una preparazione didattica regolare, il suo amore per lo studio e la sua abitudine di riflettere e di coltivare un acuto senso critico fecero di lui un uomo dotato di sano discernimento e di larghe vedute. Inoltre, aveva un carattere morale irreprensibile e godeva di una invidiabile reputazione in quanto tutti lo stimavano per l'integrità, la frugalità e la generosità del suo animo. Per la sua energia e per la sua applicazione, egli raggiunse rapidamente una certa agiatezza, pur perseverando nelle sue abitudini di studio assiduo. Siccome aveva ricoperto con onore importanti incarichi nel campo civile e in quello militare, pareva gli fosse spalancata la via della ricchezza e degli onori.
Sua madre, donna di profondi sentimenti religiosi, gli aveva inculcato nell'infanzia precise impronte religiose. Purtroppo, giunto all'età virile, egli si era lasciato attrarre dai deisti, il cui influsso era reso più forte dal fatto che erano degli ottimi cittadini, uomini e donne dotati di benevole disposizioni. Vivendo, come essi vivevano, in mezzo a istituzioni cristiane, il loro carattere era stato parzialmente plasmato dall'influsso dell'ambiente. Pur essendo debitori alla Bibbia delle qualità che avevano procurato loro il rispetto e la stima, essi annullavano tali virtù con l'opposizione alla Parola di Dio. Miller, unendosi con loro, finì con l'adottarne le opinioni, tanto più che l'interpretazione corrente delle Scritture presentava delle difficoltà che gli sembravano insormontabili. Ma la sua nuova credenza, nel fare tabula rasa della Bibbia, non gli offriva nulla di meglio, e così egli si sentì del tutto insoddisfatto. Guglielmo Miller rimase dodici anni ancorato a quelle idee erronee, e fu solo all'età di trentaquattro anni che, per l'azione dello Spirito Santo nel suo cuore, giunse alla piena consapevolezza del proprio stato di colpa, e non poté trovare nulla nelle sue concezioni religiose che gli potesse dare la certezza della felicità oltretomba. L'avvenire, perciò, gli appariva oscuro e minaccioso. Ecco quanto più tardi, alludendo a quel periodo, egli dichiarò:
« La prospettiva dell'annientamento aveva per me qualcosa di lugubre e di glaciale, e l'idea del giudizio era sinonimo di sicura distruzione di tutti gli uomini. Sentivo sopra la mia testa il cielo di rame e sotto i miei piedi la terra di ferro. L'eternità: che cos'era? La morte: che significato aveva? Più ragionavo, più vedevo allontanarsi la soluzione. Più riflettevo, più le mie conclusioni si volatilizzavano. Cercai di non pensare più, ma purtroppo i miei pensieri sfuggivano a ogni controllo. Mi sentivo tanto infelice e non ne capivo la causa. Sapevo che c'era qualcosa di sbagliato, ma non riuscivo a capire dove o come fosse la soluzione del problema che mi assillava. Mormoravo, mi lamentavo senza sapere di chi. Mi affliggevo, ma senza speranza ».
Tale situazione si protrasse per mesi e mesi. « D'improvviso », egli dice, « nella mia mente si impresse vivida la visione di un Salvatore. Mi parve di capire che c'era qualcuno così buono e così compassionevole da fare Egli stesso l'espiazione delle nostre trasgressioni per sottrarci al castigo che era stato decretato in seguito alle colpe commesse. Sentii immediatamente quanto doveva essere magnanimo un essere simile, e pensai che potevo gettarmi fra le sue braccia e confidare nella sua misericordia. Sorse, allora, la domanda: come avere la certezza della sua esistenza? Mi resi conto che a parte la Bibbia, non esisteva altra possibilità di trovare la prova dell'esistenza di questo Salvatore e della vita avvenire...
« Vidi che la Bibbia metteva in luce' -il Salvatore del quale avevo bisogno, ed ero perplesso nel costatare come un libro da me ritenuto non ispirato potesse sviluppare dei princìpi che risultavano perfettamente aderenti ai bisogni di un mondo caduto. Fui costretto ad ammettere che le Scritture debbono essere una rivelazione di Dio. Esse allora diventarono la mia delizia e trovai in Gesù un amico. Il Salvatore divenne "Colui che si distingue fra diecimila" e la Bibbia da me a lungo considerata 'oscura e contraddittoria, rappresentò "una lampada al mio piè - ed una luce sul mio sentiero". La mia mente si calmò e mi sentii soddisfatto. Trovai che il Signore Iddio era simile a una roccia in mezzo all'oceano della vita, e da allora la Bibbia costituì per me il principale oggetto di studio. La studiavo con grande diletto e, convinto che non mi era stata rivelata neppure la metà della sua bellezza, mi chiesi stupito come avessi potuto rigettarla. Essa, infatti, conteneva il soddisfacimento delle aspirazioni del mio cuore, il rimedio per tutte le malattie della mia anima. Persi il gusto per ogni altra lettura e mi applicai alla ricerca della Sapienza divina » S. Bliss, Memoirs of Wm. Miller, pp. 65-67.
Mìller fece una pubblica confessione della sua fede nella religione che aveva disprezzata. I suoi amici increduli, però, non mancarono di affrontarlo ricorrendo a quegli stessi argomenti che egli aveva adoperati per combattere la divina autorità delle Scritture. Egli non era ancora preparato per replicare, ma fece il seguente ragionamento: se la Bibbia e una rivelazione divina, essa deve essere coerente con se stessa; e siccome è stata data per illuminare l'uomo, ne deriva che essa deve essere alla sua portata. Decise, perciò, di studiare la sacra Parola da solo per accertarsi se ogni apparente contraddizione non poteva essere eliminata e stabilire, così, la perfetta armonia del sacro Testo.
Sforzandosi di accantonare ogni idea preconcetta e facendo a meno di commentari, Miller confrontò fra loro i vari passi biblici servendosi unicamente delle note marginali del testo e di una concordanza biblica. Cominciando dal libro della Genesi, egli andò avanti nella sua indagine in maniera sistematica, leggendo versetto per versetto e procedendo solo dopo che il senso di quanto aveva letto gli appariva tale da eliminare in lui ogni perplessità. Quando trovava un punto oscuro, lo paragonava con quel testi che sembravano avere rapporto con quello preso in considerazione, lasciando a ogni parola il proprio significato. Se l'insieme dei passi consultati portava a una conclusione che risultava in accordo col pensiero biblico, Miller ne concludeva che la difficoltà era stata rimossa, e perciò superata. Per ogni punto difficile egli cercava e trovava la spiegazione in altra parte della Scrittura. Dato che egli studiava con spirito di fervida preghiera, quello che in un primo momento gli era apparso complicato finì con apparirgli chiaro e conclusivo. Sentiva tutta la veracità dell'esclamazione del Salmista: « La dichiarazione della tua parola illumina; dà intelletto ai semplici » Salmo 119: 130.
Con intenso interesse egli studiò i libri di Daniele e dell'Apocalisse, usando gli stessi criteri di indagine da lui adoperati per l'esame delle altre scritture e si accorse, con indicibile gioia, che i simboli profetici erano intelligibili. Miller vide che l'adempimento delle profezie era stato letterale; che le varie figure, metafore, parabole e similitudini o erano spiegate nel loro contesto, oppure i termini con i quali. esse venivano formulate erano precisati in altri passi biblici, per modo che tutto finiva col risultare chiaro. « Mi convinsi », egli dice, « che la Bibbia era un sistema di verità rivelate con tale chiarezza e semplicità che l'uomo timorato di Dio, per quanto ignorante possa essere, non può sbagliare » Idem, p. 70. Seguendo la storia, egli riuscì a ricostruire le grandi linee della profezia e a scoprire l'uno dopo l'altro gli anelli che formavano la catena della verità. Gli angeli guidavano la sua mente e schiudevano le Scritture al suo intelletto.
Prendendo come criterio di indagine profetica il passato adempimento delle profezie, Miller giunse alla conclusione che l'insegnamento secondo il quale prima della fine del mondo ci sarebbe stato un regno spirituale di Cristo, un millennio temporale, non era per nulla sanzionato nella Parola di Dio. Questa dottrìna, che annunciava mille anni di pace e di giustizia prima della venuta personale del Salvatore, dissipava i terrori collegati col gran giorno dell'Eterno. Per quanto essa potesse apparire piacevole, nondimeno era contraria all'insegnamento di Cristo e degli apostoli, i quali dichiarano che il buon grano e la zizzania debbono crescere insieme fino alla mietitura, che è poi la fine del mondo (Matteo 13: 30, 31, 38-41); che « i malvagi e gli impostori andranno di male in peggio », che « negli ultimi giorni verranno dei tempi difficili » e che il regno delle tenebre durerà fino all'avvento del Signore, che « distruggerà [l'empio] col soffio della sua bocca, e annienterà con l'apparizione della sua venuta » 2 Timoteo 3: 13, 1; 2 Tessalonicesi 2: 8.
La dottrina della conversione del mondo e del regno spirituale dì Cristo non fu mai insegnata dalla chiesa apostolica: essa fu adottata dai cristiani solo all'inizio del díciottesimo secolo. Come ogni altro errore, essa provocava risultati dannosi in quanto insegnava agli uomini a rimandare a un lontanissimo avvenire la venuta del Signore, e quindi impediva loro di tener conto dei segni premonitori del suo avvicinarsi. Essa, inoltre, suscitava sentimenti di fiducia e di sicurezza illusorie che portavano a trascurare- la necessaria preparazione per l'incontro col Signore.
Miller vide che le Scritture insegnavano la venuta letterale e personale di Cristo. Dice l'apostolo Paolo: « Il Signore stesso, con potente grido, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo » 1 Tessalonicesi 4: 16. Il Salvatore, a sua volta, afferma: « Vedranno il Figliuol dell'uomo venir sulle nuvole del cielo con gran potenza e gloria... Come il lampo esce da levante e si vede fino a ponente, così sarà la venuta del Figliuol dell'uomo » Matteo 24: 30, 27. Egli sarà accompagnato dalle schiere celesti: « Il Figliuol dell'uomo sarà venuto nella sua gloria, avendo seco tutti gli angeli » Matteo 25: 3 1. « E manderà i suoi angeli con gran suono di tromba a radunare i suoi eletti » Matteo 24: 3 1.
Alla sua venuta i morti risusciteranno, mentre i giusti allora viventi saranno trasformati: « Ecco, io vi dico un mistero: Non tutti morremo, ma tutti saremo mutati, in un momento, in un batter d'occhio, ai suon dell'ultima tromba. Perché la tromba sonerà, e i morti risusciteranno incorruttibili, e noi saremo mutati. Poiché bisogna che questo corruttibile rivesta incorruttibilità, e che questo mortale rivesta immortalità » 1 Corinzi 15: 51-53. L'apostolo Paolo, nella sua prima lettera ai Tessalonicesi, dopo avere descritto l'avvento del Signore, aggiunge: « I morti in Cristo risusciteranno i primi; poi noi viventi, che saremo rimasti, verremo insieme con loro rapiti sulle nuvole, a incontrare il Signore nell'aria; e così saremo sempre col Signore » 1 Tessalonicesi 4: 16, 17.
Il popolo di Dio riceverà il regno solo dopo il ritorno personale di Cristo. Lo ha affermato lo stesso Salvatore: « Or quando il Figliuol dell'uomo sarà venuto nella sua gloria, avendo seco tutti gli angeli, allora sederà sul trono della sua gloria. E tutte le genti saranno radunate dinanzi a lui; ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore alla sua destra e i capri alla sini stra. Allora il Re dirà a quelli della sua destra: Venite, voi, i benedettí del Padre mio; eredate il regno che v'è stato preparato sin dalla fonda zione del mondo » Matteo 25: 31-34. Le Scritture insegnano in modo inequivocabile che quando il Figliuol dell'uomo verrà, i morti risusciteranno incorruttibili, mentre i credenti che saranno trovati in vita saranno trasformati. In seguitó a questo grande cambiamento essi sono preparati per ricevere il regno. San Paolo dichiara « che carne e sangue non possono eredare il regno di Dio; né la corruzione può eredare la incorruttibilità » 1 Corinzi 15: 50. L'uomo, nel suo stato attuale è mortale e corruttibile; mentre il regno di Dio sarà incorruttibile e durerà in eterno. Ne consegue che l'uomo, nel suo presente stato, non può entrarvi. Quando Gesù verrà, conferirà l'immortalità a quanti gli sono stati fedeli e li inviterà a prendere possesso del regno del quale essi sono stati fatti eredi.
Questi e altri passi biblici indicavano chiaramente a Miller che gli eventi che generalmente si riteneva dovessero verificarsi prima dell'avvento di Cristo -come ad esempio l'universale regno di Pace e lo stabilimento del regno di Dio sulla terra a - dovevano essere, invece, successivi al secondo avvento. Inoltre, tutti i segni dei tempi e lo stato del mondo corrispondevano alla descrizione profetica degli ultimi giorni. Così egli fu portato a concludere, in base al solo studio della Scrittura, che il tempo accordato al mondo stava per finire.
« Un'altra prova che influì in maniera decisiva sulla mia mente », egli dice, « fu la cronologia delle Sacre Scritture... Mi resi conto che gli eventi predetti, adempiutisi nel passato, spesso si erano verificati in un determinato spazio di tempo. I centoventi anni fino al diluvio (Genesi 6: 3); i sette giorni che lo precedettero e i quaranta giorni di pioggia predetti (Genesi 7: 4); i quattrocento anni del soggiorno in Egitto della progenie di Abrahamo (Genesi 15: 13); i tre giorni dei sogni del panettiere e del coppiere di Faraone (Genesi 40: 12-20); i sette anni' di Faraone (Genesi 41: 28-54); i quarant'anni nel deserto (Numeri 14: 34); i tre anni e mezzo di carestia (1 Re 17: 1); i settant'anni della cattività in Babilonia (Geremia 25: 11); i sette tempi di Nebucadnetsar (Daniele 4:13-16); le settanta settimane (Daniele 9: 24-27); tutti gli eventi di questi periodi cronologici erano l'espressione di profezie e si erano adempiuti l'uno dopo l'altro » Idem, pp. 74, 75.
Quando, nel suo studio della Bibbia, Miller venne a trovarsi dinanzi a periodi cronologici che secondo il suo modo di vedere si estendevano fino alla venuta di Cristo, non poté fare a meno di considerarli come tempi annunciati da Dio « per bocca di tutti i santi profeti ». « Le cose occulte appartengono all'Eterno, al nostro Dio », dice Mosè, « ma le cose rivelate sono per noi e per i nostri figliuoli » Deuteronomio 29: 29. Il Signore, per bocca del profeta Amos afferma che Egli « non fa nulla, senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti » Amos 3: 7. Quanti studiano la Bibbia possono con fiducia aspettarsi di trovare chiaramente indicato l'evento più sublime della storia umana.
« Quando fui pienamente convinto », dice Miller, « che tutte le Scritture date per ispirazione divina sono fruttuose (2 Timoteo 3: 16) e che non sono il prodotto della volontà umana, bensì l'opera di santi uomini sospinti dallo Spirito Santo (2 Pietro 1: 21) e che debbono servire Il per nostro ammaestramentol affinché mediante la pazienza e mediante la consolazione delle Scritture, noi riteniamo la speranza" Romani 15: 4 non potei fare a meno di considerare le porzioni cronologiche della Bibbia come parte integrante della Parola di Dio, degne della massima considerazione, alla stessa stregua delle altre sezioni del sacro Libro. Per conseguenza sentii che sforzandomi a capire quello che Dio, nella sua misericordia, aveva ritenuto opportuno rivelarci, io non avevo nessun diritto di trascurare i periodi profetìci » Idem, p. 75.
La profezia che gli parve meglio rivelasse l'epoca del secondo avvento era quella di Daniele 8: 14: « Fino a duemila trecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato ». Seguendo la sua regola, che consisteva nel fare della Bibbia l'interprete di se stessa, Míller si rese conto che nella profezia simbolica un giorno equivale a un anno (Numeri 14: 34; Ezechiele 4: 6); egli capì, così, che i duemila trecento giorni profetici, o anni letterali, si estendevano ben oltre la fine della dispensazione ebraica e che, perciò, non potevano riferirsi al santuario israelitico. Adottando quindi l'idea generalmente accettata, secondo cui la terra era il santuario della dispensazione cristiana, Miller ne concluse che la purificazione del santuario predetta in Daniele 8: 14 non era altro che la purificazione della terra mediante il fuoco, all'apparizione del Signore. Perciò, egli si disse, se fosse stato possibile stabilire con esattezza il punto di partenza dei duemila trecento giorni-anni, automaficamente sarebbe venuto fuori il punto di arrivo, e cioè la data del secondo avvento di Cristo. In tal modo sarebbe stata resa nota l'ora del grande evento finale in cui « sarebbe cessata di esistere la società attuale con il suo orgoglio, la sua potenza, la sua pompa, la sua vanità, la sua empietà e la sua oppressione ». Allora sarebbe stata « rimossa dalla terra la maledizione, sarebbe stata distrutta la morte, mentre i servi di Dio, i profeti, i santi e quelli che temono il suo nome, avrebbero ottenuto il premio, e sarebbero stati distrutti coloro che distruggono la terra » Idem, p. 76.
Con rinnovato slancio, Miller proseguì l'esame delle profezie consacrando non solo le sue giornate, ma spesso anche notti intere, a quello che ora gli appariva stupendamente importante e palpitante di interesse. Ben presto riscontrò che nel capitolo 8 del libro del profeta Daniele non era indicato il punto di partenza dei duemila trecento giorni. Infatti l'angelo Gabriele, pur essendo stato mandato da Daniele per fargli capire la visione, gli aveva fornito solo una spiegazione parziale. Dinanzi alla visione della terribile persecuzione che doveva abbattersi sulla chiesa, il profeta sentì le sue forze venirgli meno e svenne. Non poteva sopportare oltre, e l'angelo allora lo lasciò per un po' di tempo. « E io, Daniele, svenni, e fui malato vari giorni... Io ero stupito della visione, ma nessuno se ne avvide » Daniele 8: 27.
Ma poiché Iddio aveva incaricato il suo messaggero: « Gabriele, spiega a colui la visione », tale incarico doveva essere eseguito. Infatti, l'angelo dopo un po' di tempo ritornò e disse a Daniele: « Daniele, io son venuto ora per darti intendimento » Daniele 8: 16. « Fa' dunque attenzione alla parola, e intendi la visione! » Daniele 9: 22, 23. Nella visione del capitolo 8 c'era un punto di somma importanza rimasto senza spiegazione: quello relativo al tempo, e cioè il periodo dei duemila trecento giorni. L'angelo, perciò, riprendendo la sua spiegazione, si soffermò in modo particolare su di esso:
« Settanta settimane son fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città... Sappilo dunque, e intendi! Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane essa sarà restaurata e ricostruita, piazze e mura, ma in tempi angosciosi. Dopo le sessantadue settimane, un unto sarà soppresso... Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana; e in mezzo alla settimana farà cessare sacrifizio e oblazione » Daniele 9: 24-27.
L'angelo era stato mandato col preciso compito di spiegare a Daniele il punto che questi non era riuscito a -capire nella visione del capitolo 8, e cioè l'affermazione relativa al tempo: « Fino a duemila trecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato ». Dopo avere invitato il profeta con le parole: « Fa' dunque attenzione alla parola, e intendi la visione! », l'angelo proseguì: « Settanta settimane son fissate riguardo al tuo popolo e alla tua santa città ». Il termine qui tradotto « fissate » (altre versioni hanno: « determinate ». N. d. T.) significa letteralmente « recise », « tagliate fuori ». Settanta settimane rappresentano quattrocentonovant'anni. L'angelo affermò che erano state « messe via », perché spettanti agli ebrei. Però « messe vie » da che cosa? Dato che l'unico periodo di tempo indicato nel capitolo 8 è quello dei giorni, era sicuramente da esso che le settanta settimane dovevano essere prese. Per conseguenza, se le settanta settimane facevano parte dei duemila trecento giorni, logicamente i due periodi dovevano avere lo stesso punto di partenza. L'angelo precisò che le settanta settimane partivano dal momento in cui sarebbe stato proclamato il decreto per la restaurazione e la ricostruzione di Gerusalemme. Se si fosse riusciti a stabilire la data di questo decreto, si sarebbe conosciuto automaticamente il punto di partenza del grande periodo di duemila trecento anni.
Il decreto è riportato nel capitolo 7 del libro di Esdra (versetti 12-26). Esso fu proclamato nella sua forma definitiva da Artaserse re di Persia nel 4-57 a. C. Però in Esdra 6: 14 (D) si legge che la casa del Signore a Gerusalemme era stata costruita « per ordine di' Ciro, di Dario e di Artaserse re di Persia ». Nel redigere, confermare e completare l'editto, questi tre sovrani gli diedero la completezza richiesta dalla profezia, per poter così segnare l'inizio dei duemila trecento anni. Prendendo l'anno 457 a. C. -perché solo allora il decreto poté dirsi completo—come data dell'ordine in oggetto, ci si accorge che ogni elemento della profezia delle settanta settimane si è adempiuto.
« Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme, fino all'apparire di un unto, di un capo, vi sono sette settimane; e in sessantadue settimane », ossia sessantanove settimane, cioè quattrocentottantatre anni. Il decreto di Artaserse entrò in vigore nell'autunno del 457 a. C. Partendo da questa data, i quattrocentottantatre anni portano all'autunno del 27 d. C. (27) . Allora si adempié la profezia. La parola « Messia » significa « colui che è unto ». Nell'autunno del 27 d. C. Gesù fu battezzato -da Giovanni Battista e ricevette l'unzione dello Spirito Santo. L'apostolo Pietro lo afferma dicendo: « Iddio ha unto di Spirito Santo, e di potenza, Gesù di Nazaret » Atti 10: 38 (D). Lo stesso Salvatore, d'altra parte, affermò: « Lo Spirito del Signore è sopra me; per questo egli mi ha unto per evangelizzare i poveri » Luca 4: 18. Dopo il battesimol « Gesù si recò in Galilea, predicando l'Evangelo di Dio e dicendo: "Il tempo è compiuto" » Marco 1: 14, 15.
« Egli stabilirà un saldo patto con molti in una settimana ». La settimana di cui si parla qui è l'ultima delle settanta. Si tratta, quindi, degli ultimi sette anni del tempo accordato ai giudei. Durante questo periodo che va dal 27 al 34 d. C. il Salvatore, prima personalmente e poi mediante i suoi discepoli, rivolse l'invito evangelico quasi esclusivamente agli ebrei. Va ricordato, infattil che quando gli apostoli furono mandati a predicare il Vangelo, Gesù li avvertì: « Non andate fra i Gentili e non entrate in alcuna città de' Samaritani, ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele » Matteo 10: 5, 6.
« E in mezzo alla settimana farà cessare sacrifizio e oblazione ». Nel 31 d. C., cioè tre anni e mezzo dopo il battesimo, Gesù fu crocifisso. Col grande sacrificio da lui offerto sul Calvario ebbe fine il sistema delle offerte che per quattromila anni avevano additato l'Agnello di Dio che doveva venire nel mondo. Il tipo si era incontrato con l'antitipo, e per conseguenza cessavano tutti i sacrifici e le oblazionì del sistema cerimoniale.
Le settanta settimane, o quattrocentonovant'anni accordati agli ebrei, finivano, come abbiamo visto, nel 34 d. C. Fu allora che la nazione ebraica, per decisione del Sinedrio, suggellò il proprio rigetto del Vangelo col martirio di Stefano e la persecuzione dei cristiani. Allora il messaggio di salvezza, non più riservato al solo « popolo eletto », fu proclamato al mondointero. I discepoli, costretti dalla persecuzione a fuggire da Gerusalemme, « andarono di luogo in luogo annunziando la Parola. E Filippo, disceso nella città di Samaria, vi predicò il Cristo ». Pietro, divinamente guidato, annunciò la buona novella al centurione di Cesarea, il pio Comelio; mentre l'ardente Paolo, conquistato alla fede di Cristo, fu incaricato di portare il Vangelo ai Gentili (Atti 8: 4, 5; 22: 21).
Fin qui ogni elemento della profezia si era adempiuto con impressionante precisione; quindi era fuori discussione che le settanta settimane andavano dal 457 a. C. al 34 d. C. Partendo da questa data, non era difficile trovare il punto di arrivo dei duemila trecento giorni. Infatti dato che le settanta settimane—quattrocentonovanta giorni—erano state tolte dai duemila trecento giorni, rimanevano milleottocentodieci giorni che, partendo dal 34 d. C. conducevano automaticamente al 1844. La conclusione era ovvia: i duemila trecento giorni di Daniele 8: 14 finivano nel 1844. Poiché alla fine di questo lungo periodo profetico - secondo la dichiarazione dell'angelo - il santuario sarebbe stato purificato, ne seguiva che così veniva precisato il momento della purificazione del santuario che, quasi universalmente, si pensava dovesse aver luogo al secondo avvento di Cristo.
Miller e i suoi collaboratori in un primo momento credettero che i duemilatrecento giorni sarebbero finiti nella primavera del 1844 mentre in realtà un attento studio della profezia conduceva. all'autunno di quell'anno . Questa inesattezza provocò un senso di delusione e di perplessità in quanti avevano contato sulla venuta del Signore per quella data. Il fatto, però, non influì sull'argomento che stabiliva il 1844 come punto di arrivo dei duemilatrecento giorni, con la conseguente purificazione del santuario.
Nell'intraprendere lo studio delle Scritture per stabilire che esse erano una rivelazione divina, Miller non aveva la benché minima idea che le sue ricerche lo avrebbero portato a tali conclusioni. Anzi, egli ebbe una certa difficoltà nel. credere ai risultati dei suoi studi. Però l'evidenza delle Scritture era tale che egli non poté fare a meno di accettarla.
Miller studiava la Bibbia da due anni quando, nel 1818, giunse alla conclusione che di lì a venticinque anni Gesù sarebbe apparso per la redenzione del suo popolo. « t inutile descrivere la gioia che riempì il mio cuore », egli dice, « all'idea della meravigliosa prospettiva, né tantomeno esprimere l'ardente anelito della mia anima al pensiero di partecipare alla felicità dei redenti. La Bíbbia ora era per me un libro nuovo e costituiva - un vero appagamento del mio spirito. Tutto ciò che prima mi appariva oscuro, mistico e confuso nei suoi insegnamenti, diventava sempre più lumínosol per lo splendore che scaturiva dalle sacre pagine. Come mi appariva fulgida e gloriosa la verità! Tutte le contraddizioni e le incoerenze che un tempo avevo creduto di trovare nella Parola erano scomparse, e quantunque vi fossero ancora dei punti che non ero riuscito a sviscerare completamente, avevo ricevuto già sufficiente luce perché la mia mente venisse rischiarata. Provavo un vero diletto nello studio della Scrittura, diletto che non avrei mai creduto di poter trovare nel suoi insegnamenti » Ibidem, pp.. 76, 77.
« Con la solenne convinzione che questi importanti eventi predetti dalle Scritture -stessero per adempiersi nel volgere di un breve spazio di tempo, si delineò nella mia mente la domanda relativa al dovere che io avevo verso il mondo in seguito al convincimento che -si era andato radicando nel mio spirito » Idem, p. 8.
Egli si rendeva conto che era suo dovere comunicare ad altri la luce ricevuta. Sapeva che non sarebbe mancata l'opposizione da parte degli increduli, ma confidava che tutti i cristiani si sarebbero rallegrati nella speranza dell'incontro col loro amato Salvatore. Il suo unico timore era che, nella loro immensa gioia all'idea della gloriosa liberazione ormai vicina, molti avrebbero accettato la dottrina senza preoccuparsi di esaminare attentamente le Scritture per avere, da esse, la conferma di tale verità. Per conseguenza, egli esitava a presentarla per tema di essere nell'errore e di provocare, in tal modo, lo sviamento di altri. Tale incertezza lo spinse a riesaminare le prove a sostegno delle conclusioni alle quali era giunto, e a considerare attentamente ogni difficoltà che potesse affiorare alla sua mente. Si accorse che dinanzi alla luce della Parola di Dio le obiezioni svanivano come la nebbia svanisce sotto l'azione dei raggi del sole. Consacrò cinque anni a questa revisione, e si convinse ancor più dell'assoluta fondatezza della sua posizione.
Ora il dovere di far sapere agli altri quello che egli era convinto fosse chiaramente insegnato nelle Scritture, si imponeva con maggiore forza. « Mentre ero intento alle mie occupazioni », egli dice, « sentivo echeggiare continuamente alle mie orecchie l'invito: "Va', avverti il mondo del pericolo!". Al mio spirito ritornava costantemente il passo biblico: Quando avrò detto all'empio: -Empio, per certo tu morrai- e tu non avrai parlato per avvertir l'empio che si ritragga dalla sua via, quell'empio morrà per la sua iniquità, ma io domanderò conto del suo sangue alla tua mano. Ma, se tu avverti l'empio che si ritragga dalla sua via, e quegli non se ne ritrae, esso morrà per la sua iniquità, ma tu avrai scampato l'anima tua" Ezechiele 33: 8, 9. Sentivo che se gli empi avessero potuto essere avvertiti, molti di essi si sarebbero pentiti; mentre, se essi non fossero stati avvertiti, il loro sangue sarebbe stato ridomandato alla mia mano » Idem, p. 92.
Miller cominciò a esporre le sue vedute in privato ogni volta che gli si presentava l'occasione, pregando perché qualche ministro ne valutasse la portata e si consacrasse alla loro diffusione. Nondimeno egli non poteva sottrarsi al convincimento di avere un dovere personale da compiere nel dare egli stesso l'avvertimento. Riecheggiavano nella sua mente le parole: « Va', avverti il mondo... io domanderò conto del suo
I sangue alla tua mano! ». Per nove anni Miller attese, sentendo sempre più gravare su di sé il. peso della responsabilità. Fu nel 1831 che per la prima volta egli espose pubblicamente le ragioni della sua fede.
Come Eliseo era stato chiamato a lasciare i buoi per ricevere il mantello della consacrazione al ministero profetico, così Miller fu chiamato ad abbandonare l'aratro e a esporre alla gente i misteri del regno di Dio. Con tremore egli si mise all'opera, guidando i propri uditori passo passo lungo i periodi profetici che culminavano nella seconda apparizione di Cristo. Ad ogni sforzo compiuto, egli sentiva aumentare in sé il vigore e il coraggio, anche per il crescente interesse suscitato dalle sue parole.
Miller acconsentì presentare pubblicamente le sue vedute solo in seguito alle pressioni dei suoi confratelli, nelle cui parole egli udiva l'invito di Dio. Aveva cinquant'anni, non era affatto abituato a parlare in pubblico e si sentiva come schiacciato dal senso della propria incapacità per l'opera che gli stava davanti. Fin dall'inizio la sua azione fu benedetta abbondantemente. La sua prima conferenza fu seguita da un risveglio religioso nel quale tredici intere famiglie, ad eccezione di due persone, si convertirono. Fu immediatamente invitato a parlare in altri luoghi, e praticamente ovunque la sua attività ebbe come risultato un risveglio dell'opera di Dio. I peccatori si convertivano, i credenti decidevano di consacrarsi di più, i deisti e gli infedeli imparavano a conoscere la verità della Bibbia e la religione cristiana. La testimonianza di coloro per i quali lavorava era: « Raggiungere una categoria di Persone sulla quale altri non hanno presa » Idem, p. 138. Si ritenne che la sua predicazione riuscisse a risvegliare la mente della gente alle grandi cose della religione e ad arginare la mondanità e la sensualità crescenti in quel tempo.
Come risultato della sua predicazione, quasi in ogni città le conversioni si contavano a ventine, talvolta a centinaia. In molti luoghi le chiese protestanti delle varie denominazioni gli erano aperte, e spesso l'invito a predicare gli veniva rivolto dai ministri delle singole congregazioni. Era sua regola invariabile lavorare solo là dove era invitato. Nondimeno, egli si rese conto abbastanza presto di non poter riuscire a soddisfare neppure la metà delle richieste che gli pervenivano. Molti, pur non condividendo le sue idee circa la data del secondo avvento, erano convinti della prossimità del ritorno di Cristo e della necessità di prepararsi. In alcune grandi città la sua opera provocò notevole impressione: trafficanti di liquori rinunciarono al loro commercio e trasformarono i propri spaccí in luoghi di riunione; case da gioco chiusero i loro battenti; atei, deisti universalisti e perfino inveterati dissoluti si convertirono. Alcuni di essi da anni non mettevano piede in una chiesa. Le varie denominazioni organizzarono delle riunioni di preghiera in tutti i quartieri cittadini, praticamente a ogni ora del giorno, tanto che degli uomini di affari Potevano riunirsi a mezzogiorno per pregare e lo dare Iddio. Non si trattava di un'infatuazione stravagante, ma di qualcosa di serio e sentito, perché l'opera di Miller, come quella dei primi riformatori, tendeva più a illuminare le menti che a provocare emozioni.
Nel 1833 Mìller ricevette la licenza di predicatore da parte della chiesa battista, della quale era membro. Molti ministri della stessa denominazione approvavano la sua opera, e così egli poté continuare il suo lavoro col loro formale consenso. Viaggiava e predicava incessantemente, sebbene la sua attività si limitasse alla Nuova Inghilterra e agli stati del centro. Per vari anni egli provvide a proprie spese a questi viaggi. Anche in seguito, però, non ricevette mai abbastanza per poter sopperire alle sue spese di viaggio per i luoghi dove era stato invitato. In tal modo questa sua missione pubblica incise sensibilmente sulle sue sostanze, si che esse andarono diminuendo progressivamente. Miller aveva una famiglía numerosa, però siccome i componenti di essa erano attivi e frugali, la sua fattoria bastava per il loro mantenimento come pure per le sue spese.
Nel 1833, due anni dopo che Miller aveva cominciato a presentare in pubblico le prove dell'imminente venuta di Cristo, apparve l'ultimo segno preannunciato dal Salvatore come prova del suo secondo avvento. Gesù aveva detto: « Le stelle cadranno dal cielo » Matteo 24: 29. L'apostolo Giovanni, nell'Apocalisse, contemplando in visione le scene che avrebbero annunciato la venuta del giorno di Dio, aveva scritto: « E le stelle del cielo caddero sulla terra come quando un fico scosso da un gran vento lascia cadere i suoi fichi immaturi » Apocalisse 6: 13. Questa profezia si adempié in modo impressionante nella grande pioggia meteorica del 13 novembre 1833. Quella fu la più vasta e sorprendente visione di stelle cadenti che mai sia stata ricordata. « In tutto il territorio degli Stati Uniti, il firmamento sembrava in movimento. Dall'occupazione del paese da parte dei bianchi, mai si era verificato un fenomeno che suscitasse in una parte degli abitanti una così grande ammirazione, e in un'altra parte un così vivo sgomento ». « La sublime grandezza di questo spettacolo rivive ancora nel ricordo di' molti... Mai si è avuta una pioggia meteorica più fitta di quella: a oriente, a occidente, a settentrione, a mezzogiorno, ovunque era la stessa scena. Tutto il cielo sembrava in movimento... Lo spettacolo, descritto dal Professor Silliman nel suo giornale, fu osservato in tutta l'America del Nord... Dalle due del mattino fino a giorno fatto, in un cielo del tutto sereno e privo di nubi, si notò un susseguirsi ininterrotto di scintillanti e dardeggianti scie luminose » R. M. Devens, American Progress; or, The Great Events of the Greatest Century, cap. 28, par. 1–5.
« Nessun linguaggio può descrivere 16 splendore di quella visione... Chi non lo ha visto non può immaginarne la grandiosità. Pareva che tutte le stelle del cielo si fossero concentrate in un determinato punto vicino allo Zenit e di là, simultaneamente, dardeggiassero per ogni direzione con la velocità del fulmine... Esse si susseguivano in rapide ondate, migliaia su migliaia, come se fossero state create per l'occasione » F. Reed, Chrìstian Advocate and Journal 13 dicembre 1833. « Impossibile descrivere questo fenomeno se non ricorrendo all'immagine di un fico che, sotto l'azione di un vento impetuoso, scaglia lontano i suoi frutti immaturi ». « The Old Countryman », in Portland Evening Advertiser, 26 novembre 1833.
Nel « Journal of Commerce » di New York, in data 14 novembre 1833 apparve un lungo articolo relativo a questo meraviglioso fenomeno. In esso, fra l'altro, si leggeva: « Nessun filosofo o scienziato ha indicato o ricordato un evento simile a quello di ieri mattina. Un profeta, diciotto secoli fa, lo predisse con esattezza. Ognuno può rendersene conto se intende, per caduta di stelle, una caduta di stelle... nell'unico senso in cui la cosa possa essere letteralmente possibile ».
Apparve, così, l'ultimo segno della sua venuta dato da Gesù ai discepoli: « Quando voi vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. Dopo tanti segni, Giovanni vide i cieli ripiegarsi come un rotolo che si avvolge, mentre la terra tremava, le montagne e le isole venivano rimosse dal loro luogo e gli empi, terrorizzati, cercavano di sottrarsi alla presenza del Figliuolo dell'uomo (Apocalisse 6: 12-17).
Molti, nel contemplare la caduta delle stelle, videro in questo fenomeno un preannuncio del giudizio, « un simbolo pauroso, un precursore sicuro, un segno misericordioso di quel grande e spaventevole giorno ». « The Old Countryman », in Portland Evening Advertiser, 26 novembre 1833. In tal modo l'attenzione popolare venne richiamata sull'adempimento della profezia, e non pochi furono indotti a prestare ascolto all'annuncio del secondo avvento.
Nel 1840 un altro notevole adempimento profetico suscitò un vivo e vasto interesse. Due anni prima, Giosia Litch, uno dei ministri più in vista fra i predicatori del secondo avvento, aveva pubblicato un articolo nel quale egli spiegava Apocalisse (capitolo 9), dove è predetta la caduta dell'impero ottomano. Secondo i suoi calcoli, questa potenza sarebbe stata sopraffatta nel 1840, e precisamente nel mese di agosto. Alcuni giorni prima che ciò si adempiesse, egli scrisse: « Ammettendo che il primo periodo, quello di 150 anni, si sia adempiuto esattamente prima dell'ascesa al trono di Dragasio munito dell'autorizzazione dei turchi, e che i trecentonovantun anni e quindici giorni siano cominciati alla fine di questo primo periodo (27 luglio 1449. N. d. T.), ne consegue che essi finirebbero l'11 agosto del 1840, data in cui ci si può aspettare la caduta della potenza ottomana a Costantinopoli. E penso che sarà proprio così » G. Litch, Signs of the Times and Expositor of Prophecy, 1 agosto 1840.
Al momento indicato, la Turchia tramite i suoi ambasciatori accettò la protezione delle potenze alleate europee e si pose automaticamente sotto il controllo delle nazioni cristiane. L'evento fu l'adempimento letterale della predizione . Quando la cosa fu risaputa, moltissimi si convinsero dell'esattezza dei princìpi di interpretazione profetica adottati da Miller e dai suoi collaboratori, e ne scaturì un nuovo e potente impulso per il movimento avventista. Uomini colti e influenti si unirono a Miller per predicare e pubblicare il frutto delle sue ricerche, sì che fra il 1840 e il 1844 l'opera andò estendendosi rapidamente.
Guglielmo Miller era dotato di ottime facoltà mentali, disciplinate dallo studio e dalla riflessione. Ad esse egli aggiunse la sapienza delle cose spirituali per la sua unione con la Fonte di ogni sapienza. Uomo di sane virtù morali, riusciva a imporre il rispetto e a conquistarsi la stima ovunque erano apprezzate l'integrità del carattere e l'eccellenza morale. Accoppiando la spontanea gentilezza del cuore con l'umiltà cristiana e la forza dell'autocontrollo, egli sapeva essere premuroso e aff'abile con tutti, pronto ad ascoltare le opinioni altrui e a prendere in considerazione i loro argomenti. Senza passione o eccitazione, egli esaminava ogni teoria o dottrina alla luce della Parola di Dio, e il suo equilibrato ragionamento, congiunto con la sua profonda conoscenza delle Sacre Scritture, gli permetteva di refutare l'errore e di smascherare la falsità.
La sua opera, però, incontrò non poca opposizione in quanto, come era accaduto ai primi riformatori, egli dovette rendersi conto che le verità da lui predicate non erano accolte favorevolmente dai ministri delle varie confessioni religiose. Questi, non potendo sostenere i propri punti di vista con l'ausilio della Bibbia, ricorrevano alle opinioni e alle dottrine degli uomini, oppure alla « tradizione dei Padri ». I predicatori dell'avvento, invece, accettavano solo la Parola di Dio come testimonianza della verità. « La Bibbia e la Bibbia sola » era la loro parola d'ordine. Gli avversari di Miller, quando si trovavano a corto di argomenti, non esitavano a ricorrere al ridicolo e allo scherno. Non furono risparmiati né tempo, né denaro per cercare di mettere in cattiva luce coloro la cui unica colpa consisteva nel pensare con gioia al ritorno del Signore, nello sforzarsi di vivere una vita santa e nell'esortare gli altri a prepararsi per la gloriosa apparizione.
I tentativi f atti nell'intento di distogliere la mente del popolo dalla dottrina del secondo avvento furono particolarmente intensi. Si faceva passare come peccato, come qualcosa di cui gli uomini si sarebbero dovuti vergognare, lo studio delle profezie relative all'avvento di Cristo e alla fine del mondo. Con questo sistema ministri delle chiese popolari cercavano di scalzare la fede nella Parola di Dio. Ne risultò che il loro insegnamento creò degli atei e spinse molti a cercare sfrenatamente il soddisfacimento delle proprie empie passioni. E, purtroppo, tutto questo male fu attribuito agli avventisti.
Sebbene Miller richiamasse alle sue riunioni vere folle di ascoltatori intelligenti e attenti, solo raramente era citato dalla stampa religiosa, salvo che non fosse per metterlo in ridicolo. Incoraggiati dalla posizione assunta dai capi religiosi, gli indifferenti e gli empi ricorrevano a espressioni meschine, blasfeme e obbrobriose, il cui scopo era quello di ríchiamare il discredito su Míller e sulla sua opera. Quest'uomo dai capelli ormai grigi, che aveva lasciato una casa accogliente per viaggiare a proprie spese di città in città e di villaggio in villaggio, lavorando senza tregua per dare al- mondo il solenne avvertimento dell'immínenza del giudizio, fu tacciato di fanatismo, di menzogna e di impostura.
Il ridicolo, la falsità e il disdegno che si cercava di accumulare sul capo di Miller provocarono, però, una vibrata protesta perfino della stampa non religiosa. « Trattare con leggerezza e con termini così irriguardosi un argomento di tanta maestà e di così tremende conseguenze », dicevano i benpensanti, « non significa solo schernire i sentimenti dei sostenitori delle dottrine predicate, ma addirittura volgere in derisione il giorno del giudizio, beffarsi della stessa divinità e dei terrori del suo tribunale » Bliss, Memoirs of G. Miller, p. 183.
L'istigatore di ogni male cercava non solo di rendere vani gli effetti del messaggio avventista, ma addirittura di eliminare lo stesso messaggero. Miller applicava la verità biblica ai cuori dei suoi ascoltatori, rimproverando i loro peccati e turbando la loro pace. Le sue parole chiare e penetranti suscitavano la loro collera. L'opposizione manifestata dai membri di chiesa nei confronti del suo messaggio incoraggiò alcuni esponenti delle classi sociali più basse a oltrepassare ogni limite: decisero di ucciderlo mentre usciva da una riunione. Però gli angeli vegliavano su di lui e uno di essi, in forma umana, lo prese per un braccio e lo trasse in salvo sottraendolo alla folla inferocita. La sua opera non era ancora finita, e perciò Satana e i suoi accoliti videro frustrati i loro piani.
Nonostante l'opposizione, l'interesse per il secondo avvento andava aumentando. Gli uditori non si contavano più a ventine o a centinaia, ma a migliaia. Le chiese avevano registrato un forte incremento nel numero dei membri, ma dopo un po' cominciarono a manifestare uno spirito di intolleranza verso questi convertiti, e finirono col prendere delle misure disciplinari contro quanti avevano abbracciato le idee di Miller. Questo lo indusse a scrivere ai cristiani di tutte le denominazioni dicendo che se le sue dottrine erano false, essi avrebbero dovuto mostrargli l'errore mediante le Scritture.
« Che cosa crediamo », egli diceva, « che non sia stato attinto direttamente dalla Parola di Dio, che voi stessi riconoscete come regola, come unica regola di fede e di condotta? Che cosa facciamo che meriti una condanna così violenta da parte della chiesa e della stampa, e che vi spinga a espellerci dalle vostre congregazioni? Se noi siamo nell'errore, vogliate usare la bontà di farci vedere in che cosa consiste il nostro sbaglio. Mostrateci con la Parola di Dio che noi sbagliamo. Ci avete già messi abbastanza in ridicolo; ma questo non è sufficiente per convincerci che stiamo -percorrendo una via errata: solo la Parola di Dio può farci cambiare idea. Noi siamo giunti a queste conclusioni deliberatamente e con molta preghiera, basandoci sulle Sacre Scritture » Idem, pp. 250, 252.
Di secolo in secolo gli avvertimenti dati da Dio al mondo per mezzo dei suoi servitori sono stati accolti con altrettanta incredulità. Quando l'iniquità degli antidiluviani indusse Dio a sommergere la terra sotto un diluvio di acque, Egli provvide a rendere loro noto il suo proposito affinché essi avessero l'opportunità di rinunciare alle loro vie malvagie. Per centoventi anni echeggiò alle loro orecchie l'avvertimento che li invitava a pentirsi prima che si manifestasse l'ira divina. Purtroppo, il messaggio fu considerato una favola e non venne'accettato. Radicati nella loro empietà, essi si facevano beffe del messaggero di Dio, schernivano le sue parole e lo accusavano di presunzione. Come ardiva un uomo solo mettersi contro tutti i grandi uomini della terra? Se il messaggio di Dio era vero, perché il mondo non se ne rendeva conto e non lo accettava? Che follia: l'affermazione di un solo uomo contro la sapienza di migliaia! In tal modo gli antidiluviani non prestarono ascolto ai richiami di Noè, e si guardarono bene dal rifugiarsi nell'arca.
Gli schernitori si richiamavano alle cose della natura: all'inalterabile successione delle stagioni, all'azzurrità del cielo, che non aveva mai fatto cadere neppure una sola goccia di acqua, ai campi verdeggianti, rinfrescati dalla rugiada notturna. Essi commentavano: « Egli parla in parabole! ». Con disprezzo consideravano quel predicatore di giustizia un povero esaltato e proseguivano imperterriti nella via del male e del piacere. Però la loro incredulità non poté impedite l'avverarsi dell'evento predetto, perché sebbene Iddio avesse sopportato a lungo la loro empietà e avesse dato loro ampia opportunità di ravvedersi, al momento stabilito lasciò che i suoi giudizi si abbattessero su quanti avevano respinto la sua misericordia.
Cristo dichiarò che un'analoga incredulità esisterà al tempo dei suo secondo avvento. Come i contemporanei di Noè « non si avvidero di nulla, finché venne il diluvio e li portò tutti via; così », asserisce il Salvatore, « sarà la venuta del Figliuol dell'uomo » Matteo 24: 39. Quando il cosiddetto popolo di Dio si unisce col mondo e vive come questo, seguendone i piaceri proibiti; quando il fasto del mondo diventa il fasto della chiesa; quando le campane nuziali suonano e tutti pensano ai lunghi anni. di prosperità temporale che ancora vi saranno, allora, subitanea come un lampo che squarcia i cieli, verrà la fine delle loro chimeriche visioni e delle loro delusive speranze.
Allo stesso modo che Dio mandò il suo servitore ad avvertire il mondo dell'incombente diluvio, così Egli inviò dei messaggeri per rendere nota l'ímminenza del giudizio finale. Come i contemporanei di Noè risero delle predizioni del predicatore di giustizia e se ne fecero beffe, così ai tempi di Miller molti, perfino fra coloro che si dicevano popolo di Dio, ridevano delle sue parole di avvertimento.
Perché la dottrina del secondo avvento era tanto invisa alla chiesa? Mentre per gli empi l'avvento del Signore è apportatore di sgomento e di desolazione, per i giusti esso è sinonimo di gioia e di speranza. Questa sublime verità era stata motivo di consolazione per i fedeli di Dio nel corso dei secoli. Perché, allora, era diventata, come il suo Autore, « un sasso di inciampo e una pietra di scandalo », per chi si dichiarava suo, popolo? Il Signore stesso aveva promesso ai discepoli: « E quando io sarò andato e v'avrò preparato un luogo, tornerò, e v'accoglierò presso di me » Giovanni 14: 3. Il compassionevole Salvatore, prevedendo la solitudine e il dolore dei discepoli, aveva dato incarico agli angeli di consolarli con la certezza del suo ritorno personale. Mentre i discepoli, infatti, contemplavano smarriti il cielo che rapiva loro l'amato Maestro, la loro attenzione fu richiamata dalle parole: « Uomini Galilei, perché state a guardare verso il cielo? Questo Gesù che è stato tolto da voi ed assunto in cielo, verrà nella medesima maniera che l'avete veduto andare in cielo » Atti 1: 11. Questo messaggio dell'angelo ravvivò le loro speranze sì che essi « tornarono a Gerusalemme con grande allegrezza; ed erano del continuo nel tempio, benedicendo Iddio » Luca 24: 52, 53. Essi non si rallegravano perché Gesù era stato tolto loro e che, per conseguenza, si trovavano soli a dover lottare contro le prove e le tentazioni del mondo, ma perché gli angeli avevano dato loro la certezza dei suo ritorno.
La proclamazione dell'avvento di Cristo dovrebbe essere, oggi come quando venne fatta dagli angeli ai pastori di Betlemme, una fonte di grande gioia. Quanti realmente amano il Salvatore non possono fare a meno di accogliere con giubilo l'annuncío, basato sulla Parola di Dio, che Colui nel quale si accentrano le loro speranze di vita eterna, sta per ritornare. Sta per ritornare, sì, ma non per essere-oggetto di insulti, di disprezzo e di reiezione come accadde in occasione del suo primo avvento, bensì per manifestarsi con potenza e gloria e redimere il suo popolo. Quelli che non amano il Salvatore, per contro, non desiderano la sua venuta. L'irritazione e l'animosità suscitate nelle chiese da questo messaggio celeste sono la prova più evidente che esse si sono allontanate da Dio.
Quanti accettarono la dottrina dell'avvento furono richiamati alla necessità di pentirsi e di umiliarsi dinanzi a Dio. Molti erano rimasti a lungo esitanti fra Cristo e il mondo, ma ora si rendevano conto che era giunto il momento di decidersi. « Le cose dell'eternità assumevano agli occhi loro una nuova realtà. Il cielo si era avvicinato, ed essi si sentivano colpevoli nei confronti di Dio » Idem, p. 146. 1 cristiani venivano sollecitati a una nuova vita spirituale, consci come erano che il tempo stringeva e che, per conseguenza, quello che dovevano fare per il prossimo lo dovevano fare rapidamente. La terra sembrava sfuggire, mentre l'eternità si schiudeva davanti a loro. Tutto ciò che si riferiva alla loro eterna felicità eclissava ai loro occhi le cose di carattere temporale. Lo Spirito di Dio riposava su di essi, dando vigore ai loro vibranti appelli perché i fratelli, e perfino i peccatori, si preparassero per il giorno di Dio. La silenziosa testimonianza della loro vita di tutti i giorni rappresentava un costante rimprovero al formalismo dei membri di chiesa i quali, purtroppo, non volevano essere disturbati nella loro ricerca del piacere, nei loro sforzi per accumulare denaro e nella loro ambizione di onori terreni. Di qui l’inimicizia e l'opposizione che. si manifestavano contro la fede avventista e contro chi la professava.
Dato che gli argomenti derivanti dai periodi profetici risultavano inoppugnabili, gli oppositori si sforzavano di scoraggiare lo studio di tale argomento asserendo che le profezie erano sigillate. In tal modo i protestanti calcavano le orme dei cattolici: mentre la chiesa romana toglieva la Bibbia al popolo 111), le chiese protestanti pretendevano che una parte importante della sacra Parola -e precisamente quella che insegna le verità particolari per il nostro tempo - non può essere capita.
Ministri e membri dicevano che le profezie di Daniele e dell'Apocalisse erano misteri incomprensibili. Eppure Cristo aveva richiamato i discepoli proprio sulle parole del profeta Daniele, relative agli eventi che dovevano verificarsi ai suoi tempi, dicendo: « Chi legge pongavi mente » Matteo 24: 1 S. L'affermazione secondo cui l'Apocalisse è un mistero che non può essere capito, è in contrasto col titolo stesso del libro: « La rivelazione di Gesù Cristo, la quale Iddio gli ha data, per far sapere a' suoi servitori le cose che debbono avvenire in breve... Beato chi legge, e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia, e serbano le cose che in essa sono scritte; perciocché il tempo è vicino » Apocalisse 1: 1, 3 (D).
Il profeta dice: « Beato chi legge ». Poiché vi sono quelli che non leggono, è ovvio che la benedizione non è per loro. « Beati coloro che ascoltano ». Ve ne sono che rifiutano di ascoltare tutto quello che ha attinenza con le profezie; in questo caso la benedizione non li riguarda. « E che serbano le cose che in essa sono scritte ». Molti non prestano attenzione agli avvertimentì e alle istruzioni contenuti nell'Apocalisse; ebbene, nessuno di loro può pretendere le benedizioni promesse. Chiunque mette in ridicolo gli argomenti di carattere profetico, si prende gioco dei simboli presentati nella profezia, non intende riformare la propria vita in vista dell'avvento del Figliuolo dell'uomo, e rimarrà privo della benedizione.
Tenendo conto della precisa testimonianza dell'Ispirazione, come ardiscono gli uomini insegnare che l'Apocalisse è un mistero che va oltre la portata della comprensione umana? t un mistero rivelato, è un libro aperto. Il suo studio richiama le menti sulle profezie di Daniele in quanto i due libri (Daniele e Apocalisse) presentano le più importanti direttive impartite da. Dio circa gli eventi che dovranno accadere alla fine della storia del mondo.
Davanti a Giovanni furono dischiuse scene di profondo interesse per l'esperienza della chiesa. Eglì vide la posizione, i pericoli e la liberazione finale del popolo di Dio, e registrò i messaggi conclusivi che debbono contribuire alla maturazione della mèsse della terra, sia per quel che riguarda i covoni da raccogliere nei granai celesti, sia per quanto concerne le fascine riservate al fuoco della distruzione ultima. Gli furono rivelati argomenti di somma importanza specialmente per l'ultima chiesa, affinché coloro che abbandonano l'errore per rivolgersi alla verità possano essere messi in guardia contro i pericoli e le lotte che li aspettano. Nessuno ha bisogno di rimanere all'oscuro su ciò che sta per accadere nel mondo.
Perchél allora, questa diffusa ignoranza di una importante porzione delle Sacre Scritture? Perché questa quasi generale riluttanza a studiarne gli insegnamenti? Satana compie uno sforzo particolare per tenere nascosto agli uomini tutto quello che può contribuire a mettere in luce le sue seduzioni. Per questo motivo Cristo, il rivelatore, prevedendo la lotta che sarebbe stata impegnata contro lo studio dell'Apocalisse, pronunciò una benedizione su quanti avrebbero letto, ascoltato e messo in pratica le parole della profezia.


 
Capitolo 19

Luce Nelle Tenebre


L'ora di Dio in terra presenta, di secolo in secolo, notevoli punti di contatto con le grandi riforme e con i grandi movimenti religiosi del passato. I princìpi che stanno alla base dell'azione divina nei confronti degli uomini sono sempre gli stessi, e così gli importanti movimenti attuali trovano riscontro con quelli di allora, per cui l'esperienza della chiesa di un tempo contiene lezioni di sommo valore per la nostra epoca.
Nella Bibbia non c'è verità più evidente di questa: Dio, mediante il suo Spirito Santo, dirige i suoi servitori nel mondo nel loro compito di portare a termine il piano della salvezza. Gli uomini, così, sono degli strumenti nelle mani di Dio per l'attuazione dei suoi progetti di grazia e di misericordia. Ognuno di essi ha il suo definito incarico, e a ciascuno viene accordata una misura di luce adatta al suo particolare compito e sufficiente a renderlo idoneo all'attuazione del mandato assegnatogli da Dio. Nessuno, però, per quanto onorato dal cielo, è mai pervenuto a una totale comprensione del piano della redenzione o del proposito divino nell'opera che era stato chiamato a svolgere. In altre parole, gli uomini non possono sempre capire in pieno quello che Dio intende conseguire tramite l'incarico che ha loro assegnato, e quindi non riescono ad afferrare in tutta la sua portata il messaggio che vanno proclamando nel suo nome.
« Puoi tu scandagliare le profondità di Dio? arrivare a conoscere appieno l'Onnipotente? » Giobbe 11: 7. « Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie son le mie vie, dice l'Eterno. Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così son le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri » Isaia 55: 8, 9. « lo son Dio, e non ve n'è alcun altro; son Dio, e niuno è simile a me; che annunzio la fine sin dal principio, e molto tempo prima predìco le cose non ancora avvenute » Isaia 46: 9, 10.
Neppure i profeti, favoriti com'erano di speciale luce da parte dello Spirito, videro tutta la portata delle rivelazioni avute. li loro significato era svelato gradatamente, nel corso dei secoli, e nella misura in cui il popolo di Dio aveva bisogno delle istruzioni che tali rivelazioni contenevano.
L'apostolo Pietro, scrivendo della salvezza messa in luce dal Vangelo, dice: « I profeti... indagavano qual fosse il tempo e quali le cir
costanze a cui lo Spirito di Cristo che era in loro accennava, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze di Cristo, e delle glorie che dovevano seguire. E fu loro rivelato che non per se stessi ma per voi ministravano quelle cose » 1 Pietro 1: 10-12.
I profeti, pur non avendo avuto il privilegio di capire appieno le cose loro rivelate, nondimeno cercavano di avvalersi di tutta la luce che Dio si era compiaciuto di dare. Essi, perciò, indagavano per conoscere « il tempo e le circostanze » indicati dallo « Spirito di Cristo che era in loro ». Che magnifica lezione per il popolo di Dio della dispensazione evangelica, a beneficio del quale queste profezie furono date tramite i servitori dell'Altissìmo! « E fu loro rivelato che non per se stessi, ma per voi ministravano quelle cose ». Notate con quanta diligenza questi uomini di Dio prendevano nota delle rivelazioni destinate alle generazioni future. Osservate il contrasto fra il loro santo zelo e la noncuranza di cui alcuni danno prova nei confronti della luce celeste. Quale biasimo per l'amore del cosiddetto quieto vivere, per l'indifferenza che è frutto dell'attaccamento al mondo, per lo scetticismo di chi afferma che le profezie non possono essere capite!
Sebbene le menti limitate degli uomini non possano penetrare i consigli dell'Essere infinito o capire in pieno l'attuazione dei suoi piani, spesso la causa di questo stato di cose va ricercata nel fatto che gli uominil o per errore o per negligenza, finiscono per non comprendere i messaggi del cielo. Non di rado le menti terrene, e perfino quelle dei servitori di Dio, sono talmente accecate dalle opinioni umane, come pure dalle tradizioni e dai falsi insegnamenti, che riescono solo parzialmente a rendersi conto delle sublimi cose che l'Eterno ha rivelato nella sua Parola. Così fu nel caso dei discepoli di Cristo, anche quando il Salvatore era personalmente con loro. Le loro menti erano così imbevute di concetti popolari circa un Messia considerato principe temporale, incaricato di innalzare Israele sul trono di un impero universale, che non riuscirono a capire il senso delle parole preannuncianti le sue sofferenze e la sua morte.
Cristo stesso li aveva incaricati di annunciare il messaggio: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; ravvedetevi e credete all'evangelo » Marco 1: 15. Quel messaggio era basato sulla profezia di Daniele 9. Le sessantanove settimane dovevano estendersi, per dichiarazione dell'angelo, fino « al Messia principe »; e così, con grandi speranze e gioiosa aspettativa, i discepoli sognavano lo stabilimento del regno messianico in Gerusalemme, in vista di un dominio -esteso su tutta la terra.
Essi predicavano il messaggio che era stato loro affidato da Cristo, però ne fraintendevano il significato. Mentre il loro annuncio si basava su Daniele 9: 25, non si rendevano conto che nel versetto seguente si parlava del Messia « soppresso ». Fin dalla nascita i loro cuori si erano orientati verso l'anticipazione della gloria di un impero terrenol e questo annebbiava il loro intelletto sia per quello che la profezia indicava, sia per quello che le parole di Cristo significavano.
Essi fecero il loro dovere porgendo alla nazione ebraica l'invito della misericordia divina; ma proprio quando pensavano di vedere il Maestro salire sul trono di Davide, lo videro arrestato come un malfattore, percosso, deriso, condannato e innalzato sulla croce del Calvario. Quanta angoscia e quanta disperazione invasero i cuori dei discepoli durante i giorni nei quali il loro amato Signore riposava nella tomba!
Eppure Cristo era apparso esattamente al tempo e nel modo indicati dalla profezia. La testimonianza della Scrittura si era adempiuta in ogni particolare del suo ministero. Egli aveva annunciato il messaggio della salvezza, e il suo messaggio era stato dato con potenza, sì che gli uditori si erano convinti che si trattava di un annuncio di origine celeste, mentre la Parola e lo Spirito di Dio attestavano il divino incarico del Figlio.
Sebbene i discepoli fossero legati da vivo affetto al loro amato Maestro, le loro menti erano torturate dall'incertezza e dal dubbio. Nella loro angoscia, essi non riuscivano a ricordare le parole di Cristo relative alle sue sofferenze e alla sua morte. Se Gesù di Nazaret fosse stato il vero Messia, sarebbero essi, ora, così immersi nel disinganno e nell'ambascía? Era questa la domanda che sconvolgeva le loro anime, mentre il Salvatore giaceva nel sepolcro durante le ore di quel sabato che separò la morte di Cristo dalla sua risurrezione.
Avvolti dalle fitte tenebre del dolore, i seguaci di Cristo non furono però abbandonati. Dice il profeta Michea: « Se seggo nelle tenebre, l'Eterno è la mia luce... Egli mi trarrà fuori alla luce, e io contemplerò la sua giustizia » Michea 7: 8, 9. E ancora: « Le tenebre stesse non possono nasconderti nulla, e la notte risplende come il giorno; le tenebre e la luce son tutt'uno per te » Salmo 139: 12. « La luce si leva nelle tenebre per quelli che son retti, per chi è misericordioso, pietoso e giusto » Salmo 112: 4. Isaia aggiunge: « Farò camminare i ciechi per una via che ignorano, li menerò per sentieri che non conoscono; muterò dinanzi a loro le tenebre in luce, renderò piani i luoghi scabri. Sono queste le cose ch'io farò, e non li abbandonerò » Isaia 42: 16.
L'annuncio fatto dai discepoli nel nome del Signore era esatto in tuttì i suoi particolari, e gli eventi predetti si stavano adempiendo l'uno dopo l'altro. « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino »: era stato il loro messaggio. Alla fine del « tempo » delle sessantanove settimane di Daniele 9, che dovevano estendersi fino al « Messia unto », Cristo aveva ricevuto l'unzione dello Spirito subito dopo il battesimo impartitogli da Giovanni Battista al Giordano. Il « regno di Dio » definito « vicino » era stato stabilito dalla morte di Cristo. Certo, questo regno non era quello che era stato loro insegnato, cioè un impero terreno. Esso non era neppure quel futuro regno immortale che sarà stabilito quando « il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti i cieli saranno dati al popolo dei santi dell'Altissimo » Daniele 7: 27, regno eterno nel quale « tutti i dominii lo serviranno e gli ubbidiranno ». Nella Bibbia l'espressione « regno di Dio » indica tanto il regno della grazia, quanto il regno della gloria. Quello della grazia è messo in -risalto dall'apostolo Paolo nella sua lettera agli Ebrei. Dopo avere indicato Cristo come intercessore compassionevole, che simpatizza con le nostre umane infermità, l'apostolo aggiunge: « Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per esser soccorsi al momento opportuno » Ebrei 4: 14, 16. Il trono della grazia rappresenta il regno della grazia, poiché l'esistenza di un trono presuppone necessariamente quella di un regno. In molte delle sue parabole, Cristo usò l'espressione « regno dei cieli » per designare l'opera della grazia divina nei cuori degli uomini.
Allo stesso modo il trono della gloria rappresenta il regno della gloria, regno cui alludeva il Signore dicendo: « Or quando il Figliuol dell'uomo sarà venuto nella sua gloria, avendo seco tutti gli angeli, allora sederà sul trono della sua gloria. E tutte le genti saranno radunate dinanzi a Lui » Matteo 25: 31, 32. Questo regno è ancora nel futuro, e sarà stabilito al secondo avvento di Cristo Gesù.
Il regno della grazia fu istituito subito dopo la caduta dell'uomo, quando venne elaborato il piano della redenzione per l'umanità colpevole. Esso esisteva già come proposito e promessa di Dio. Questo regno, del quale si diventa sudditi per fede, fu però stabilito ufficialmente solo dopo la morte di Cristo. Infatti, anche dopo essere venuto nel mondo per la sua missione terrena, il Salvatore, stanco della caparbietà e dell'ingratitudine degli uomini, avrebbe potuto benissimo rinunciare al sacrificio del Calvario. Nel Getsemani, il calice tremò nelle sue mani. Anche in quel momento Egli avrebbe potuto asciugare il sudore di sangue che -imperlava la sua fronte e lasciare che l'umanità colpevole pagasse il fio della propria iniquità. Se lo avesse fatto, non ci sarebbe stata nessuna redenzione per l'uomo. Quando, però, il Salvatore depose la sua vita, e in un estremo anelito esclamò: « Tutto è compiuto! », apparve chiaro che il piano della redenzione era assicurato, e che era stata ratificata la promessa di salvezza fatta in Eden alla coppia colpevole. Allora fu stabilito il regno della grazia che fino a quel momento esisteva in virtù della promessa di Dio.
In questo modo la morte di Cristo, che i discepoli consideravano, come la fine di ogni loro speranza, fu quella che la confermò. Se fu per essi fonte di amaro disinganno, la morte di Cristo, in -realtà rappresentava in maniera perentoria la conferma dell'esattezza della loro credenza. L'evento che li aveva riempiti di amarezza e di disperazione, doveva contribuire ad aprire la porta della speranza a ogni discendente di Adamo, e rappresentare il centro della vita futura e dell'eterna felicità dei fedeli figli di Dio di tutti i secoli.
I disegni della misericordia infinita si stavano così adempiendo proprio attraverso la delusione dei discepoli. I loro cuori erano stati, è vero, conquistati dalla grazia divina e dalla potenza dell'insegnamento di Colui che parlava come mai nessuno aveva parlato; però all'oro puro del loro amore per Gesù si mescolavano le scorie delle vedute terrene e delle ambizioni egoistiche. Perfino nella stanza dove fu celebrata la Pasqua, nell'ora solenne in cui già cominciavano ad allungarsi sul Maestro le ombre del Getsemani, ci fu « una contesa fra loro per sapere chi di loro fosse reputato il maggiore » Luca 22: 24. Essi pensavano al trono, alla corona e alla gloria di questo mondo, mentre dinanzi a loro si profilavano l'infamia e l'agonia del giardino, del pretorio e della croce del Calvario. L'orgoglio del loro cuore e la sete di gloria terrena li tenevano tenacemente abbarbicati all'erroneo insegnamento del loro tempo, impedendo loro di tenere nella dovuta considerazione le parole del Salvatore che mettevano in luce la vera natura del suo regno e preannunciavano già la sua agonia e la sua morte. Questi errori portarono alla prova che, sebbene dura ma necessaria, fu permessa perché essi potessero correggersi. I discepoli, pur sbagliandosi circa il significato del messaggio che predicavano e pur non vedendo conseguite le loro aspirazioni, avevano fedelmente dato l'avvertimento loro affidato da Dio; il Signore, per conseguenza, non avrebbe mancato di premiare la loro fede, il loro amore e la loro ubbidienza. Ad essi doveva essere affidato l'incarico di comunicare al mondo il glorioso Vangelo del Signore risorto. Era in vista della preparazione per tale compito che il Salvatore aveva permesso una così dura esperienza.
Dopo la risurrezione, Gesù apparve ai discepoli sulla via di Emmaus e « cominciando da Mosè, e seguendo per tutti i profeti, dichiarò loro in tutte le scritture le cose ch'erano di lui » Luca 24: 27. 1 cuori dei due discepoli rimasero scossi e la loro fede fu ravvivata. Si sentirono « rinascere... ad una speranza viva », prima ancora che Gesù si fosse fatto riconoscere da loro. Il Maestro volle illuminare il loro intelletto e aiutarli a far poggiare la loro fede sulla sicura parola profetica. Voleva che la verità si radicasse profondamente nelle loro menti non solo perché sostenuta dalla sua testimonianza personale, ma perché convalidata dai simboli e dalle ombre della legge cerimoniale, oltre che dalle precise dichiarazioni profetiche dell'Antico Testamento. Era necessario per i seguaci di Cristo avere una fede intelligente non solo per se stessi, ma anche per poter recare al mondo la conoscenza di Cristo. Come primo passo per la comunicazione di tale conoscenza, Gesù richiamò l'attenzione dei discepoli su Mosè e sui profeti. Fu questa la testimonianza data dal Salvatore risorto sul valore e sull'importanza delle Scritture. del Vecchio Testamento.
Nel contemplare l'amato volto del Maestro, nel cuore dei discepoli avvenne un profondo cambiamento (Luca 24: 32). Essi riconobbero, in un senso più completo e più perfetto di prima, « Colui del quale hanno scritto Mosè ed i profeti ». In tal modo l'incertezza, l'angoscia e la disperazione lasciarono il posto a una serena fiducia e a una fede senza ombre. Non c'è perciò da stupirsi se dopo la sua ascensione essi « erano del continuo nel tempio, benedicendo Iddio » Luca 24: 53. La gente, che conosceva solo la morte ignominiosa del Nazareno, si aspettava di leggere sul volto dei suoi seguaci un'espressione di dolore, di confusione, di sconfitta; invece vi lesse solo una radiosa luce di gioia e di trionfo. Come risultato della prova più dura che potesse essere immaginata, i discepoli ricevettero una speciale preparazione per l'opera che stava loro dinanzi e, inoltre, poterono rendersi conto che se anche da un punto di vista umano tutto poteva sembrare perduto, in realtà la Parola di Dio avrebbe avuto un adempimento glorioso. Da ora in poi nulla avrebbe potuto spegnere la loro fede o estinguere il fuoco del loro entusiasmo. Nell'ora del più acuto sconforto, essi erano stati consolati dalla speranza, che è « un'àncora dell'anima, sicura e ferma » Ebrei 6:19. Testimoni della saggezza e della potenza di Dio, essi erano persuasi che « né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, ne potestà, né altezza; né profondità, né alcun'altra creatura » li avrebbero -potuti separare « dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore », Romani 8: 38, 39. « In tutte queste cose », essi dicevano, « noi siam più che vincitori, in virtù di colui Che ci ha amati » Romani 8: 37. « La Parola del Signore dimora in eterno », 1 Pietro 1: 25 (D). « Chi sarà quel che ci condanni? Cristo Gesù è quel che è morto; e, più che questo, è risuscitato; ed è alla destra di Dio; ed anche intercede per noi » Romani 8: 34.
Dice' il Signore: « Il mio popolo non sarà giammai più confuso » Gioele 2: 26 (D). « La sera alberga da noi il pianto; ma la mattina viene il giubilo » Salmo 30: 5. Il giorno della risurrezione, quando i discepoli rividero il Salvatore e udirono le sue parole con un palpito di gioia; quando videro quel capo, quelle mani, quei piedi feriti per loro; quando, più tardil Gesù li condusse fino a Betania e, alzando le mani, li benedisse e dichiarò: « Andate per tutto il mondo e predicate l'evangelo ad ogni creatura » Marco 16: 15; « Ecco io sono con voi in ogni tempo, sino alla fine del mondo » Matteo 28: 20; quando dieci giorni più tardi il Consolatore scese su di essi e li rivestì della potenza da alto, dando loro l'ineffabile. sensazione della presenza di Gesù; allora, neppure il sacrificio e il martirio li avrebbero spinti a cambiare il ministero del Vangelo e la corona di giustizia loro riservata per il trono terrestre da essi bramato al principio del loro apostolato. « Colui che può... fare infinitamente al di là di quel che domandiamo o pensiamo » aveva loro concesso, insieme con la comunione delle sue sofferenze, la comunione della sua gioia: gioia di addurre « molti figli alla gloria ». Dinanzi a questa prospettiva, come giustamente asserisce san Paolo, « la nostra momentanea, leggera afflizíone » non puo essere paragonata al « peso eterno di gloria » che è in serbo per i fedeli.
L'esperienza dei discepoli, che predicarono l'Evangelo del regno in occasione dei primo avvento di Cristo, trova la sua contropartita nell'esperienza di coloro che proclamarono il messaggio del suo secondo avvento. Gli apostoli annunciavano: « Il tempo e compiuto e il regno di Dio è vicino ». Miller e i suoi collaboratori predicavano che il più lungo periodo profetico indicato nella Bibbia stava per finire, che il giudizio era imminente e che stava per essere inaugurato il regno eterno. L'annuncio dei discepoli relativo al tempo si basava sulla profezia delle settanta settimane 'di Daniele 9. Il messaggio di Miller annunciava la fine dei duemila trecento giorni di Daniele 8: 14, dei quali facevano parte le settanta settimane. In entrambi i casi la predicazíone era basata sull'adempimento di due differenti porzioni dello stesso grande periodo profetico.
Come i primi discepoli, Miller e i suoi collaboratori non compresero appieno la portata di quanto annunciavano. Gli errori che da tempo si erano insinuati nella chiesa, impedivano loro di giungere all'esatta interpretazione di un importante elemento della profezia. Per conseguenza, pur proclamando il messaggio che Dio aveva loro affidato, a motivo di una errata idea circa il suo significato, essi conobbero un'amara delusione.
Spiegando Daniele 8: 14: « Fino a duemila trecento sere e mattine; poi il santuario sarà purificato », Miller - come abbiamo già visto adottando il concetto generalmente accettato secondo cui la terra è il santuario, credeva si trattasse della purificazíone della terra mediante il fuoco del Signore, al momento dell'avvento. Quindi, resosi conto che la profezia indicava con esattezza il punto di arrivo dei duemila trecento giorni, egli ne concluse che essa coincideva con l'epoca del secondo avvento di Cristo. Tale errore va attribuito al fatto che Miller si adeguò alla credenza popolare relativa al santuario.
Nel sistema tipico, che era un'ombra del sacrificio e del sacerdozio di Cristo, la purificazione del santuario era l'ultima cerimonia celebrata dal sommo sacerdote a conclusione del ministero dell'intero anno. Era l'opera finale di espiazione: la rimozione dei peccati d'Israele, prefigurazione dell'opera conclusiva del ministero del nostro Sommo Sacerdote celeste, che vedrà la rimozione e la cancellazione dei peccati del suo popolo registrati nei libri del cielo. Questo servizio, che comporta un'opera di indagine e quindi di giudizio precede immediatamente la seconda venuta di Cristo sopra le nuvole del cielo con potenza e gran gloria. Alla sua venuta, infatti, ogni caso sarà già stato deciso. Gesù afferma: « Il mio premio è meco per rendere a ciascuno secondo che sarà l'opera sua » Apocalisse 22: 12. Quest'opera di giudizio che precede il secondo avvento è annunciata dal messaggio del primo angelo: « Temete Iddio e dategli gloria poiché l'ora del suo giudizio è venuta » Apocalisse 14: 7.
Coloro che proclamarono questo messaggio, lo fecero al momento giusto. Però, allo stesso modo che i discepoli annunciavano « il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino », basandosi sulla profezia di Daniele 9, senza rendersi conto che in quello stesso brano biblico era anche predetta la morte del Messia, così Miller e i suoi collaboratori predicarono il messaggio basato su Daniele 8: 14 e Apocalisse 14: 7 senza accorgersi che in Apocalisse 14 vi erano anche altri messaggi che dovevano essere trasmessi al mondo prima dell'avvento del Signore. Come i discepoli si ingannarono sulla natura del regno che doveva essere stabilito alla fine delle settanta settimane, così gli avventisti si ingannarono sull'evento che si sarebbe dovuto verificare alla fine dei duemila trecento giorni. In entrambi i casi si trattò dell'adesione a idee popolari errate che purtroppo travisarono il senso della profezia. Sia i discepoli che gli avventisti, però, fecero la volontà dì Dio annunciando il messaggio che Egli voleva che fosse predicato. Nondimeno, sia i primi che i secondi, a causa dell'inesatta interpretazione di quanto comunicavano, subirono un'amara delusione.
Dio, comunque,. conseguì ugualmente lo scopo che si era prefisso in quanto l'annuncio del giudizio fu dato integralmente. Il gran giorno era imminente e, nella sua provvidenza, Iddio fece sì che la gente fosse tempestivamente avvertita e così messa in condizione di analizzare il proprio stato spirituale. Il messaggio doveva contribuire alla purificazione dei credenti, in quanto essi si sarebbero resi conto se i loro affetti erano accentrati sul mondo oppure su Cristo e sul cielo. Dato che essi asserivano di amare il Salvatore, veniva loro offerta l'opportunità di dimostrare la vera essenza dei propri sentimenti. Erano pronti a rinunciare alle speranze e alle ambizioni terrene per accogliere con gioia l'avvento del Signore? Il messaggio li metteva in condizione di rendersi conto dello stato spirituale nel quale si trovavano, e Dio, nella sua misericordia, lo de.tte proprio per suscitare in loro la volontà di cercare il Signore con umiliazione e pentimento.
La delusione, anche se frutto dell'errata interpretazione del messaggio annunciato, contribuì sostanzialmente al loro bene, perché servì a mettere alla prova i cuori di quanti affermavano di accettare l'avvertimento divino. Dinanzi alla delusione patita, avrebbero essi rinunciato alla loro fede, abbandonando la fiducia nella Parola di Dio, oppure avrebbero cercato in preghiera e con sottomissione di stabilire la causa della loro mancata comprensione della profezia? Quanti avevano 'agito per timore, per impulso e per eccitazione? Quanti erano solo in parte convinti e increduli? Molti dicevano, è vero, di amare l'apparizione del Signore, però quando sarebbero stati chiamati ad affrontare gli scherni e il biasimo del mondo, ad assaporare l'amarezza del ritardo e dell'errata interpretazione, avrebbero saputo conservare la fede? Non avendo subito capito le vie di Dio nei loro riguardi, avrebbero forse rinunciato alle verità convalidate dalle chiare testimonianze della Parola ispirata?
Questa prova sarebbe valsa a rivelare la forza di coloro che con vera fede avevano ubbidito a quanto stimavano fosse l'insegnamento della Sacra Scrittura e dello Spirito di Dio. Essa, inoltre, avrebbe loro insegnato, come solo simile esperienza poteva farlo, il Pericolo cui si va incontro accettando teorie e interpretazioni umane, anziché fare della Bibbia l'interprete di se stessa. Per i credenti mossi dalla fede, le angosce e le sofferenze derivanti da questo errore costituivano la correzione necessaria. Infatti, esse li avrebbero aiutati a esaminare con maggior cura i fondamenti della loro fede e a respingere tutto ciò che, anche se generalmente accettato dal mondo cristiano, non trovava appoggio alcuno nella Sacra Scrittura.
A questi credenti, come già ai primi discepoli, quello che nell'ora della prova appariva oscuro, in seguito sarebbe apparso chiaro. Quando essi avrebbero visto « la fine del Signore » si sarebbero resi conto che nonostante la prova -conseguenza dello sbaglio commesso - i piani divini, dettati dal suo amore per loro, avrebbero avuto un pieno adempimento. Avrebbero anche imparato, per quell'esperienza, che Egli è « grandemente pietoso e misericordioso », e che tutte le sue vie sono « verità e misericordia per quanti osservano il suo patto e le sue testimonianze ».


 
Capitolo 20

Un Grande Risveglio Religioso


La profezia del primio angelo di Apocalisse 14, annuncia un grande risveglio religioso provocato dalla proclamazione del prossimo avvento di Cristo. Un angelo vola « in mezzo al cielo » e annuncia l'Evangelo eterno « ad ogni nazione e tribù e lingua e popolo ». Con gran voce egli dice: « Temete Iddio e dategli gloria poiché l'ora del suo giudizio è venuta; e adorate Colui che ha fatto il cielo e la terra e il mare e le fonti delle acque » versetti 6, 7.
Il fatto che un angelo sia l'araldo di questo invito è significativo. Con la purezza, la gloria e la potenza di un messaggero celeste, la divina provvidenza ha voluto mettere in risalto l'elevato carattere dell'opera che deve essere compiuta da questo messaggio, nonché la potenza e la gloria che lo debbono distinguere. Il volo dell'angelo « in mezzo al cielo », « la grande voce » con la quale l'annuncio è dato a tutti quelli che abitano sulla terra - « ad ogni nazione e tribù e lingua e popolo » - indicano la rapidità e l'universalità del movimento.
L'annuncio contiene anche l'indicazione dell'epoca in cui questo movimento doveva manifestarsi. Infatti è detto che esso fa parte dell'Evangelo eterno e che annuncia l'apertura del giudizio. Il messaggio della salvezza è stato predicato in tutti i tempi, ma questo annuncio fa parte del Vangelo che deve essere dato solo negli ultimi giorni, in quanto solo allora può essere vero che l'ora del giudizio è giunta. Le profezie presentano una successione di eventi che portano all'ap ertura del giudizio. t soprattutto il caso del libro di Daniele. Il profeta fu invitato a sigillare fino al tempo della fine la parte della profezia riguardante gli ultimi giorni. t ovvio che un messaggio relativo al giudizio poteva essere proclamato solo quando fosse giunto il tempo della fine; tanto più che proprio allora, secondo quanto si legge in Daniele 12: 4: « Molti andranno attorno, e la conoscenza sarà accresciuta » (D).
L'apostolo Paolo avvertì la chiesa di non aspettarsi l'avvento di Cristo ai suoi giorni. « Quel giorno non verrà », scrisse, « se prima non sia venuta l'apostasia e non sia stato manifestato l'uomo del peccato » 2 Tessalonicesi 2: 3. La venuta del Signore poteva essere attesa solo dopo la grande apostasia e il lungo periodo del regno de « l'uomo del peccato ». Questo « uomo del peccato » detto anche « figliuolo della perdizione », « mistero dell'iniquità », rappresenta il potere papale che secondo la profezia doveva esercitare la sua autorità per milleduecento sessant'anni, fino al 1798. La venuta di Cristo, perciò, non poteva avvenire prima di questa data. Paolo, nel suo avvertimento, copre l'intera dispensazione cristiana fino all'anno 1798. Dopo questa data doveva essere proclamato il messaggio della seconda venuta di Cristo.
Nessun messaggio come questo è stato mai dato nei secoli passati. Paolo, lo si è già visto, lo predicava; egli additava ai fratelli la venuta del Signore come cosa lontana, in un lontano avvenire. I riformatori non lo proclamavano. Martin Lutero, ad esempio, diceva che il giudizio sarebbe avvenuto di lì a circa trecento anni. Ma a partire dal 1798 il libro di Daniele fu dissuggellato, la conoscenza delle profezie andò aumentando, e molti cominciarono ad annunciare il solenne messaggio dell'ormai imminente giudizio.
Come la grande Riforma del sedicesimo secolo, così il movimento avventista apparve contemporaneamente in vari paesi cristiani. Sia in Europa che in America, uomini di fede e di preghiera furono indotti allo studio delle profezie. Esaminando i sacri testi, si convinsero che la fine di ogni cosa era vicina. In vari paesi ci furono gruppi di credenti isolati i quali, col solo studio delle Sacre Scritture, giunsero alla conclusione che l'avvento del Signore era prossimo.
Nel 1821, tre anni dopo che Miller era giunto alla conclusione che le profezie indicavano il tempo del giudizio, Giuseppe Wolff, « missionario del mondo », cominciò a proclamare il vicino avvento del Signore. Wolff era nato in Germania da famiglia israelita: suo padre era rabbino. Ancora giovanissimo, si convinse che la religione cristiana era la vera. Dotato di una mente viva e attiva, Wolff seguiva con la massima attenzione le conversazioni che avvenivano nella casa paterna quando i pii ebrei si riunivano per rievocare le speranze alimentate dal loro popolo, la gloria del Messia avvenire e la restaurazione di Israele. Un giorno, udendo menzionare Gesù di Nazaret, il ragazzo chiese chi fosse. Gli fu risposto: « Un giudeo dotato di grande talento. Siccome però egli pretendeva di essere il Messia, il tribunale ebraico lo condannò a morte ». Il ragazzo domandò: « Perché Gerusalemme fu distrutta e perché noi siamo in cattività? ». Il padre gli rispose: « Ahimè! Ahimè! perché i giudei uccisero i profeti ». Allora il ragazzo pensò: « Forse anche Gesù era un profeta e i giudei lo uccisero nonostante fosse innocente » Travels and Adventures of the rev. I. WolIf, vol. 1, p. 6. Questo suo sentimento era così forte che egli, sebbene gli fosse stato proibito di entrare in una chiesa cristiana, non di rado vi si soffermava sulla soglia per ascoltare la predicazione.
Aveva appena sette anni quando un cristiano di età avanzata, udendo il bambino vantarsi del futuro trionfo d'Israele all'avvento del Messia, gli disse con dolcezza: «. Caro bambino, ti dirò io chi era il vero Messia: Gesù di Nazaret... che i tuoi antenati crocifissero, come crocifissero gli antichi profeti. Vai a casa e leggi il capitolo 53 del libro del profeta Isaia: ti convincerai da quelle parole che Gesù Cristo è il Figliuolo di Dio » Idem, p. 7. Il ragazzo, scosso da queste parole, tornò a casa e lesse il capitolo indicato. Rimase sorpreso notando con quanta esattezza si era adempiuta la profezia in Gesù di Nazaret. Le parole dei cristiano erano vere? Interrogò il padre per avere una spiegazione della profezia, ma incontrò un rigido silenzio, tanto che egli non osò più rivolgere una simile domanda. Questo, però, contribuì solo ad accrescere in lui il desiderio di saperne di più intorno alla religione cristiana.
La conoscenza che egli cercava gli veniva severamente vietata nell'ambiente in cui viveva, e così, all'età di appena undici anni, lasciò la casa patema. Voleva istruirsi, scegliere da sé la sua religione e seguire la propria vocazione. Per un po' di tempo egli rimase presso dei parenti i quali, però, non tardarono a-scacciarlo di casa tacciandolo di apostata. Si trovò solo, senza denaro e dovette lavorare in casa di estranei. Andò da una città all'altra, studiando diligentemente e sopperendo alle proprie necessità dando lezioni di ebraico. Sotto l'influsso di un maestro cattolico, Wolff abbracciò la fede romana e pensò di diventare un missionario presso il suo popolo. Con questo obiettivo andò a Roma per proseguire gli studi nel collegio della « Propaganda Fede ». Ma il suo spirito indipendente e il parlare con assoluta franchezza, gli valsero l'accusa di eresia. Egli attaccava apertamente gli abusí della chiesa e sottolineava la necessità di una riforma. Mentre prima egli era stato trattato con particolare favore dai dignitari papali, dopo un po' di tempo fu allontanato da Roma e, sotto la sorveglianza della chiesa, passò da un paese all'altro fino a che non apparve evidente che egli non poteva più essere indotto a sottomettersi a Roma.. Dichiarato incorreggibíle, fu lasciato libero di andare dove meglio credeva. Andò in Inghilterra e, professando la fede protestante, si unì alla chiesa anglicana. Dopo due anni di studio, nel 1821 egli cominciò la sua missione.
Wolff, pur accettando la grande verità della prima venuta di Cristo come « uomo di dolore, ed esperto in languori », si rendeva conto che le profezie mettevano in evidenza, con altrettanta chiarezza, il suo secondo avvento con potenza e gloria. Mentre si' adoperava per condurre le anime a Cristo, il Messia promesso, e per indicar loro la sua prima venuta umile, come sacrificio per i peccati degli uomini, Wolff insegnava anche il secondo avvento come Re e Liberatore.
« Gesù di Nazaret, il vero Messia », egli diceva, « le cui mani e i cui piedi furono forati; che venne menato all'uccisione come un agnello; che era uomo di dolore, esperto in languori; che dopo che lo scettro fu rimosso da Giuda e il potere legislativo d'infra i suoi piedi, venne la prima volta, verrà una seconda volta sopra le nuvole del cielo, con la tromba dell'arcangelo » Wolff, Researches and Missionary Labors, p. 62. « Egli si ergerà sul Monte degli Ulivi, e quel dominio, assegnato ad Adamo alla creazione e da questi perduto (Genesi 1: 26; 3: 17), sarà dato a Gesù. Egli sarà Re su tutta la terra. Cesseranno allora i gemiti e i la-menti del creato, e si udranno canti di gioia e di lode... Quando Gesù verrà nella gloria del Padre suo, con i santi angeli... i credenti morti risusciteranno per primi (1 Tessalonicesi 4: 16; 1 Corinzi 15: 32). Ecco quella che noi cristiani chiamiamo prima risurrezione. Allora il regno animale cambierà la sua natura (Isaia 11: 6-9) e sarà sottomesso a Gesù (Salmo 8). La pace universale trionferà » Journal of the rev. I. Wolff, pp. 378, 379. « Il Signore riguarderà sulla terra e dirà: "Essa è molto buona" » Idem, p. 294.
Wolff credeva nell'imminente ritorno del Signore. La sua interpretazione dei periodi profetici lo aveva indotto ad assegnare a questo ritorno una data molto vicina a quella di Miller. A quanti dicevano, secondo le Scritture: « Ma quant'è a quel giorno ed a quell'ora nessuno li sa », Wolff rispondeva: « Il Signore ha forse detto che questo giorno e quest'ora non sarebbero mai conosciuti? Non ha Egli indicato i segni dei tempi perché noi possiamo conoscere almeno l'avvicinarsi dell'estate dal fico che si copre di foglie? » Matteo 24: 32. Non conosceremo mai il tempo, dal momento che Egli stesso ci esorta non solo a leggere il profeta Daniele, ma a comprenderlo? Ora, in questo stesso libro di Daniele sta scritto che certe parole sono sigillate fino al tempo della fine (il che era il caso all'epoca sua); che molti « andranno attorno » (espressione ebraica per « osservare e considerare » il tempo) e che la conoscenza riguardo a quel tempo « sarà accresciuta » Daniele 12: 4 (D). Inoltre, il nostro Signore non intende dire con ciò che l'avvicinarsi del tempo non sarà conosciuto, ma che nessuno ne conosce il giorno esatto e l'ora esatta. Egli aggiunge che i segni dei tempi sono là per avvertirci e per indurci alla preparazione in vista della sua venuta, come fece anticamente Noè costruendo l'arca » Wolff, Researches and Missionary Labors, pp. 404, 405.
Circa il metodo, popolare di interpretare, o piuttosto di fraintendere le Scritture, Wolff scrisse: « La maggior parte delle chiese cristiane hanno perduto di vista il chiaro significato della Bíbbia e si sono rivolte verso il fantomatico sistema dei buddisti i quali credono che la futura felicità del genere umano consiste nel muoversi nell'aria, e ritengono che quando si legge giudei si deve intendere gentili; quando si legge Gerusalemme si deve intendere chiesa; quando è scritto terra significa cielo. L'avvento del Signore vuol dire il progresso delle società missionarie; andare al monte della casa di Dio indica un grande raduno dei metodisti » Journal of the rev. 1. Wolff, p. 96.
Per ventiquattro anni, dal 1821 al 1845, Wolff fece lunghi viaggi in Africa dove visitò l'Egitto e l'Abissinia, e in Asia, dove attraversò la Palestina, la Siria, la Persia, il Buchara e l'India. Visitò anche gli Stati Uniti d'America, e mentre vi si dirigeva fece scalo nell'isola di S. Elena. Giunse a New York nell'agosto dei 1837 e, dopo aver predicato in quella città, predicò anche a Filadelfia e a Baltimora per poi raggiungere Washington. Qui, egli dice, « in una mozione presentata dall'ex presidente degli Stati Uniti John Quincy Adams, la Camera mi concesse all'unanimità l'uso di una delle sale del congresso per una conferenza che io tenni un sabato, onorato dalla presenza di tutti i membri del congresso, del vescovo della Virginia, del clero e di molti cittadini di Washington. Lo stesso onore mi fu accordato anche dai membri del governo del New Jersey e della Pennsylvania, in presenza dei quali tenni delle conferenze sulle mie ricerche in Asia, come pure sul regno personale di Gesù Cristo » Idem, pp. 398, 399.
Il dottor Wolff viaggiò nei paesi più barbari, senza nessuna prote zione da parte delle autorità europee. Sopportò molti sacrifici e fu costantemente circondato da pericoli. Fu assalito e percosso dai briganti; soffrì la fame; fu venduto come schiavo, e per tre volte condannato a morte. Fu derubato, e alcune volte rischiò di morire di sete. Una volta fu spogliato di tutto quello che possedeva e dovette percorrere a piedi, attraverso le montagne, centinaia di chilometri, mentre la neve lo avvolgeva staffilandogli il volto, e mentre i piedi, nudi, minacciavano di congelarsi a contatto col suolo ghiacciato.
Quanto gli consigliavano di non inoltrarsi, disarmato, in seno a tribù selvagge e ostili, egli diceva che le sue armi erano « la preghiera, lo zelo per Cristo e la fiducia nel suo aiuto ». E aggiungeva: « Inoltre, io sono fornito dell'amore per Dio e per il prossimo e ho in mano la Bibbia » Adams, W. H. D., In perils of t, p. 192. Egli aveva sempre con sé la Bibbia in ebraico e in inglese. A proposito di uno dei suoi ultimi viaggi, egli scrisse: « Io... avevo in mano la Bibbia aperta. Sentivo che la. mia forza risiedeva nel Libro: questa forza mi avrebbe sostenuto » Idem, p. 20 l.
Wolff perseverò nella sua opera con tale impegno che il messaggio del giudizio fu recato a una vasta parte del mondo abitato. Fra i giudei, i turchi, i persiani, gli indù e molte altre nazionalità e razze, egli diffuse la Parola di Dio nelle varie lingue, predicando ovunque il vicino regno del Messia.
Nel corso dei suoi viaggi in Buchara, egli scoprì che la dottrina del prossimo avvento del Signore era nota a un popolo che viveva isolato dagli altri. Wolff disse che gli arabi dello Yemen « posseggono un libro chiamato Seera il quale parla della seconda venuta di Cristo e del suo regno glorioso. Essi pensano che nel 1840 dovranno verificarsi grandi eventi ». « Nello Yemen... ho trascorso sei giorni con i discendenti' dei recabiti. Essi non bevono vino, non piantano viti, non seminano e vivono sotto le tende. Essi ricordano il buon vecchio Gionadab, figlio di Recab. Trovai con loro anche dei figli d'Israele, della tribù di Dan---... i quali, come i figli di Recab, aspettano la venuta del Messia sopra le nuvole del cielo » lournal of the rev. I. Wolff, pp. 377, 389.
Un altro missionario riscontrò le stesse credenze fra i tartari. Un sacerdote tartaro gli chiese quando Cristo sarebbe venuto per la seconda volta. L'interpellato rispose che non ne sapeva nulla. Il sacerdote tartaro, stupito di tale ignoranza in chi si diceva insegnante della Bibbia, testimoniò della propria convinzione, basata sulla profezia, che Cristo sarebbe venuto intorno al 1844.
Nel 1826 il messaggio dell'avvento cominciò a essere predicato in Inghilterra. Il movimento non vi ebbe una forma ben definita come negli Stati Uniti; infatti, generalmente non si insegnava la data esatta dell'avvento, però la grande verità del prossimo ritorno di Cristo con potenza e gloria era diffusamente proclamata. E questo non solo fra i cosiddetti non conformisti e i dissidenti. M. Brook, scrittore inglese, afferma che circa 700 ministri della chiesa anglicana predicavano l'Evangelo del Regno. Il messaggio che indicava il 1844 come data della venuta del Signore fu annunciato anche in Gran Bretagna. Nell'isola circolavano largamente delle pubblicazioni avventiste provenienti dall'America. Nel 1842 Roberto Winter, un inglese che aveva accettato la fede nell'avvento in America, ritornò in patria per annunciarvi la venuta del Signore. Molti si unirono a lui, e così il messaggio del giudizio fu predicato in varie parti dell'I nghil terra.
Nell'America del sud, il gesuita spagnolo E. Lacunza, studiando le Scritture, vi trovò la verità dell'imminente ritorno di Cristo. Deciso a darne l'avvertimento, ma desideroso allo stesso tempo di sottrarsi alla censura romana, egli pubblicò le proprie idee sotto lo pseudonimo di « Rabbi ben Esdra », facendosi passare, così, per un ebreo convertito. Lacunza visse nel diciottesimo secolo, ma fu solo intorno al 1825 che il suo libro, giunto a Londra, venne tradotto e stampato in lingua inglese. Questa pubblicazione contribuì ad accrescere in Inghilterra l'interesse già esistente per il secondo avvento.
In Germania tale dottrina era stata insegnata nel diciottesimo secolo da Bengel, ministro della chiesa luterana e celebre studioso e critico della Bibbia. Per completare la propria cultura, Bengel « si era dedicato allo studio della teologia alla quale si sentiva portato sia dalla tendenza della propria mente seria e riflessiva, sia dall'insegnamento e dalla disciplina conosciuti nell'infanzia. Come molti altri giovani prima e dopo di lui, Bengel dovette lottare contro non pochi dubbi in materia di religione. Nei suoi scritti egli parla delle "molte frecce che avevano ferito il suo povero cuore e resa amara la sua giovinezza" ». Diventato membro del concistoro del Wiirttemberg, egli difese la causa della libertà religiosa., « Pur sostenendo i diritti e le prerogative della chiesa, egli rivendicava la libertà per coloro che si sentivano moralmente indotti a uscirne » Enciclopedia Britannica, art. « Bengel ». I benefici effetti di questa sua politica si fanno tuttora sentire nella sua provincia natale.
Mentre stava preparando un sermone su Apocalísse 21 per la « domenica dell'avvento », la sua mente fu improvvisamente illuminata dalla verità relativa alla seconda venuta di Cristo. Le profezie dell'Apocalisse acquistarono per Bengel un significato del tutto nuovo, sì che egli, preso da un vivo senso di stupore e di ammirazione per le scene gloriose illustrate dal veggente di Patmos, fu costretto ad abbandonare per un poco tale argomento. Quando fu sul pulpito, Bengel rívide la scena in tutta la sua chiarezza e maestà. Da allora egli si consacrò allo studio delle profezie, specialmente di quelle dell'Apocalisse, e giunse alla conclusione che esse indicavano la prossimità dell'avvento di Gesù. La data da lui fissata per questo grande evento risultò vicina a quella che venne più tardi fissata da Miller.
Gli scritti di Bengel si diffusero in tutto il mondo cristiano, e le sue convinzioni in materia di profezia vennero generalmente accettate sia nel suo stato di Württemberg che in altre parti della Germania. Il movimento da essi suscitato continuò anche dopo la morte di questo insigne teologo, e il messaggio avventista fu udito in Germania e contemporaneamente in altri paesi. Alcuni credenti della Germania si recarono in Russia, vi fondarono delle colonie, nelle quali la fede nella prossima venuta di Cristo è tuttora coltivata.
La luce rifulse anche in Francia e nella Svizzera. A Ginevra, dove Farrel e Calvino avevano diffuso la verità della Riforma, Gaussen predicò il messaggio del secondo avvento. Mentre era ancora studente, Luigi Gaussen aveva avuto a che fare col razionalismo, che aveva invaso l'Europa verso la fine del diciottesimo e l'inizio del diciannovesimo secolo. Quando egli entrò nel ministero, non solo ignorava la fede, ma era addirittura incline allo scetticismo. In gioventù Gaussen si era interessato allo studio delle profezie. Dopo aver letto la Storia antica del Rollin, egli si soffermò sul secondo capitolo di Daniele e rimase colpito dalla stupefacente esattezza con cui si era adempiuta quella profezia: la storia ne dava la piena conferma. Egli, così, vi trovò una decisa testimonianza. in favore dell'ispirazione delle Sacre Scritture che, allora, gli apparvero come una vera àncora in mezzo ai pericoli degli ultimi tempi. Naturalmente Gaussen non poté più accontentarsi degli insegnamenti del razionalismo; si mise a studiare la Bibbia a fondo. Trovò in essa una tale luce, che piano piano lo condusse ad avere una fede saldissima.
Proseguendo la sua indagine profetica, egli si convinse che la venuta del Signore era vicina. Colpito dalla solennità e dall'importanza di questa preziosa verità, Gaussen volle renderla nota al popolo. Però l'idea generale secondo cui le profezie di Daniele erano un incomprensibile mistero, costituiva un grosso ostacolo. Egli allora decise -come già aveva fatto Farel prima di lui per evangelizzare -Ginevra - di comìnciare con i bambini, mediante i quali egli sperava, poi, di riuscire a suscitare l'interesse anche nei loro genitori.
« lo desidero questo per essere capito », disse più tardi Gaussen parlando della cosa, « e non già perché l'argomento abbia poca importanza. Anzi, al contrario: data la sua grande importanza, ho voluto presentarlo in forma familiare e mi sono rivolto ai bambini. Volevo essere ascoltato e temevo di non esserlo se mi fossi rivolto subito agli adulti ». « Decisi, perciò, di andare dai più piccoli. Riunisco un uditorio di bambini; se il gruppo si allarga, se vedo che essi mi ascoltano, sono contenti, si interessano a quello che io dico, se capiscono e spiegano l'argomento loro presentato, allora sono certo che avrò presto un secondo circolo e che anche gli adulti si renderanno conto che vale la pena di mettersi a sedere e di ascoltare. Quando questo è fatto, la causa è vinta » L. Gaussen, Daniel the Prophet, vol. 2, prefazione.
L'iniziativa ebbe successo. Essendosi rivolto ai bambini, Gaussen vide venire anche gli adulti. Le gallerie della sua chiesa si riempirono di attenti uditori fra i quali non mancavano uomini influenti, dotti e anche stranieri di passaggio a Ginevra. Così il messaggio fu comunicato anche altrove.
Incoraggiato da questi risultati, egli pubblicò le sue lezioni nell'intento di facilitare lo studio dei libri profetici nelle chiese di lingua francese. « Pubblicare l'insegnamento impartito ai fanciulli », dice Gaussen, « è dire agli adulti, che troppo spesso trascurano tali libri col pretesto che essi sono troppo oscuri: "come possono essere oscuri se i vostri figli li capiscono?" ». « lo avevo un vivo desiderio », egli aggiunge, « di rendere popolare, se possibile, la conoscenza delle profezie nelle nostre comunità... Non c'è studio che a me sembri meglio rispondente ai bisogni del momento... t così che ci si deve preparare in vista delle imminenti tribolazioni e dell'attesa vigilante di Gesù Cristo ».
Sebbene fosse uno dei più distinti e amati predicatori di lingua francese, Gaussen dopo un po' di tempo fu sospeso dal ministero. La sua colpa maggiore era che invece del catechismo della chiesa -un manuale insipido, razionalistico, privo di una fede positiva - egli si era servito della Bibbia per istruire i giovani. In seguito, Gaussen fu insegnante in una scuola teologica, mentre la domenica proseguiva la sua attività catechistica rivolgendosi ai bambini e ammaestrandoli nelle Scritture. Le sue opere sulla profezia suscitarono un vivo interesse. Dall'alto della sua cattedra di teologia, per mezzo della stampa e come catechista, egli continuò per molti anni a esercitare un grande influsso e fu un mezzo di richiamo per un buon numero di persone, invogliandole a studiare le profezie relative agli ultimi tempi.
Il messaggio dell'avvento fu proclamato anche in Scandinavia, suscitando grande interessè. Molti furono strappati alla loro indifferenza, spinti a confessare, ad abbandonare il peccato e a cercare il perdono nel nome di Cristo. Però il clero della chiesa di stato si dimostrò ostile al movimento e riuscì a fare incarcerare quanti predicavano il messaggio. In molti luoghi, dove i predicatori dell'avvento,del Signore erano stati ridotti al silenzio, Dio stimò opportuno farlo proclamare in modo miracoloso dai fanciulli. Dato che essi erano minorenni, la legge dello stato non poteva fare nulla contro di loro, e così essi potevano parlare senza essere molestati.
Il movimento si manifestò principalmente nel basso ceto sociale. La gente si riuniva nelle umili case dei lavoratori per udire l'avvertimento. Gli stessi fanciulli predicatori appartenevano a famiglie modeste, e alcuni di essi avevano solo da sei a otto anni. Mentre la loro vita rivelava l'amore per Cristo a la volontà di vivere in armonia con le esigenze divine, essi, in generale, erano dotati di una intelligenza e di una capacità in tutto e per tutto pari a quelle dei ragazzi della loro età. Quando pero parlavano alla gente, si notava che erano sospinti da una forza che andava ben oltre le semplici doti naturali. Infatti, il loro tono e il loro modo di fare cambiavano, e una potenza singolare accompagnava l'avvertimento del giudizio che essi davano. Questi fanciulli usavano le stesse parole della Scrittura: « Temete Iddio e dategli gloria, poiché l'ora del suo giudizio è venuta ». Essi rimproveravano i peccati del popolo, condannavano il vizio e l'immoralità, biasimavano l'amore del mondo, la tiepidezza spirituale ed esortavano gli uditori a fuggire l'ira avvenire.
La gente ascoltava tremando. Lo Spirito di Dio parlava ai cuori con tono convincente, sì che molti furono indotti a esaminare le Scritture con nuovo e più vivo interesse. Gli intemperanti e gli immorali si correggevano; altri rinunciavano alle loro abitudini disoneste. Si manifestò un'opera così potente che perfino i ministri della chiesa di stato dovettero riconoscere che in quel movimento c'era la mano di Dio.
Era volontà di Dio che l'annuncio del ritorno di Cristo fosse dato nei paesi scandinavi; e cosìl quando la voce dei suoi servitori fu ridotta al silenzio, Egli mise il suo Spirito sui fanciulli affinché l'opera potesse ugualmente compiersi. Quando Gesù si avvicinò a Gerusalemme, circondato da una folla plaudente che lanciava grida di esultanza, agitava rami di palma e lo salutava come Figliuolo di Davide, i - farisei, pieni di invidia, invitarono il Maestro a farla tacere; ma Gesù rispose che tutto ciò era l'adempimento della profezia, e che se anche il popolo avesse taciuto, le pietre stesse avrebbero gridato. La gente, intimorita dalle minacce dei farisei e dei capi, giunta alle porte della città fece silenzio; ma poco dopo i fanciulli, nel cortile del tempio, ripresero ad agitare i rami di palma e a gridare: « Osanna al Figliuolo- di Davide! ». I farieei, irritati, dissero a Gesù: « Odi tu ciò che costoro dicono? », Gesù rispose: « Non avete voi mai letto: Dalla bocca de' fanciulli, e di que' che poppano, tu hai stabilito la tua lode? » Matteo 21: 8-16 (D). Allo stesso modo, Dio si servì dei bambini per dare il messaggio della seconda venuta del Messia. La Parola di Dio doveva adempiersi, e così l'annuncio del ritorno del Signore fu udito da ogni nazione, tribù, lingua e popolo.
Guglielmo Miller e i suoi collaboratori furono incaricati di fare udire il messaggio in America. Questo paese diventò il centro del movimento avventista. Fu là che la profezia del messaggio del primo angelo ebbe il suo più diretto adempimento. Gli scritti di Miller e dei suoi collaboratori furono mandati fino nelle più remote parti del mondo. Vicino e lontano echeggiò il messaggio dell'Evangelo eterno: « Temete Iddio e dategli gloria, poiché l'ora del suo giudizio è venuta! ».
La spiegazione delle profezie, che sembravano indicare la venuta del Signore per la primavera del 1844, provocò una profonda impressione sulla mente delle persone, per cui il messaggio passando da uno stato all'altro (si parla, qui, degli stati della confederazione statunitense. N. d. T) suscitava ovunque un vivo e profondo interesse. Molti si convincevano dell'esattezza degli argomenti relativi ai periodi profetici e, sacrificando le idee preconcette, accettavano con gioia la verità. Alcuni pastori, abbandonando le proprie idee settarie e i propri sentimenti personali, lasciavano le loro chiese, rinunciavano al salario e si univano nella proclamazione dell'avvento di Gesù. Nondimeno erano relativamente pochi i ministri che accettavano il messaggio. Esso, perciò, venne principalmente affidato a semplici laici. Anche se degli agricoltori abbandonavano i campi, dei meccanici deponevano gli arnesi, dei commercianti mettevano da parte le merci, dei professionisti rinunciavano alla loro posizione, tuttavia il numero degli operai risultava ancora scarso, se messo in rapporto con l'opera che doveva essere compiuta. Lo stato di una chiesa la cui pietà risultava discutibile, e le condizioni di un mondo immerso nell'empietà pesavano sul cuore delle vere sentinelle che affrontavano fatiche, privazioni, sofferenze pur di poter invitare gli uomini al pentimento e alla salvezza. Sebbene ostacolata da Satana, l'opera andò sempre avanti, e la verità avventista fu accettata da migliaia di persone.
Dappertutto membri di chiesa e gente del mondo erano esortati a sottrarsi all'ira avvenire. Come Giovanni Battista, precursore di Cristo, i predicatori mettevano « la scure alla radice dell'albero » ed esortavano ognuno a portare « frutti degni del ravvedimento ». I loro vibranti appelli erano in stridente contrasto con l'assicurazione di « pace e sicurtà » che scendeva dall'alto dei pulpiti; e ovunque echeggiava il -messaggio, la gente ne era scossa. La semplice e diretta testimonianza delle Scritture, accompagnata dalla potenza dello Spirito Santo, aveva una tale potenza di convincimento che pochi le resistevano. I cristiani di nome, riscossi dal loro stato di presunta sicurezza, si rendevano conto delle proprie trasgressioni, della propria mondanità e incredulità, del proprio orgoglio ed egoismo. Molti cercavano il Signore, profondamente pentiti e pieni di umiltà. Gli affetti, che per lungo tempo si erano accentrati su cose terrene, erano ora rivolti verso il cielo. Lo Spirito di Dio riposava su di loro, ed essi, col cuore commosso, gridavano: « Temete Iddio e dategli gloria, poiché l'ora del suo giudizio è venuta ».
I peccatori, con le lacrime agli occhi, chiedevano: « Che dobbiamo fare per essere salvati? ». Coloro la cui vita era stata contraddistinta dalla disonestà, erano ora ansiosi di restituire il maltolto. Tutti quelli che avevano trovato la pace in Cristo, desideravano vedere altri partecipare alle loro stesse benedizioni. I cuori dei genitori si volgevano versi i figli, e i cuori dei figli si volgevano verso i genitori. Le barriere dell'orgoglio e della riservatezza cadevano l'una dopo l'altra; si udivano confessioni spontanee, e i membri della famiglia si adoperavano per la salvezza dei propri congiunti. Fervide preghiere erano spesso udite, mentre da ogni parte si. notavano delle anime che, profondamente angosciate, gridavano a Dio. Molti trascorrevano l'intera notte in preghiera per avere la certezza del perdono dei loro peccati e per implorare la conversione di parenti e vicini.
Alle riunioni degli avventisti partecipavano persone di ogni ceto sociale: ricchi e poveri, grandi e piccoli, erano tutti ansiosi di udire direttamente annunciare il ritorno di Cristo. Il Signore teneva a freno lo spirito di opposizione, mentre i suoi servitori spiegavano le ragioni della loro fede. Talvolta lo strumento era debole, ma lo Spirito di Dio dava potenza alla verità. In quelle adunanze si sentiva la presenza dei santi angeli, e molta gente si univa quotidianamente alla schiera dei credenti. Quando venivano presentati gli argomenti che mettevano in evidenza la prossimità dell'avvento di Cristo, le folle ascoltavano le solenni parole con assoluto silenzio. Il cielo sembrava avvicinarsi alla terra, e la potenza di Dio si faceva sentire su tutti, giovani e vecchi. Le persone tornavano alle loro case avendo sulle labbra parole di ringraziamento e facendo risuonare il silenzio della notte di lieti canti. Nessun testimone di queste riunioni potrà mai dimenticare quelle scene così ricche di palpitante interesse.
La proclamazione di una data precisa per la venuta di Cristo, suscitò una forte opposizione da parte di, tutte le classi sociali: dal ministro sul pulpito al più abietto dei peccatori. Si adempiè, così, la parola profetica: « Negli ultimi giorni verranno degli schernitori coi loro scherni, i quali si condurranno secondo le loro concupiscenze e diranno: Dov'è la promessa della sua venuta? perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano nel medesimo stato come dal principio della creazione » 2 Pietro 3: 3, 4. Molti che dicevano di amare il Salvatore, affermavano di non avere nulla contro la dottrina del secondo avvento, ma di opporsi all'idea di fissare una data. Però l'occhio di Dio leggeva nei cuori: essi non volevano sentir parlare della venuta di Cristo per giudicare il mondo in giustizia. Essendo stati servitori infedeli, le loro opere non avrebbero potuto sostenere l'esame di un Dio che scruta i cuori, e avevano perciò paura di incontrarsi col Signore. Come i giudei al primo avvento di Cristo, essi non erano ora pronti per il suo secondo avvento. Non solo ricusavano di prestare ascolto alle chiare affermazioni bibliche, ma mettevano in ridicolo quanti aspettavano il Maestro. Satana e i suoi angeli giubilavano e accusavano Cristo, con i suoi angeli, di avere un popolo che dava prova di un così scarso amore da non desiderare la sua apparizione.
« Nessuno sa il giorno e l'ora »: era l'argomento che più spesso veniva adottato da quanti rigettavano la fede nell'avvento. La Scrittura dice: « Ma quant'è a quel giorno ed a quell'ora nessuno li sa, neppure gli angeli dei cieli, neppure il Figliuolo, ma il Padre solo » Matteo 24: 36. Coloro che aspettavano il ritorno di Cristo, davano una precisa e convincente spiegazione di questo passo, e mettevano in evidenza l'uso sbagliato che ne facevano gli oppositori. Queste parole furono pronunciate da Gesù nella sua memorabile conversazione con i discepoli sul Monte degli Ulivi, dopo che Egli ebbe lasciato il tempio per l'ultima volta. I discepoli gli avevano chiesto: « Quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo? ». Gesù indicò loro dei segni, e aggiunse: « Quando vedrete tutte queste cose, sappiate che egli è vicino, proprio alle porte » Matteo 24: 33. Non si deve cercare di annullare una dichiarazione del Signore con un'altra. Sebbene nessuno sappia il giorno e l'ora della sua venuta, nondimeno noi siamo tenuti a conoscerne la vicinanza. Siamo inoltre esortati a non trascurare i suoi avvertimenti, perché la volontaria ignoranza dell'avvicinarsi del suo avvento sarebbe per noi altrettanto fatale che per i contemporanei di Noè, i quali non vollero credere all'imminenza del diluvio. Nello stesso capitolo, la parabola che mette in contrasto il servitore fedele con quello infingardo, sottolinea la sorte di chi dice in cuor suo: « Il mio Signore tarda a venire », e rivela in che modo Cristo darà la retribuzione a quanti saranno da lui trovati vigilanti, intenti a insegnare la sua venuta, e a quelli che invece la negano. « Vegliate, dunque » Egli raccomanda; poi aggiunge: « Beato quel servitore che il padrone, arrivando, troverà così occupato! » Matteo 24: 46. « Se tu non vegli, io verrò come un ladro, e tu non saprai a quale ora verrò su di te » Apocalisse 3: 3.
San Paolo parla di una categoria di persone che. saranno colte alla sprovvista quando il Signore verrà. « Il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte. Quando diranno: Pace e sicurezza, allora di subito una improvvisa ruina verrà loro addosso... e non scamperanno affatto ». Quindi egli dice a quanti avranno tenuto conto dell'avvertimento del Salvatore: « Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, sì che quel giorno abbia a cogliervi a guisa di ladro; poiché voi tutti siete figliuoli di luce e figliuoli del giorno; noi non siamo della notte né delle tenebre » 1 Tessalonicesi 5: 3-5.
Le Sacre Scritture non autorizzavano nessuno a ignorare la prossimità dell'avvento di Cristo. Quanti però cercavano un pretesto per rigettare la verità, chiudevano le orecchie a questa spiegazione; mentre gli schernitori, fra i quali purtroppo non mancavano neppure dei professi ministri di Cristo, continuavano a dire: « Nessuno conosce né il giorno, né l'ora ». Quando la gente cominciava a scuotersi dal suo torpore, gli insegnanti di religione si frapponevano fra essa e la verità, cercando di calmare i timori con una errata interpretazione della Parola di Dio. Le sentinelle infedeli si univano all'opera del grande seduttore, gridando: « Pace! pace! », mentre Dio non aveva parlato di Pace. Come i farisei al tempo di. Gesù, molti non solo rifiutavano di entrare nel regno dei cieli, ma ostacolavano quanti intendevano entrarvi. Il sangue di queste anime sarà loro ridomandato.
Nelle chiese, generalmente, i primi ad accettare il messaggio erano i più umili e i più pii. Quelli che studiavano la Bibbia da soli non potevano fare a meno di notare il carattere antiscritturale delle idee popolari in materia di profezia; e, dovunque la gente non si lasciava dominare dall'influsso del clero e studiava da sé la Parola di Dio, la dottrina avventista, esaminata alla luce delle Scritture, risultava convalidata dall'autorità divina..
Molti erano perseguitati dai propri fratelli increduli. Alcuni, per conservare il loro posto nella chiesa, tacevano e non dicevano nulla della loro speranza; altri, però, erano persuasi che se tenevano celata la verità, non erano.fedeli al deposito che Dio aveva loro affidato. Non po chi furono espulsi dalla chiesa per la semplice ragione che credevano nell'avvento' di Cristo. Per chi ebbe a subire tali prove, furono particolarmente preziose le parole del profeta: « I vostri fratelli, che vi odia no e vi scacciano a motivo del mio nome, dicono: "Si mostri l'Eterno nella sua gloria, onde possiam mirare la vostra gioia!" Ma. essi saranno confusi » Isaia 66: 5.
Gli angeli di Dio seguivano con vivo interesse il risultato dell'avvertimento, e quando si notava un generale rigetto del messaggio da parte della chiesa, essi si ritiravano contristati. Molta' gente, però, non era stata ancora messa alla prova circa la verità avventista. Numerosi, infatti, erano stati sviati o dalle mogli o dai mariti o dai genitori o dai figli, ed era stato fatto loro credere che era peccato perfino il solo fatto di ascoltare le eresie degli avventisti. Gli angeli erano incaricati di vegliare con cura su queste anime, tanto più che una nuova luce, emanata dal trono di Dio, stava per risplendere su loro.
I fedeli che avevano accettato il messaggio aspettavano con vivo interesse la venuta del Salvatore. Ritenevano prossimo il momento in cui si sarebbero incontrati con lui, e vedevano avvicinarsi l'ora, così attesa, con una calma solennità. Coltivavano una serena comunione con Dio, pegno di quella pace che avrebbero conosciuta nel radioso aldilà. Coloro che sperimentarono tale speranza e tale sicurezza non dimenticheranno mai quelle preziose ore di attesa. Nel corso delle settimane che precedettero la data stabilita, gli affari di natura temporale furono quasi del tutto abbandonati. I sinceri credenti esaminavano con cura. ogni pensiero e ogni emozione dei propri cuori come se si trovassero in punto di morte, in procinto di chiudere per sempre gli occhi alle scene di questa vita. Nessuno, però, confezionò « abiti per l'ascensione » (30); ma tutti sentivano il bisogno di essere pronti per l'incontro col Salvatore. I loro abiti bianchi altro non erano che la purezza dell'anima, un carattere purificato dal peccato mediante il sangue di Cristo. Volesse Iddio che ci fosse tuttora, in seno al suo popolo, lo stesso spirito di esame introspettivo, lo stesso fervore, la stessa fede! Se essi si umiliassero così, dinanzi al Signore, e facessero salire le loro invocazíoni al trono della grazia, godrebbero di una esperienza di gran lunga superiore a quella che hanno. La preghiera e la vera convinzione di peccato sono troppo rare, e la mancanza di una fede vivente lascia molti privi di quella grazia che il nostro Salvatore offre. e assicura a chi sinceramente la ricerca.
Dio aveva voluto mettere alla prova il suo popolo. La sua mano aveva coperto un errore fatto nel calcolo dei periodi profetici. Dell'errore non si accorsero né gli avventisti, né i loro avversari. Questi dicevano: « Il vostro calcolo dei periodi profetici è esatto; qualche grande evento sta per avvenire, ma non si tratta di quello che il signor Miller predice: si tratta della conversione del mondo e non del secondo avvento di Cristo » (31)
Il tempo passò, e Cristo non apparve per liberare il suo popolo. Coloro che con fede sincera avevano aspettato il loro amato Salvatore, provarono un'amara delusione. Nondimeno, i piani di Dio si adempirono ugualmente. Egli metteva alla prova i cuori di quanti affermavano di aspettare la sua apparizione. Ve n'erano molti fra loro che erano spinti solo dalla paura. La loro professione di fede non aveva cambiato né il loro cuore, né la-loro vita. Quando l'atteso evento non si verificò, queste persone affermarono di non essere affatto deluse, perché in realtà non avevano mai creduto che Cristo sarebbe venuto. Esse furono le prime a mettere in ridicolo il dolore provato dai veri credenti.
Gesù e l'intera schiera celeste guardarono con affetto a simpatia i fedeli così duramente provati e delusi. Se il velo che separava il visibile dall'invisibile fosse stato sollevato, si sarebbero visti gli angeli avvicinarsi a quelle anime sincere e proteggerle contro gli attacchi di Satana.


 
Capitolo 21

Conseguenze del Ripudio della Verita


A predicare la dottrina del secondo avvento, Miller e i suoi collaboratori avevano agito con l'intento di invitare gli uomini a prepararsi per il giudizio. Avevano cercato di scuotere quanti si dicevano religiosi per renderli consapevoli della vera speranza della chiesa oltre che del loro bisogno di un'esperienza cristiana più profonda. Si erano anche adoperati per far capire agli inconvertiti l'urgenza del pentimento e della conversione a Dio. Essi non cercavano di convertirli a una setta o a un partito religioso; perciò operavano in seno a tutti i partiti e a tutte le sette senza per nulla interferire nelle singole organizzazioni o nelle loro discipline.
« In tutto quello che ho fatto », diceva Miller, « io non ho avuto né l'intenzione, né l'idea di stabilire una confessione separata da quelle delle denominazioni esistenti, né di favorire una a detrimento delle altre. Ho cercato solo di rendermi utile a tutti. Supponevo che tutti i cristianí si rallegrassero alla prospettiva del ritorno di Cristo e, credendo che quanti non condividevano le mie idee non si sarebbero dimostrati ostili verso chi le adottava, non ritenevo necessario avere delle riunioni separate. Il mio unico scopo era di convertire le anime a Dio, di annunciare al mondo l'imminenza del giudizio e di indurre gli uomini a prepararsi per l'incontro con Dio nella pace. La grande maggioranza, di coloro che si sono convertiti in seguito alla mia predicazione, è entrata nelle varie chiese esistenti » Bliss, p. 328.
Siccome l'opera di Miller tendeva a edificare le chiese, essa, per un certo tempo, fu considerata favorevolmente. Poi i ministri di culto e i capi religiosi si schierarono contro la dottrina dell'avvento e intesero sopprimere ogni agitazione a questo proposito. Per questo non solo si opposero ad essa dall'alto dei pulpiti, ma vietarono ai loro membri di assistere alla predicazione del secondo avvento e anche di parlarne nelle riunioni sociali della chiesa. Così i Credenti vennero a trovarsi in grande perplessità e difficoltà. Essi amavano le loro chiese e non si sentivano di abbandonarle; però nel vedere che la testimonianza della Parola di Dio veniva soffocata e che si negava loro il diritto di studiare le profezie, sentirono che la fedeltà a Dio non consentiva loro di sottomettersi. Non potevano considerare come costituenti la chiesa di Cristo, che è « colonna e sostegno della verità », quanti cercavano d'impedire la testimonianza della Parola di Dio, così si sentirono giustificati nel lasciare la loro precedente affiliazione. Nell'estate del 1844 circa cinquanta mila persone abbandonarono le chiese.
Verso quel tempo si notò un notevole cambiamento nella maggior parte delle chiese- degli Stati Uniti. Da anni si assisteva a una graduale e progressiva conformità alle usanze e ai sistemi della mondanità, seguita da un corrispondente declino della vita spirituale; ma quell'anno vi furono segni evidenti di un improvviso e marcato cambiamento in quasi tutte le chiese del paese. Il fatto fu notato e diffusamente commentato sia dalla stampa che dal pulpito.
A una riunione del sinodo di Filadelfia, il dott. Barnes, autore di un commentario largamente usato e pastore di una delle più importanti chiese della città, « affermò che nel corso dei vent'anni del suo ministero mai, fino all'ultima comunione, egli aveva celebrato il rito senza ammettere nella chiesa un certo numero di nuovi membri. Ora non c'erano né risvegli, conversioni, né crescita nella grazia in chi si diceva cristiano, e nessuno andava da lui per parlare della salvezza della propria anima. Alla prosperità materiale, ai progressi del commercio e dell'industria, corrispondeva un aumento di mondanità. Così era in tutte le denominazioni » Congregational lournal, 23 maggio 1844.
Nel mese di febbraio di quello stesso anno, il prof. Finney del collegio Oberlin aveva detto: « Ci siamo resi conto che in generale le chiese protestanti del nostro paese sono apatiche o addirittura ostili a quasi tutte le riforme morali del nostro tempo. Vi sono, sì, alcune eccezioni, ma non sufficienti a impedire che il fatto sia da considerare generale. Abbiamo anche un altro elemento significativo: la quasi totale assenza di un risveglio nella chiesa. L'indifferenza spirituale si nota dappertutto ed è terribilmente profonda; ne fa fede la stampa religiosa dell'intera nazione... In maniera sempre più diffusa i membri di chiesa sono schiavi della moda, partecipano ai banchetti, ai balli, alle feste degli inconvertiti.... Non è però il caso di dilungarci su questo argomento tanto doloroso. Ci basti dire, e ciò diviene sempre più evidente e sconvolgente, che le chiese stanno generalmente e tristemente degenerando. Si sono allontanate dal Signore ed Egli si è ritirato da loro ».
Un giornalista affermò nel Religious Telescope: « Mai abbiamo assistito a un così generale declino religioso come ora. La chiesa dovrebbe svegliarsi e cercare la causa di tanta afflizione, perché afflizione dev'essere considerata da chiunque ami Sion. Quando si. pensa ai pochi e rari casi di vera conversione, all'impertinenza e alla durezza dei peccatori, che sono senza precedenti, quasi involontariamente si è spinti a esclamare: "Dio ha dimenticato di essere benigno? t chiusa la porta della misericordia?" ».
La causa di un simile stato di cose si trovava nella chiesa stessa. Le tenebre spirituali che scendono sulle nazioni, sulle chiese e sugli individui non sono dovute a un arbitrario ritiro del soccorso della grazia da parte di Dio, ma alla negligenza e al rigetto della luce divina da parte degli uomini. Un esempio impressionante di questa verità è offerto dalla storia del popolo d'Israele al tempo di Cristo. A causa della sua mondanità e della sua dimenticanza di Dio e della sua Parola, il suo intendimento si era andato offuscando e il suo cuore si era fatto proclive alla mondanità e sensuale. In tal modo gli ebrei -, gnorarono la venuta del Messia, e nel loro orgoglio e nella loro incredulità rigettarono il Redentore. Dio, però, neppure allora escluse la nazione israelita dalla conoscenza della salvezza o dalle benedizioni che ne derivavano. Però coloro che rigettarono la verità perdettero ogni desiderio per il dono celeste. Avevano mutato « le tenebre in luce e la luce in tenebre » a tal segno che la luce esistente in loro divenne una densa e fitta tenebra.
Satana si compiace di fare in modo che gli uomini ritengano le forme della religione, anche se è assente in loro lo spirito della pietà vivente. Dopo aver respinto il Vangelo, i giudei continuarono a praticare con zelo i loro antichi riti, a conservare il loro esclusivismo nazionale, pur ammettendo che la presenza di Dio non si manifestava più in mezzo a loro. La profezia di Daniele indicava in modo inconfondibile il tempo della venuta del Messia e ne prediceva chiaramente la morte; ma essi ne scoraggiavano lo studio e finirono, poi, con un maledizione che i rabbini pronunciarono su tutti coloro che avessero tentato di calcolare il tempo. Nella loro cecità e nella loro impenitenza gli israeliti, nel corso dei secoli successivi, dimentichi delle benedizioni promesse dal Vangelo, rimasero indifferenti alla graziosa offerta della salvezza, il che costituisce un solenne e tremendo monito contro il pericolo cui si va incontro rigettando la luce del cielo.
Le stesse cause producono gli stessi effetti. Chi deliberatamente reprime le proprie convinzioni circa il dovere solo perché esso interferisce. Con le proprie inclinazioni, finisce col perdere la facoltà di distinguere fra verità ed errore. L'intelletto si annebbia, la coscienza si cauterizza, il cuore si indurisce e l'anima si separa da Dio. Là dove il messaggio della verità divina viene disprezzato o negletto, la chiesa è avvolta dalle tenebre, la fede e l'amore si raffreddano, e si `apre la porta alle stravaganze e ai dissensi. 1 membri di chiesa concentrano i propri interessi sulle cose del mondo, mentre i peccatori si induriscono sempre più nella loro impenitenza.
Il primo messaggio di Apocalisse 14 annuncìa l'ora del giudizio e invita gli uomini a temere Iddio e ad adorarlo. Il suo scopo era di sottrarre il popolo di Dio all'influsso corruttore del mondo e di renderlo consapevole dei suo stato di mondanità e di apostasia. In questo messaggio Dio rivolgeva alla chiesa un avvertimento che se fosse stato accolto avrebbe sanato i mali che la separavano da lui. Se la chiesa avesse accettato il messaggio del cielo e si fosse umiliata davanti al Signore cercando sinceramente di prepararsi per poter sussistere in sua presenza, lo Spirito e la potenza di Dio si sarebbero manifestati in essa. La chiesa avrebbe nuovamente raggiunto il benefico stato di unità, di fede e di amore esistenti al tempo degli apostoli, quando i credenti erano tutti « d'un sol cuore e d'un'anima sola » e « annunziavano la Parola di Dio con franchezza »; quando « il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che erano sulla via della salvazione » Atti 4: 32, 3 1; 2: 47.
Se il cosiddetto popolo di Dio accettasse la luce che risplende nella sua Parola, raggiungerebbe quell'unità per la quale Cristo pregò, e che l'apostolo descrive come « unità dello Spirito col vincolo della pace ». Egli dice: « V'è un corpo unico ed un unico Spirito, come pure siete stati chiamati a un'unica speranza... V'è un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » Efesini 4: 3-5.
Questi furono i benefici risultati raggiunti da quanti accettarono il messaggio avventista. Essi provenivano da varie denominazioni, ma le barrieredenominazionali erano state abbattute; i loro credo contraddittori erano stati eliminati; la speranza non biblica in un millennio temporale era stata abbandonata, ed erano state corrette le false idee circa il secondo avvento. L'orgoglio e la conformità col mondo erano stati spazzati via; i torti erano stati riparati; i cuori erano uniti in una dolce comunione, e regnavano sovrani l'amore e la gioia. Se tale dottrina fece tutto questo per quei pochi che l'accettarono, avrebbe fatto altrettanto se tutti l'avessero accolta.
Purtroppo, in generale, le chiese non accettarono l'avvertimento. 1 loro ministri che, in qualità di sentinelle « della casa d'Israele » avrebbero dovuto essere i primi a discernere i segni della venuta di Gesù, non avevano riconosciuto la verità né dalla testimonianza profetica, né dai segni dei tempi. Le speranze terrene e le ambizioni mondane riempivano il cuore; l'amore per Dio e la fede nella sua Parola si erano andati affievolendo, e così quando la dottrina avventista fu presentata, ciò valse solo a provocare i loro pregiudizi e la loro incredulità. Il fatto poi che il messaggio era in gran parte annunciato da membri laici fu preso come argomento contro di esso. Come anticamente, anche questa volta la chiara testimonianza della Parola di Dio fu affrontata con la domanda: « Ha qualcuno dei capi o dei farisei creduto? ». Consapevoli di quanto fosse difficile refutare gli argomenti trattati dai periodi profetici, molti scoraggiavano lo studio delle profezie col pretesto che i libri profetici erano sigillati e che perciò non si potevano capire. Intere moltitudini, confidando implicitamente nei loro pastori, rifiutavano di ascoltare l'avvertimento; altri, pur essendo convinti della verità, non osavano confessarlo per tema di essere « banditi dalla sinagoga ». Il messaggio mandato da Dio per provare e purificare la chiesa rivelò quanto fossero numerosi coloro che avevano riposto i loro affetti su questo mondo anziché su Cristo. 1 legami che li tenevano uniti alla terra risultavano più forti dell'attrazione esercitata dal cielo. Essi preferirono prestare ascolto alla sapienza del mondo e in tal modo si distolsero dal messaggio di verità che scrutava i loro cuori.
Respingendo l'avvertimento del primo angelo, essi rigettarono il mezzo fornito dal cielo per la loro restaurazione. Avendo schernito il messaggio misericordioso capace di sanare i mali che lì separavano da Dio, con rinnovato slancio cercarono l'amicizia del mondo. Ecco dove risiede la causa della paurosa condizione di mondanità, di apostasia e di morte esistente nelle chiese nel 1844.
Nel capitolo 14 dell'Apocalisse, il primo angelo è seguito da un secondo che annuncia: « Caduta, caduta è Babilonia la grande, che ha fatto bere a tutte le' nazioni del vino dell'ira della sua fornicazione » Apocalisse 14: 8. Il termine Babilonia deriva da Babele e significa confusione. Esso è usato nella Bibbia per ìndicare le varie forme di religione falsa o apostata. In Apocalisse 17, Babilonia è raffigurata da una donna: immagine, questa, che nella profezia biblica è adoperata come simbolo della chiesa. La donna virtuosa rappresenta la chiesa pura, fedele; la donna corrotta indica la chiesa apostata.
Nella Bibbia, il carattere sacro e permanente della relazione fra Cristo e la sua chiesa è rappresentato dal vincolo matrimoniale. Il Signore ha unito il suo popolo a sé con un solenne patto: Egli promette di essere il suo Dio ed esso, a sua volta, si impegna ad essere suo e suo soltanto. Dio dice: « Ed io ti sposerò in eterno; e ti sposerò in giustizia, e in giudicio, e in benignità e in compassioni » Osea 2: 19 (D). « Io vi ho sposati » Geremia 3: 14 (D). Paolo, nel Nuovo Testamento, ricorre alla stessa immagine: « lo vi ho sposati ad un marito, per presentare una casta vergine a Cristo » 2 Corinzi 11: 2 (D).
L'infedeltà della chiesa nei confronti di Cristo, che consiste nel permettere che la sua fiducia e il suo affetto si distolgano da lui e che l'amore per le cose del mondo riempia l'anima, è paragonata alla violazione del voto matrimoniale. Il peccato d'Israele che si allontanava da Dio è presentato sotto questa immagine; mentre il sublime amore di Dio, che viene disprezzato, è così dipinto: « Io... ti feci un giuramento, firmai un patto con te, dice il Signore, l'Eterno, e tu fosti mia... Diventasti sommamente bella, e giungesti fino a regnare. La tua fama si sparse fra le nazìoni, per la tua bellezza; poich'essa era perfetta, avendoti io coperta della mia magnificenza, dice il Signore... Tu confidasti nella tua bellezza, e ti prostituìsti in grazia della tua fama... come una donna adultera, che riceve gli stranieri invece del suo marito » Ezechiele 16: 8, 13~ 15, 32. Come « una moglie è disleale al suo consorte, così voi... siete stati disleali inverso me » Geremia 3: 20 (D).
Nel Nuovo Testamento, analogo linguaggio viene usato verso i cosiddetti cristiani che cercano l'amicizia del mondo anziché il favore di Dio. Dice l'apostolo Giacomo: « 0 gente adultera, non sapete voi che l'amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio » Giacomo 4: 4.
- La donna (Babilonia) di Apocalisse 17 è descritta « vestita di porpora e di scarlatto, adorna d'oro, di pietre preziose e di perle; aveva in mano un calice d'oro pieno di abominazioni e delle immondizie... e sulla fronte avea scritto un nome: Mistero, Babilonia la grande, la madre delle meretrici ». Il profeta continua: « E vidi la donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù ». Babilonia è descritta, inoltre, come « la gran città che impera sui re della terra » Apocalisse 17: 4-6, 18. Il potere che per secoli ha esercitato un'autorità dispotica sui monarchi del mondo cristiano è Roma. La porpora e lo scarlatto, l'oro, le pietre preziose e le perle descrivono vividamente la magnificenza e la pompa più che regale che caratterizza la sede di Roma. Nessun'altra potenza potrebbe essere giustamente definita « ebbra del sangue dei santi » come la chiesa che con tanta crudeltà ha perseguitato i seguaci di Cristo. Babilonia è accusata anche del peccato di illecita unione con « i re della terra ». Allontanandosi dal Signore per allearsi ai pagani, la chiesa giudaica diventò una meretrice; Roma, corrompendosi allo stesso modo, cercando cioè l'appoggio delle potenze di questo mondo, riceve la stessa condanna.
Babilonia è detta « madre delle meretrici ». Per sue figlie debbono essere intese, simbolicamente, le chiese che si attengono alle sue dottrine, alle sue tradizioni e che ne seguono l'esempio, sacrificando la verità e l'approvazione di Dio per contrarre un'illecita alleanza col mondo. Il messaggio di Apocalisse 14, che annuncia la caduta di Babilonia, si applica a quei gruppi religiosi che un tempo erano puri, ma che poi si sono gradatamente corrotti. Poiché questo messaggio segue quello che annuncia il giudizio, ne deriva che esso deve essere dato negli ultimi giorni, quindi non puo riferirsi solo alla chiesa di Roma, in quanto questa si trova in tale stato di decadimento ormai da molti secoli. Inoltre, nel capitolo 18 dell'Apocalisse, il popolo di Dio è invitato a uscire di Babilonia. Secondo questo testo, molti membri del popolo di Dio debbono trovarsi ancora in Babilonia. Ora, in quali settori religiosi vanno ricercati la maggior parte dei seguaci di Cristo? Indubbiamente nelle varie chiese che professano la fede protestante. Quando queste chiese sorsero, assunsero una nobile posizione per Dio e, per la verità: su di esse scese la sua benedizione. Perfino i non-credenti furono costretti a riconoscere i benefici risultati che derivavano dall'accettazione dei princìpi del Vangelo. Dice il profeta: « E la tua fama si sparse fra le nazioni, per la tua bellezza; poich'essa era perfetta, avendoti io coperta della mia magnificenza, dice il Signore » Ezechiele 16: 14. Ma esse sono cadute a motivo dello stesso desiderio che aveva determinato la rovina e la maledizione d'Israele: il desiderio di imitare le abitudini degli empi e di corteggiare la loro amicizia. « Ma tu confidasti nella tua bellezza, e ti prostituisti in grazia della tua fama » Ezechiele 16: 15.
Molte chiese protestanti stanno imitando l'esempio di Roma, nella sua empia unione con « i re della terra »; le chiese di stato, alleandosi coi governi temporali; altre denominazioni, cercando il favore del mondo.- Il termine Babilonia (confusione) può risultare appropriato per questi gruppi religiosi che, pur dicendo di attingere le loro dottrine dalla Bibbia, nella realtà sono suddivisi in innumerevoli sette con tutta una serie di « credo » e di eresie in contrasto fra loro.
Oltre a una colpevole unione col mondo, le chiese che si sono separate da Roma presentano anche altre sue caratteristiche.
In un'opera cattolica si legge: « Se la chiesa romana è colpevole di idolatria, la chiesa anglicana lo è altrettanto: ha dieci chiese dedicate a Maria su una dedicata a Cristo » R. Challoner, The Catholic Christian Instructed, pp. 21, 22.
Il dottor HoPkins nella sua opera A treatise on the Millennium, dichiara: « Non c'è ragione di ritenere che lo spirito e le pratiche anticristiani siano confinati a quella che viene chiamata chiesa di Roma. Le chiese protestanti hanno molto di anticristiano nel loro seno e sono ben lungi dall'essersi riformate... da ogni corruzione ed empietà » S. Hopkins, Works, vol. 2, p. 328.
Circa la separazione della chiesa presbiteriana da Roma, il dottor Guthrie scrive: « Trecento anni fa la nostra chiesa uscì dalle porte di Roma con una Bibbia aperta sulla sua bandiera e col motto "Investigate le Scritture!" ». Egli, poi, si pone questa significativa domanda: « Ma è uscita pura da Babilonia? » Th. Guthrie, The Gospel in Ezekiel, p. 237.
« La chiesa anglicana », dice Spurgeon, « sembra rosa dal sacramentalismo; però il nonconformismo risulta dannosamente intaccato dall'incredulità filosofica. Coloro dai quali noi ci aspettavamo le cose migliori, si vanno distaccando a uno a uno dai fondamenti della fede. Io credo che il cuore dell'Inghilterra sia sempre più profondamente crìvellato da una dannosa incredulità che ardisce ancora salire sul pulpito e definirsi cristiana ».
Quale fu l'origine della grande apostasia? In che modo la chiesa comincio ad allontanarsi dalla semplicità dell'Evangelo? Conformandosi alle pratiche del paganesimo per facilitare l'accettazione del cristianesimo da parte dei pagani. L'apostolo Paolo scriveva: « Il mistero dell'empietà e già all'opra » 2 Tessalonicesi 2: 7. « Finché vissero gli apostoli, la chiesa rimase relativamente pura; ma verso la fine del secondo secolo la maggior parte delle chiese assunse una nuova forma: scomparve la primitiva semplicità e insensibilmente, a mano a mano che i vecchi discepoli scendevano nella tomba, i loro figli, con i nuovi convertiti... si fecero avanti e diedero una nuova forma alla causa » R. Robinson, Ecclesiastica[ Researches, cap. 6, par. 17, p. 51. Per avere dei convertiti si abbassò l'alto ideale della fede cristiana, e così « un'ondata di paganesimo penetrò nella chiesa traendo seco i suoi costumi, le sue pratiche e i suoi idoli » Gavazzi, Lectures, p. 278. Poiché la religione cristiana godeva del favore e dell'appoggio del potere secolare, fu nominalmente accettata da moltitudini di persone; però, pur sembrando in apparenza cristiani, « molti rimasero sostanzialmente pagani e in segreto continuavano ad adorare i loro idoli » Ibidem.
La stessa cosa non si è forse verificata in quasi tutte le chiese che si dicono protestanti? Quando i loro fondatori, coloro che possedevano il vero spirìto di riforma, morirono, i loro discendenti ne presero il posto e « rinnovarono la causa ». Pur attenendosi ciecamente al credo dei loro padri e rifiutando di accettare qualunque verità oltre quelle che avevano conosciute, i figli dei riformatori si dipartirono nettamente dal loro esempio di umiltà, di altruismo e di rinuncia al mondo. Così scomparve « la primitiva semplicità ». Un'ondata di mondanità invase la chiesa, « trascinando seco i suoi costumi, le sue pratiche, i suoi idoli ».
Ahimè! quale estensione ha assunto oggi, in seno ai cosiddetti seguaci di Cristo, quell'amicizia del mondo che è « inimicizia con Dio »! Le chiese popolari del mondo cristiano, come si sono allontanate dai princìpi di umiltà, di rinuncia, di semplicità e di pietà! Diceva Giovanni Wesley, parlando del giusto uso del denaro: « Non sprecate nulla di questo prezioso talento, semplicemente per appagare il desiderio degli occhi, in ornamenti superflui e costosi. Non sprecatelo per ornare le vostre case con stravaganza, con mobili di prezzo e inutili; con quadri preziosi ecc... Non fate nulla per soddisfare l'orgoglio della vita e per attirare l'ammirazione degli uomini... Finché soddisferai te stesso,' gli uomini diranno bene di te. Finché andrai vestito di porpora e di lino fino e ti nutrirai sontuosamente ogni giorno, molti loderanno l'eleganza del tuo gusto, la tua generosità, la tua ospitalità. Però non pagare a così caro prezzo il loro plauso; ma accontentati dell'onore che procede da Dio » I. Wesley, Works, sermone 50: The use of Money. Purtroppo, in molte chiese del nostro tempo questa esortazione è trascurata.
t ormai diventato popolare appartenere a una chiesa. Capi di stato, uomini politici, magistrati, dottori, industriali, commercianti, si uniscono alla chiesa perché questo è un mezzo per assicurarsi il rispetto e la fiducia della società, e per favorire i propri interessi materiali. In tal modo essi cercano di coprire la loro discutibile condotta sotto il manto del cristianesimo. Le varie confessioni religiose, forti della ricchezza e dell'influsso di questi mondani battezzati, sì adoperano alacremente per assicurarsi la popolarità e il prestigio. Chiese splendide, abbellite in modo stravagante, vengono erette nelle vie maggiormente frequentate. I loro membri indossano abiti eleganti, costosi, alla moda. Un salario elevato è pagato a un ministro dotato di talento, capace di attirare e di mantenere vasti uditori. 1 suoi sermoni, naturalmente, non debbono toccare i peccati comuni, ma accarezzare piacevolmente le orecchie. Così i peccatori di una certa classe entrano a far parte della comunità, e i peccati « alla moda » rimangono nascosti sotto la parvenza di una presunta pietà.
Commentando l'attuale atteggiamento dei cosiddetti cristiani nei con fronti del mondo, un grande quotidiano scriveva: « Insensibilmente la chiesa ha ceduto allo spirito del tempo, adattandone le forme del culto ai bisogni moderni... Attualmente la chiesa si serve di tutto quello che puo rendere la religione attraente ». Un cronista del giornale Independent di New York, così parlava dei metodisti: « La linea di separazione fra chi e pio e chi non lo è si dissolve in una specie di penombra, e da ambo le parti uomini
zelanti si adoperano per eliminare ogni differenza fra il loro rispettivo modo di agire e di divertirsi... La popolarità della religione tende sempre più ad accrescere il numero di coloro che vorrebbero goderne i benefici senza però compierne i doveri ».
Howard Crosby dice: «.È preoccupante notare come la chiesa di Cristo si attenga così poco alle intenzioni del suo Signore. Come ì giudei, in seguito alla loro familiarità con le nazioni idolatre, ritrassero i loro cuori da Dio... così la chiesa di Gesù, oggi, con la sua intimità fuori posto con un mondo scettico sta abbandonando i metodi divini della sua vera vita per cedere alle perniciose -anche se plausibili abitudini di una società priva di Cristo, e si serve di argomenti che la portano a conclusioni del tutto estranee alla rivelazione di Dio e in opposizione con ogni crescita nella grazia » The Healthy Christian: An Appeal to the Church, pp. 141, 142.
In questa marea di mondanità e di ricerca del piacere, lo spirito di rinuncia e di sacrificio per amore di Cristo è stato quasi del tutto perduto di vista. « Uomini e donne che attualmente hanno una parte attiva nella chiesa, da bambini sono stati abituati a compiere sacrifici nell'intento di poter dare o fare qualcosa per Gesù ». Ma « se ora il denaro manca... nessuno deve essere sollecitato a dare. No, perché si ricorrerà a una fiera di beneficenza, a una serata ricreativa, a una lotteria, a una cena, insomma a qualcosa che possa divertire la gente ».
Il governatore Washburn del Wisconsin, nel suo messaggio annuale del 9 gennaio 1873, dichiarò: « Sarebbe necessaria una legge per chiudere quelle scuole dove si formano i giocatori d'azzardo. Ve ne sono dappertutto. Perfino la chiesa (sia pure inconsapevolmente) talvolta fa l'opera del diavolo. Concerti, iniziative varie, lotterie organizzate per scopi religiosi o caritatevoli - ma spesso con fini meno degni - tombole, pacchi premio, e altro, sono altrettanti espedienti cui si ricorre solo per raccogliere denaro senza dare niente in contropartita. Non c'è nulla di più demoralizzante e di intossicante, specie per i giovani, di procurarsi del denaro o altro senza lavorare. Poiché gente rispettabile si impegna in queste iniziative placando la propria coscienza con l'idea che il denaro andrà a favore di un progetto degno, non c'è da meravigliarsi, perciò, che la gioventù di questo stato finisca col cadere in quelle abitudini che quasi sicuramente saranno provocate dall'eccitazíone dei giochi d'azzardo ».
Lo spirito di conformità al mondo sta invadendo tutte le chiese cristiane. Roberto Atkins, in un sermone predicato a Londra, traccia un quadro piuttosto oscuro del declino spirituale che si va manifestando in Inghilterra. « 1 veri giusti vanno scomparendo dalla terra, e sembra che nessuno se ne renda conto. Quanti, in ogni chiesa, professano la religione dell'ora presente, amano il mondo, si conformano ad esso, ricercano le comodità della vita e aspirano alla rispettabilità. Chiamati a soffrire con Cristo, essi si ritirano davanti al disprezzo... Apostasia, apostasia, apostasia.1 si legge sulla facciata di ogni chiesa. Se essi lo sapessero e se ne rendessero conto, ci potrebbe essere speranza, ma ahimè! essi gridano: "Noi siamo ricchi, ci siamo arricchiti e non abbiamo bisogno di nulla" » Second Advent Library, opusc. n. 39.
Il grande peccato attribuito a Babilonia fu che essa fece bere a tutte le nazioni « del vino dell'ira della sua fornicazione ». Questo calice intossicato che essa porge al mondo rappresenta le false dottrine che ha accettato come conseguenza della sua illecita relazione con i grandi della terra. L'amicizia del mondo corrompe la fede, e la chiesa esercita un'azione corruttrice sul mondo attraverso l'insegnamento di dottrine che risultano in opposizione con le chiare affermazioni della Parola di Dio.
Roma tolse la Bibbia al popolo e impose a tutti gli uomini di accettare al suo posto i propri insegnamenti. L'opera della Riforma consisteva nel ricondurre gli uomini alla Parola di Dio; ma non è forse vero che le chiese del nostro tempo insegnano a far poggiare la propria fede sul credo e sull'insegnamento della chiesa, anziché sulle Scritture? Parlando delle chiese protestanti, Carlo Beecher disse: « Esse si guardano da ogni parola severa contro i credo con la stessa cura con la quale i santi padri si sarebbero astenuti da ogni dura parola contro la nascente venerazione dei santi e dei martiri che essi stavano incrementando... Le denominazioni evangeliche protestanti si sono talmente legate le mani che uno non può diventare predicatore se non accetta anche qualche altro libro oltre la Bibbia... Non c'è nulla di arbitrario nell'affermare che la forza del credo sta ora cominciando a proibire la Bibbia come ha fatto Roma, sebbene in maniera più sottile » Sermon on « The Bible a Sufficient Creed » predicato a Fort Wayne, il 22 febbraio 1846.
Quando degli interpreti fedeli espongono la Parola di Dio, si levano degli uomini dotti, dei ministri che pretendono di comprendere la Scrittura, i quali denunciano come eresia la sana dottrina e così distolgono dalla verità quanti desiderano indagarla. Se il mondo non fosse disperatamente intossicato dal vino di- Babilonia, vere moltitudini rimarrebbero convinte e sarebbero convertite dalle chiare e incisive verità della Parola di Dio. Ma la fede religiosa appare così confusa e discorde che molti si chiedono che cosa credere come verità. Il peccato dell'impenítenza del mondo è proprio sulla porta della chiesa.
Il messaggio del secondo angelo di Apocalisse 14 fu proclamato per la prima volta nell'estate del 1844 ed ebbe allora una più diretta applicazione alle chiese degli Stati Uniti dove l'avvertimento del giudizio era stato più diffusamente predicato e più generalmente respinto, e dove il declino delle chiese era apparso più rapido. Il messaggio del secondo angelo, però, non ebbe il suo completo adempimento nel 1844. Le chiese, allora, conobbero una caduta morale in seguito al loro rigetto della luce del messaggio avventista; ma la caduta non fu totale. Però, siccome hanno continuato a rigettare le speciali verità per il nostro tempo, esse sono cadute sempre più in basso. Ma non si può ancora dire che « Caduta è Babilonia... poiché tutte le nazioni han bevuto dei vino dell'ira della sua fornicazione ». Essa non l'ha ancora fatto con tutte le nazioni. Lo spirito di conformità al mondo e di indifferenza verso le precise verità per il nostro tempo esiste, e guadagna terreno nelle chiese di fede protestante in tutti i paesi cristiani; queste chiese sono incluse nella solenne e terribile denuncia del secondo angelo. Nondimeno, l'opera di apostasia non è ancora giunta al culmine.
La Bibbia dice che prima della venuta del Signore, Satana agirà « con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi; e con ogni sorta di inganno d'iniquità » e coloro che « non hanno aperto il cuore all'amor della verità per esser salvati » subiranno « efficacia d'errore onde credano alla menzogna » 2 Tessalonicesi 2: 9-1 l. Solo quando si attuerà- questa condizione e l'unione delle chiese col mondo sarà raggiunta in tutta la cristianità, la caduta di Babilonia sarà completa. Il cambiamento è progressivo e il pieno adempimento di Apocalisse, 14: 8 è ancora futuro.
Nonostante le tenebre spirituali e l'allontanamento da Dio esistenti nelle chiese che costituiscono Babilonia, molti fedeli seguaci di Cristo si trovano ancora in esse. Una buona parte di costoro non hanno mai udito le speciali verità per il nostro tempo. Molti sono insoddisfatti del loro attuale stato e bramano una luce maggiore. Invano cercano l'immagine di Cristo nelle chiese di cui fanno parte. Via via che le chiese si distaccano sempre più dalla verità e si uniscono più intimamente col mondo, la differenza fra le due classi si f a più netta e sfocerà nella separazíone. Verrà il tempo in cui coloro che amano Dio al di sopra di ogni cosa non rimarranno più collegati con quanti sono « amanti del piacere anziché di Dio, aventi le forme della pietà, ma avendone rinnegata la potenza ».
Apocalisse 18 indica un tempo nel quale, come risultato del rigetto del triplice avvertimento di Apocalisse 14: 6-12, la chiesa avrà raggiunto la condizione predetta dal secondo angelo. Allora il popolo di Dio che si trova ancora in Babilonia sarà invitato a separarsi da essa. Questo è l'ultimo messaggio rivolto al mondo e compira la sua opera. Quando coloro che « non han creduto alla verità, ma si sono compiaciuti nell'iniquità (2 Tessalonicesi 2: 12) saranno abbandonati a un potere ingannatore e crederanno alla menzogna, la luce della verità per contro risplenderà su tutti coloro che hanno aperto il loro cuore per riceverla, e tutti i figli di Dio rimasti in Babilonia risponderanno all'invito: « Uscite da essa, o popol mio » Apocalisse 18: 4.


 
Capitolo 22

Profezi e Adempiute


Passato il tempo previsto per la seconda venuta del Signore — primavera del 1844 — coloro che avevano atteso con fede la sua apparízione, rimasero per un certo tempo immersi nel dubbio e nell'incertezza. Il mondo li considerava totalmente sconfitti, ed erano convinti di avere accarezzato una chimera; tuttavia la loro fonte di conforto fu ancora una volta la Parola di Dio. Molti continuarono a investigare le Scritture riesaminando le basi della loro fede e studiando con cura le profezie per ricevere ulteriore luce. La testimonianza biblica a sostegno della loro posizione appariva chiara e conclusiva. Segni inconfondibili indicavano vicina la venuta di Cristo. La benedizione speciale di Dio tanto nella conversione dei peccatori che nel risveglio della vita spirituale nei credenti aveva testimoniato che il messaggio era di origine celeste. Sebbene ì fedeli non riuscissero a spiegare la delusione avuta, erano però sicuri che Dio li aveva guidati nella loro passata esperienza.
Nelle profezie che essi sapevano doversi applicare all'epoca del secondo avvento, vi erano istruzioni particolarmente adatte al loro stato di incertezza, che li incoraggiavano ad aspettare pazientemente, fiduciosi che quanto ora appariva oscuro al loro intelletto sarebbe stato chiarito al momento opportuno.
Fra queste profezie vi era quella di Abacuc 2: 1-4: « Io starò alla mia vedetta, mi porrò sopra una torre, e starò attento a quello che l'Eterno mi dirà, e a quello che dovrò rispondere circa la rimostranza che ho fatto. E l'Eterno mi rispose e disse: "Scrivi la visione, incidila su delle tavole, perché si possa leggere speditamente; poiché è una visione per un tempo già fissato; ella s'affretta verso la fine, e non mentirà; se tarda, aspettala; poiché per certo verrà; non tarderà. Ecco, l'anima sua è gonfia, non è retta in lui; ma il giusto vivrà per la sua fede ».
Fin dal 1842, l'ordine contenuto in questa profezia di scrivere la visione, aveva suggerito a Carlo Fitch l'idea di preparare una carta profetica per illustrare le visioni di Daniele e dell'Apocálisse. Tale pubblicazione fu considerata come l'adempimento dell'incarico dato da Abacuc. Nessuno, però, rilevò l'evidente ritardo nell'adempimento della visione - un tempo di attesa - indicato nella stessa profezia. Dopo la delusione (del 1844) questo passo risultò molto significativo: « È una visione per un tempo già fissato; essa s'affretta verso la fine, e non mentirà; se tarda, aspettala; poiché per certo verrà; non tarderà... ma il giusto vivrà per la sua fede ».
Una porzione della profezia di Ezechiele fu anch'essa fonte di forza e di conforto per i credenti. « E la parola dell'Eterno mi fu rivolta in questi termini: "Figliuol d'uomo: Che proverbio è questo che voi ripetete nel paese d'Israele quando dite: - I giorni si prolungano e ogni visione è venuta meno? - Perciò di' loro: Così parla il Signore, l'Eterno ... I giorni s'avvicinano, e s'avvicina l'avveramento d'ogni visione ... lo pronunzierò una parola, e la metterò ad effetto, dice il Signore, l'Eterno" ». « "... quelli della casa d'Israele dicono: - La visione che costui contempla concerne lunghi giorni avvenire, ed egli profetizza per dei tempi lontani -. Perciò di' loro: Così. parla il Signore, l'Eterno: Nessuna delle mie parole sarà più differita; la parola che avrò pronunziata sarà messa ad effetto, dice il Signore, l'Eterno" » Ezechiele 12: 21–25, 27, 28.
I fedeli che aspettavano si rallegrarono sapendo che Colui che conosce la fine sin dal principio aveva guardato attraverso i secoli, previsto la loro delusione e mandate loro parole di coraggio e di speranza. Se non fosse stato per queste porzioni della Scrittura che li invitavano ad aspettare con pazienza e a mantenere salda la loro fiducia nella Parola di Dio, la loro fede sarebbe venuta meno in quell'ora di prova.
La parabola delle dieci vergini- contenuta in Matteo 25 illustra anch'essa l'esperienza del popolo avventista. In Matteo 24, rispondendo alla domanda dei discepoli circa il segno della sua venuta e della fine del mondo, Cristo aveva indicato alcuni degli eventi più importanti nella storia del mondo e della chiesa, dal suo primo avvento al secondo: la distruzione di Gerusalemme, la grande tribolazione della chiesa a causa delle persecuzioni pagane e papali, l'oscuramento del sole e della luna, la caduta delle stelle. Dopo questo, Egli parlò della sua venuta nel suo regno, e narrò la parabola che descrive due categorie di servitori che aspettano la sua apparizione. Il capitolo 25 si apre con le parole: « Allora il regno de' cieli sarà simile a dieci vergini ». Qui viene posta in risalto la chiesa degli ultimi giorni, la stessa già indicata alla fine del capitolo 24. In questa parabola l'esperienza della chiesa in questione è illustrata dalla scena di un matrimonio orientale.
Allora il regno de' cieli sarà simile a dieci vergini le quali, prese le loro lampade, uscirono a incontrar lo sposo. Or cinque d'esse erano stolte e cinque avvedute; le stolte, nel prendere le loro lampade, non avean preso seco dell'olio; mentre le avvedute, insieme con le loro lampade, avean preso dell'olio nei vasi. Ora tardando lo sposo, tutte divennero sonnacchiose e si addormentarono. E sulla mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo: uscitegli incontro! ».
La venuta di Cristo annunciata dal messaggio del primo angelo era rappresentata dall'arrivo dello sposo. La vasta opera di riforma compiuta dalla proclamazione della sua prossima venuta, corrispondeva all'uscita delle dieci vergini per andargli incontro. In questa parabola, come già in quella di Matteo 24, sono raffigurate due categorie di persone. Tutte avevano la propria lampada, la Bibbia, e alla luce di essa erano andate incontro allo sposo. Però mentre « le stolte, nel prendere le loro lampade, non avean preso seco dell'olio... le avvedute, insieme con le loro lampade, avean preso dell'olio ne' vasi ». Questa seconda categoria aveva ricevuto la grazia di 'Dio, la rigenerazione, la potenza illuminante dello Spirito Santo che fa della Parola di Dio « una lampada al mio piè ed una luce sul mio sentiero ». Nel timore di Dio esse avevano studiato le Scritture per conoscere la verità e avevano cercato sinceramente la purezza del cuore e della vita. Avevano un'esperienza personale, una fede in Dio e nella sua Parola che non poteva essere sopraffatta né dal ritardo, né dalla delusione. Le al-tre « nel prendere le loro lampade, non avean preso seco dell'olio ». Esse avevano agito mosse dall'impulso. Il solenne messaggio aveva risvegliato i loro timori, però esse si erano appoggiate sulla fede dei loro fratelli, si erano accontentate della luce vacillante delle buone emozioni, senza però avere una piena conoscenza della verità o una piena opera della grazia nei loro cuori. Andavano incontro allo sposo piene di speranza, con la prospettiva di una ricompensa immediata; ma non erano pronte né per il ritardo, né per la delusione. Quando sopraggiunse la prova, la loro fede venne meno e la loro luce si spense.
« Or tardando lo sposo, tutte divennero sonnacchiose e si addormentarono ». Il ritardo dello sposo indica la vana attesa della venuta del Signore, la delusione e l'apparente ritardo. In quel tempo d'incertezza, l'interesse dei credenti superficiali e di quanti erano solo a metà convertiti, cominciò a tentennare e i loro sforzi a rilassarsi; ma coloro la cui fede era basata su una conoscenza personale della Bibbia, avevano sotto i propri piedi una salda roccia che le ondate della delusione non potevano spazzar via. « Tutte divennero sonnacchiose e si addormentarono »; le une nella noncuranza e nell'abbandono della fede; le altre nella paziente attesa di maggiore luce. Nondimeno, nella notte della prova anche queste parvero perdere, anche se solo parzialmente, il loro zelo e la loro devozione. Chi era solo a metà convertito e superficiale non poteva più appoggiarsi sulla fede dei suoi fratelli. Ormai ognuno doveva reggersi o cadere da sé.
Verso quell'epoca cominciò ad'apparire il -fanatismo. Alcuni di coloro che avevano mostrato di essere credenti zelanti, respinsero la Parola di Dio come guida infallibile e, pretendendo di essere guidati dallo Spirito, si abbandonarono in balìa dei propri sentimenti, delle proprie impressioni o immaginazioni. Alcuni diedero prova di uno zelo cieco e bigotto, denunciando tutti coloro che non approvavano il loro modo di agire. Le loro idee e le loro azioni fanatiche, che non incontravano la simpatia del grande corpo degli avventisti, valsero ad attirare l'obbrobrio sulla causa della verità.
Satana cercava con questo mezzo di opporsi all'opera di Dio e di distruggerla. La gente era rimasta molto scossa dal movimento avventista; migliaia di peccatori si erano convertiti, e uomini fedeli continuavano a consacrarsi all'opera della proclamazione della verità, anche in quel periodo di ritardo. Il principe del male perdeva i propri sudditi e allora, per provocare il disprezzo per la causa di Dio, egli cercò di sedurre alcuni che professavano la fede e di spingerli all'estremismo. Poi i suoi agenti si tennero pronti ad approfittare di ogni sbaglio, di ogni difetto, di ogni atto inconsulto, per presentarli alla gente nella luce più esagerata, e rendere così gli avventisti e la loro fede odiosi. Perciò, più aumentava il numero di coloro che egli poteva indurre a professare la fede nel secondo avvento, pur dominando nei loro cuori, più grande vantaggio avrebbe tratto nel richiamare l'attenzione su di loro come rappresentanti dell'intero corpo dei credenti.
Satana è « l'accusatore dei fratelli », ed è il suo spirito che suggerisce agli uomini di cercare gli errori e i difetti del popolo di Dio per poi renderli noti, mentre le buone opere di esso passano inosservate. Egli è sempre attivo quando Dio è all'opera per la salvezza delle anime. Quando i figli di Dio si presentano davanti al Signore, anche Satana è in mezzo a loro. In ogni risveglio egli è sempre pronto a introdurre coloro che hanno un cuore insoddisfatto e una mente non equilibrata. Quando questi accettano alcuni punti della verità e si uniscono ai credenti, egli agisce per mezzo di loro per introdurre delle teorie che inganneranno gli incauti. Nessuno può dirsi un vero cristiano, perché sta in compagnia dei figli di Dio, sia pure nel luogo di culto o alla mensa del Signore. Satana è spesso proprio là, nelle occasioni più solenni, sotto forma di quanti egli può usare come suoi agenti.
Il principe del male contrasta ogni centimetro di terreno sul quale procede il popolo di Dio nel suo cammino verso la città celeste. In tutta la storia della chiesa nessuna riforma è stata portata avanti senza che incontrasse seri ostacoli. Era così al tempo di Paolo. Dovunque l'apostolo organizzasse una chiesa vi erano alcuni che, pur dicendo di accettare la fede, introducevano delle eresie che, se accolte, potevano distruggere l'amore per la verità. Anche Lutero soffrì grandi perplessità e distrette a cagione dell'atteggiamento di persone fanatiche le quali pretendevano che Dio aveva parlato direttamente per mezzo di loro e che perciò mettevano le loro idee e opinioni al di sopra della testimonianza delle Scritture. Molti, che mancavano di fede e- di esperienza, ma che erano abbastanza presuntuosi e amavano udire e dire qualche novità, erano sedotti dalle pretese di questi nuovi maestri e si univano agli agenti di Satana nella loro opera tesa ad abbattere quello che Dio aveva ordinato a Lutero di edificare. I Wesley e altri, che beneficarono il mondo con la loro fede e con il loro influsso, incontrarono a ogni passo le astuzie di Satana che spingeva al fanatismo di ogni genere persone superzelanti, ma poco equilibrate e insoddisfatte.
Miller non aveva simpatia per quelle tendenze che portavano al fanatismo. Egli dichiarava, con Lutero, che ogni spirito deve essere provato con la Parola di Dio. « Il diavolo », diceva Miller, « ha un gran potere anche oggi sulle menti di alcuni. Ora, come potremo sapere che tipo di spiriti Sono? La Bibbia risponde: "Li riconoscerete dai loro frutW'... Molti spiriti sono usciti nel mondo e noi siamo esortati a provare ogni spirito. Lo spirito che non ci invita a vivere sobriamente, giustamente e piamente in questo mondo, non è lo Spirito di Dio. lo mi convinco sempre più che Satana ha molto a che fare con questi strani movimenti... Molti fra noi, che pretendono di essere pienamente santificati, si attengono alle tradizioni degli uomini e ignorano la verità, esattamente come quelli che non hanno siffatta pretesa » Bliss, pp. 236, 237. « Lo spirito dell'errore ci allontana dalla verità, mentre lo Spirito di Dio ci condurrà nella verità. Ma, direte voi, un uomo può essere nell'errore e credere di avere la verità. E allora? Ecco la nostra risposta: "Lo Spirito e la Parola sono d'accordo. Se uno si giudica in base alla Parola di Dio e si trova in perfetta armonia con l'intera Parola, deve credere di avere la verità; ma se si accorge che lo spirito che lo guida non e in armonia con l'intero contenuto della legge o del Libro di Dio, allora deve fare la massima attenzione di non cadere nei lacci del diavolo" ». The Advent Herald and Signs -of the Times Reporter, vol. 8, n. 23, 15 gennaio 1845. « Spesso uno sguardo luminoso, una guancia umida e una parola soffocata dal singhiozzo mi hanno dato migliori prove della pietà interiore di una persona di tutto il rumore della cristianità » Bliss, p. 282.
Al tempo della Riforma, i suoi nemici attribuivano tutti i mali del fanatismo proprio a chi, invece, si adoperava contro di esso. Analogo comportamento fu tenuto da quanti si opponevano al movimento avventista. E non contenti di travisare ed esagerare gli errori degli estremisti e dei fanatici, facevano circolare notizie sfavorevoli che non avevano la minima parvenza di verità. Queste persone erano animate dal pregiudizio e dall'odio. La loro pace era turbata dall'annuncio che Gesù era alla porta. Temevano che ciò potesse essere vero e speravano che non lo fosse; questo spiegava il perché della loro lotta contro gli avventisti e la loro fede.
Il fatto che alcuni fanatici agivano a modo loro nelle file degli avventisti non era una ragione sufficiente per stabilire- che il movimento non era da Dio, come non era un motivo sufficiente per condannare l'opera di Paolo e di Lutero la presenza di fanatici e di seduttori nella chiesa dei loro tempi. Che il popolo di Dio si scuota dal sonno e dia inizio a una sincera opera di pentimento e di riforma; che esso investighi le Scritture per conoscere la verità come la si trova in Gesù e si consacri interamente a Dio, allora si vedrà come Satana è ancora attivo e vigilante. Con ogni sorta di inganno, egli manifesterà la sua potenza chiamando in suo aiuto tutti gli angeli caduti del suo regno.
Il fanatismo e la divisione non furono provocati dalla proclamazione del secondo avvento: apparvero nell'estate del 1844, quando gli avventisti erano nel dubbio e nella perplessità circa la loro reale posizione. La predicazione del messaggio del primo angelo e del « grido di mezzanotte » aveva proprio lo scopo di reprimere il fanatismo e i dissensi. Quanti parteciparono a questi solenni movimenti vivevano in armonia fra loro, i loro cuori erano pieni di amore gli uni verso gli altri e verso Gesù che essi pensavano di vedere presto. L'unità della fede e la beata speranza li mettevano al riparo di ogni influsso umano e costituivano uno scudo contro gli attacchi di Satana.
« Or tardando lo sposo, tutte divennero sonnacchiose e si addormentarono. E sulla mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, uscitegli incontro! Allora tutte quelle vergini si destarono e acconciarono le loro lampade » Matteo 25: 5-7. Nell'estate del 1844, a mezza strada fra la data precedentemente ritenuta come punto di arrivo dei duemila trecento giorni e l'autunno dello stesso anno, epoca in cui successivamente ci si accorse che essi terminavano, il messaggio fu proclamato con le stesse parole della Scrittura: « Ecco lo sposo! ».
Questo movimento fu determinato dalla scoperta del fatto che il decreto di Artaserse per la restaurazione di Gerusalemme, e che rappresentava il punto di partenza dei duemila trecento giorni, andò in vigore nell'autunno del 457 a. C. e non al principio di quell'anno, come si era creduto in un primo tempo. Partendo dall'autunno del 457, i duemila trecento anni conducevano all'autunno del 1844 (27)
Gli argomenti tratti dai tipi dell'Antico Testamento indicavano anch'essi l'autunno come epoca in cui avrebbe dovuto aver luogo l'evento rappresentato dalla purificazione del santuario. Tutto apparve chiaro quando si considerò il modo come si erano adempiuti i simboli relativi al primo avvento di Cristo.
L'uccisíone dell'agnello pasquale era un'ombra della morte di Cristo. Dice l'apostolo Paolo: « La nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata » 1 Corinzi 5: 7. La mannella delle primizie, che al tempo di Pasqua veniva agitata davanti al Signore, era tipo. della risurrezione di Cristo. Paolo, infattil parlando della risurrezione di Cristo e del suo popolo, scrive: « Cristo, la primizia; poi quelli che son di Cristo, alla sua venuta » 1 Corinzi 15: 23. Simile alla mannella agitata, che era il primo grano maturo raccolto prima della mietitura, Cristo è la primizia di quella messe immortale di redenti che alla risurrezione futura saranno raccolti nel granaio di Dio.
Questi tipi si adempirono non solo quanto all'evento, ma anche quanto al tempo. Il quattordicesimo giorno del primo mese ebraico, lo stesso giorno e lo stesso mese nei quali per quindici lunghi secoli l'agnello pasquale era stato immolato, Cristo, dopo avere preso la pasqua con i suoi discepoli, istituì la festa che doveva commemorare la sua morte, quale « Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo ». Quella stessa notte Egli fu preso da mani inique per essere crocifisso e messo a morte. Come antitipo della mannella agitata, il nostro Signore fu risuscitato dai morti il terzo giorno, « primizia di quelli che dormono », tipo di tutti i risorti, il corpo « vile » dei quali sarà reso conforme « al suo corpo glorioso » 1 Corinzi 15: 20; Filippesi 3: 21 (D).
Allo stesso modo, i tipi che si riferiscono al secondo avvento debbono adempiersi al tempo indicato nel servizio tipico. Sotto il sistema mosaico la purificazione, o gran giorno dell'espiazione, avveniva nel decimo giorno del settimo mese dell'anno ebraico (Levitico 16: 29-34), quando il sommo sacerdote, avendo fatta l'espiazione per Israele e rimossi i suoi peccati. dal santuario, usciva e benediceva il popolo. Così si stimava che Gesù, nostro Sommo Sacerdote, sarebbe apparso per purificare la terra mediante la distruzione del peccato e dei peccatori e per dare l'immortalità a quanti lo aspettavano. Il decimo giorno del settimo mese, il grande giorno dell'espiazìone e della purificazione del santuario, nel 1844 cadeva il 22 ottobre. Questa data venne considerata come quella della venuta del Signore. Questo appariva in armonia con le prove gia viste per stabilire che i duemila trecento giorni sarebbero finiti nell'autunno, e la conclusione sembrava ìnoppugnabile.
Nella parabola di Matteo 25, il tempo dell'attesa e del sonno è seguito dalla venuta dello sposo. Ciò concordava con gli argomenti tratti sia dalla profezia che dai tipi. Essi apparivano indiscutibili, e il grido di mezzanotte fu lanciato da migliaia di voci.
Simile all'onda di una marea, il movimento si estese a tutto il Paese. Di città in città, di villaggio in villaggio, come anche nei remoti luoghi di campagna, esso continuò a echeggiare fino a che il popolo di Dio in attesa non fu del tutto svegliato. Il fanatismo scomparve, mentre il coraggio e la speranza rianimavano i cuori. L'opera fu liberata da quegli estremismi cagionati dall'eccitazione umana non controllata dall'influsso moderatore della Parola di Dio e del suo Spirito. Quanto al suo carattere, era simile a quei periodi di umiliazione e di ritorno al Signore che nell'antico Israele seguivano i messaggi di rimprovero dei servitori dell'Eterno. Aveva le caratteristiche che distinguono l'opera di Dio in ogni . età: poca gioia estatica, ma un profondo esame del proprio cuore, seguito dalla confessione dei peccati e dalla rinuncia al mondo. La preparazione per l'incontro col Signore era la grande preoccupazione di ciascuno. La preghiera era perseverante e la consacrazione a Dio senza riserve.
Nel descrivere quest'opera, Miller diceva: « Non vi sono grandi manifestazioni di gioia: si direbbe che si riservino per una futura occasione, quando il cielo e la terra si uniranno in una gioia ineffabile e gloriosa. Non ci sono grida di giubilo: sono riservate per il grande grido di esultanza del cielo. I cantori sono muti: aspettano di unirsi alle schiere angeliche, al coro celeste... Non ci sono divergenze di vedute: tutti sono di un sol cuore e di una sola mente » Bliss, pp. 270, 271.
Uno dei partecipanti al movimento affermò: « Esso determinò ovunque il più profondo esame del cuore e l'umiliazione dell'anima dinanzi all'Iddio del cielo. Provocò il distacco dagli affetti per le cose di questo mondo, la fine delle polemiche e delle animosità, la confessione dei torti, la sottomissione a Dio, l'invocazione di un cuore contrito e spezzato per ottenere il perdono- di Dio ed essere accettato da lui. Portò all'abbassamento dell'io, alla prostrazione dell'anima, come mai si era visto prima. Come Dio aveva ordinato per mezzo del profeta Gioele, quando il gran giorno del Signore sarebbe stato vicino, bisognava stracciare il cuore e non le vesti e volgersi a Dio con digiuno, con pianto e con lamento. Come Dio disse per bocca del profeta Zaccaria, uno spirito di grazia e di supplicazione fu riversato sui suoi figli; allora essi videro Colui che avevano trafitto e ci fu in tutto il paese un grande lamento... Coloro che cercavano il Signore afflissero le loro anime dinanzi a lui » Bliss, Advent Shield and Review, vol. 1, p. 271, gennaio 1845.
Di tutti i grandi movimenti dal tempo degli apostoli in poi, nessuno fu più intaccato dalle imperfezioni umane e dalle astuzie di Satana di quello dell'autunno 1844. Anche ora, dopo tanti anni, tutti coloro che parteciparono a quel movimento e che sono rimasti nelle stesse convinzioni, risentono il benefico influsso di quell'opera benedetta, e testimoniano che essa era di Dio.
All'annuncio, « Ecco lo sposo, uscitegli incontro! », coloro che aspettavano « si destarono e acconciaron le loro lampade ». La Parola di Dio era studiata con un interesse intenso, senza precedenti. Gli angeli venivano mandati dal cielo per scuotere quanti si erano scoraggiati e prepararli ad accettare il messaggio. L'opera non si basava sulla sapienza e sulla saggezza degli uomini, ma sulla potenza di Dio. I primi ad ascoltare e ad accettare l'invito non furono i più dotati intellettualmente, ma i più umili e devoti. Alcuni agricoltori lasciavano i loro raccolti nei campi; alcuni artigiani deponevano i loro arnesi e con lacrime di gioia andavano a dare l'annuncio. Quelli che una volta erano stati alla testa del movimento furono tra gli ultimi a unirsi a questa crociata. Le chiese, in generale, chiudevano le loro porte al messaggio, e molti di coloro che lo accettavano venivano espulsi da esse. Nella provvidenza di Dio, questa proclamazione si aggiunse a quella del messaggio del secondo angelo accrescendone la forza.
Il messaggio: « Ecco lo s poso! », sebbene basato su prove bibliche formali, non doveva diffondersi per mezzo di controversie, ma grazie alla sua potenza che scuoteva l'anima. Non c'erano né dubbi, né obiezioni. In occasione dell'entrata trionfale di Gesù in Gerusalemme, la gente convenuta da ogni parte del paese per la festa, si diresse verso il monte degli Ulivi incontro alla folla che faceva scorta a Gesù. Trascinata dall'entusiasmo generale, si unì ad essa intensificando il grido: « Osanna al Figliuolo di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! », Matteo 21: 9. Allo stesso modo, i non credenti che affluivano alle riunioni degli avventisti —chi per curiosità, chi per scherno — sentirono il potere convincente che accompagnava il messaggio: « Ecco lo sposo! ».
A quel tempo si vide manifestarsi quella fede che Dio esaudisce: quella fede che fa assegnamento sulla rimunerazione. Simile a scrosci di pioggia su una terra assetata, lo Spirito della grazia scendeva su quanti cercavano Dio con sincerità. Coloro che si aspettavano di trovarsi presto a faccia a faccia col loro Redentore, provavano una gioia intensa, inesprimibile. La potenza mitigatrice dello Spirito Santo addolciva I cuori, e li inteneriva via via che la- sua benedizione veniva copiosamente riversata sui credenti fedeli.
Con cura e solennità coloro che accettarono il messaggio si avvicinavano al momento in cui speravano di incontrarsi col loro Signore. Ogni mattina sentivano che il loro primo dovere era di avere la certezza di essere bene accetti a Dio. I loro cuori erano intimamente uniti fra lorol ed essi pregavano molto gli uni con gli altri e gli uni per gli altri. Spesso si riunivano in luoghi appartati per avere comunione con Dio, e la voce dell'intercessione saliva al cielo dai campi- e dai boschi. La certezza dell'approvazione del Salvatore era loro più necessaria del nutrimento quotidiano, e se una nube veniva a offuscare la loro mente, non si davano pace fino a che non fosse scomparsa. Quando sentivano la testimonianza della grazia per